Del #selfpublishing, degli autori #Indie e della mediazione nell’editoria. Tante domande, risposte nebulose.

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Oggi ho letto due articoli molto interessanti di Gino Roncaglia, pubblicati su Il Libraio lo scorso autunno. Interessanti perché offrono un’analisi accurata e senza preconcetti sul #selfpublishing e sul rapporto che questo fenomeno (pratica, attività) ha con l’editoria tradizionale. Il focus di tutta la questione è la mediazione, quel filtro che aiuterebbe il lettore a scegliere cosa leggere e come/dove/cosa acquistare.

Annosa questione… che non voglio riprendere qui, considerando il fatto che ne ho già parlato più volte, in diverse sedi, e che gli autori in primis cercano di risolverla senza, fin’ora, essere venuti a capo di nulla (o quasi). Il fatto di esserci addirittura dotati di Manifesto Etico (lo trovi qui), dimostra quanto gli scrittori Indie siano sensibili al problema del rapporto col lettore, e non solo per riuscire a vendere più libri. Avere un proprio pubblico sarebbe la dimostrazione che non si è lavorato invano (scrivere un romanzo, pubblicarlo, promuoverlo è un lavoro) e che si è raggiunto quell’obbiettivo primario e imprescindibile che ogni scrittore persegue: essere letti. Narcisismo? Mania di protagonismo? Bisogno di comunicazione? Sicuramente c’è anche questo, non raccontiamoci storielle. Quanto ci sentiamo pavoni quando qualcuno, per strada o sul treno, ha in mano il nostro libro? O quando su un social network consigliano di leggerci perché ne vale la pena? Il nostro ego smisurato gode, diciamolo. Ma, c’è un grosso ma. Questo capita a tutti coloro che decidono di cimentarsi con l’arte (musica, recitazione, arti visive), perché è un terreno instabile su cui camminare (figuriamoci correre) in quanto mettiamo in gioco noi stessi, il nostro presunto talento. Dichiariamo al mondo di essere bravi e pretendiamo di essere creduti. E non perché abbiamo studiato o abbiamo fatto esperienza (i professionisti, dagli artigiani agli ingegneri aerospaziali, ne fanno di gavetta prima di essere presi in considerazione!), ma perché abbiamo un dono. E un dono va condiviso. Quindi cantiamo, calchiamo le scene, imbrattiamo muri e tele e… scriviamo. Ok, l’ho buttata giù pesante, lo ammetto, ma io quando rifletto devo arrivare in fondo, molto in fondo, e poi provare a risalire. Per fortuna ci sono le debite eccezioni che ci salvano dal disastro.

Parliamo di me. So scrivere? Mah, c’è chi dice sì, c’è chi dice ni. Qualcuno dice anche no. Io so solo che amo scrivere, che amo raccontarmi storie e che a volte queste storie mi piace raccontarle ad altri. Se esistessero ancora i cantastorie alla corte del re io sarei uno di loro. Oggi la corte del re è il web, coi social network e i blog, e allora racconto tutto qui, mi adeguo ai tempi. Come me sono tanti coloro che fanno esattamente la stessa cosa: scrivono su un blog, sui social network, sulle webzine. Parlano di sé, di sé, di sé. Quanto autocompiacimento, quanta voglia di ascoltare la propria voce. Lo faccio anche io? Può darsi, a volte, sempre per il narcisismo di cui ho parlato prima. Eppure tutti (vedi l’articolo di Roncaglia) dicono che questo sistema funziona. Il problema è che quando tutti gli scrittori o presunti tali (da loro stessi, se non altro), si mettono sul web o anche fuori dal web a fare la ruota, i lettori, abbagliati e confusi da tanto splendido e colorato piumaggio, non scelgono. O scelgono male, che è peggio.

