Ero una bambina che voleva giocare a pallone

Piazza Tanucci a San Giorgio a Cremano non pareva neppure una piazza. Piuttosto un crocevia. Di suoni, grida, vite di passaggio e vite stanziali. La mia vita c’è passata di lì, qualche volta, e per me il ricordo è come un sogno. Ci vivevano i miei nonni paterni e io non ci volevo andare, mai. Mal sopportavo quella quotidianità forte, sfacciata e urlata, dai venditori ambulanti con le loro mercanzie, dagli odori del cibo cucinato, pareva, all’aria aperta, dalle donne prosperose che parlavano un linguaggio a me incomprensibile. Dicevo sempre che mi veniva mal di testa lì.
La mia nonna materna era morta da poco e quindi quell’estate del ’67 sarebbe stata senza vacanze, per rispetto al lutto di mia madre. Ma nel mese di luglio uno zio paterno si sposò, quindi andammo tutti al matrimonio. Dopo qualche giorno i miei partirono. E mi lasciarono lì, dai nonni. Per poco. E io non volevo restare. Non avevo ancora sette anni e il mondo per me girava solo perché mio padre e mia madre lo spingevano in coppia.
Una zia mi accolse nel suo universo sognante fatto di musica e sole. Ascoltavamo “Parole” di Nico e i Gabbiani e lei mi spazzolava i capelli, mi faceva le trecce, mi metteva lo smalto sulle unghie. Poi mi portava al mare. Scendevamo lungo il corso fino a un altro crocevia, e da lì raggiungevamo la stazione. Ci andavamo in treno al mare, con la Circumvesuviana, magari a Portici o a Torre del Greco. Mi sembravano luoghi lontanissimi e misteriosi. Però il tempo passava in fretta e io cominciavo a prenderci gusto a quella vacanza inusuale. E nessun mal di testa.
Al ritorno dal mare, la sera, rallentavo sempre un po’ il cammino. La strada era in salita ed io ero stanca di tanto sole e di tanto mare. Mia zia andava avanti, tanto non correvo pericoli. In fondo San Giorgio era come un borgo, qualcosa di più del cortile di una casa di campagna, l’aia dove tutti si ritrovano nelle sere d’estate a prendere il fresco e a raccontarsi la giornata. C’erano sempre un gruppetto di bambini che giocavano a pallone prima di rientrare per la cena. Avevano trasformato quel largo tra le case in un campo di calcio, le due porte addossate ai muri delle case e l’asfalto come area di gioco. Se pure fosse passata un’auto o una bicicletta, si sarebbe fermata. Come si fermava il tempo per me. Restavo lì a guardarli imbambolata, desiderosa di voci bambine come la mia, di giocare, con la voglia di fare amicizia che solo a quell’età si può avere. Ero una forestiera in fondo, e l’unico linguaggio che capivo era quello dei miei simili.
Loro mi guardavano come un’intrusa, un granello di polvere negli occhi. Ero una femmina ed ero piccola, cosa ci facevo lì? Tra tutti i bambini ce n’era uno più grande. Lo si vedeva dall’altezza. Svettava tra le teste di almeno quindici centimetri. Avrà avuto tredici o quattordici anni. Era un capo, quindi. Era lui che fissavo, come facevano anche gli altri del resto. Lui era l’arbitro, l’attaccante e anche il difensore, quando necessario. Sarebbe stato un uomo carismatico da adulto.
Quella sera mi arrivò una pallonata addosso, forte, violenta. Mi spinse contro il muro e mi venne da piangere. Lui, il ragazzino più grande, gridò: “ Uè, guagliò, che la fate male alla bambina!”. Le gambe mi tremavano, questo lo ricordo bene, come ricordo di aver cercato un appiglio per non cadere, non in quel momento, non davanti a lui che mi aveva difesa. E lo trovai un appiglio, dietro di me. Qualcosa di metallico cui mi appoggiai senza guardare, con la mano, e lo tirai. Era la maniglia di una porta, e io l’avevo chiusa. Si stava con le porte aperte d’estate a San Giorgio, per far circolare l’aria. Io avevo chiuso quella porta e non capivo, davvero non riuscivo a comprendere perché quei bambini correvano verso di me gridando, gesticolando, agitandosi oltre ogni misura. Scappai via, spaventata, ancora impressa negli occhi la faccia di quel ragazzino grande che si metteva le mani nei capelli, neri, ricciuti.
Mio padre mi raccontò la storia un giorno, quando in TV dissero che era morto. Mi disse: “Tu l’hai conosciuto. L’hai chiuso fuori casa. Hanno dovuto chiamare “nu mariuolo” per scassinare la serratura prima che rientrassero i suoi genitori.” Mio padre mi raccontava una storia riportata e io, lentamente, toglievo il velo ai ricordi. Di quando nel ’67 ero una bambina che voleva giocare a pallone. Di quando San Giorgio a Cremano era un cortile e si tenevano le porte aperte, d’estate. Di quando chiusi fuori casa Massimo Troisi.

Massimo Troisi

Immagine presa da qui

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