Librai in fiera a #PLPL17 Come uscire dalla crisi.

Librai in fiera potrebbe diventare uno slogan. Perché va detto, le librerie indipendenti si stanno inventando qualunque cosa per uscire dalla crisi dell’editoria, molto di più di quello che fanno gli editori.

A #PLPL17 ho incontrato alcuni di questi folli appassionati che hanno raccontato quali misure stanno adottando per uscire da una crisi di mercato ormai decennale e trasformare le librerie indipendenti in centri di aggregazione e integrazione culturale. Molte le idee in cantiere, alcune già realizzate, che mostrano un fermento in costante crescita nonostante le numerose chiusure e i limiti di una legislazione che proclama attenzione verso la cultura ma poi, quando si tratta di investire, si volta dall’altra parte.

Ecco il mio resoconto, pubblicato su Art a Part of Cult(ure), come sempre.

Più Libri Più liberi #4. I librai indipendenti di Roma fanno rete. Alla Fiera si fa il punto della situazione

A Più Libri Più Liberi ho incontrato, in una Aldus Room gremita di professionisti, due librai romani “storici”, Alessandro Alessandroni di Altroquando e Davide Vender di Odradek.

Il loro intervento è stato preceduto dal racconto inquietante dello stato dei fatti, resoconto di uno studio effettuato dalla Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’università Tor Vergata e illustrato da Francesca Vannucchi.

Perché racconto inquietante? Perché risulta che negli ultimi dieci anni a Roma si è passati da 414 a 191 librerie indipendenti. 223 librerie hanno chiuso… [continua a leggere…]

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Libri nella Nuvola. #PLPL17 si conclude con la testa per aria.

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È vero che i libri fanno sognare, e chi sogna ad occhi aperti si dice abbia la testa tra le nuvole. Quest’anno quei buontemponi di Più Libri Più Liberi edizione 2017 hanno deciso di metterci direttamente i libri tra le nuvole, così non si rischiava di andare a sbattere contro un palo.

Parliamo un secondo di questa Nuvola di Fuksas. Non mi piace, nel senso che quell’idea di etereo e sospeso si perde – a mio avviso – nel momento in cui ti ritrovi questa scultura architettonica ingabbiata dentro vetro e cemento, senza considerare le tonnellate di travi in acciaio e bulloni giganti che si incontrano all’interno, salendo in cima con le chilometriche scale mobili. La cima poi… sei dentro qualcosa di claustrofobico e non vedi l’ora di uscire a respirare aria. Se avessero posato la Nuvola su un edificio basso forse l’idea di etereo l’avrebbe data, ma così… peggio dell’Ara Pacis.

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Comunque questo è il nuovo centro congressi di Roma, che ci piaccia o no, e ci si deve aspettare organizzazione e spazi adeguati, considerando quanto è costato. Come no… file chilometriche, percorsi obbligati per seguire gli eventi che ingabbiavano il pubblico senza distinzione tra chi voleva “salire in cima” e chi voleva ascoltare un dibattito. Gli spazi ci sono, certo, ma tutto è così dispersivo che per andare dall’area esposizioni alle sale del Mezzanino mi sono persa. Fine delle critiche, anche perché amici editori hanno detto di essersi trovati bene. Il pubblico fruitore poco conta…

Com’è andata? Pare come tutti gli altri anni, quindi “ci si rifà delle spese”. A me è sembrato che ci fossero meno espositori, e l’anno prossimo chissà – pare vogliano aumentare il costo dello stand – come riempiranno quegli spazi immensi.

Tanti gli incontri interessanti, soprattutto quelli proposti dai librai che, ormai da qualche anno, fanno tendenza. D’altronde sono loro la cartina al tornasole della crisi editoriale e solo loro possono prendere iniziative che smuovano il mercato. Ovviamente mi riferisco ai librai indipendenti ché le librerie di catena se la stanno giocando – male – con il dumping di Amazon. Vedremo cosa accadrà, i tempi sono maturi per cambiare le cose.

