I have a dream, quando sognare era andare oltre…

confine

Immagine presa da qui

“Andiamo oltre”. Lo diciamo spesso, quando quel discorso si sta avventurando per sentieri sconosciuti e soffermarsi non è salutare, o quando mancano gli argomenti per supportare la nostra tesi. O anche quando riteniamo di esser stati capiti a sufficienza. Andiamo oltre. Possiamo interpretare questa frase in più modi, ma due sono i cardini su cui si poggia, entrambi negativi e positivi allo stesso tempo: un’azione presente e una collocazione futura. Una scelta da fare ora, subito, quella di muoversi, andare, superare, valicare un confine che ci porterà verso un oltre ignoto, in divenire. Operiamo questa scelta anche quando sorvoliamo sulle brutture che quotidianamente incontriamo, per strada, leggendo un giornale, al lavoro. In questo caso quell’andare oltre significa indifferenza, ché soffermarsi vorrebbe dire impegnarsi, e non ce l’abbiamo il tempo e l’energia in questo momento storico in cui siamo tutti concentrati su noi stessi, sulla nostra sopravvivenza.

Ma io amo l’accezione positiva di questa frase così importante, quella che mi spinge ad arrivare ai miei limiti e cercare di superarli per vedere cosa c’è dall’altra parte. Ci sono frontiere dentro noi stessi che a volte non superiamo per paura. Ci fermiamo lì, alla dogana delle nostre possibilità, e ci rifiutiamo di pagare il dazio. Prevale il timore di ciò che perderemmo superando quel confine rispetto all’incognita di un futuro guadagno. Eppure il guadagno è proprio lì, in quel superamento. Perché un confine, una frontiera, è una porta girevole, che si chiude da una parte e si apre dall’altra. Sono queste porte la spinta propulsiva verso il futuro, la scoperta, la rinascita.

Stiamo vivendo una crisi nella quale ci viene impedito di andare oltre. Siamo tutti giunti al nostro limite, individuale e collettivo, ma non abbiamo il coraggio di sfondare quella porta per vedere cosa c’è dietro, ché ci hanno fatto credere in qualcosa di peggio. E allora stiamo tutti fermi, nell’immobilismo più assoluto. Ricordo le passioni del passato, quelle che hanno smosso intere generazioni e scosso le coscienze, fino a trasformare la storia e il nostro vivere di oggi. Eravamo “cazzuti” allora, e forse incoscienti, ma certo intraprendenti e coraggiosi. Perché avevamo speranze che alimentavano i sogni di poter cambiare qualcosa. Sapevamo sognare, e lo facevamo alla grande. E quei sogni erano dentro di noi, ce lo ricordiamo bene. Dobbiamo solo andare a riprenderceli, ricominciare ad alimentarli e insegnare ai nostri figli come si fa. Dobbiamo tornare ad essere insegnanti di vita e “andare oltre”.

Un giorno un uomo disse, davanti a tanta gente, “I have a dream”, e fece uno straordinario elenco di desideri e sogni e speranze. E il mondo cominciò a cambiare da quel momento in poi. Quell’uomo si chiamava Martin Luther King, e sapeva sognare alla grande.

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2 thoughts on “I have a dream, quando sognare era andare oltre…

  1. Cara, mi permetto di pubblicare qui la nostra riflessione dopo Lucca Comics and Games perché in qualche modo tocca proprio il tuo stesso punto (l’abbiamo definita ‘la fiera dell’oltre’), prendendola da un altro punto di vista (che so starti molto a cuore). Mi farebbe piacere sapere che ne pensi! Buon fine settimana, Federica da Bibliocartina
    http://www.bibliocartina.it/tutto-cio-che-possono-insegnarci-lucca-comics-and-games-e-i-suoi-200mila-spettatori/

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