Incontri: Fossati dalla musica ai libri #LibriCome

Fossati

Ieri sono andata all’Auditorium. Volevo incontrare amici, respirare libri e ogni tanto Roma si inventa cose tipo #LibriCome e allora bisogna approfittarne. Sono andata alla cieca, senza neppure aver letto il programma, e mi sono trovata, del tutto casualmente, ad assistere alla presentazione del libro di Ivano FossatiTretrecinque” [Einaudi]. Mi è parso significativo. Per chi di voi non lo sapesse, io apprezzo oltre misura questo artista nell’ambito in cui da sempre si esprime, quello musicale, e un suo brano è citato nel mio primo romanzo, anzi direi che il testo stesso della canzone “C’è tempo” è un po’ il motore di tutta la storia. Quindi l’ho ascoltato con assoluto interesse ed emozione.

Non lo avevo mai incontrato prima, e mi ha colpita la grande simpatia e la gentilezza che ha profuso per oltre un’ora, mentre parlava del suo libro abilmente guidato e stimolato da un Marino Sinibaldi incontenibile (e come non capirlo, lo sarei stata anche io). Si è trattato di un dialogo aperto, dove i riferimenti alla vita musicale di Fossati erano ricorrenti. Non dimentichiamo che l’artista ha annunciato, un paio d’anni fa, il suo ritiro dalle scene (ma davvero si può smettere di fare/pensare/sognare la musica?), per cui questo suo ritorno in veste di scrittore ha destato non poca curiosità.

Io lo ascoltavo parlare, ed era curioso come mi pareva di sentire le parole delle sue canzoni, di esserci dentro, avvolta. Fossati parlava e pareva stesse cantando. Ma queste sono suggestioni. Però mi ha incuriosita a tal punto che ho deciso che avrei comprato e letto il suo libro. Non perché si trattava di lui, ma per il fatto che la credevo una bella storia e molto ben scritta.

Fossati_02

Ciò che mi ha fatto decidere ancora di più è stata però una cosa che ha detto e sulla quale ho riflettuto. Quando Sinibaldi gli ha chiesto il perché avesse deciso di scrivere un romanzo la sua risposta è stata straordinaria: “Io non avevo alcuna intenzione di scrivere un romanzo. Non sono uno scrittore. Ma il direttore di Einaudi me lo ha chiesto, mi ha ripetuto più e più volte che potevo farlo, mi è stato dietro per mesi, e alla fine l’ho fatto. Poi ho lavorato a lungo con gli editor…”
Ecco, voi direte, cosa c’è di strano? Sul fatto che un gruppo di editor abbia lavorato con lui al suo libro non c’è nulla di strano, anzi, ben venga. Ma sul fatto che un artista, che neppure se lo sogna di scrivere un libro, che non ne ha l’intenzione magari perché “non è il suo mestiere”, che costui venga “corteggiato” da una casa editrice come Einaudi affinché lo faccia, questo ci dà la misura della situazione editoriale nel nostro paese. Senza nulla togliere al romanzo di Fossati (che ho cominciato a leggere e che, specie se paragonato a quelli di altri non-scrittori, è un gran bel lavoro), la sua affermazione disarmante evidenzia, semmai ve ne fosse stato il bisogno, che le CE sono aziende che fanno commercio, business, che puntano sul pubblico seguace dei VIP per vendere, che contano sull’onda emozionale che un artista può trasmettere (Fossati che lascia le scene è stata notizia shock) per avere la certezza di rientrare dell’investimento. Non esistono gli scrittori, esistono i libri al di fuori di ogni altro contesto, prodotti da smerciare e sui quali ricavare. Punto. Scordiamoci l’idea illusoria delle CE scopritrici di talenti letterari. Chiunque può scrivere. L’importante è che il libro sia venduto e produca guadagni prima ancora di essere pubblicato.

E allora, mi domando, tutti coloro che scrivono sul serio, che lo fanno per arte e per mestiere, che fine faranno? Imbracceranno una chitarra e canteranno ai concerti?

autografo_fossati

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