Ho incontrato gli amici di SAbotAge, un appuntamento imprescindibile per me che amo il noir, e mi sono goduta la presentazione del nuovo libro di Zerocalcare, “Macerie Prime”.

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Ho abbracciato amici scrittori, persone che non vedevo da un po’ e che mi hanno fatta sentire parte di una élite. Che non significa tirarsela o avere tanti soldi. Significa vivere con la testa e il cuore in quel mondo magnifico dove i sogni diventano parole scritte e le parole raccontano una storia. Quel posto sì che è una bella nuvola!

Chi ha paura dei cambiamenti?

Io no di certo.

Mi sono assentata per un po’ da questo blog perché la vita è tornata frenetica. Niente di particolare a pensarci bene, ma è la vita che torna e che esige attenzioni. Qualche giorno fa ho avuto una lunga conversazione con un amico e si è parlato della paura dei cambiamenti. Mi ha detto che noi donne abbiamo una marcia in più, che affrontiamo tutto senza timori, che questo mio ultimo anno avrebbe fatto tremare i polsi a chiunque, che, che, che… Capiamoci, qui nessuno si atteggia a eroe e certi fatti importanti, dolorosi, faticosi, spaventano. Eccome se spaventano. Ma la scelta spesso è una sola: lottare. Io ho avuto paura e ne ho ancora, ma vivere mi piace e per questo non mi lascio annichilire dal timore di non farcela. I cambiamenti servono anche a questo, a trovare il coraggio di superare un angolo buio del proprio cammino e riscoprire altre prospettive altrimenti ignote.

Ma veniamo ai fatti. In questi quarantacinque giorni di assenza ho deciso di cambiare casa, e già un trasloco è sufficiente per dare una bella svolta al proprio destino. Una casa piccolina, su misura per me, che mi veste tutta come un guanto, che mi somiglia. Poi ho chiuso il contratto di edizione di Anna. Per un po’ non la potrete acquistare, neanche online, ma solo per poco… Poi ho fatto le prime visite di controllo e ho capito che quelle mi accompagneranno per qualche anno, a cadenza confusa e costante. Questo è forse il cambiamento più sostanzioso, fare i conti con la mia fragilità, restare sospesa e accettare il crudele gioco dei responsi, come grattare un gratta e vinci e spizzare le icone una ad una. A questo non ci si abitua, e per fortuna.

Ci sono state altre cose belle, cose fatte di arte, di musica. Partecipo con altri diciassette scrittori a un’iniziativa fantastica organizzata dai Golden Book Hotels, un modo davvero intelligente per invitare alla lettura gli ospiti di questi hotels sparsi in giro per l’Italia. Noi Fab18 abbiamo regalato dei racconti inediti che potranno essere scaricati gratuitamente da chi soggiornerà in un GBHotel e qui potete trovare tutte le informazioni. C’è anche un trailer!

Mia figlia gira l’Italia col suo nuovo gruppo vocale, Occhi Chiusi In Mare Aperto, e i cinque talentuosi ragazzi riscuotono successo, tanto. Alla fine del post ci sarà un video, giusto per farvi capire cosa intendo per talento.

Tra poco comincerà Più Libri Più Liberi e non vedo l’ora. Voglio di nuovo immergermi tra le parole scritte e raccontate, voglio girare tra quei corridoi, curiosare tra gli stand, incontrare gli amici e i colleghi di penna (di computer forse è meglio), voglio parlare di come prendono forma i sogni ora che mi è di nuovo consentito sognare, ora che posso presentarmi al mondo con la mia nuova faccia che mi piace un sacco, anche se è diversa, anche se sono cambiata io, anche se dentro c’è una tizia tosta che combatte forte, fortissimo. E penserò a un signore che voglio chiamare amico, anche se non l’ho mai incontrato. Un signore che ha combattuto forte, fortissimo, che ha condiviso sui social la sua lotta estrema e ha dato a me e a molti altri una spinta a continuare, ad amare, ad amarsi che mai avrei creduto possibile. Un signore che con grazia e delicatezza ha usato parole importanti per raccontarci la sua CURA e che ora non c’è più. Severino Cesari, grazie per la forza che mi hai trasmesso nei giorni cupi e solitari. Ti leggerò con cura e non dimenticherò ciò che mi hai insegnato.

