Buon 2020 di aria buona per il futuro

Ogni anno il 31 dicembre mi ritrovo a scrivere cose. Oggi in realtà non ne avevo una gran voglia, poi però mi sono ritrovata a inviare messaggi agli amici, messaggi unici, niente copia e incolla, e allora mi sono detta che non sarei mai riuscita a finire entro la mezzanotte, tanto vale dedicarvi un post collettivo.

Al 2019 non devo dire nulla, poverino sta per morire sepolto da tonnellate di cibo e incenerito da miliardi di fuochi. Sono stati i soliti 365 giorni di speranze accese, di sogni da realizzare, di cambiamenti e di quotidianità. Qualcosa è accaduto, altro è rimasto lì, in attesa del momento buono per venire fuori alla luce. Potessimo ripercorrere ogni istante dell’anno che sta per finire avremmo modo di pentirci o di gioire, in ogni caso saremmo consapevoli di aver imparato qualche lezione importante il cui significato oggi ci sfugge. È sempre così, lo capiremo poi, quando saremo grandi. Forse.

Io ho ancora tante cose da capire, gli ultimi mesi sono stati come un viaggio velocissimo e lentissimo sulle montagne russe, emozioni contrastanti che mi hanno portata a una decisione determinante per il mio futuro: le mie sentenze le decido io.

Ho avuto in regalo un autunno ricco: il ruolo nella scuola, il mio nuovo romanzo, incontri straordinari, amicizie nuove e amicizie rinnovate, affetti e calore che credevo perduti. Ho pianto molto ma ho riso di più, e questo non mi pare poco.

Per cui, caro 2019, io non ti dico mortacci tua, non ti butto via così, nonostante tutto. Certo qualche cosina te la potevi risparmiare, ma mi dicono che il neonato che sta per arrivare ha, almeno nei numeri, tanti buoni presagi. Più che ai presagi io credo alla volontà e alla consapevolezza, quindi non leggerò oroscopi, mi affiderò all’energia dell’Universo.

E anche a voi, amici che mi state leggendo, auguro che il vento nuovo che sta per arrivare sia fatto di aria buona e ricca, quella che serve per vivere e per sentire il futuro più vicino e possibile.

Buon 2020, anno doppio, doppio di cose belle.

Siate grati e Buone feste a tutti

Ho pensato che il modo migliore per farci gli auguri fosse questo: vi racconto perché bisogna essere grati. Che non significa essere stupidi o naif, ma avere la capacità di vedere sempre il bicchiere mezzo pieno. Alla fine ci ritroveremo con una cantina intera piena di bottiglie preziose da bere, e se non è una ragione sufficiente per festeggiare allora ditemi voi qual è?

Sono grata di essere qui oggi, di essere viva insomma. Poteva andare diversamente, sul serio, e vi sareste persi questo mio magnifico post natalizio. Quindi tutti quelli che hanno rischiato la vita bevano con me il primo calice, che non è mezzo ma è bello pieno, non trovate?

Voi dovreste essermi grati per non avervi subissato di parole e post su #PLPL2019. Ci sono stata, ho vissuto questa fiera in compagnia del mio nuovo libro e ho scritto due bellissimi – vi sfido a dire il contrario – articoli su Art a Part of cult(ure) che potete leggere qui e qui: in questi giorni di festa avete tutto il tempo, non siate pigri.

Sono grata perché un editore che stimo, Miraggi, ha deciso di pubblicare il mio nuovo romanzo “La leggenda del Re Eremita”. Sarò ancora più grata a tutti coloro che lo compreranno e lo leggeranno e lo commenteranno. Guardate, sarò felice anche di leggere le critiche.

Sono grata per tutti gli amici che ogni giorno mi sostengono anche virtualmente. Nella mia personale battaglia anche un sorriso serve, diventa arma per combattere meglio e di più. E non venite a dirmi che non si deve usare un linguaggio guerresco, ecco sarò grata a chi non lo farà.

