#AboutCancer Prevenzione, diagnosi e cura: quanta confusione!

Premetto che non sono un medico, per cui non parlerò in medichese di questa faccenda né analizzerò scientificamente il caso. Oddio, qualche nozione scientifica magari la inserisco, altrimenti come avvalorare ciò che scrivo? Ma poca roba, non temete.

Partiamo da un concetto basilare: non esiste “il cancro”, esistono “i cancri” o “i tumori”, e sono tanti e diversi a seconda di dove e come si sviluppano. Poi cosa sono i tumori? Sono cellule del nostro organismo che, a un certo punto, impazziscono, smettono di comportarsi da brave cellule normali e fanno cose che non dovrebbero fare: si nutrono di ciò che trovano intorno, si moltiplicano, viaggiano per altri lidi. Insomma, un bel casino. Il fatto è che queste cellule sono organismi viventi insiti nel nostro corpo, con tanto di DNA, occhi azzuri o castani, capelli biondi e un bel caratterino (va bene, quest’ultima parte è romanzata, ma la faccenda del DNA no). Potenzialmente noi tutti possiamo sviluppare cellule anomale nell’arco della nostra esistenza, ciò non significa che si trasformino in tumori. Perché? Perché noi abbiamo uno scudo straordinario, un sistema efficientissimo, un’armata potentissima che le individua e le abbatte. Il Sistema Immunitario. Che squadrone! Solo se lui fallisce c’è il rischio potenziale che le cellule anomale si moltiplichino, e allora so’ cazzi…

Tutto quanto ho scritto sopra è stato tradotto in narrativa da testi informativi dell’AIRC, AIMaC eccetera eccetera. Ma andiamo avanti. Ultimamente mi imbatto sempre di più in post, domande, interrogativi sui vari esami che, grazie alla ricerca scientifica, possiamo oggi fare: pap test, mammografia, ecografia, esame del PSA – sì cari maschi, ce n’è anche per voi – colonscopia, colposcopia, TAC, PET, RMN, giusto per citarne alcuni, e sempre più spesso mi capita di leggere cose tipo “aveva appena fatto una mammografia, era negativa, e dopo qualche mese le è venuto il cancro al seno”, e via dicendo… Bisogna che ci chiariamo un po’ le idee, e questo è il motivo del mio post. L’ho già detto che non sono un medico? Bene. Però combatto un cancro, quindi datemi atto del fatto che ho avuto modo di informarmi, studiare, rompere i coglioni, capire. Ora ci provo a dire la mia.

TUTTI GLI ESAMI SUDDETTI servono per la diagnosi precoce. NON sono una cura. E NON fanno da soli la prevenzione. Può succedere di fare un pap test oggi, – negativo, tutto a posto signora, ci vediamo tra un anno – e di ritrovarsi con un cancro all’utero dopo sei mesi. Che poi se si è giovani cresce pure in fretta il bastardo. Quindi? Ha fallito il pap test? Il medico è un idiota? Bisogna farne uno al giorno? E dai… ma che davvero? Quello che conta sul serio è la prevenzione, che significa fare in modo “prima” che tutto questo non accada. E c’è un unico vero metodo: avere cura del nostro Sistema Immunitario. Cioè vivere bene, seguire uno stile di vita sano, mangiare il giusto e roba buona, fare movimento, avere cura del proprio ambiente, evitare comportamenti squilibrati ed eccessi, non stressarsi. Ecco, su quest’ultimo punto mi soffermerei un pochino. Perché la salute del corpo da sola non basta. La nostra sfera energetica è sensibilissima agli stress, quelli veri intendo, non quelle pseudo depressioni che ci inventiamo quando qualcosa non va perché è più facile dire questo, sono stressata, sono depressa, piuttosto che affrontare i nostri limiti. Il vero stress è subdolo, strisciante, e molto spesso si manifesta con sintomi fisici reali: astenia, attacchi di panico, gonfiore, ritenzione, insonnia, sonnolenza, allergie, intolleranze alimentari, disturbi digestivi, mal di testa, disturbi della vista, e sono troppi per poterli elencare. E poi meglio di no che mi diventate ipocondriaci e questa è la peggior causa di stress.

