Cetteide Revolution #cp2 Rituals

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Settembre 2016

Fa caldo a Roma, il traffico è frenetico, quello del ritorno dalle vacanze e dell’inizio della scuola. Per questa ragione e perché sono io che devo affrontare tutto questo alla guida dell’auto, impongo a mia madre due regole precise: organizzazione e puntualità. Dobbiamo fare visite, esami, controlli in giro per la città a orari impossibili, quindi non esiste democrazia nella gestione di questa faccenda.

La sera prima della tac. “Mamma, hai preparato gli esami del sangue?” “Ho messo tutto nella borsa, tranquilla. Pure il rosario.” Quello non lo scorda mai, anche se… ma vi racconterò. “Mamma guarda che per essere a San Giovanni prima delle 8 io voglio partire al massimo alle 6.15.” “Addirittura! Che quando andiamo da zia Margherita mezz’ora ci mettiamo con tuo nipote.” Mio nipote è anche suo nipote, nel senso che io gli sono zia e lei gli è nonna, quindi potrebbe chiamarlo per nome. Chissà perché esistono queste sottolineature verbali in certi momenti, specie quelle che indicano il possesso, l’appartenenza. Tuo figlio, tua madre… chissà cosa si vuole scaricare per una frazione di secondo. “Mamma, voi ci andate la domenica alle 11 del mattino. Domani è lunedì.”

La mattina della tac: ore 6:15 davanti a casa di mamma. Non suono il clacson per rispetto al vicinato, quindi la chiamo. “Mamma, sono qui fuori col motore acceso, esci.” “Eccomi, arrivo.” Passano cinque minuti. Richiamo. “Mamma…” “Ti ho detto che sto arrivando! Non trovo una cosa…” Spengo il motore. Ore 6:25 si apre il portone e comincia il rito: cerca le chiavi, trova le chiavi, cerca la toppa, trova la toppa, gira la chiave nella toppa una, due, tre volte, mette le chiavi nella borsa, si gira verso l’auto, apre lo sportello, deposita la borsa ai suoi piedi, chiude lo sportello, cerca la cintura di sicurezza, come sempre non trova l’aggancio, sbuffa, si volta verso di me. “Beh, possiamo partire, e apri i finestrini che sento la puzza di fumo!” Non è vero, non ho fumato, in auto non posso farlo, e intanto si sono fatte le 6:30, minuti preziosi regalati al traffico. “Ti rendi conto sì che siamo in ritardo?” “Eh, non mi ricordavo più dove avevo messo le analisi. Poi le ho trovate, nella borsa…” Anche la dittatura è un’utopia.

Le visite col team oncologico e chirurgico. “Allora signora Mariuccia, da questi esami risulta che il tumore è in atto già da un po’, un annetto direi. Possibile non si sia accorta di niente?” Mia madre non conosce il significato di “senso di colpa”, semmai è molto brava a farlo provare agli altri. “Ma io ho visto delle perdite, ma mai potevo pensare… ho sempre mangiato sano, ho il diabete e devo farlo per forza. Tutti cibi naturali, verdure, il pesce, l’olio d’oliva, non fumo, non bevo. Sinceramente ho parlato con le mie sorelle e abbiamo pensato a una irritazione passeggera. Qui nessuno mi dice mai niente, dottore, e io non è che sono un’esperta…” Ma voi, sì voi che leggete, che avreste fatto al posto mio sentendo queste parole? Ecco, io mi sono guardata negli occhi col chirurgo ed è immediatamente nata una comprensione empatica, per cui abbiamo entrambi respirato e contato fino a dieci. “Ho capito signora Mariuccia. Poi le ricette calabresi, il peperoncino, insomma… comunque adesso, prima dell’intervento, dobbiamo ridurlo un po’. Quindi la mando dall’oncologa per fare un ciclo di radioterapia e noi ci vediamo alla fine.” “Grazie dottore,” mia madre con gli occhi innamorati, “io pregherò perché scompaia, va bene? E pregherò per lei. Tutti i giorni!” E con questa minaccia passiamo allo specialista successivo.
“Allora signora Mariuccia, qui la faccenda è semplice: se lei segue le mie istruzioni vedrà che lo faremo scomparire questo ospite!” “Così non mi opero?” “No, così si opera lo stesso ma l’intervento è meno problematico.” “Ah… io prego sa dottoressa, tutti i giorni. Prego il Padreterno e tutti i Santi che vi guidino, e prego anche per lei adesso.” “Sì signora Mariuccia, e la ringrazio, però lei deve anche seguire la dieta che le ho dato. Le verdure che tanto le piacciono, i legumi, quelle cose lì calabresi – e guardi che sono calabrese anche io e la capisco – se le deve scordare per tutta la durata della terapia, va bene?” “Va bene dottoressa! Le posso portare un po’ di sardella?” “Ecco sì, la porti a me così lei non ce l’ha sotto mano…” Così si crea la taumaturgia miracolosa: preghiere e cibo. E pare che funzioni, almeno a livello psicologico (mi vengono in mente i riti sacrificali pagani, ma questo a mia madre non lo diciamo altrimenti ci scunciura). Fisicamente secondo me funziona un po’ meno, soprattutto per mia madre che è notoriamente golosa, cannaruta rende meglio l’idea, perché lei è convinta che la golosità sia legata solo ai cibi dolci.

