#Incipit/02 Una questione di “attrazione”

snoopy-scrittore

Dopo la pubblicazione del primo incipit, sui social si è dibattuto della sua reale importanza. Io resto della mia opinione: l’incipit deve “attrarre“. Deve avere quel potere suggestivo che incolla il lettore alla parola scritta, per averne di più. A volte mi capita di scorgere tutta la storia lì, in quelle poche righe. Devo solo lasciare che si sviluppi, che prenda corpo, che i personaggi si affaccino per dire la loro, per fare la loro parte. Spesso i miei incipit traggono la loro origine addirittura da un titolo, come in questo caso. “La storia del Re eremita”, questo mi venne in mente qualche mese fa. E da lì ho cominciato a scrivere.

L’incipit è questo. Come sempre a voi i commenti.

L’avevano battezzata Isacca, la figlia sacrificale, quella salvata all’ultimo momento per volere divino. L’avevano chiamata così perché Mosè non era nome da femmina. Le suore dell’orfanotrofio l’avevano trovata nuda, in una pozzanghera fuori dal portone dell’austero edificio di via Frangipane, piccolo sacchetto di ossa e carne che ormai non aveva più neanche la forza di urlare. Era destinata a morire Isacca. O a salvarsi. Si attaccò con vorace ostinazione alla bottiglia di latte di capra che suor Maria era riuscita a procurare, succhiando dal cencio usato come tettarella fin quasi a strozzarsi. Poi spalancò gli occhi, rabbiosi e grati. «Chiudili quegli occhi, che mi inquieti!» le intimò la suora, e lei obbedì. Sarebbe stata una bambina docile e bellissima, e da quel momento tutti l’avrebbero chiamata Isabella.

Isabella non aveva madre né padre, anche se suor Maria, dopo qualche indagine in paese, una certa idea sulle sue origini se l’era fatta. Lei non era pettegola, ma aveva occhi e orecchie, e certi sussurri, certe frasi dette a mezza voce, certi atteggiamenti di colpa durante la messa non le erano sfuggiti. Pensò che Isabella avrebbe presto trovato una casa, una famiglia, o forse sarebbe meglio dire che lei avrebbe fatto in modo che ciò accadesse. Suor Maria e le sue consorelle erano postulanti indefesse e instancabili. Sapevano dove andare e a chi chiedere; sapevano lavorare ai fianchi e alla coscienza i signorotti in cerca di indulgenze; sapevano incutere soggezione e elargire benevolenza. In via Frangipane non arrivavano mai coppie di sposi disperate in cerca di un figlio da amare e accudire, ma accadeva sempre che quei figli uscissero dal portone per andare in gita, in visita da qualcuno, e non facessero più ritorno. Anche Isabella uscì un giorno di primavera. Aveva pochi mesi – forse tre o quattro, non si conosceva la data esatta della sua nascita – e suor Maria l’aveva tutta avvolta in una copertina bianca di lana, come un bozzolo, ed era uscita senza spiegazioni. Al suo ritorno era sola. «Isabella adesso ha un padre e una madre, e che il Signore ci aiuti… » E lasciò quella frase in sospeso, così, con tutti i presagi che si portava dietro.

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6 thoughts on “#Incipit/02 Una questione di “attrazione”

    • L’unico nesso è la radice Isa. Isacca sarà il nome ufficiale, Isabella quello con cui la chiameranno. Forse anche il destino è un nesso…

      • Mmm… io propongo due parole per esplicitare il nesso, che non mi è stato subito chiarissimo. Ero indeciso fra un errore e due persone diverse. Poi sono arrivato anche all’opzione che fosse la stessa persona con due nomi diversi. Ma ci sono arrivato molto dopo.

      • Allora ti svelo qualcosa. Isacca è la figlia sacrificale. Ci sarà un sacrificio… e questo avvenimento è legato alla sua bellezza, motivo per il quale viene chiamata Isabella. Nel sud Italia era consuetudine dare un nome a un neonato e poi chiamarlo in altro modo, magari per compiacere un parente o per il significato del nome o per tramandare. Questa storia non si svolge oggi, ha radici lontane e c’è di mezzo più di un mistero.

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