#Incipit/03 Quando la banalità diventa occasione

Immagine presa da qui

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Qualche post fa avevo scritto che l’incipit deve essere un potente “attrattore” e che, nella maggioranza dei casi, contiene il cuore pulsante della storia che da lì si dipana. Non è sempre vero, ovviamente. Capita di trovare incipit che depistano, per volere preciso dell’autore, incipit che non lasciano intendere dove la storia va a parare e che servono esclusivamente per incuriosire: la descrizione di un’atmosfera, una riflessione del protagonista, un fatto casuale raccontato come un indizio. Cominciare un romanzo così è rischioso e ci vuole una grande abilità narrativa, per cui chapeau a chi riesce a farlo con successo. Perché poi il resto della storia deve reggere, deve essere un crescendo tale da convincere il lettore che l’inganno dell’inizio sia più che giustificato.

Le mie storie, e quindi i miei incipit, spesso hanno origine dall’osservazione di eventi banali. La fila all’ufficio postale, una battuta colta in treno, un piccolo incidente domestico, il barbone che chiede l’elemosina, e così via, sono eventi, immagini che quotidianamente viviamo e ai quali spesso non diamo alcun peso. Perché non sono eccezionali. Eccezionale può essere però ciò che ne consegue se… È questo se che fa la differenza. Perché la bellezza dello scrivere sta proprio nella possibilità di creare derive diverse a fatti generalmente insignificanti. E se questo “evento banale” fosse contenuto proprio nell’incipit? Come fare a dargli quel pathos, quella forza attrattiva che incateni il lettore alla sedia? Io ci ho provato. Ho preso un accadimento stupido, ricorrente (un giorno ero particolarmente stanca e stufa), e ho provato a immaginare un diverso scenario.

Questo è l’incipit, a voi i commenti.

Alla fine, dopo aver fatto tutto quello che aveva da fare nella vita, dopo aver cresciuto due figli, accudito il marito e i genitori anziani, aver camminato, organizzato, lavorato, pensato e parlato, Emma lavò i due piatti della cena e si fermò. Scelse la sua poltrona comoda in salotto, indossò un vestito né estivo né invernale, appoggiò sul tavolino accanto una confezione intera di acqua minerale e un pacco di biscotti al farro, i suoi preferiti, e si sedette.
All’inizio questa faccenda non turbò più di tanto i suoi familiari. Certo pareva strano che, di colpo, la donna che da sempre si era presa cura di loro avesse bisogno di aiuto. Perché Emma si era fermata, e su questo non vi erano dubbi, ma aveva preso a dare ordini. “Portami il telefono.” “Prepara un caffè.” “Prendimi in braccio e portami in bagno. (Questa richiesta era rivolta principalmente al marito)”. Era sempre più perentoria col passare del tempo, e il tono di voce assumeva, pian piano ma inesorabilmente, una sfumatura di compiacimento cattivo, quasi sadico. – Ma non stai bene? Andiamo dal medico per un controllo? – Le chiedevano i figli preoccupati. – Sono solo stanca. Quando mi sarò riposata mi alzerò di nuovo. – Questa era l’immancabile risposta di Emma.

Passarono i giorni, poi i mesi, e gli anni. L’immobilismo di Emma divenne consuetudine, perché la vita va avanti e ci si abitua a tutto. La donna ingrassò talmente tanto che non si riusciva più a distinguere dove finisse lei e dove cominciasse la poltrona. Ovviamente il marito non poteva più portarla al bagno in braccio, così la dotarono di catetere e padella, e, ogni tanto, la svuotavano come si fa coi secchi della differenziata. Emma si perse i matrimoni dei figli, le nascite dei nipotini e il funerale del marito che, a un certo punto, stramazzò a terra in quella che una volta era stata la loro camera da letto. Non prima però di averle portato il suo succo di frutta preferito e una scatola di cioccolatini alla nocciola. Era il loro anniversario, e lui se ne ricordava sempre.

I figli di Emma presero una badante per accudirla, una donna russa alta e robusta. Si chiamava Irina e ben presto si impossessò di tutta la casa, tanto Emma non avrebbe potuto opporsi. Le rubò i gioielli, i bei vestiti di un tempo, tutti i soldi dal conto in banca. Però, per uno strano senso di correttezza professionale, si prendeva cura di lei. La lavava, la pettinava, la nutriva e parlava con lei, motivo per il quale i figli di Emma non ebbero mai nulla da ridire le poche volte che andarono a trovare la madre. Poi, dopo dieci anni, smisero di farle visita. Le fecero un’ultima telefonata, lo stesso giorno, quasi fossero d’accordo, e le dissero che sarebbero partiti, una per l’India e l’altro per l’America. Da quel momento Emma non seppe più nulla dei suoi figli per tanto, tanto tempo.

Un giorno, diversi anni dopo quella telefonata, Irina scivolò davanti a lei su una pozza di urina fuoriuscita dalla sacca del catetere. Aveva dimenticato di svuotarla, anche se in realtà le cose non stavano proprio così. Quella mattina di certo lo aveva fatto, allora come mai si era riempita di nuovo? In fondo non era neppure ora di pranzo… Questi pensieri attraversarono la mente di Irina mentre cadeva sbattendo la tempia contro lo spigolo del tavolino, mentre l’ultimo fuggevole e vitale sguardo coglieva quello obliquo di Emma. In qualche modo capì che era stata lei, che l’aveva fatto apposta, e, con questa consapevolezza nel cuore, Irina morì. Il cadavere della donna rimase sul pavimento a marcire e Emma, che sperava di contaminarsi coi suoi effluvi e tirare le cuoia, restò lì, in attesa della sua ora, e d’altronde non poteva fare altro. Ma non morì. Cadde lentamente in una sorta di letargo, un dolce abbandono a un sonno profondo.

Questo è ciò che avvenne prima. Tanti anni dopo i figli di Emma tornarono a casa, spinti da una qualche crisi di coscienza o forse dal bisogno di accertarsi se per caso ci fosse qualche eredità ad attenderli.
Tornarono insieme, come insieme se n’erano andati, e fu allora che Emma si svegliò. La storia comincia più o meno da qui.

4 thoughts on “#Incipit/03 Quando la banalità diventa occasione

  1. Beh, ti capisco. Anche io sono affezionata a quella storia, anche perché è ricca di sfumature e mistero. Ma la storia di Emma è abbastanza pulp da risultare, in certi punti, cinica e divertente. Credo che contiunuerò entrambe le storie, ma Isacca ha la precedenza.

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