#Incipit/01. Come comincia una storia?

Immagine presa da qui

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A proposito di incipit, un tempo mi chiedevo da che parte, come e perché si cominciasse a scrivere una storia. “Dal principio”, mi rispondevo, perché quando raccontavo un fatto, un avvenimento, a qualcuno tanto ardito da ascoltarmi, cominciavo da lì. Poi mi sono resa conto che non era sempre vero. A volte cominciavo da un antefatto, o da una premessa, o facevo un lungo preambolo, o, peggio ancora, esordivo con “Ti ricordi..?”, e il mio povero interlocutore era spacciato. Leggendo e leggendo e poi leggendo ancora centinaia – forse migliaia – di libri, ho capito che c’è un’enorme differenza tra la narrazione orale e quella scritta. L’inizio di una storia scritta deve essere un attrattore potente, perché il lettore non è lì davanti, non lo si può incatenare alla sedia per costringerlo a conoscere il seguito. Quindi le parole devono essere scelte con cura e il fatto, l’evento da cui il racconto prende il via deve essere importante, quasi il cuore pulsante della storia stessa. L’incipit, così si chiama, deve incuriosire.

Detto questo (cose che molti di voi già sapevano, ma sempre meglio rinfrescarsi la memoria), ultimamente sto scrivendo molto, forse troppo. Rileggendo tutte le parole messe nero su bianco mi sono accorta che sto scrivendo più storie, perché ho diversi incipit. Quindi ho pensato che la vostra opinione potrebbe farmi fare una scelta: cosa distruggere e cosa no. Perché quando si accantona una storia, meglio non lasciare tracce…

Ecco il primo incipit. A voi i commenti.

<< Una volta conoscevo un tizio che si chiamava Pepe.>>
<<E questo dovrebbe in qualche modo interessarmi?>> Ha ragione lei, in fondo. A chi importerebbe di un tizio che si chiama Pepe? Continuo a rimestare ricordi insulsi nei momenti meno opportuni, come questo. La signorina dell’agenzia interinale scuote la testa e scrive qualcosa sul mio curriculum. Non riesco a sbirciare. Avrà scritto che sono una persona che si distrae facilmente, nella peggiore delle ipotesi. O magari che sono una creativa, nella migliore. La verità è che sono ormai talmente disperata da non avere più il controllo della mia realtà, dei miei pensieri, di ciò che dico e faccio. E poi ho fame. Ho sempre fame, una fame suina, da divoratrice troglodita.
<<Bene, ho inserito la sua anagrafica nel database. Appena ci sarà qualcosa di adatto al suo profilo la chiameremo.>> Perché usa il plurale? “La chiameremo”, come se nel momento clou, quando si deve fare la telefonata che il candidato aspetta, quella che gli cambierà la vita, si mettessero lì in gruppo: uno compone il numero, un altro tiene il telefono, un altro ancora legge i dati. Una bella notizia collettiva. Le brutte notizie invece si danno sempre da soli, in stanze asettiche con la luce bassa. Non sono necessari testimoni nelle disgrazie. Quando mi hanno licenziata, una vita fa, mi sembrò di essere nello studio di un medico che mi comunicava la mia malattia terminale. La combatto da allora, ma non ho ancora trovato il farmaco giusto.