Siamo grati tutti per quest’anno politicamente assurdo e ridicolo perché ci ha dato modo di divertirci e terrorizzarci. Non sappiamo cosa sarà di noi domani, ma per ora credo si sia raggiunto il massimo dell’idiozia possibile, l’asticella è altissima e sarà difficile da superare. Almeno lo spero…

Sono grata ad alcuni medici in particolare – non a tutti – perché hanno il coraggio di guardarmi in faccia e dirmi le cose come stanno, senza mentire. Non è una passeggiata questa avventura con il cancro, ma io intendo arrivare fino in fondo e vincere, non esiste un piano B. E voi siate grati per tutti i medici che incontrerete e che vi guarderanno negli occhi.

Sono grata a mia figlia che ha trovato le parole giuste al momento giusto. Sono grata a mio figlio che ha saputo raccogliere le mie lacrime e trasformarle in riso. Siate grati ai vostri figli, perché sono lo specchio della vostra anima.

Sono grata a quegli scrittori amici che ho incontrato quest’anno. Sto leggendo i loro libri uno ad uno e scopro a ogni parola, ogni frase, un pezzetto di loro che mi era sfuggito. Siate grati dei libri che leggerete, perché saranno mondi e esperienze e vita da condividere in modi inaspettati e meravigliosi.

Sono grata perché questa sera potrò godermi la cena della vigilia senza problemi di sapori e odori. E anche il pranzo di domani. E anche quello di Santo Stefano. Poi sarò grata al dietologo che riuscirà a farmi perdere peso.

Siamo grati tutti per queste ore di sole che illuminano Roma. Non so come va nel resto d’Italia ma lo sapete che la capitale vince su tutto, no? Se qui c’è il sole c’è speranza (questa è una cazzata, ma io vivo qui, quindi concedetemela).

E infine siate grati perché questo post è già finito. Auguri, abbracciatevi, baciatevi, fate l’amore e non siate pigri pendolari della vostra vita.

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Ci sono storie… ci vediamo a #PLPL!

Mi è capitato diverse volte di dover rispondere alla domanda “perché scrivi?”. In genere mi lascio travolgere da un forte imbarazzo e anche da un particolare senso di colpa, per cui divago e dico cose a caso. Io non ce l’ho quella risposta forte, tipo “ho un messaggio da condividere” oppure “è un’esigenza dell’anima”, insomma roba così, potente.

Oggi mi è stata fatta la stessa domanda durante un corso sulla costruzione dei personaggi e allora, forse perché ero rilassata, forse perché la richiesta era inserita nel contesto giusto, ho trovato le parole per rispondere: scrivo perché mi piace raccontare storie. Volendo approfondire io racconto storie da sempre, sin da bambina. Anche le mie balle erano storie ben congegnate, credibili, così tanto che ci credevo anch’io. Col passare del tempo e con l’esercizio ho capito che quelle storie mi servivano anche per non dimenticare, così sono passata dalla forma verbale a quella scritta.

C’è stato poi tutto un periodo, quello delle letture folli fino alle tre di notte – metodica mai abbandonata – in cui trascorrevo il resto del tempo notturno a sognare diversi finali dei libri in lettura, a litigare con l’autore sulle direzioni da prendere – gli scontri più accesi sono stati col mio amato Steven King – a innamorarmi dei personaggi e a odiarli a morte. Mi svegliavo pensando “ora ti faccio vedere io cosa ti succede…”, ma non avevo il coraggio di prendere carta e penna. Poi l’ho trovato e mi sono finalmente divertita sul serio.

Capita dunque di partecipare a un corso di scrittura (prima volta nella mia vita) e di imparare a rimescolare le carte, trasformando il giocoso e caotico Pierluca in una Cetta appassionata e impulsiva, che decide di partire per New Orleans e vivere una nuova avventura che lo cambierà in qualcosa di ancora più diverso e impensabile.