E adesso musica. #OCIMA

#AboutCancer Prevenzione, diagnosi e cura: quanta confusione!

Premetto che non sono un medico, per cui non parlerò in medichese di questa faccenda né analizzerò scientificamente il caso. Oddio, qualche nozione scientifica magari la inserisco, altrimenti come avvalorare ciò che scrivo? Ma poca roba, non temete.

Partiamo da un concetto basilare: non esiste “il cancro”, esistono “i cancri” o “i tumori”, e sono tanti e diversi a seconda di dove e come si sviluppano. Poi cosa sono i tumori? Sono cellule del nostro organismo che, a un certo punto, impazziscono, smettono di comportarsi da brave cellule normali e fanno cose che non dovrebbero fare: si nutrono di ciò che trovano intorno, si moltiplicano, viaggiano per altri lidi. Insomma, un bel casino. Il fatto è che queste cellule sono organismi viventi insiti nel nostro corpo, con tanto di DNA, occhi azzuri o castani, capelli biondi e un bel caratterino (va bene, quest’ultima parte è romanzata, ma la faccenda del DNA no). Potenzialmente noi tutti possiamo sviluppare cellule anomale nell’arco della nostra esistenza, ciò non significa che si trasformino in tumori. Perché? Perché noi abbiamo uno scudo straordinario, un sistema efficientissimo, un’armata potentissima che le individua e le abbatte. Il Sistema Immunitario. Che squadrone! Solo se lui fallisce c’è il rischio potenziale che le cellule anomale si moltiplichino, e allora so’ cazzi…

Tutto quanto ho scritto sopra è stato tradotto in narrativa da testi informativi dell’AIRC, AIMaC eccetera eccetera. Ma andiamo avanti. Ultimamente mi imbatto sempre di più in post, domande, interrogativi sui vari esami che, grazie alla ricerca scientifica, possiamo oggi fare: pap test, mammografia, ecografia, esame del PSA – sì cari maschi, ce n’è anche per voi – colonscopia, colposcopia, TAC, PET, RMN, giusto per citarne alcuni, e sempre più spesso mi capita di leggere cose tipo “aveva appena fatto una mammografia, era negativa, e dopo qualche mese le è venuto il cancro al seno”, e via dicendo… Bisogna che ci chiariamo un po’ le idee, e questo è il motivo del mio post. L’ho già detto che non sono un medico? Bene. Però combatto un cancro, quindi datemi atto del fatto che ho avuto modo di informarmi, studiare, rompere i coglioni, capire. Ora ci provo a dire la mia.

TUTTI GLI ESAMI SUDDETTI servono per la diagnosi precoce. NON sono una cura. E NON fanno da soli la prevenzione. Può succedere di fare un pap test oggi, – negativo, tutto a posto signora, ci vediamo tra un anno – e di ritrovarsi con un cancro all’utero dopo sei mesi. Che poi se si è giovani cresce pure in fretta il bastardo. Quindi? Ha fallito il pap test? Il medico è un idiota? Bisogna farne uno al giorno? E dai… ma che davvero? Quello che conta sul serio è la prevenzione, che significa fare in modo “prima” che tutto questo non accada. E c’è un unico vero metodo: avere cura del nostro Sistema Immunitario. Cioè vivere bene, seguire uno stile di vita sano, mangiare il giusto e roba buona, fare movimento, avere cura del proprio ambiente, evitare comportamenti squilibrati ed eccessi, non stressarsi. Ecco, su quest’ultimo punto mi soffermerei un pochino. Perché la salute del corpo da sola non basta. La nostra sfera energetica è sensibilissima agli stress, quelli veri intendo, non quelle pseudo depressioni che ci inventiamo quando qualcosa non va perché è più facile dire questo, sono stressata, sono depressa, piuttosto che affrontare i nostri limiti. Il vero stress è subdolo, strisciante, e molto spesso si manifesta con sintomi fisici reali: astenia, attacchi di panico, gonfiore, ritenzione, insonnia, sonnolenza, allergie, intolleranze alimentari, disturbi digestivi, mal di testa, disturbi della vista, e sono troppi per poterli elencare. E poi meglio di no che mi diventate ipocondriaci e questa è la peggior causa di stress.