Fine settembre, dopo una settimana di radioterapia. Visita di controllo con la radioterapista. In macchina prima di arrivare. “Mamma, cosa le dici? Come ti senti?” “Eh, beh, sto bene, bene. Magari qualche doloretto di pancia.” “Ma quelli sono normali, considerando dove sta il tumore e l’effetto delle radiazioni. Te l’aveva detto, no?” “Sì, sì, però, insomma, un po’ di colichette…” “Mamma, che ti sei mangiata..?” “Ma solo qualche peperone col pesce, una cosa dietetica, ho cotto tutto a crudo.” E già questo è un mistero… “I peperoni ma’? Ma che ti dice la testa? Quelli sono irritanti anche in una situazione normale!” “E mica ci stavano nella lista della dottoressa, né tra le cose proibite né tra quelle concesse!” Vuole avere ragione, per forza. “Senti, non mi va di discutere che siamo arrivate. Tu fammi la cortesia, non mangiare più peperoni e non dire niente alla dottoressa, ok?”
“Allora come è andata la prima settimana signora Mariuccia?” “Bene, bene dottoressa. Le mie preghiere servono, lo sa?” La dottoressa sorride. “Quindi nessun effetto collaterale?” “Mah, qualche doloretto di pancia…” La dottoressa sorride ancora. “Quello dipende dalle radiazioni, gliel’avevo detto. Tutto normale, tranquilla.” “E qualche colichetta ieri…” La dottoressa alza le sopracciglia ma continua a sorridere. “Forte? Li prende i fermenti lattici?” “Sì, certo. Forte comunque, tutto il giorno. Poi la sera finalmente si sono fermate.“ La dottoressa non sorride più e io ho tanta voglia di uscire dall’ambulatorio. “Ma la dieta la sta seguendo? Guardi che quella è fondamentale!” “Certo che la sto seguendo. Cucino tutto a crudo, olio a crudo… mi era venuta voglia di un po’ di pesce e peperoni sa, come li facciamo noi, ma ho messo tutto a crudo nel tegame.” La dottoressa ha uno sguardo che non ammette repliche, e ha ragione. Usciamo dall’ambulatorio, io con il capo chino e cosparso di cenere di chi non ha saputo fare il suo mestiere di controllore, lei con la testa alta e spavalda e pure incazzata. “Ma che modi la dottoressa, come se fosse lei la malata! E che saranno mai due peperoni. Hai ragione tu, la prossima volte non glielo dico.” Io mi rifiuto di discutere ancora.

In fondo la capisco, essere malati è stressante, deprimente, e doversi anche privare delle piccole gioie della vita aumenta lo stato di prostrazione. Quello che vorrei lei capisse è che non sarà per sempre, che è solo un piccolo sacrificio, una piccola pausa. Intanto gli eventi corrono, come le nuvole che spezzano il clima estivo e ci annunciano l’arrivo dell’autunno. “Mamma, ho visto dei segnali che non mi piacciono, e siccome non intendo fare come te e aspettare un anno, mi vado a far controllare subito.” “Ecco sì, vai subito. Ma vedrai che non è niente di serio, magari un polipetto. Ora prego anche per te. Qui ci vorrebbe uno sfascino come si deve, te lo dico io. Ma finché non guarisco non lo posso fare, mi hanno detto.” Tutte le terapie olistiche, empiriche, energetiche, antiche, quelle che mettono in moto flussi vitali nascosti, quelle che ricordano al nostro corpo come auto curarsi, devono essere usate con cautela, se non sospese, sui malati di cancro. A maggior ragione un malato di cancro non può – almeno sarebbe meglio non lo facesse, – trasmetterle ad altri. “Dai mamma, vorrà dire che finalmente mi insegnerai come si fa. Sarò la tua supplente dello sfascino finché non guarisci.” (Per informazioni sullo sfascino vi rimando al capitolo dedicato su Cetteide qui). “Prima vediamo cosa dicono i miei test e poi vengo qui e mi trascrivo tutta la formula in dialetto. Non c’è la possibilità di una versione in italiano, vero? E devo proprio dire un Padre Nostro e una Ave Maria? Non posso chiedere assistenza alle forze congiunte dell’Universo?” Va bene, lo sguardo di traverso di mia madre stavolta ci sta tutto…

Ottobre 2016.
Ho in mano la mia diagnosi e le gambe piegate fino a terra. Chiamo il mio ex, l’unico medico che sa tutto di me e del quale ho assoluta fiducia.
“Come glielo dico a mia madre?” “Non glielo dici.” “Aspetto che finisca la radioterapia?” “Sì, brava, non farla preoccupare, non mettiamo a rischio la buona riuscita del processo con le energie negative.” Energie. Tutto torna lì, a quel qualcosa che nessuna medicina, nessuna terapia può controllare. Qualcosa che ha a che fare con la nostra essenza, con la potenza della nostra incorporeità. Ci metterò un attimo a percepire questa differenza, un po’ di più ad averne la consapevolezza. L’unica cosa che mi viene in mente dopo aver chiuso il telefono è: “Adesso come glielo spiego a mamma che non può più insegnarmi lo sfascino?”

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