Io ho analizzato i miei ultimi tre anni con la lente d’ingrandimento e ho trovato il punto d’inizio di tutta la mia vicenda, ho individuato il momento in cui è cominciato lo stress, quello vero, quello che ha scatenato Scilla e Cariddi. Perché prima non avevo niente, secondo i miei esami.

Quindi ricapitoliamo: prevenzione prima di tutto (avere cura di tutte quelle cose che ho scritto sopra), che il Sistema Immunitario sa far bene il suo lavoro se lo trattiamo come si deve. Durante la prevenzione, periodicamente, qualche esame strumentale per una eventuale diagnosi precoce. Dopo, e solo dopo e se si trova qualcosa di anomalo, allora si passa alla cura esterna, quella medica, quella di cui abbiamo tutti paura ma che, oggi come oggi, salva un sacco di vite (e per carità non date retta ai ciarlatani, quelli che promettono tutto con niente). Ovvio che se si è fatta prevenzione e diagnosi precoce – precoce – l’eventuale impazzimento di cellule si scopre quando queste hanno appena cominciato a fare il ballo di San Vito, quindi la cura sarà più agevole.

Tutto chiaro? La diagnosi non è una cura e non è prevenzione, ne fa solo parte. Non si guarisce con una mammografia. La ricerca scientifica sta facendo passi enormi per scoprire quanti più tipi di tumori sia possibile e sempre di più si trovano cure adeguate. Non è ancora abbastanza, le terapie sono ancora molto invasive, la chemioterapia è devastante, la radioterapia idem, le cure biologiche sono ancora per pochi tipi di tumori e per pochi soggetti adatti e pure loro non scherzano quanto a effetti collaterali, la chirurgia fa molto e in certi casi è risolutiva, ma la strada è ancora lunga. Quindi noi possiamo fare due cose: avere molta cura di noi stessi e non stressare il nostro organismo e far sì che la ricerca abbia sempre i fondi necessari a ricercare.

E soprattutto dobbiamo impegnarci ad essere felici. O almeno sereni.

Annunci

Autunno tra zuppe e ricordi.

È trascorso un anno più o meno, un anno di lotta estrema contro mostri invisibili in cui ho messo il mio corpo e la mia mente a dura prova. Un anno di domande senza risposte, perché bisognava attendere. Ricordo bene che l’ultimo malanno di stagione l’ho avuto a fine luglio, poco prima di lasciare la Germania. Poi più niente, neanche uno starnuto. Mi sono detta hai visto che la determinazione aiuta nei momenti più opportuni? Sì perché io avevo deciso che non mi sarei ammalata d’altro, il cancro mi bastava e aveva bisogno di tutte le mie energie.

Tre giorni fa il crollo. Raffreddore, febbre e pure una bella tracheite, giusto per non farmi mancare niente. Ma come, ho resistito agli attacchi più disparati con i globuli bianchi paurosamente vicini al niente, a bambini mocciolosi durante le mie supplenze alla scuola materna, alle sudate estive asciugate a colpi di ventilatore, alla chemio che mi risucchiava anche il fiato, e adesso che tutto è finito mi ammalo? Dice Francesca che ho abbassato le difese, il controllo. Sì, credo anche io sia per questo.

Sono andata ieri alla visita oncologica. Ora, non è che non sapessi che tutto era a posto: in questi mesi ho imparato a decifrare TAC, PET, analisi. Però fa un altro effetto sentirselo dire dal medico. Tutto a posto, cominciamo il follow up. Durerà due anni, due anni di osservazione e di controlli serrati, due anni col fiato sospeso ogni tre mesi, ma va bene così. La mia vita sarà piena per ottantanove giorni ogni trimestre, anche di raffreddori e acciacchi vari, e di progetti, di sogni.

Lo specchio mi restituisce un’immagine che sta tornando alla normalità. Certo capelli e peli crescono in modo sconclusionato, somiglio a un peluche strapazzato, però che soddisfazione ritrovare la mia faccia di sempre! Mariù, mi dovresti vedere adesso.