Io ho analizzato i miei ultimi tre anni con la lente d’ingrandimento e ho trovato il punto d’inizio di tutta la mia vicenda, ho individuato il momento in cui è cominciato lo stress, quello vero, quello che ha scatenato Scilla e Cariddi. Perché prima non avevo niente, secondo i miei esami.

Quindi ricapitoliamo: prevenzione prima di tutto (avere cura di tutte quelle cose che ho scritto sopra), che il Sistema Immunitario sa far bene il suo lavoro se lo trattiamo come si deve. Durante la prevenzione, periodicamente, qualche esame strumentale per una eventuale diagnosi precoce. Dopo, e solo dopo e se si trova qualcosa di anomalo, allora si passa alla cura esterna, quella medica, quella di cui abbiamo tutti paura ma che, oggi come oggi, salva un sacco di vite (e per carità non date retta ai ciarlatani, quelli che promettono tutto con niente). Ovvio che se si è fatta prevenzione e diagnosi precoce – precoce – l’eventuale impazzimento di cellule si scopre quando queste hanno appena cominciato a fare il ballo di San Vito, quindi la cura sarà più agevole.

Tutto chiaro? La diagnosi non è una cura e non è prevenzione, ne fa solo parte. Non si guarisce con una mammografia. La ricerca scientifica sta facendo passi enormi per scoprire quanti più tipi di tumori sia possibile e sempre di più si trovano cure adeguate. Non è ancora abbastanza, le terapie sono ancora molto invasive, la chemioterapia è devastante, la radioterapia idem, le cure biologiche sono ancora per pochi tipi di tumori e per pochi soggetti adatti e pure loro non scherzano quanto a effetti collaterali, la chirurgia fa molto e in certi casi è risolutiva, ma la strada è ancora lunga. Quindi noi possiamo fare due cose: avere molta cura di noi stessi e non stressare il nostro organismo e far sì che la ricerca abbia sempre i fondi necessari a ricercare.

E soprattutto dobbiamo impegnarci ad essere felici. O almeno sereni.

Autunno tra zuppe e ricordi.

È trascorso un anno più o meno, un anno di lotta estrema contro mostri invisibili in cui ho messo il mio corpo e la mia mente a dura prova. Un anno di domande senza risposte, perché bisognava attendere. Ricordo bene che l’ultimo malanno di stagione l’ho avuto a fine luglio, poco prima di lasciare la Germania. Poi più niente, neanche uno starnuto. Mi sono detta hai visto che la determinazione aiuta nei momenti più opportuni? Sì perché io avevo deciso che non mi sarei ammalata d’altro, il cancro mi bastava e aveva bisogno di tutte le mie energie.

Tre giorni fa il crollo. Raffreddore, febbre e pure una bella tracheite, giusto per non farmi mancare niente. Ma come, ho resistito agli attacchi più disparati con i globuli bianchi paurosamente vicini al niente, a bambini mocciolosi durante le mie supplenze alla scuola materna, alle sudate estive asciugate a colpi di ventilatore, alla chemio che mi risucchiava anche il fiato, e adesso che tutto è finito mi ammalo? Dice Francesca che ho abbassato le difese, il controllo. Sì, credo anche io sia per questo.

