Pendolari, un racconto per Halloween

I racconti dell’orrore. O del terrore. O da brividi. Insomma, quei racconti che, secondo la tradizione (non italiana, ma poco importa), si leggono a voce alta la notte di Halloween. Perché? Mah, forse per esorcizzare la paura, o forse perché, se letti ad alta voce, gli incubi notturni scompaiono, come d’incanto. Non ne avevo mai scritto uno. Letti tanti, ma scritti mai. E allora, su invito di Tutta colpa della maestra che ha creato un contest per l’occasione, mi sono cimentata. Lo potete leggere sul blog della maestra o qui. Tenetevi forte però, il treno dei pendolari sta per partire.

PENDOLARI

PENDOLARI

Ce l’avevo fatta. Con un salto degno della miglior Sara Simeoni ero riuscita a salire sul treno un attimo prima che le porte automatiche si chiudessero alle mie spalle. Il cuore lo sentivo battere nei piedi, tanto era accelerato. Trovai posto accanto a una giovane mulatta con neonato in braccio. Per fortuna stava dormendo. Il neonato intendo. Un passeggino rollava lievemente sul pavimento della pensilina di accesso. “Perché mai non ha bloccato le ruote!” Ma si sa, le giovani mamme mulatte non hanno molto senso pratico. Neppure quelle europee, se è per questo. La signora ultra ottantenne in fondo al vagone tirò fuori un foglio con strani simboli disegnati sopra. Li vedevo in trasparenza, da dietro, al contrario. Un attimo dopo mi resi conto che erano note e quel foglio uno spartito, perché la signora si mise a cantare. C’è sempre gente strana sul treno delle 15,00. Il ragazzo rumeno prese il cellulare che suonava al massimo volume una canzone rumena e cominciò a sbraitare in rumeno a qualche rumeno dall’altra parte del mondo. “Ma che avrà mai da urlare tanto. E perché gridano sempre questi qua. Sembrano perennemente incazzati col mondo.” Che poi, a pensarci bene, pure in Calabria tutti gridano quando si parlano. Un modo diverso di aggredire l’altro, che se non puoi farlo con le mani lo fai con la voce. Che modo idiota di comunicare. Da sfigati. Da pecore.

Il treno si fermò alla stazione e nessuno salì. Nessuno scese. “Strano. C’è sempre tanta gente qui.” Lo prendevo ogni giorno quel treno di pendolari, e potevo commentare ogni tappa in base alla varia umanità che saliva e scendeva. Il treno ripartì. Le porte erano rimaste aperte. “Cazzo! Questo è matto!” Mi guardai intorno. Nessuno parve accorgersi di quella anomalia. – Signori avete visto il controllore? Qui le porte sono rimaste aperte! – La signora ultra ottantenne continuò per qualche secondo il suo canto, poi si fermò e mi fissò. – Sssttt! Non mi distragga! Ora devo ricominciare! – La fissai con la bocca spalancata e lei riprese imperterrita a cantare. Mi alzai e andai verso il ragazzo rumeno che aveva alzato, se possibile, il volume del suo sbraitare. Con le porte aperte il rumore che proveniva da fuori era infernale e, giustamente, lui non sentiva bene. Questa cosa non mi è mai stata chiara. Perché quando uno non sente bene alza il proprio volume della voce? Forse perché per simpatia anche l’interlocutore diventa sordo? Il treno accelerò la sua corsa e prese una curva a tutta velocità. Il passeggino prese il volo fuori dall’apertura nel preciso istante in cui il neonato in braccio alla mamma mulatta si svegliò e cominciò a piangere. “Ben ti sta, scema!” Mi stavo decisamente irritando col mondo intero. Non riuscivo a tollerare la stupidità, e quel vagone mi pareva decisamente privo di persone minimamente pensanti. – Oh, ma insomma, qualcuno oltre me si rende conto che è PERICOLOSO viaggiare a questa velocità con le porte aperte, o no? – Dal vagone accanto entrarono due ragazze e un ragazzo, apparentemente cervello-dotati. – Signora, anche qui le porte non si sono chiuse? – Avevano l’aria sufficientemente spaventata, e l’informazione che recepivo in quel momento era che tutto il convoglio viaggiava con le porte aperte. “Che cavolo di guasto!” Mi alzai e percorsi il treno passando da un vagone all’altro e tenendomi a debita distanza da tutte quelle porte spalancate sul fuori. Vedevo alberi, case, strade, prati, sfrecciare a velocità sempre maggiore da quelle bocche vuote, mentre si creava un vortice che rischiava di risucchiare qualunque cosa si fosse trovata alla giusta distanza.