Questo accade nei libri, questo accade nella vita. Tre anni fa non avrei mai immaginato di incontrare il cancro e di cominciare una lotta senza esclusione di colpi che dura ancora oggi – si stancherà lui per primo, io no di certo – né che inconsciamente lo avrei infilato nel mio ultimo romanzo facendolo diventare una sorta di Innominato da affrontare e distruggere. Pensare che Manzoni potesse avermi influenzata così tanto, immaginare le diverse sfumature che La leggenda del Re Eremita ha assunto per chi lo ha letto o lo sta leggendo – quante chiavi di lettura, mi stupite ogni volta che me ne parlate! – rendermi conto che in questo libro c’è tutto l’amore che ho per la vita e per la narrazione, che ogni riga, ogni parola sono onde di emozioni che lavano peccati e risolvono conflitti, beh cari miei, è roba forte. Così forte che avrà un seguito. Così nascono le mie storie.

Cosa è successo a novembre? Ci sono state alcune presentazioni, una anche alla Feltrinelli di Piazza Colonna e potete immaginare l’ansia e i punti ego… Ci sono stati momenti di confronto interessanti, ho dovuto fare i conti con la mia resistenza fisica ché la CURA non fa sconti ma io ho la testa dura, ho fatto due concerti col mio coro, ho tagliato rami secchi e ne ho fatto un bel falò, ho conosciuto persone nuove e bellissime e tra poco c’è Più Libri Più Liberi e sono eccitata come sempre. Ci sarò, nonostante tutto, ad annotare cose per la rivista che ha l’ardire di pubblicare i miei vaneggiamenti – art a part of Cult(ure) ovviamente – e a presidiare il più possibile lo stand del mio editore, Miraggi Edizioni, dove mi troverete sicuramente il 6, il 7 e l’8 dicembre insieme al mio libro. Venite tutti che voglio abbracciarvi!

Vi saluto con alcune parole tratte dalla prefazione del mio romanzo, una prefazione d’autore. Grazie Giorgia Lepore per averla scritta.

Questo romanzo è un gioco di scatole. In una c’è la fiaba, raccontata come si devono raccontare le fiabe, con un ritmo dolce e cullante, uno spazio e un tempo sospesi, dei personaggi che raccontano se stessi e gli altri e affondano i loro racconti in radici lontane. In un’altra c’è il romanzo di formazione, con tra ragazze che crescono e le troviamo bambine e poi giovani donne, alla scoperta della loro identità sepolta sotto cumuli di macerie. E poi c’è l’affresco di una società corrotta, violenta, perversa, una critica sociale sottile e sottintesa, ma non per questo meno incisiva e velenosa. Tutto si tiene insieme grazie alla storia, come dovrebbero fare sempre le storie, raccontare le cose da dentro, da parte di quelli che le vivono e sono immersi nel fango, quel fango se lo portano sulla pelle, nelle viscere, tanto da non poterne uscire, nemmeno quando sono convinte di poter rompere gli argini in cui esso scorre.

Il mio nuovo romanzo, un noir tra leggenda, mito e realtà

Ci sono tante cose che girano intorno a questo romanzo, cose che possiamo chiamare destino o fato o coincidenze, come preferite, ma che hanno per me un significato che va oltre.
Quando ho cominciato a scriverlo era l’estate del 2016, da poco ero rientrata dalla Germania e Mariù mi intratteneva con le sue storie succose.
Nei pomeriggi di agosto, quando la calura stringeva la gola e ci trasformava in spugne da spremere, io e Mariù ce ne stavamo a casetta giù in Calabria, ventilatori al massimo, lei spiaggiata sul letto a riposare, io spiaggiata sul divano a leggere.
A un certo punto lei si svegliava: ” Te lo ricordi..?” e partiva con racconti su gente mitologica, intrecci famigliari che mai sarei riuscita a districare, intrighi, segreti, gossip del secolo scorso che mi raccontava come fosse successo tutto il giorno prima, senza mai perdere il filo.
Il racconto più strano riguardava questo lontano parente acquisito che, a un certo punto della sua vita, si era ritirato fra i monti a fare l’eremita.  Da qui è nato il titolo “La leggenda del Re Eremita”, solo che la storia doveva avere tutt’altro tenore: mistica, misteriosa, ci avrebbe trasportati in un mondo immaginario dove la religione e gli antichi riti pagani trovano casa.