Sono andata ieri alla visita oncologica. Ora, non è che non sapessi che tutto era a posto: in questi mesi ho imparato a decifrare TAC, PET, analisi. Però fa un altro effetto sentirselo dire dal medico. Tutto a posto, cominciamo il follow up. Durerà due anni, due anni di osservazione e di controlli serrati, due anni col fiato sospeso ogni tre mesi, ma va bene così. La mia vita sarà piena per ottantanove giorni ogni trimestre, anche di raffreddori e acciacchi vari, e di progetti, di sogni.

Lo specchio mi restituisce un’immagine che sta tornando alla normalità. Certo capelli e peli crescono in modo sconclusionato, somiglio a un peluche strapazzato, però che soddisfazione ritrovare la mia faccia di sempre! Mariù, mi dovresti vedere adesso.

Mi domandavo quando sarebbe arrivata “la botta”, quella in cui avrei capito che non ci sei più. Oggi è stato quel giorno. Ho preparato la tua zuppa e ho pensato che forse avevo dimenticato qualcosa e non potevo telefonarti per chiedertelo. Ho mangiato zuppa e lacrime, ho sentito la tua voce che mi diceva “Io ci metto la crema di funghi, il mio tocco personale” e ho pianto di più perché non ce l’avevo la crema di funghi, niente, e ti ho sempre detto che va bene anche così, che la crema la fanno i legumi. Il cordone ombelicale del cibo non si spezza, sai Mariù? E pure questo essere malata, che anche a cinquantasette anni ti avrei chiamato per dirtelo e tu mi avresti detto “riguardati”. Un modo di dire antico, io non lo uso per esempio. Riguardati, guardati due volte e anche di più che ne hai bisogno quando stai male. Io direi prenditi una Zerinol…

Se dovessi fare la lista di ciò che mi hai lasciato, di quello che mi hai insegnato, sarebbe un’impresa senza fine. Mi hai lasciato me, quella che sono, difetti compresi. E tanto basta perché tu mi manchi.

 

Ciao Mariù.

Oggi abbiamo salutato la protagonista di Cetteide, Mariuccia, Mariù per gli intimi, mia madre. Voi tutti l’avete conosciuta attraverso queste pagine, l’avete apprezzata, avete sorriso con me e con lei. Abbiamo vissuto insieme avventure incredibili: le nostre vacanze in Calabria, il nostro male, le nostre personali battaglie. Due giorni fa si è fermata, con il corpo almeno. Lo spirito, ne sono certa, sta già creando scompiglio lassù, specie a mio padre che ormai da anni si era organizzato per benino… Ho raccontato di lei, della nostra relazione madre/figlia, con ironia, ogni volta che ho potuto, e posso garantirvi che lei ha letto ogni post e ha sempre riso tanto, anche di sé stessa. Ora voglio concludere questo ciclo con le parole che le ho dedicato e che, nonostante il mio essere prolissa, la riassumono tutta.

Per Mariù

Volevo leggere per te una poesia di Lord Byron sulla bellezza, ma avrebbe rappresentato solo una parte della tua storia e Don Federico mi ha detto che sarebbe stato meglio raccontarti con parole mie.

Una sfida mamma, perché tu sei tante storie, e io sono notoriamente prolissa…

Sei sempre stata bellissima, densa, impossibile non notarti. Ma non era solo il tuo aspetto, quegli occhi luccicanti, quel sorriso dolcissimo, ad attirare l’attenzione. Tu accoglievi, abbracciavi tutti con la tua sola presenza. Tu sei stata madre con la passione della tua terra, come madre natura, feconda, fertile di racconti, di tradizioni, di riti, sapori, profumi, ricca di allegria, positività, forza. Generosa d’amore.

Quanti amici, nostri, dei tuoi nipoti, ti chiamano zia, nonna? Tu aprivi la porta del tuo cuore e loro diventavano parte della tua casa, per sempre.