Esco nel sole di mezzogiorno e mi fermo un istante davanti al portone del palazzo umbertino. Mi sono chiesta spesso cosa ci fosse dentro questi palazzi dall’aria austera che soffocano il centro di Roma. Se non ci fosse il Tevere a separarli, se non ci fossero qua e là testimonianze di un passato ancora più remoto e glorioso, sembrerebbero giganteschi alberi di una foresta decadente e cristallizzata. Alberi silenziosi, senza vento tra le fronde, senza vita volatile. Invece ho scoperto che, per lo più, sono abitati da professionisti e da agenzie di qualcosa: immobiliari, di servizi, letterarie, di modelle, di casting, di corsi di lingue, interinali. C’è un agenzia per ogni esigenza, intermediazioni per qualunque tipo di confronto, come se avessimo perso la capacità di incontrare l’altro da noi, di raccontarci, di interagire. Le agenzie sono le madri sociali degli adulti, solo che hanno sempre un costo e si dimenticano presto dei loro figli spuri. Quella signorina potrebbe già aver cancellato il mio file. Come la altre signorine delle altre agenzie. Questo spiegherebbe perché nessuno mi chiama mai.
“Chissà cosa mi direbbe Pepe…” Eccolo di nuovo. Pepe. E non ho mai capito il perché di quel nomignolo da cucciolo. Il suo vero nome era Giorgio… La nostra frequentazione cominciò in seconda media e terminò più o meno in seconda liceo, quando sparì dalla circolazione per andare alla Nunziatella, a fare il cadetto. Solo quattro anni, molto meno del tempo che ho trascorso con tutti gli altri miei amici d’infanzia, eppure per qualche bizzarro motivo, in questo momento difficile della mia vita mi viene in mente solo lui.
Dall’altro lato della strada c’è un bar dall’aria abbastanza malfamata. Il luogo giusto per mangiare qualcosa con pochi spiccioli. Ho imparato a dosare i centesimi, a fare rapidi calcoli mentali su ciò che conviene in giornate come questa: tornare a casa, spendere per il biglietto del bus, procrastinare il momento del pasto aumentando la fame, cucinare qualcosa che non è mai abbastanza perché a quel punto sarà tardi e vorrò altro da mangiare, – mi conosco – o spendere ora, subito, tre euro in questa bettola per due tramezzini grassi e succulenti e un caffè, – l’acqua è gratis – farmi il tragitto vero casa a piedi, senza fretta, e magari approfittarne per distribuire il mio curriculum strada facendo. La seconda ipotesi è sempre la più conveniente. E poi servirà a far passare il tempo. Ricordo quando non ne avevo neanche per respirare, e dovevo utilizzare la notte per le mie cose personali: leggere, scrivere, fare ricerche su internet. Amare. Ora cerco di riempire i miei spazi vuoti – troppi – con tanta attività fisica, così mi sfinisco e dormo subito, la sera.
Mi concedo il lusso di sedermi al tavolino fuori, sul marciapiedi. Finiscono troppo presto questi tramezzini, ma tanto non c’è nessuno, quindi posso prendermela comoda a sorseggiare il caffè e rollarmi una sigaretta.
<<Quanto?>> Il tizio, sporco e sufficientemente puzzolente da farmi risalire in gola l’ultimo boccone di tramezzino, mi guarda con occhi opachi ma che conservano un guizzo di avidità da qualche parte, avidità pericolosa se non soddisfatta.
<<Quanto?>> mi ripete, facendo cenno verso la sigaretta che mi sono appena confezionata. La guardo. Mi pesa un po’, lo ammetto, considerata la mia situazione economica, ma decido che è meglio dargliela, per evitare problemi maggiori.
<<Niente, tieni.>> Il tizio la prende con due dita ad artiglio, le unghie lunghe e sporche di nero, e io faccio bene attenzione a non farmi neanche sfiorare. Ha la bava alla bocca. <<Che è? Hashish?Erba?>>
<<Ma che cazzo dici! E me la rollavo qui al bar secondo te? Tabacco, questo è! Niente di illegale!>> Lui mi guarda, il guizzo di avidità che lentamente si spegne nell’angolo esterno dei suoi occhi opachi, fa mezzo giro su sé stesso… <<Che schifo di pezzente! >> e getta la mia sigaretta nel tombino al margine del marciapiede.
<<Ma nooo! Perché?!>> Ma lui già non mi ascolta più. Con aria disgustata si allontana, borbottando frasi smozzicate sul governo, la gente, i parassiti.
Mi ha dato della pezzente, lui a me, e questo d’un tratto mi fa ridere, tanto da non pensare più alla sigaretta perduta, a quegli otto centesimi finiti nel tombino.
Non mi arrendo ancora a questa situazione di povertà, però è vero, sono una pezzente, una che vive pezzi di tempo, di spazio, senza più riuscire a formare un intero appagante. Sono un pezzo di me, tanti pezzi di me, briciole di me. Pepe mi direbbe “Sii la prima a ridere, gli altri ti verranno dietro.” Ancora lui. E poi questo che c’entra? Un ricordo si insinua forte nella mente, mentre mi arrotolo un’altra sigaretta, il ricordo di un giorno di fine estate del secolo scorso. Il secolo scorso…

3 thoughts on “#Incipit/01. Come comincia una storia?

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