Mi domandavo quando sarebbe arrivata “la botta”, quella in cui avrei capito che non ci sei più. Oggi è stato quel giorno. Ho preparato la tua zuppa e ho pensato che forse avevo dimenticato qualcosa e non potevo telefonarti per chiedertelo. Ho mangiato zuppa e lacrime, ho sentito la tua voce che mi diceva “Io ci metto la crema di funghi, il mio tocco personale” e ho pianto di più perché non ce l’avevo la crema di funghi, niente, e ti ho sempre detto che va bene anche così, che la crema la fanno i legumi. Il cordone ombelicale del cibo non si spezza, sai Mariù? E pure questo essere malata, che anche a cinquantasette anni ti avrei chiamato per dirtelo e tu mi avresti detto “riguardati”. Un modo di dire antico, io non lo uso per esempio. Riguardati, guardati due volte e anche di più che ne hai bisogno quando stai male. Io direi prenditi una Zerinol…

Se dovessi fare la lista di ciò che mi hai lasciato, di quello che mi hai insegnato, sarebbe un’impresa senza fine. Mi hai lasciato me, quella che sono, difetti compresi. E tanto basta perché tu mi manchi.

 

Ciao Mariù.

Oggi abbiamo salutato la protagonista di Cetteide, Mariuccia, Mariù per gli intimi, mia madre. Voi tutti l’avete conosciuta attraverso queste pagine, l’avete apprezzata, avete sorriso con me e con lei. Abbiamo vissuto insieme avventure incredibili: le nostre vacanze in Calabria, il nostro male, le nostre personali battaglie. Due giorni fa si è fermata, con il corpo almeno. Lo spirito, ne sono certa, sta già creando scompiglio lassù, specie a mio padre che ormai da anni si era organizzato per benino… Ho raccontato di lei, della nostra relazione madre/figlia, con ironia, ogni volta che ho potuto, e posso garantirvi che lei ha letto ogni post e ha sempre riso tanto, anche di sé stessa. Ora voglio concludere questo ciclo con le parole che le ho dedicato e che, nonostante il mio essere prolissa, la riassumono tutta.

Per Mariù

Volevo leggere per te una poesia di Lord Byron sulla bellezza, ma avrebbe rappresentato solo una parte della tua storia e Don Federico mi ha detto che sarebbe stato meglio raccontarti con parole mie.

Una sfida mamma, perché tu sei tante storie, e io sono notoriamente prolissa…

Sei sempre stata bellissima, densa, impossibile non notarti. Ma non era solo il tuo aspetto, quegli occhi luccicanti, quel sorriso dolcissimo, ad attirare l’attenzione. Tu accoglievi, abbracciavi tutti con la tua sola presenza. Tu sei stata madre con la passione della tua terra, come madre natura, feconda, fertile di racconti, di tradizioni, di riti, sapori, profumi, ricca di allegria, positività, forza. Generosa d’amore.

Quanti amici, nostri, dei tuoi nipoti, ti chiamano zia, nonna? Tu aprivi la porta del tuo cuore e loro diventavano parte della tua casa, per sempre.

Eri una giovane donna legata ai valori famigliari. Tuo padre, tua madre, le tue sorelle, i tuoi fratelli, per tutti loro avevi attenzioni speciali, per tutti avevi tempo, cure, affetto. Poi ti sei emancipata e hai donato te stessa a questa grande famiglia che man mano andavi creando, una famiglia di donne alle quali trasmettere un pezzetto di te. Ci hai insegnato la vita, hai imparato ad essere una donna evoluta e moderna, a volte più di noi figlie, ci hai spronato ad essere migliori, ad usare il buon senso in tutte le faccende della vita. Dicevi sempre “Chi più ne ha più ne metta”, e con questa frase riuscivi a zittirci, a farci ragionare.

Coi tuoi nipoti sei tornata giovane, ma giovane sul serio. Hai condiviso talmente tanto con loro, tempo, sogni, desideri, speranze, che anche loro fanno parte di te. Loro sono il tuo lascito, in loro vivrai per sempre. Se solo penso alle interminabili partite di Burraco, alle lezioni di cucina, ai pranzi della domenica, alle risate…

Da ragazzi ci si domanda spesso se lasceremo mai un segno nella vita di qualcuno. Se saremo sempre e solo una meteora, un fenomeno occasionale seppur splendente o se, in qualche modo, il nostro passaggio sarà ricordato. E chi lo sa. Bisognerebbe tornare per sapere. Ma spesso quando si va via non si ha la possibilità di un futuro riscontro.

Ecco mamma, tu quel segno l’hai lasciato. Tu non sei mai stata un evento occasionale nella vita degli altri e questa famiglia che oggi è qui per salutarti è unita per merito tuo. Il tuo amore generoso fino all’ultimo respiro è la colla e noi siamo tutti appiccicati a te. Ciao Mariù.

