Cetteide Revolution #cp5 The truth

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Gennaio 2017

E venne gennaio e ogni cosa perse il proprio senso. O forse finalmente si svelò per ciò che realmente era: il grande bluff. Accade che trascorriamo la nostra vita a dare importanza all’effimero, al dettaglio, al dito che indica la luna, e non è per incapacità o pigrizia: proprio non riusciamo a concepire una diversa visione. C’è un velo che ci ostacola la vista, ovatta nelle orecchie che non ci fa percepire la verità dei suoni, una distorsione nell’aria che ci fa vivere in uno strano equilibrio nel quale noi non abbiamo il reale controllo di un bel nulla. Avete presente la sensazione spaesante che proviamo dopo un atterraggio con l’aereo? Prima che si stappino le orecchie. Ecco… ripensate a cosa accade subito dopo.

A gennaio sia a me che a mia madre si sono stappate di colpo le orecchie, e nulla è più riuscito a otturarle. Si riesce anche a volare così, sapete? Si riesce perfino a sentirsi buoni, generosi, allegri, leggeri. Che scherzo strano che ti fa il cancro, così strano che ti fa “imparare la vita”.

Ma veniamo alla mera cronaca. Il 10 gennaio ricoveriamo mamma, è finalmente giunto il momento dell’intervento. Praticamente è digiuna da ieri e dovrà esserlo fino a domani, il suo stato d’animo è immaginabile.
“Mamma, sbrigati che dobbiamo andare!”
“Aspetta, prima di uscire devo attaccare la lavatrice…” e si avvia verso la lavanderia.
“Adesso ma’…?”
“Adesso sì, che i panni sono i miei.” Che i panni sporchi si lavano sempre in famiglia, ma ciascuno per conto proprio.
In macchina, siamo ormai quasi giunte in ospedale, mi viene in mente di fare un check (io li faccio sempre con tutti, prima di ogni partenza. Prima…).
“Mamma sicura di aver preso tutto?”
“Tutto sì. Ho preparato le mie cose da ieri sera apposta!” Mi ricorda qualcosa tutto questo, come un dejà vu.
“Documenti, analisi, cellulare, caricabatterie, biancheria, pantofole, farmaci per le tue terapie…”
“Il rosario!”
“Il rosario cosa?”
“Ho dimenticato il rosario! E adesso come faccio? E pensare che l’avevo preparato bello bello sul tavolinetto con gli occhiali.”
“Quindi sei anche senza occhiali?” Sto già telefonando alle altre mie sorelle che dovranno raccogliere le briciole che mia madre ha seminato dietro di sé.
“Si ma quelli non fa niente, tanto mica lo devo leggere il rosario.” E mi pare lapalissiano.
“Per fortuna c’ho quello da viaggio, la versione ridotta con dieci grani. E va bene, la ripeto quattro volte e sto a posto.”

Capite la visione diversa? Nessuna tragedia, direttamente la soluzione. Rosario da viaggio e il problema della preghiera quotidiana è risolto.
Ricoverare mia madre non è cosa da tutti. Lei non occupa uno spazio a lei riservato, lei occupa l’ospedale. E noi figlie, noi famiglia in fondo le somigliamo. La mattina dell’intervento sono arrivata prima io e, a seguire, Patrizia. No, una sola auto non bastava. Sono riuscita a entrare in camera prima che la portassero via, per un saluto, una parola di incoraggiamento, aiutarla, vedere come si era conciata.
“Mamma, togliti quella fascia dai capelli che devi entrare in sala operatoria.”
“E no che mi svolazzano tutti che sono elettrici…”
“Ma ti mettono una cuffietta!”
“Dici?”
L’attesa è stata lunga, fino alle cinque del pomeriggio più o meno. Nel frattempo sono arrivati, uno ad uno, tutti i componenti della famiglia, le figlie, i nipoti, gli amici dei nipoti. Abbiamo trovato un locale con scritto “soggiorno” e ci siamo messi a soggiornare nel vero senso del termine, compresi i giochi per la piccola Eleonora. Abbiamo sequestrato tutte le prese di corrente, abbiamo mangiato. Abbiamo perso mia madre…
Alla fine l’abbiamo ritrovata in terapia intensiva. Io non so se tutti gli ospedali sono strutturati allo stesso modo, ma al Villa San Pietro funziona così: una stanza un po’ più piccola per i post operatori, la cosiddetta “osservazione” che in genere dura ventiquattro ore, e una stanza decisamente più grande dove sono ricoverati i degenti da terapia intensiva vera e propria, magari in stato comatoso, insomma decisamente molto gravi. Mia madre l’hanno messa qui, perché nell’altra stanza non c’era posto, e il caso ha voluto che tutti intorno a lei fossero incoscienti.
“Come ti senti ma’?” Ci fanno entrare una alla volta, solo noi figlie e già fanno un’eccezione perché siamo in quattro e potremmo accedere al massimo tre al giorno. Ci bardiamo come i medici delle serie TV.
“Ho sete…”
“Ma non puoi bere niente ma’. Ti bagno un po’ le labbra, va bene?”
“Sì, va bene. Ma che silenzio questi qua, nessuno parla… asociali.” Che faccio? Le dico che sono tutti in coma così le prende un colpo?
“Ecco, cerca di non parlare neanche tu, non ti affaticare. Riposati.” L’hanno rimandata in camera due giorni dopo perché medici e infermiere avevano l’esaurimento nervoso.
“Ora potrà bere signora, contenta?”

Mamma non è stata una paziente facile e difficilmente, credo, potranno dimenticarla in quel reparto. In tutti i reparti dai quali è passata. Lei ha voluto il suo cibo non appena le hanno permesso di mangiare, lei ha deciso quando uscire e tornare a casa, ha firmato e basta, sono pronta ha detto. Lei ha accettato con filosofia le piccole complicanze della vita quotidiana che questo intervento le porterà d’ora in poi, perché pur se con un po’ di fatica ne è uscita, e ora si torna a una nuova normalità. Non gliene frega niente delle cose, della gente, degli intoppi. Gliene frega di me, che ho cominciato il mio percorso, la CURA, e non posso neanche andare a trovarla perché ho bisogno delle mie energie, perché non posso rischiare di ammalarmi, perché se vedo che le cose non sono come dovrebbero essere poi mi altero e non va bene.
“Tu resta a casa, non venire.” E mi butta giù il telefono.
“Parliamo d’altro, va bene?”
“Non ci pensare, Cetta. Fatti le tue cure che a me ci pensano le tue sorelle.”
Non si allontana da me, si allontana dalla mia malattia perché ora lei ne è fuori, e ha il diritto di essere convalescente e di guarire. Così funziona, così si trova il tempo per rigenerarsi, tanto non siamo sole nessuna delle due. Tanto ci basta uno sguardo per capire che sappiamo, sappiamo bene quali sono le cose davvero importanti, quelle che devono venire prima nell’ordine delle priorità. In questo momento è la vita.

Se volete commentare non siate timidi, c’è lo spazio qui sotto. Se volete conoscere la prima parte delle avventure di Cetteide, potete trovare i link a questa pagina (cliccare qui)

E adesso… un po’ di musica!

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