La vita mi ha fatto incontrare la malattia qualche mese dopo. La rabbia, la paura, il dolore, la voglia di rivincita hanno di fatto deviato il corso della narrazione: è rimasto il titolo, sono rimasti i riti, ma tutto il racconto è diventato un noir.
Un noir che doveva trovare casa e che ho affidato alle premurose mani del mio agente letterario, Patrizio Zurru.  E qui vi racconto un altro dettaglio succoso.

Nel 2012 ho assistito per la prima volta a una presentazione “strutturata” ( ho assistito ad altre presentazioni ma, o si trattava di amici o erano firmacopie o erano eventi letterari) con autori, relatore e editore riuniti in libreria.
Gli autori erano Luca Ragagnin e Stefano Sgambati, la relatrice era Gaja Cenciarelli e l’editore era Miraggi Edizioni.

Mi sono innamorata della casa editrice prima di tutto, con quelle cover fatte di carta da pacchi, con quelle pubblicazioni così accurate. Mi sono detta che avrei tanto voluto pubblicare con loro anche se la vedevo difficile…

Quella sera da Altroquando ho conosciuto persone particolari: Stefano e Luca con la loro ironia – i libri in presentazione erano “Musica per Orsi e Teiere” e “Fenomenologia di Youporn” -, Gaja con la sua straripante bellezza, Guido Catalano che declamava versi annaffiati da un rosso speciale, Fabio e Alessandro, il cuore e l’anima di Miraggi.
A distanza di sette anni il mio romanzo ha una sua camera in casa Miraggi e a curarne editing e quarta di copertina è proprio Luca Ragagnin. Coincidenze? Non credo.

Infine il fiocco finale, bello, colorato e resistente, e anche per questo c’è roba da raccontare.
Io ho un’amica speciale che mi consiglia libri. Si chiama Francesca e, oltre ad avere un blog letterario fantastico e scrivere cose che incidono il cuore, da pochissimo è diventata una libraia stupenda. Qualche anno fa, da me sollecitata, mi raccomandò la lettura dei romanzi di Giorgia Lepore, perché amo il noir e perché era la prima scrittrice accolta in casa SabotAge, collana da noi tanto apprezzata. Rimasi folgorata da quelle letture, così tanto che, come ho avuto modo di raccontare a Giorgia, mi è nata un’insana passione per il protagonista dei suoi libri, tanto da percepirlo in carne e ossa, di notte, nei sogni. Non mi capitava dai tempi delle letture adolescenziali.

I miei desideri più grandi dunque erano:
1) Che Giorgia leggesse un mio romanzo
2) Che la mia presentazione – una a caso – avesse Francesca come complice.

Accade che Giorgia abbia letto il mio romanzo nuovo nuovo e ne abbia scritto la prefazione.
Accade che la prima presentazione de La leggenda del Re Eremita sarà il 23 ottobre a Roma, alle 19, da Bookstorie, la libreria che Francesca ha aperto insieme ad altre tre splendide e folli donne. Coincidenze? Non credo.

La vita ha bisogno di liste felici

Ci sono questi momenti la sera tardi, che mi fermo e ascolto. Il frinire dei grilli fuori dalla finestra, il respiro dell’aria che passa leggera fra le tende, il battito del mio cuore, il silenzio. Il silenzio è la porta spalancata sui miei pensieri e spesso, quasi sempre ormai, faccio un particolare esercizio quando li sento arrivare: conto.

