I figli, che bella invenzione! [da “Quella volta che sono morta”]

Immagine presa da qui

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Ci riflettevo sul senso delle mie compulsioni. Ero sicura che si trattasse di questo, non di insicurezza. Un po’ come le manie innocue di mia madre. Lei al mattino, prima ancora di far pipì appena alzata, si lavava i denti. A volte se li spazzolava seduta sul water. Così risparmiava tempo. – E se viene qualcuno? Magari il dottore? Mica posso avere l’alito pesante, ti pare?- e giù a spazzolare. Ha sempre avuto la fissazione del medico in casa. La mattina presto. Perché secondo lei non ci si ammala di giorno. Solo di notte, quando siamo più indifesi nel sonno. E a volte, se al mattino ci svegliamo con la febbre, è perché nel sonno siamo cresciuti. Febbre di crescenza la chiama. Ma questa è un’altra storia. Io non ho mai aggiunto un centimetro alla mia statura, in effetti. Comunque lei dice che ci si ammala di notte e che quindi il medico può servire la mattina presto, per cui bisogna essere pronti a riceverlo con la vescica vuota e l’alito fresco. Mia madre è una maniaca dell’igiene, quindi è innocua. Come le mie compulsioni. E questa è una certezza, non v’è dubbio. Primo punto a mio favore.
Restavano quei ghirigori però. E il parcheggio dell’auto. E anche la spesa nel carrello, sì anche quella, allineata e accatastata secondo la forma e le dimensioni. Il mio carrello quando arrivava alla cassa pareva una scultura del miglior cubismo. Un peccato
svuotarlo.​​​​                                             
Quando era cominciato tutto questo? Il carrello e il parcheggio sicuramente dopo i diciotto anni, se non altro perché prima di allora non avevo né patente né autonomia economica.
                           
I ghirigori probabilmente risalivano all’età scolare. All’epoca però li facevo sui quaderni a quadretti. E anche su quelli a righe. Ricordo la sfida del quaderno a righe di terza elementare. Una riga larga e una più sottile. Ma che perfidia. Serviva a rimpicciolire la grafia. Io che scrivevo talmente largo che con tre parole dovevo andare a capo, ero in profondo imbarazzo. Ogni volta che dovevo scrivere fissavo quel foglio per diversi minuti, per decidere le misure, un po’ come prendere la rincorsa e affrontare la  sfida.        

Io e le righe diseguali. Tanti bambini hanno riportato traumi emotivi a vita per questo, ne sono certa. E sono diventati tutti medici, dalle grafie incomprensibili. Colpa delle righe della terza elementare. Io non sono diventata medico. Io risolvevo all’epoca con un diversivo. Per prendere coraggio mi allenavo facendo cornicette sul bordo superiore e inferiore del foglio. Sempre più complesse, man mano che prendevo confidenza con le misure. È lì che è cominciata la mia passione per il cubismo, che quando ho visitato il Moma a New York mi sono sentita una di famiglia tra quei dipinti, compresa, accettata.
Quello che non feci mai, durante quel fatale anno di terza elementare, e neppure in seguito, quando ormai la compulsione si era conclamata, fu di chiedere aiuto. Non chiesi mai alla maestra come dovevo fare per far entrare le mie enormi lettere in quelle righe così piccole. E non lo chiesi neppure a mio padre, tantomeno a mia madre. Mi arrangiai da sola. Sfogandomi coi ghirigori. Figuriamoci. Figuriamoci se l’avessi fatto. Chiedere aiuto. Io. È così che comincia l’isolamento. Non sono gli altri che ti ci mettono. Ci vai da sola. Ti metti in castigo da sola per orgoglio, per dimostrare quanto sei brava e forte, o magari perché pensi che gli altri non siano all’altezza di aiutarti. Ma che ne sai a otto anni se gli altri sono all’altezza di aiutarti o no? Forse l’hai chiesto, una volta, l’aiuto, e sei rimasta delusa. I bambini ricordano tutto. Solo che poi da grandi se ne dimenticano. Rimane solo l’effetto dell’oltraggio subito. E vanno in analisi. A volte per anni. Per disseppellire qualcosa che, a ben pensare, meglio sarebbe se restasse sommerso.

Ho detto a mio figlio che forse lui perde i capelli per un trauma infantile di cui non ha memoria. Gli ho detto che voglio aiutarlo altrimenti non potrò reggere i sensi di colpa. Ho detto: – Qualunque cosa tesoro. La elimineremo alla radice.- Mi ha guardata, serio, ci ha pensato, ancora più serio, e ha risposto: – Fermo restando che capita a noi uomini, superati i venticinque anni, di cominciare a perdere i capelli, in realtà credo che il trauma di avere una sorella maggiore possa essere stato il fattore scatenante, sì. Quindi se pensi di poter fare qualcosa al riguardo per eliminare il problema, io e i miei capelli te ne saremmo enormemente grati. –  I figli, che bella invenzione!

 

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2 thoughts on “I figli, che bella invenzione! [da “Quella volta che sono morta”]

  1. sei un mito Cetta !! Ma tuo figlio di piu’ :)) ahahahhh ma quanto mi hai fatta ridere? Io credo ad ogni riga che hai scritto sono sicura che e’ tutto verissimo .ahahh ancira rido a oensarti alle prese con le rughe di terza.

    ma questa frase mi ha fatto riflettere
    “È così che comincia l’isolamento. Non sono gli altri che ti ci mettono. Ci vai da sola.” …vero

    • Eh già. Tutto il romanzo è così, perché sono convinta che ridendo e sorridendo si riflette meglio. Felice di averti regalato un momento di leggerezza!

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