Partorire è roba di donne

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A costo di attirarmi gli strali di tutte le donne che hanno lottato per cambiare le cose e di tutti gli uomini che a questo si sono dovuti adeguare (e non dico “dovuti” a caso), credo che un uomo non dovrebbe mai assistere al parto della sua donna. Sono tutte cazzate quelle che dicono, sulla condivisione, sul momento gioioso. Il parto è una cosa che riguarda solo la donna, e non c’è niente di femminile, è puro istinto. Una donna si lascia andare completamente, deve farlo, è un animale che figlia, tutto qua. E tutta la sensualità dell’atto d’amore si perde, finisce. È un momento brutale e atavico che appartiene alla donna e basta, e di questo sono molto molto sicura.

Ho parlato di questo qualche giorno fa con un amico, e questo è testualmente il mio intervento alla conversazione. Capisco la sorpresa di un uomo a sentirsi dire questo, così come ne comprendo il sollievo. Questa generazione (forse queste ultime due o tre) di uomini si è sentita schiacciata dall’inadeguatezza davanti al nuovo modello di condivisione di coppia che andava formandosi con l’avvento del femminismo, e una donna che oggi, nel 2013, afferma una cosa simile, è come se d’un tratto lavasse via tutti i sensi di colpa accumulati perché, diciamolo, non è affatto naturale che un uomo assista al parto della sua donna. No, non sono anacronistica, qui c’è poco da essere moderni o all’avanguardia. E non sto certo dicendo che un uomo non possa assistere a un parto in generale. Altrimenti che fine farebbero tutti i ginecologi, gli ostetrici, e via dicendo? Io dico che un UOMO non deve assistere la SUA donna. È diverso. Io ne ho avuti due di figli e, sebbene l’esperienza sia stata unica, esaltante, meravigliosa, me la ricordo bene in tutta la sua potenza distruttiva e creatrice. Sono molte le cose che si distruggono quando si partorisce, tante quante quelle che rinascono. Chi ha avuto almeno un figlio lo sa. Chi ancora non ne ha avuti, dovrebbe immaginarlo.

Noi lo sappiamo bene, noi donne intendo, quella magia che si crea col nostro uomo quando ci incontriamo, facciamo l’amore, ci spogliamo in tutti i sensi davanti a lui. È il rito del piacere condiviso che si consuma in quel letto, tra quelle lenzuola. Noi permettiamo di infrangere un segreto, il luogo misterioso della vita, e doniamo e ci doniamo quell’intensa e inimmaginabile esperienza dell’esplorazione dell’ignoto, in cui ci perdiamo, con la ragione e coi sensi. È tutto così sublime nell’atto dell’amore. E noi sappiamo bene anche quanto ci piace preservare a lungo, per sempre se possibile, quella sensazione di potere, perché, diciamolo, quel piacere unico, irripetibile, dato dall’amore che riceve amore, possiamo trasmetterlo solo noi.

E ci prepariamo per questo. Il rito primario, fatto di gesti sensuali, attesa, seduzione, fa sì che il nostro uomo resti incantato davanti al dono della nostra femminilità. Poi accade. Accade che la vita si riproduca. Il mistero più grande, e noi ne siamo le custodi. Se madre natura avesse voluto rendere partecipe anche l’uomo lo avrebbe reso genitore in senso lato, colui che genera. Gli avrebbe dato gli strumenti per capire. Invece no, perché partorire è roba di donne. Le donne sanno cosa accade, lo sentono, sono nate con questa consapevolezza. E non vogliono che il loro uomo veda. Il corpo di una donna si trasforma. Il dolore di questa trasformazione non ha nulla di razionale, e non c’è controllo che tenga. È la natura che segue il suo corso, come accade per tutte le femmine di tutte le specie animali, è il suo trionfo. La vita per nascere ha bisogno di urlare e tutto intorno ad essa si adegua. Non ci sono gesti di dolcezza, non c’è il tempo. La nascita è urgenza, è prepotenza, e solo una guerriera naturale può esserne la protagonista. La donna.

Le femministe mi perdoneranno. Tutte quelle proteste della serie “l’utero è mio e lo gestisco io” che le hanno portate a volere e avere i compagni in sala parto, per me, sono solo sciocchezze. Io mi sono tenuta la libertà di essere femmina. Voglio lasciare all’uomo la meraviglia del mistero.

 

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