C’era una volta: il diario

Diario di Nick Cave, immagine presa da qui

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Una volta c’era il diario. Oggi ci sono il web e i social network. Abbiamo tutti un bisogno spasmodico di comunicare, qualunque cosa, e lo facciamo scrivendo, ma questo non equivale ad essere scrittori anche se tutti pensiamo di esserlo. In realtà, forse senza saperlo, ambiamo ad essere comunicatori. Forse perché temiamo di non essere ascoltati, e in fondo se ci si pensa bene è proprio così: scriviamo perché da troppo tempo abbiamo paura del silenzio che ci circonda. Si comunica per bisogno e si scrive per paura.          
Quando esisteva il diario, questo era prevalentemente segreto, il custode intimo e sicuro dei nostri pensieri, delle nostre angosce, dei nostri desideri. Guai a far conoscere in giro i nostri sentimenti, guai a denudare la nostra anima. Si viveva un tempo di oscurantismo psicologico per cui i nostri disagi dovevano restare nascosti mentre la massa sociale ostentava forza e sicurezza. Parlo degli anni sessanta/settanta, quando, se qualcuno manifestava qualcosa di diverso, veniva immediatamente isolato o mandato in analisi. E allora si ricorreva al diario segreto. Oggi si sbandiera tutto invece. Se il web ha facilitato e incentivato la comunicazione, ha anche alimentato la smania di protagonismo di molti, o forse di tutti, per cui passiamo il tempo a comunicare scrivendo e lo facciamo di continuo, senza preoccuparci di fermarci ad ascoltare chi sta facendo la stessa cosa. Un continuo cianciare e pestare sui tasti, perché a volte è l’unico rumore che riusciamo a percepire, e ci consola. Eppure questo è triste e inutile, una condanna definitiva all’isolamento.     

Io scrivevo all’epoca, sul mio diario, e scrivo adesso, ovunque. E mi sono interrogata sulle mie motivazioni. Perché ho scoperto che preferisco comunicare di persona, per avere la certezza di essere ascoltata e, sopratutto, di ascoltare. E ho scoperto che il mio rapporto con la scrittura parte dal mio piacere per la lettura, e che le due cose sono strettamente connesse. In fondo ho sempre avuto storie dentro di me, chi non ne ha, e più leggevo più ne scaturivano. E scriverle era il solo modo per non dimenticarle. Scrivo per il mio diletto insomma, e non voglio comunicare nessun messaggio particolare. E allora, direte voi, perché pubblichi i tuoi libri? In fondo potresti limitarti a scriverli e rileggerteli da sola. Li pubblico perché mi piace, tutto qua, per provare il gusto, un domani, di parlarne con altri e ascoltare le loro suggestioni. Lo faccio per il mio piacere e questo credo sia l’unico, vero motivo per cui valga la pena fare qualsiasi cosa.

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3 thoughts on “C’era una volta: il diario

  1. Diciamo che ci sono parti che condivido e altre che, a mio parere, sono troppo buoniste.
    Ad esempio, ritengo condivisibile. «(scrivere un diario) questo non equivale ad essere scrittori anche se tutti pensiamo di esserlo.»
    Mentre questa tua affermazione non mi trova solidale: «Si comunica per bisogno e si scrive per paura. »
    Invece il finale mi piace e mi fa sorridere, mi svela un micron di Cetta e di nuovo sorrido di simpatia: «Lo faccio per il mio piacere e questo credo sia l’unico, vero motivo per cui valga la pena fare qualsiasi cosa.».
    Ciao, Flami

    • Ti ringrazio per il commento. Si comunica per bisogno va contestualizzato all’oggi, come pure la paura che ci spinge a scrivere, è la paura di non emergere dalla massa degli onniscriventi e onnicomunicanti (neologismi, ma spero si capisca). Ma può anche essere la paura di dimenticare o, di più, la paura di essere dimenticati.

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