E questo è per ricordarti.

I bei libri di Fazi: Willa Cather e il “suo” nemico mortale

Il mio primo post di settembre è una recensione. Ho letto questa estate un bellissimo libro ripubblicato da Fazi, “Il mio nemico mortale” di Willa Cather e, come sempre mi accade, mi sono buttata tra le righe alla cieca. Non conoscevo la Cather, non mi ricordavo la sinossi e non avevo ancora visto la copertina. Meglio così, ultimamente questa tecnica folle sta portando ottimi risultati.

Un romanzo davvero molto bello, molto moderno e molto ricco di sfumature. L’unica cosa che mi dispiace è che l’autrice sia morta da tempo, perché mi sarebbe piaciuto dialogare con lei, scoprire come ha vissuto “dentro” il mondo letterario e giornalistico agli inizi del novecento, lei che ha vinto un Pulitzer, lei che si è fatta largo in un ambiente prettamente maschile e ha vinto.

Ma bando alle ciance: eccovi la mia recensione pubblicata, come sempre, su Art a Part of Cult(ure). A proposito, guardate bene la copertina e non lasciatevi trarre in inganno: io la trovo bellissima e assolutamente perfetta per la storia raccontata.

 

Willa Cather e l’inquietudine di vivere nel suo bellissimo romanzo Il mio nemico mortale.

Willa Cather ci ha messo poche righe di incipit a smentirmi, e ne sono lieta. Come già era accaduto con Radclyff Hall e la sua Sesta beatitudine, nel romanzo Il mio nemico mortale, scritto dalla Cather nel 1925 e ripubblicato da Fazi con la traduzione di Stefano Tummolini, si colgono una modernità e una contemporaneità che sembrano stridere con l’immaginario comune relativo a quell’epoca.
La Cather, in questo romanzo breve, si colloca perfettamente in quella corrente letteraria che appartiene al realismo psicologico, raccontando i dolori nascosti, le frustrazioni, di una società in continuo e rapido cambiamento, senza eccessivi pudori ma utilizzando un garbo e una grazia nello stile che rendono la lettura leggera, nonostante tutto. [Continua a leggere…]

Cetteide Revolution #cp10 Summer is here

Ancora insieme, stessa casa, stesso mare, stesso cielo stracolmo di stelle. Agosto significa io e mamma, e dopo un anno esatto ci ritroviamo qui, a Cirò, ventitré anni di differenza e due caratterini impepati, a farci compagnia. Certo, siamo un po’ ammaccate tutte e due, ma sembrerà strano, proprio in questa nostra fragilità troviamo la forza e il coraggio per andare avanti.

Mamma è arrivata prima di me, ha fatto da apripista. Fare da apripista significa che ha avuto dieci giorni di tempo per stressare il pescatore delle sei del mattino, fare scorta di pipi jiuschenti, friselle e pane di casa, e prepararmi il divano letto:
– So che tu non lo vuoi aperto, allora ho pensato di renderlo più comodo. Ci ho messo un altro materasso, due cuscini e la biancheria fresca fresca di bucato.
– Ma così cado, ma’. Non lo vedi che il materasso di sopra è più largo di quello di sotto? Scivolo…
– Ma no che l’abbiamo provato!
Ho trascorso una prima notte da incubo, terrorizzata all’idea di ritrovarmi spiaccicata per terra e senza nessuno a soccorrermi, avvolta in lenzuola – sì, di cotone – scure e opprimenti, soffocata da due cuscini alti mezzo metro.
Il mattino dopo.
– Cetta, ti sei agitata stanotte. A un certo punto sono venuta di qua e c’era il computer acceso. Te l’ho detto, che ti rovini la salute con quel coso in faccia…
Mi rovino la salute. Ho spogliato il divano, eliminato doppio materasso, cuscini e lenzuola a fiori esotici e mi sono sentita più fresca.
– Perché non dormi con me?