A volte conto semplicemente i numeri, così, in sequenza, prima nella mente e poi, quando cominciano ad essere tanti, li pronuncio ad alta voce e rido, perché il suono della mia voce mentre scandisco i numeri non lo riconosco, neppure il senso di ciò che dico mi è familiare. Non so se vi è mai capitato…

Altre volte mi metto a contare i giorni belli, una sorta di lista felice, e per farla sembrare più lunga la suddivido in sottogruppi formati da ore, minuti, momenti. Capita che si confonda tutto, e allora ricomincio ad alta voce e rido, perché il suono della mia voce mentre elenco gruppi e sottogruppi di felicità non lo riconosco. Il senso di ciò che dico però mi è familiare, sono parole che hanno casa nel cuore.

Tutto questo contare roba astratta e roba bella serve a distrarmi, perché quando sono sola, nel silenzio, i pensieri più bui sono lì in agguato e davvero non ho voglia di averci a che fare. C’è stato, sì c’è stato il momento in cui ho parlato con la morte, il momento in cui il pensiero è arrivato e l’ho affrontato: inutile eluderlo, fare finta di niente, tanto mi avrebbe colpita a tradimento. Allora mi sono preparata e l’ho preso di petto, ci ho ragionato un po’ e abbiamo deciso insieme che si sarebbe fatto a modo mio. Mancavano pochi giorni al mio intervento, nel dicembre scorso, e quel confronto ha lasciato un segno profondo. Nessuno mai dovrebbe, in vita, affrontare la morte, il pensiero di questo evento drammatico, ma se accade… beh, nessuno mai può avere il diritto di scegliere al nostro posto, è una decisione troppo intima perché si possa demandare ad altri.

Mi rendo conto, ora che sto scrivendo, di aver lasciato la porta un po’ troppo spalancata ai pensieri bui, e non è certo questo il momento più adatto. Questo mese di settembre, che fra poco finisce, ha portato tante emozioni, alcune ancora da svelare – manca pochissimo però – altre vissute e godute come un banchetto nuziale ben preparato, dall’antipasto al dolce. La lista felice si allunga.

C’è poi questa mia mezza anima napoletana con la quale fare i conti, quella scaramantica che mi impone di tacere che le cose belle sennò cambiano strada. E io allora sto zitta, ma quanto mi prudono in bocca certe notizie! E lo so bene che la vita è una giostra e bisogna trovare l’equilibrio per non cadere e la felicità serve a questo. A volte ne basta poca, pochissima.

Tutto questo discorso apparentemente privo di senso – abbiate pazienza, comincio ad avere sonno – serve per annunciare che a breve farò un annuncio: non è meraviglioso?

Estate dolce e amara

Ci sono estati che scivolano via lente, come le gocce di sudore, e poi di colpo, a fine agosto, si spengono in un rigurgito di sole oscurato dalle nuvole. Eppure io la amo lo stesso questa stagione intensa. Qualcuno potrebbe obbiettare che allora non si spiegano le mie lamentele sul troppo caldo, sulle notti insonni, sugli insetti: io non ho detto che l’estate sia perfetta.

Quest’anno casetta mi ha accolta bene, non come lo scorso anno che pareva riottosa ad avermi fra le sue quattro mura. Ha già il mio odore impresso nei suoi tanti angoli nascosti, il mio tocco, i miei colori, eppure ogni tanto Mariù fa capolino – c’è ancora il suo mazzo di carte da Burraco sul comodino – come una gif che si ripete, si ripete…

Temevo di non farcela a uscire, camminare, arrivare a piedi fino al mare e nuotare, nuotare, perdermi in quel blu lasciando i pensieri altrove, e invece ce l’ho fatta. Mi piace alzare l’asticella delle sfide con me stessa. La mia Calabria mi risana sempre, come se ogni ogni ritorno fosse una rinascita e riscoprissi per la prima volta i profumi intensi, i sapori forti, la luce, quella luce violenta che rivela tutto, anche l’anima.

