Roots, a sud dell’anima. [La mia vita in Germania]

Immagine presa da qui

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Ogni tanto torno qui, in questo angolo di Sud che è anche il sud della mia anima, se vogliamo. Ci torno quando sto bene, perché posso farlo, perché posso concedermi il lusso di perdermi dal resto del mondo. E ci torno quando sto male, perché perdermi dal resto del mondo è l’unico modo “serio” di ritrovare me.

Guardavo i pezzi di me ammassati tra la testa e i piedi e mi domandavo cosa ci fosse di diverso dal solito. Forse erano proprio gli occhi ad essere cambiati, lo sguardo non era più così diretto, così scanzonato. E se gli occhi cambiano anche le prospettive sono sbilenche, il dietro passa avanti, il sotto diventa un sopra, l’ordine armonico dell’insieme appare come un caos indefinito. Come questa cosa che ho appena scritto. Devo avere refusi di confusione tra le mie sinapsi. Perché sono tornata qui a curarmi, ma la guarigione non è mai immediata. Questo è importante. Perché una guarigione repentina potrebbe farci perdere il significato profondo della malattia.

Questo luogo ha un potere magico, forse metafisico, di certo incomprensibile per coloro che lo disprezzano più o meno apertamente. Sono davvero tanti quelli che si domandano “Ma che cavolo ci vai a fare lì?”. Perché in fondo qui c’è poco o nulla. Se non fosse per questa attrazione primordiale, una perfetta mescolanza di energia del mare, del sole, della terra, il mio azimut celeste personale dove al centro ci sono io e nessun altro, dove la visuale verso l’orizzonte è chiara, priva di ostacoli, dove gli occhi tornano occhi e non semplici orbite nel bel mezzo della faccia. Qui guardo e mi guardo, senza veli. Qui riesco a prendere le distanze e, allo stesso tempo, andare in profondità senza paura.

Negli ultimi mesi ho dato alla mia vita scossoni che neanche un terremoto avrebbe potuto. Scossoni emotivi, esistenziali, strappi alla fitta e omogenea trama delle mie certezze acquisite. L’ho fatto – e continuerò a farlo probabilmente – perché ci sono percorsi che è inutile perseguire se non portano da nessuna parte. Quando l’unico dato certo è l’obbiettivo che si vuole perseguire, cambiare strada per raggiungerlo è saggio. Doloroso, faticoso, ma saggio.

Però ci si può anche perdere. Le strade nuove sono insidiose, nascondono trabocchetti insoliti, – perlopiù architettati da altri che le hanno intraprese in precedenza, e che vogliono confondere gli schemi per sviare eventuali pretendenti al trono di Bengodi – fiaccano gli animi degli arditi. Per questo sono venuta qui. Per rigenerarmi. E sarà questa luce già dorata della sera, sarà quest’aria in perenne movimento e che sa di sale, saranno questi colori netti e vividi del mattino; sarà che qui c’è il succo di ciò che sono e di ciò che sarò, il mio DNA storico; sarà che qui la mia zattera trova riparo anche se c’è vento di maestrale. Sarà per queste e tante altre ragioni valide o meno valide, ma questo Sud che ho nell’anima mi fa sentire anche più bella.

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