Come Pollicino nel bosco. [La mia vita in Germania]

donna-al-finestrinoChissà cosa provavano gli emigranti del secolo scorso, quando impacchettavano la loro vita e partivano per mete lontane, lontanissime, con l’unica certezza che “là c’è un futuro”…

Io non sono lontanissima, e soprattutto non vivo nel secolo scorso. Posso prendere un treno, un aereo, e in pochissimo tempo tornare a casa. Perché, nonostante la mia partenza, casa mia non è qui. Sono giorni di riflessione questi. Giorni in cui faccio il bilancio di ciò che ho lasciato e ciò che ho trovato. Ne ho il tempo. La solitudine è il peso maggiore da sopportare, e non parlo di solitudine per mancanza di gente (che comunque è davvero pochissima). Parlo di solitudine dovuta all’isolamento. Penso a chi, per scelta, va a vivere in mezzo alle montagne, o a fare l’eremita. Ma come fa? Io qui, in mezzo a questa neve e a questi boschi, mi sento come Pollicino, sperduta.

Ma ho voluto scegliere di darmi un’opportunità, quella di un lavoro ben retribuito, quella di confrontarmi con una realtà sociale più solida e concreta. Eppure mi domando se la solidità e la concretezza non dovremmo cercarle prima dentro noi stessi. È un tarlo questo, che nelle notti silenziose, in questo hotel da romanzo di Steven King, non mi dà tregua.

Qui le persone mi salutano per strada. Nessuno guarda l’altro in cagnesco, le auto possono restare aperte. C’è fiducia. Magari non li capisco quando parlano, ma capita anche che un tizio mi vede smarrita e mi indica, solerte e sorridente, dove posso bere una tazza di caffè (devo avercelo scritto in faccia che ne ho bisogno…).

Poi ci sono le dinamiche lavorative. Pensare che un ristorante italiano debba proporre vitel tonné o penne alla vodka, perché questo i clienti tedeschi si aspettano, mi fa uno strano effetto. La nostra cucina si è evoluta dagli anni ’80, ma l’immaginario degli ex turisti teutonici no. Devo andare a ripescare tutto nel mio cassetto dei ricordi. Chi l’ha detto che bisogna lasciarsi tutto alle spalle? Io, l’ho detto io, ma non è vero. La mia italianità mi serve tutta, perché è l’unica vera forza che ho, ed è triste pensare che a casa mia non serva a niente.

Pollicino era furbo e con uno stratagemma ritrovò la strada di casa. Io sono più furba di lui.

“It’s a long train running. My life…”

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2 thoughts on “Come Pollicino nel bosco. [La mia vita in Germania]

  1. L’immagine della viaggiatrice che si riflette nel finestrino non potrebbe essere più appropriata. Quello che vedi (vediamo) fuori è quello che c’è dentro, sia dal punto di vista personale, sia dal punto di vista sociale.

    Ma i due mondi non stanno separati: fuori e dentro lo specchio, le cose si mescolano.

    Andare in Germania è proprio rimescolare quello che avevi dentro e quello che vedi fuori, in un posto così lontano, lo porterai dentro di te.

    Mi intendo poco di cucina, ma lo sai cosa vuol dire il mio alias: dire la mia anche sulle cose che non conosco! 🙂
    Ebbene, per me cucina italiana non vuol dire tradizione, quella qualsiasi ristoratore NON italiano la può copiare egregiamente, ma creatività. Quella non si copia e non si esporta. Sbizzarrisciti, lasciali a bocca aperta!

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