Eri una giovane donna legata ai valori famigliari. Tuo padre, tua madre, le tue sorelle, i tuoi fratelli, per tutti loro avevi attenzioni speciali, per tutti avevi tempo, cure, affetto. Poi ti sei emancipata e hai donato te stessa a questa grande famiglia che man mano andavi creando, una famiglia di donne alle quali trasmettere un pezzetto di te. Ci hai insegnato la vita, hai imparato ad essere una donna evoluta e moderna, a volte più di noi figlie, ci hai spronato ad essere migliori, ad usare il buon senso in tutte le faccende della vita. Dicevi sempre “Chi più ne ha più ne metta”, e con questa frase riuscivi a zittirci, a farci ragionare.

Coi tuoi nipoti sei tornata giovane, ma giovane sul serio. Hai condiviso talmente tanto con loro, tempo, sogni, desideri, speranze, che anche loro fanno parte di te. Loro sono il tuo lascito, in loro vivrai per sempre. Se solo penso alle interminabili partite di Burraco, alle lezioni di cucina, ai pranzi della domenica, alle risate…

Da ragazzi ci si domanda spesso se lasceremo mai un segno nella vita di qualcuno. Se saremo sempre e solo una meteora, un fenomeno occasionale seppur splendente o se, in qualche modo, il nostro passaggio sarà ricordato. E chi lo sa. Bisognerebbe tornare per sapere. Ma spesso quando si va via non si ha la possibilità di un futuro riscontro.

Ecco mamma, tu quel segno l’hai lasciato. Tu non sei mai stata un evento occasionale nella vita degli altri e questa famiglia che oggi è qui per salutarti è unita per merito tuo. Il tuo amore generoso fino all’ultimo respiro è la colla e noi siamo tutti appiccicati a te. Ciao Mariù.

E questo è per ricordarti.

I bei libri di Fazi: Willa Cather e il “suo” nemico mortale

Il mio primo post di settembre è una recensione. Ho letto questa estate un bellissimo libro ripubblicato da Fazi, “Il mio nemico mortale” di Willa Cather e, come sempre mi accade, mi sono buttata tra le righe alla cieca. Non conoscevo la Cather, non mi ricordavo la sinossi e non avevo ancora visto la copertina. Meglio così, ultimamente questa tecnica folle sta portando ottimi risultati.

Un romanzo davvero molto bello, molto moderno e molto ricco di sfumature. L’unica cosa che mi dispiace è che l’autrice sia morta da tempo, perché mi sarebbe piaciuto dialogare con lei, scoprire come ha vissuto “dentro” il mondo letterario e giornalistico agli inizi del novecento, lei che ha vinto un Pulitzer, lei che si è fatta largo in un ambiente prettamente maschile e ha vinto.

Ma bando alle ciance: eccovi la mia recensione pubblicata, come sempre, su Art a Part of Cult(ure). A proposito, guardate bene la copertina e non lasciatevi trarre in inganno: io la trovo bellissima e assolutamente perfetta per la storia raccontata.

 

Willa Cather e l’inquietudine di vivere nel suo bellissimo romanzo Il mio nemico mortale.

Willa Cather ci ha messo poche righe di incipit a smentirmi, e ne sono lieta. Come già era accaduto con Radclyff Hall e la sua Sesta beatitudine, nel romanzo Il mio nemico mortale, scritto dalla Cather nel 1925 e ripubblicato da Fazi con la traduzione di Stefano Tummolini, si colgono una modernità e una contemporaneità che sembrano stridere con l’immaginario comune relativo a quell’epoca.
La Cather, in questo romanzo breve, si colloca perfettamente in quella corrente letteraria che appartiene al realismo psicologico, raccontando i dolori nascosti, le frustrazioni, di una società in continuo e rapido cambiamento, senza eccessivi pudori ma utilizzando un garbo e una grazia nello stile che rendono la lettura leggera, nonostante tutto. [Continua a leggere…]