Il caldo asfissiante, come ritrovarsi su un braciere sia di giorno che di notte, ci ha fatto decidere che “in spiaggia è meglio”. Ora, ovviamente io avevo cominciato all’alba del giorno dopo ad andare in spiaggia, perché amo le ore in cui il mare ancora sonnecchia – e pure tutti gli abitanti e villeggianti di Cirò – e perché con la mia terapia il sole pieno era da evitare. Portare mamma in spiaggia era tutto un altro discorso. Ho noleggiato una macchina.
– Anche io voglio venire di mattina presto, che non posso prendere il sole. Prendiamo un ombrellone, una sdraio e tu mi lasci lì a vai a farti le cose tue.
Questa faccenda, “farti le cose tue”, pare quasi una roba imbarazzante, un po’ intima, un po’ erotica, da tenere nascosta.
– Io un bagno mi faccio, ma’. Forse due. Quali cose mie?
– E questo intendevo! Non farmi dire troppe parole che mi stanco.
Come due cospiratrici ci siamo messe in macchina per tre mattine di seguito alle 7:30, siamo arrivate al Lido, lo abbiamo aperto, sono stata il bastone di mamma e l’ho messa a mollo, come una regina sul trono. L’ho vista felice sbattere i piedi nell’acqua, ricevere il massaggio della risacca, sospirare al sollievo per le sue gambe malconce. L’ho vista felice da piangere, e ho mischiato le lacrime all’acqua di mare per non farlo vedere.

Io e lei sulla passerella mentre scendiamo faticosamente a riva.
– Devo farti vedere un film, ma’.
– Quale film?
– Non guardarmi, non ti sento.
– E di che parla?
– Fa ridere, ma’. Parla di un sordo che fa da guida a un cieco. In questo momento noi somigliamo a quei due.
– E c’è su YouTube?
La faccenda di YouTube va spiegata. Risale ormai allo scorso anno, sempre agosto, quando a un certo punto le ho detto che io le mie serie tv me le guardavo in streaming sul computer. Sì, le ho anche spiegato cosa è lo streaming, ma questa è un’altra faccenda. Lei si guarda “Il segreto” da anni, appuntamento imprescindibile ovunque si trovi, qualunque cosa stia facendo. Quello che ha capito dello streaming è che io riesco a guardarmi gli episodi delle serie tv in anticipo rispetto alla messa in onda ufficiale. “Quindi mi posso vedere anche Il Segreto?” Mi ha costretta a cercare la serie ovunque e ho trovato diversi episodi su YouTube, ma in lingua originale, lo spagnolo. Beh, se li è guardati tutti, e ha anche capito tutto. Quindi per lei ora YouTube è la fonte di ogni cosa.

– Mamma, ti faccio vedere i video del concerto del nuovo gruppo di Francesca.
– Bello! Però non li capisco molto. Che lingua parlano?
– Inglese ma’.
– E fammene vedere un altro…
Metto un altro video dello stesso concerto. I cinque sono sempre nella stessa posizione e cantano ancora in inglese.
– Ma questo già me lo hai fatto vedere! Non hai qualcosa su YouTube?
Appunto…

Mamma parla quest’anno. Di giorno, di notte, con me, con sua madre, con suo fratello. Con me fa lunghi discorsi che nel sonno diventano fitti conciliaboli incomprensibili, interrotti solo dalle visite al bagno o al frigorifero.
– Tu non dormi bene la notte. – mi dice. Io.
Di giorno mi racconta del passato, delle cose di famiglia, di quello che vuole fare appena torniamo. Vuole comprare un fornetto al cimitero, per babbo e per lei.
– Ma mamma, quando sarà non ci entrerai nel fornetto! Vuoi essere cremata?
– Non sia mai! Cenere alla cenere, polvere alla polvere, così dice il Signore! Ne prendo uno grande, matrimoniale.
Abbiamo parlato molto della morte, della fede, delle sue preghiere preferite. Il pomeriggio, quando l’afa ci prende alla gola e in due ci scoliamo quattro bottiglie d’acqua, lei stremata sul letto, io sfatta sul divano, le gambe sollevate, il ventilatore a duemila, mamma mi recita la preghiera del “suo angioletto”, mi racconta di certi personaggi di paese e poi mi interroga.
– Perché lui era “ncionante”.
– Era cosa?
– Non lo sai che significa ‘ncionante?
– No ma’, non lo so.
– Ma come non sai che significa ‘ncionante?
– Con tutta la buona volontà ma’, neanche per assonanza ci arrivo.
– No assonanza, ‘ncionante! Come te lo spiego? Quello che mette zizzania, ecco!
Neanche in due vite…