All’inizio dell’estate è stato pubblicato un libro che, scopro oggi, dopo due mesi è già in ristampa: Calabresi per sempre, edito da Edizioni della sera. Si tratta di un’antologia di racconti nella quale scrittori calabresi rivelano in forma narrativa il loro legame con questa terra aspra e dolcissima, forte e fragile, un ossimoro o una contraddizione che pure si accettano proprio perché la Calabria è così, diversa non la vogliamo. C’è anche un mio racconto in questa antologia, si intitola “Cenere” e in questo post di fine agosto vi regalo l’incipit. L’invito è di andare in libreria – ovunque, non solo in Calabria – e di acquistare una copia del libro e leggerlo. Chissà, magari imparerete a conoscerci meglio, magari riuscirete anche ad amarci.

C’era un momento preciso che si ripeteva uguale a sé stesso ogni volta che andavo a Cirò: quel tuffo al cuore, quella sorta di eccitazione incontrollata che mi assaliva non appena voltavo a destra sulla statale 106 all’altezza di Sibari. La “strada della morte” era per me la strada della vita, perché da lì in poi potevo rinascere. Che fosse estate o inverno poco importava, in quel punto esatto del viaggio aprivo i finestrini e l’abitacolo si riempiva di mare, di odori densi, di vegetazione aspra come gli agrumi della piana e quei colori intensi del mare e del cielo facevano quasi male agli occhi, tanto da farli lacrimare. O forse era proprio un pianto liberatorio. Si può piangere quando l’anima torna a casa.

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Di linguaggio, retorica, battaglie, eroismo e cura. Tante parole sul cancro e non c’è mai quella giusta per tutti.

Ero molto indecisa – ultimamente mi capita spesso – se affrontare o meno l’argomento che in questi ultimi giorni è tanto discusso ovunque, sui media, sui social, ai tavolini dei bar: definire i malati di cancro come dei “guerrieri” quando lottano per sopravvivere potrebbe sminuire chi invece non ce la fa. Certo detto così pare in ogni caso un abominio, anche perché sono tante le malattie in cui si lotta per sopravvivere e mi pare ovvio che l’obbiettivo per tutti sia vincere. Linguaggio troppo “guerresco”? Può darsi, ma ci hanno insegnato fin da piccoli che il nostro corpo è costruito con “armi appropriate” – le chiamano difese immunitarie – per combattere contro agenti esterni e avversi, quindi perché ci stupiamo e parliamo di retorica quando utilizziamo questa terminologia proprio per una malattia come il cancro?

Credo sia importante, anzi è importante, che finalmente se ne parli. Se non ci fosse stata questa apertura da parte degli stessi malati probabilmente molte ricerche oncologiche sarebbero ancora più in ritardo, molte scoperte di nuovi farmaci  non ci sarebbero state e, credetemi, i ricercatori hanno bisogno che i malati parlino con loro, si confrontino sugli effetti delle cure, solo così si può andare avanti. Quindi il malato deve – dovrebbe – avere un atteggiamento attivo e collaborativo per consentire all’oncologo di fornirgli le armi/strumenti più adatti a combattere la malattia. Ancora dico combattere. Certo. Non passiamo dalla retorica alla falsa retorica, di combattimento si tratta, l’unico combattimento in cui le armi te le forniscono ma in campo ci sei solo tu.

C’è questo articolo appena uscito su Corriere.it (qui) è riportata un’affermazione di Maurizio Crosetti

Esiste una retorica del cancro secondo la quale vince chi lotta di più, chi non si arrende, chi ha più carattere. Oltre che falso, è offensivo per chi soccombe e muore. Non si arrende: muore. E chi vive non vince: guarisce.