Torniamo a me. Vendo libri? Direi di sì, nel senso che periodicamente mi arrivano i dettagli delle vendite dai vari store online e so che in giro per il mondo ci sono diverse copie dei miei libri. Il primo, Colui che ritorna, vende addirittura più adesso che quando è uscito, nell’ormai lontano 2011. Vivo di scrittura? Ma certo che no! Anche quando di un libro ho venduto oltre il migliaio di copie (vedi il titolo appena citato) stiamo parlando di eBook, e il margine è talmente esiguo che a mala pena mi consente qualche cena fuori in più del previsto. Eppure c’è chi ci campa di scrittura, e parlo di selfpublisher, non di scrittori affermati pubblicati da editori che pagano gli anticipi sui diritti d’autore (tra poco scompariranno anche quelli…). Sono quei selpublisher che fanno promozione N volte al giorno, organizzano giveaway, discutono su Goodreads, fanno i blogtour e, insomma, sono bravissimi. Poi non so se i loro romanzi soddisfino le aspettative dei lettori (ho letto cose buone e cose orribili, e non parlo di gusto personale quanto di qualità degli elaborati), ma loro sono certo dei venditori straordinari. Io no. Odio vendere qualunque cosa che mi riguardi da vicino. Sono più brava a vendere le cose degli altri. Probabilmente ciò che farò nei prossimi mesi sarà un investimento in un personal vendor che si occupi di tutto, così io posso dedicarmi a scrivere i miei “capolavori” senza distrazioni.

E allora perché non ti rivolgi a un editore che fa questo di mestiere (anche questa pratica sta cambiando…)? Veramente io lo faccio sempre, sono una scrittrice Indie, quindi valuto tutto ciò che il mondo dell’editoria può offrirmi. L’ultimo romanzo, Anna, l’ha pubblicato un editore indipendente (Watson Edizioni), e anche i precedenti sono stati pubblicati così. Sono io che, a fine contratto, ho deciso di ripubblicarli autonomamente. Io la cerco, la mediazione, io la anelo, io la desidero con tutta l’umiltà di chi si mette in gioco e attende il giudizio, qualunque esso sia. Anche negativo. Il problema si pone quando il giudizio non arriva (dicono che una non risposta equivale a una risposta negativa. Non è vero. La risposta negativa di un editore ha valore se motivata, come tutto nella vita). Ho visto presunti scrittori raccontarsi storie incredibili sul perché di un rifiuto (“Quell’editore non capisce un cazzo”, “Non rispondono perché si sono persi il manoscritto”, “Sono troppo per loro”, e altre perle), motivo per il quale hanno continuato a scrivere, si sono auto pubblicati senza alcun criterio, hanno invaso scaffali reali e virtuali di carta e di bit, hanno spammato le loro copertine arcobaleno ovunque, hanno comprato recensioni o hanno costretto parenti e amici a mostrare il loro entusiasmo. E hanno anche venduto! Poi se siano stati letti o meno questo è da dimostrare. Ma “loro si definiscono scrittori”. E la mediazione dov’è finita? Chi ha garantito l’ignaro lettore sconosciuto, che ha comprato il libro, sulla sua qualità? Zia, nonna o mamma (tassativamente sotto pseudonimo)?

Ci sono davvero troppe pubblicazioni. L’eccesso di offerta porta al collasso del mercato, ma solo per quanto riguarda la qualità, badate bene. Come nei discount. Sarebbe bello avere un mercato bio dell’editoria, con tanto di etichette sulla tracciabilità, i componenti bene in chiaro, il chilometro zero per la credibilità. E questo dovrebbero farlo gli editori, ma non è sempre detto, troppi gli scivoloni fatti negli ultimi tempi. Lo scorso anno ho partecipato a un incontro con due autrici fantastiche, Dacia Maraini e Lidia Ravera, in cui si auspicava un ritorno a una società letteraria. Nell’attesa che questo sogno si realizzi, spero che i processi naturali di selezione della specie facciano il loro sporco lavoro, che in un prossimo futuro la proporzione scrittore/lettore sia nuovamente invertita a favore del secondo e che qualche talento letterario possa emergere tra gli Indie senza doversi vendere l’anima. Magari il mio. Resta il fatto che da questa lunga tiritera ne usciamo con le stesse domande di prima, le stesse alle quali neppure il bravo Gino Roncaglia ha saputo rispondere. Ma va bene così, vuol dire che siamo vivi, siamo domande che camminano.

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