Dopo tre giorni di mare al mattino e alla sera, ha deciso che al mattino fosse meglio di no. La realtà è che si è bruciata le gambe con l’acqua salata – o forse mettersi in moto così presto non le va – e quindi mi ha lasciata libera. Però si sveglia all’alba con me e chiacchiera, chiacchiera… canta anche. Io l’ho sentita cantare altre volte, canzoncine per bambini, brevi strofe o ritornelli, ma mai come stavolta.
– Cetta, ti posso cantare una canzone?
– E certo che puoi!
E mi ha lasciata senza fiato. Con voce limpida, un bel vibrato, ha cantato una canzone che ascoltava da sua madre, negli anni ’40, quando erano sfollati in campagna. Una canzone che parla di sentirsi al sicuro e felici per l’orto, il frutteto, il focolare davanti al quale riunirsi nelle fredde sere d’inverno. L’ho registrata, ho scattato una foto col cuore.

Per il mio compleanno mi ha invitata a pranzo fuori. Siamo andate in una trattoria famosa, L’Aquila d’oro, che ha ricevuto una chiocciola nella famosa guida Slow Food Osterie d’Italia – andateci, ne vale assolutamente la pena – perché si mangiano “le cose di casa di una volta” e “perché sono parenti.”
– Ma come sono parenti, ma’?
– Si chiamano Cariati, come me.
– Ho capito, ma non è che puoi essere parente con tutti i Cariati del mondo!
– Primo, l’ha detto la proprietaria che siamo parenti, quando ci siamo incontrate la prima volta. Secondo, fino alla settima generazione ricorda, la settima!
Penso a tutti i De Luca sparsi per il mondo, compreso Erri lo scrittore. Cugini, facciamo una bella rimpatriata, vi va?

Questo slideshow richiede JavaScript.

Però che cosa straordinaria questo sentirsi famiglia ovunque, appartenere a un clan, a un’identità comune. Non si è mai soli così. Al Nord non mi pare funzioni allo stesso modo, chissà perché. Magari qualcuno vorrà spiegarmelo, magari c’è una ragione storica per cui la gente del Sud rimane così fortemente ancorata alle proprie origini. E quanto amo tutto questo, quanto mi fa sentire libera e al sicuro…
– Mamma io riparto, devo fare l’ultima terapia.
– L’ultima… così poi festeggiamo.
Le guerriere si guardano negli occhi, la luce della sera addolcisce le curve dei volti, le voci si abbassano fino a diventare sussurri. Il vento caldo ci accarezza e lascia sulla pelle il sapore del mare.

 

Poche ore alla fine del viaggio. Piano piano, un passo alla volta…

Mancano poche ore alla mia ultima chemioterapia. Poche ore al termine di questo percorso durato un anno. Dovrei essere eccitata, ubriaca di felicità, emozionata. Dovrei… eppure provo come un senso di vuoto, di smarrimento: cosa accadrà dopo? Come se l’attesa fosse già cominciata, come se l’incognita del tempo futuro fosse lì, presente davanti a me, fisica come un enorme punto interrogativo di marmo nel bel mezzo del giardino della mia vita.

Ah, lo so, lo so, non dovrei pensarci adesso, però è risaputo che io con le attese non ho poi tutta questa confidenza. E queste ultime quattro chemio sono state pesanti. Controllare i valori ematici anche ogni due giorni perché quei benedetti globuli bianchi sparivano alla conta come le stelle all’arrivo del sole. “Vada a farsi le punturine!” mi ha gridato l’oncologo da Roma una settimana fa. “Le punturine di che?” E per fortuna era ferragosto e stavo in Calabria e neanche il Day Hospital oncologico ne aveva disponibili, perché “le punturine” fanno un male cane e io dovevo ripartire. Sarà stata la paura o forse il mio corpo risponde bene quando gli chiedo aiuto, fatto è che le mie stelline sono cresciute a velocità supersonica.