Ora mi perdoni Crosetti ma sembra un po’ come quando per rispondere a un fatto si sottolinea un “non fatto” (tipo “e allora il PD?” per capirci). Non è così, non può esserci una simile distinzione fra chi sopravvive e chi muore. Chi muore ha lottato ugualmente, con la stessa determinazione, però non ce l’ha fatta. Nello stesso articolo si parla della battaglia condotta dagli oncologi: sono loro che ci danno le armi, sono loro che stabiliscono le strategie. Un cazzo! O meglio certo che loro sono i fornitori e gli strateghi, ma sul campo la palla è la nostra. Il corpo accetta i farmaci e li utilizza, e sta a noi aiutarlo ad utilizzarli al meglio. E qui ci vuole lucidità, concentrazione, determinazione. Non esiste malato di cancro che non metta in campo tutto questo, tutta la forza che ha per superare gli effetti della cura, tutta la volontà possibile per recuperare ogni giorno una sorta di quotidianità compatibile con quella che aveva prima, qualcosa che possa chiamare vita. Qualità della vita… mia madre è morta combattendo fino all’ultimo istante, e non dovrei chiamarla eroina? In guerra si vince o si perde, ma si combatte in ogni caso. Se non piace il gergo guerresco potremmo usare quello calcistico, che differenza fa?

Ancora sul Corriere.it c’è scritto:

Pensare che si possa guarire o morire a seconda dell’atteggiamento con cui ci si cura è l’ultimo rifugio della presunzione di onnipotenza psicologica. Magia, non scienza.

Ma chi afferma una cosa del genere? L’atteggiamento con cui ci si cura è individuale, personalissimo e insindacabile, e serve semmai ad affrontare con coraggio gli effetti della cura stessa. Lo shock psicologico di sapere di avere il cancro è qualcosa di talmente intimo, talmente profondo – specie in relazione alla montagna di paure ataviche che si porta dietro – che già per affrontare questo ci vuole una spinta straordinaria che nessuno, nessuno ti insegna. E poi ci sono le cure… altro coraggio, altre risorse da cercare e trovare dentro di te. Nessuno ti può aiutare in questo e nessuno può giudicare. Si è eroici agli occhi degli altri probabilmente perché rappresentiamo al meglio la figura del temerario solitario che combatte una battaglia iniqua, come Davide contro Golia, e a volte vince. Ma a volte perde.

Lasciateci credere che un po’ di magia possa davvero funzionare, lasciatela venire a noi con le parole che ciascuno ritiene opportune e che spesso non sono facili. Mi capita di parlare con signore che si curano insieme a me, più grandi di me perché di un’altra generazione, e loro sono arrabbiate, alcune pregano, altre tacciono perché “nominare il male porta male”, altre ancora sembrano rassegnate, oppure non chiedono nulla agli oncologi su quanto sta loro accadendo. Ecco, su quest’ultimo atteggiamento non sarò mai d’accordo, questa passività assoluta non la trovo utile, però capisco come la paura, anche quella di sapere, possa far uscire di testa. E la testa è importante, come ho detto. Non si guarisce solo con la testa, ma senza la testa non si aiuta nessuno. E adesso non venitemi a dire che “allora chi non ce la fa?”. Chi non ce la fa è perché sono insorte altre cause, altre incognite e il corpo è una macchina soggetta ad usura, e le ingiurie, una dopo l’altra, una sommata all’altra – le cure oncologiche sono armi di distruzione in tutti i sensi anche quando fanno miracoli, anche quando guariscono – alla fine possono determinare il risultato della partita. Va meglio così? Possiamo parlare di partita?

Io vi posso dire, alla fine di tutto questo ciarlare, che articoli come quello del Corriere.it, che nel suo intento voleva “proteggere” chi si ammala di cancro e non ce la fa, ritengo sia offensivo per chi invece lotta e continua a lottare per farcela. I sensi di colpa già li abbiamo per conto nostro, come se questo male fosse una qualche punizione che non scontiamo solo noi, ma anche i nostri cari e chi ci sta vicino e cerca di supportarci come può. Non voglio sentirmi in colpa anche quando – mai dire se, sì, un po’ di onnipotenza psicologica, ok? – ne uscirò, non voglio sentirmi in colpa per aver lottato. Mariù mi ucciderebbe con le sue mani se lo facessi. E lasciamo a tutti la libertà di usare le parole che vogliono, le metafore che meglio credono opportune, il tifo da stadio o da Colosseo, sono sempre meglio del silenzio.