Alcuni viaggiatori cominciarono ad animarsi, preoccupati. Un gruppetto di facinorosi, dopo essersi lamentato a voce alta (urlavano tutti ormai) dello scempio delle ferrovie, dello schifo in cui si trovava l’Italia, delle colpe di tutti i politici e della crisi e del malgoverno, decise di partire lancia in resta a caccia del controllore. – Non c’è il controllore. Vengo da un tour guidato di tutto il treno e il controllore non l’ho visto. – La mia comunicazione di servizio li lasciò sbigottiti. Come non c’era il controllore!? E adesso come facciamo qui? Domande mute ma chiaramente leggibili negli sguardi smarriti. Eravamo tutti immobili nel vagone centrale. Tutti noi che consapevolmente avevamo pensato di dover fare qualcosa. Gli altri passeggeri erano rimasti ai loro posti a fare quello che stavano facendo prima. La signora ultra ottantenne continuava a cantare, la si sentiva anche da lì. E il neonato piangeva. E il rumeno gridava al telefono. Di colpo il treno si fermò. Un sospiro collettivo accompagnò il soffio stridente dei ferri sui binari. Sempre immobili fissammo le porte. “Ora si chiudono e il treno riparte. Sì, si sono accorti del guasto e, giustamente si sono fermati. Ora chiudono tutto.” Eravamo fermi in mezzo al nulla. Prati e vallate intorno. Le porte però restavano aperte e il treno fermo. “Forse il guasto è più importante del previsto. Ora arriverà il capotreno e chiuderà queste porte a mano.” Nulla. Cominciammo a guardarci l’un l’altro, con una vaga e lontana idea di panico che cominciava a prendere forma tra i neuroni confusi. Un altro soffio pneumatico e, finalmente, le porte si chiusero. – Ooohhhh! – Quello era il suono del sollievo. Poi il treno ripartì, e le porte si aprirono di nuovo. – Aaaahhhh! – Quello era il suono del terrore.

La donna mulatta col neonato volò via dalla porta come era già successo al passeggino. Si era incautamente affacciata all’apertura per guardare fuori nel momento in cui il treno era ripartito. Cosa pensava di trovare? Forse il passeggino attaccato al predellino per le cinture di sicurezza? – Andiamo dal capotreno! Ci sarà un modo di sistemare questa follia! – Partimmo, io, il gruppetto di facinorosi e i ragazzi con l’indice QI nella norma, diretti alla testa del treno. Non era facile passare da un vagone all’altro senza farsi risucchiare da quelle bocche spalancate. Giungemmo dietro alla porta del locomotore. C’era un chiasso infernale che proveniva dall’interno. Bussammo. Ancora. Più forte. Nulla. Il gruppetto di facinorosi, ora terrorizzati e incazzati, prese la rincorsa come un sol uomo e si scaraventò contro il battente, che si spalancò. Nessuno. Non c’era nessuno. In compenso anche la porta esterna di accesso al posto di guida era aperta. – Questo cazzo di treno non lo guida nessuno! – E allora chi lo aveva fermato nel bel mezzo della campagna? Chi aveva chiuso e riaperto le porte? E cos’era quella cosa luccicante che arrivava a tutta velocità davanti a noi, verso di noi, contro di noi?

Non devo più mangiare peperoni di sera, che poi la notte guarda tu che razza di film mi faccio!

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