Mi guardo allo specchio, ho una pelle bellissima, mai avuta così bella. Il viso risplende, così privo di peluria, gli occhi sembrano enormi con le sopracciglia così rarefatte, ho un’aria esotica e misteriosa con questi turbanti che coprono la testa quasi calva. Mi vedo bella. Prima o poi smaltirò anche il cortisone, così torneranno il fiato e la linea. Sospiro. Mi sento bene a poche ore dall’ultima chemio, forte, determinata. Eppure questo senso di vuoto…

Non mi mancheranno certo Scilla e Cariddi, che tra l’altro abbiamo abbandonato sulla spiaggia assolata del Santo Spirito ormai mesi fa. Non mi mancheranno certo la terapia e i suoi deliziosi effetti collaterali. Forse questa sensazione è la stessa che provano i pensionati: anni trascorsi a lavorare, a combattere con una routine, e di colpo si ritrovano con tanto tempo a disposizione e non sanno che fare. Certi vanno anche in depressione! Sì, questo è l’esempio migliore che potevo fare, – depressione a parte, –  e voi mi guarderete come una pazza chiedendomi per quale cazzo di motivo dovrebbe mancarmi tutto questo percorso denso e faticoso, per quale ragione non comincio a godermi il futuro. Ma chi l’ha detto che non me lo voglio godere? I progetti sono già cominciati da tempo, e vanno avanti: un nuovo lavoro, un nuovo romanzo, un agente letterario che si prenderà cura dei miei libri (ah! Questo è un godimento assoluto…), i prossimi viaggi, un festival letterario da organizzare. E questo solo nei prossimi dodici mesi.

È l’attesa la bestia che mi fa scalpitare, che mi rende irrequieta, l’attesa dei follow-up, dei responsi, l’attesa dei primi tre mesi, dei successivi tre, dei due anni, dei cinque anni, dei dieci… la paura. Sto andando troppo oltre. Mi hanno fatto un regalo, una piccola tartaruga portachiavi, e mi hanno scritto un biglietto: “Piano, piano, un passo alla volta”. Va bene, rallento, ho imparato come si fa, ho imparato un sacco di cose in questo anno magnifico e doloroso, anche a camminare invece che correre, anche a stare ferma, sdraiarmi, dormire, ascoltarmi. Lottare è anche questo, soprattutto questo. Bisogna fare come nelle arti marziali orientali, sfruttare la forza dell’avversario per deviare il suo equilibrio e vincere. Vincere vuol dire sentirsi soddisfatti di ciò che si è fatto sapendo che meglio non era possibile. Vincere vuol dire sapere che non bisogna abbassare la guardia ma senza essere sopraffatti dall’ansia. Questo sì che è equilibrio. Quando riuscirò a tornare nel mio corpo agile e snello mi dedicherò allo yoga credo, o al Taiji, sono sempre stata convinta della validità di certe pratiche legate al benessere psico-fisico.

Mancano poche ore alla mia ultima chemio, un viaggio finisce, un altro comincia, l’attesa, le speranze, i desideri, la vita. Domani, domani qualcuno mi risponderà.

E adesso un po’ di musica.

With you I’m born again

Francesco Muzzopappa mi ha rinfrescato l’estate.

Manco da un po’, nel senso che ad agosto non ho pubblicato nulla, ma sapete che la salute, le vacanze, la vita, richiedono tempo e dedizione. Forza che adesso si recupera! E si comincia alla grande con la recensione, pubblicata oggi su Art a Part of Cult(ure), dell’ultimo romanzo di Francesco Muzzopappa, “Dente per dente”.

Ora, cosa vi posso anticipare? Diciamo che è scritto davvero bene, che si ride e non solo, che ci si immedesima, che i protagonisti sono personaggi che abbiamo sicuramente incontrato almeno una volta nella vita. Diciamo che vi consiglio di leggerlo perché vi farà sentire leggeri. E pure soddisfatti. E diciamo anche che racconta di una vendetta…

Qui le prime righe della recensione.

Dente per Dente di Francesco Muzzopappa. E la vendetta è servita.

In queste giornate infuocate dal perfido Lucifero meteorologico ci voleva proprio la lettura rinfrescante e piccante del nuovo romanzo di Francesco Muzzopappa.
Dente per Dente, pubblicato da Fazi, è il racconto della realizzazione di un sogno biblico, una vendetta programmata, comandamento dopo comandamento, per raggiungere il sacrosanto risarcimento morale, la soddisfazione. Ooohhh!!! In genere, si dice, questo genere di vendette lasciano l’amaro in bocca, ma secondo me sono solo dicerie atte a far desistere chi vuole, giustamente, sfogare la propria ira. [Continua a leggere…]