La forza di una donna

Donna allo specchio di Mauro Pochetti immagine presa da qui

 

Parliamone della forza di una donna, non è un tema così inflazionato, dopotutto. Se ne son dette di cose in proposito. A volte la tematica è stata affrontata dal punto di vista psicologico, altre dal punto di vista sociologico, spesso, soprattutto dagli uomini, l’argomento è stato preso a pretesto per giustificare la loro mancanza di coraggio nell’interagire con l’universo femminile e, ancora più spesso, questa forza viene vista come un elemento insormontabile, lo scudo inossidabile che può vincere tutto, anche il dolore più grande. “Tu sei forte, ce la puoi fare da sola.” Quante volte me lo sono sentita dire. E io lì a chiedermi: ma che significa? Sono forte nel senso che nulla mi può scalfire? Oppure nel senso che posso sopportare qualunque cosa?

Che luogo comune…Ho provato ad analizzare da dove viene questa convinzione, guardando dentro di me, perché è l’unico luogo femminile che posso dire di conoscere bene, almeno credo. Ho trascorso la vita cercando di sopperire al desiderio mancato di mio padre di avere un figlio maschio e provando a confutare la tesi di mia madre secondo cui una donna deve sobbarcarsi da sola il peso della famiglia perché quello è il suo compito, di natura. E’ stato un duro allenamento alla vita, con tante sconfitte, disillusioni, sofferenze, ma anche qualche vittoria, qualche soddisfazione. Alla fine ho seguito una mia strada, giusta o sbagliata, e ho fatto delle scelte. Da sola. Perché più andavo avanti più mi creavo una sorta di corazza, il vestito più adatto a parare i colpi, a evitare gli scorni, a uscirne indenne. Ecco, la mia forza si stava formando in modo autonomo, spontaneo, e quante donne l’hanno trovata così, quante… Indossare il sorriso più bello mentre hai la morte nel cuore è il primo esercizio che si impara, già da bambine. “Una donna non mostra i suoi lati deboli, non se lo può permettere, altrimenti viene schiacciata” e questo è un insegnamento che ci portiamo dietro in eredità dalla notte dei tempi, con il DNA.

Poi sento dire da un bambino a un suo compagno di giochi: “Non piangere, che è da femminuccia!” Eppure questo bambino è figlio di una donna, una madre che sa bene che le sue lacrime spesso, quasi sempre, sono lacrime di fatica non di scoramento. La fatica di farsi ascoltare, di trovare attenzione, di avere considerazione. Eppure gli insegna che per essere uomo non bisogna piangere come una femmina. C’è una contraddizione di fondo con la tesi illustrata prima, o forse no. L’educazione di una femmina è basata sulla fortificazione, quella di un maschio sulla mistificazione. Si, perché mentre io madre insegno a mia figlia a lottare, dall’altra parte convinco il “nemico” che l’avversario è debole. Questa è strategia! Ma è una strategia che può generare disastri, come in tutte le battaglie a tavolino. E’ sul campo che si deve capire, comprendere, incontrarsi, e quel campo è la vita, non un gioco.

E allora questa forza cos’è? Diventare madre è un momento  potente, unico, ineguagliabile, ma non è tutto. Perché c’è tutto il resto, c’è la vita di coppia, ci sono le amicizie, le relazioni, il lavoro, la solitudine. Ecco, la solitudine, quello è il momento in cui la forza di una donna si manifesta in tutta la sua pienezza. Perché lì non c’è corazza che tenga, l’avversario è lì, davanti, allo specchio, e non ci si può nascondere dietro un sorriso di circostanza, non si può mentire. Le lacrime non si asciugano, perché la mano che sfiora la guancia è la tua. E quando avrai prosciugato ogni riserva, quando avrai guardato a fondo la tua anima, sola con le tue paure, la tua fragilità, i tuoi dubbi, allora saprai prenderti in braccio, aver cura di te, come madre di te stessa, come figlia prediletta. Forse la forza è tutta qui, e non è poco.

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