“Cetteide Revolution”, la seconda parte delle avventure di Cetteide (anteprima)

battlestar-galactica_1_big

A poco più di quattro anni di distanza da Cetteide, tornano le “avventure” di questa inedita coppia madre-figlia che tanto appassionò i lettori nell’estate del 2012. Trattasi di vita vera, quindi ci sarà di tutto: incontri, scontri, riflessioni, saggezza antica e logica, ironia, risate e lacrime, come accade nelle migliori famiglie. Ma dove eravamo rimasti? Ci eravamo lasciati con un saluto collettivo e una foto di gruppo che ritraeva l’intera famiglia riunita davanti al mare, uno scatto che comprendeva tre generazioni in cui le donne erano sicuramente predominanti: mamma al centro e figlie e nipoti tutti intorno. family009

Negli anni seguenti ognuno di noi ha seguito diversi percorsi: i nipoti si sono laureati, hanno cominciato a lavorare, qualcuno è andato all’estero e poi è tornato, ci siamo arricchiti con l’arrivo di una nuova piccola donna, abbiamo litigato e poi fatto la pace. Insomma, ordinaria amministrazione. Poi la scorsa estate la prima doccia fredda: mamma sta male. Dopo neanche un mese la seconda doccia fredda: anche io sto male. Ora, i più fedeli osservatori potranno senz’altro notare che, visti i precedenti, non poteva che essere così: se mia madre si ammala io non posso essere da meno, anzi. Ho seguito la genitrice nel suo primo percorso terapeutico, fatto di visite specialistiche, esami estenuanti, radioterapia quotidiana, e nel frattempo cominciavo la mia trafila diagnostica, altrettanto estenuante e dolorosa, con un solo pensiero in mente: se lei, quasi ottantenne e non in perfetta forma, ce la può fare, io non posso essere da meno.

Ora ci siamo. Domani mia madre si opera e, tra qualche giorno, io comincio il mio percorso terapeutico di avvicinamento all’intervento. Dovrò avvelenarmi per risorgere. Mi viene in mente che solo fino a un paio di secoli fa, – anche meno, – gli “speziali” erano gli attuali farmacisti e che i medicamenti utilizzati per le svariate malattie erano droghe e veleni (a tal proposito vi suggerisco la lettura dei bellissimi romanzi di Tiraboschi, uno dei quali recensito da me qui). Quindi nulla è cambiato, se non la raffinatezza nel controllo degli effetti collaterali e del risultato finale.

“Dai Cetta, vedrai che a giugno ti saranno già ricresciuti i capelli, un po’ ricci come i miei. E ce ne torniamo a Cirò a goderci il sole e il mare!” Confesso che l’ho guardata un po’ di traverso, io non voglio i capelli ricci. Però mi fa un certo effetto questa madre che, davanti alla mia malattia, si dimentica la sua, la mette da parte come una cosa irrilevante, mi solleva dal peso del prendermi cura di lei, mi dice “pensa a te, non sprecare energie”. Ci sono ruoli che si invertono a un certo punto della vita, ma poi accade che la vita stessa si diverta a sparigliare le carte. Tu madre sarai sempre madre, e io so che è così.

Bene, questa era solo l’anteprima, scritta all’alba di una mattina di gennaio, di Cetteide Revolution. Ho deciso che queste avventure saranno una trilogia di tipo Sci-fi, sul genere di Battlestar Galactica, quindi tutti a bordo, stiamo per cominciare ad esplorare il futuro. Con mia madre ovviamente. Ah, visto che ho deciso di nominarla Comandante, abbiate pazienza, dovrete adattarvi al suo linguaggio. A tal proposito pubblicherò, di volta in volta, un semplice e agevole glossario, pazientemente raccolto e decodificato da mio figlio Massimo in questi ultimi anni. Non vi lascio soli…

Soundtrack...

Auguro a tutti un #2017 di idee e sogni.

image2

Oggi mi è arrivata una email di un caro amico, una newsletter del suo sito con un messaggio per il #2017. Ora si dà il caso che io conosca molto bene Mauro Sandrini e so che i suoi messaggi non sono mai casuali, e quest’ultimo nello specifico mi ha fatto riflettere e ricordare (il messaggio è qui). Ho ricordato un 31 dicembre di tanti anni fa, trascorso a San Giorgio a Cremano dai miei nonni paterni, una notte in cui si è rischiata la vita perché i napoletani sanno essere davvero eccessivi in tutto. Una notte piena di simboli e di ritualità, che odorava di magia e di sacralità, specie a mezzanotte quando, spente le luci nelle case, si sono accese quelle in cielo e sui balconi e per le strade, coi fuochi e i razzi e i botti e tutti, ma proprio tutti, hanno preso a gettare fuori di casa, dalle finestre e dai balconi, qualcosa di vecchio, di usato. Volava di tutto, anche mobili, elettrodomestici, di tutto. E io bambina guardavo quegli oggetti passarmi sopra la testa e precipitare in basso con uno schianto e pensavo che fosse meglio restarsene al chiuso che giù di sotto si poteva morire.

Siamo abituati a scandire il nostro tempo, a dargli una forma e un limite fatto di secondi, minuti, ore, giorni, mesi, anni, lo visualizziamo come un neonato il 1 gennaio e come un vecchio decrepito e barbuto il 31 dicembre, e quell’ultima notte lo uccidiamo letteralmente – almeno a Napoli si faceva così, – con un bel falò di roba vecchia e nello stesso istante illuminiamo la strada al bambino che sta arrivando. A cosa pensate servano i fuochi d’artificio? La tradizione e le leggende dicono che servano per scacciare gli spiriti maligni, perché i “botti” e le esplosioni fanno certo un gran baccano. Io preferisco la mia suggestione, che siano luci artificiali nella notte a illuminare il cammino del nuovo anno, ancora cieco e sordo come ogni nuovo nato. Ma il tempo in realtà non ha limiti, è un flusso continuo che non si può imbrigliare in schemi convenzionali, e in questo flusso scorrono le nostre vite fatte di un prima e un dopo con noi al centro, incatenati in un eterno presente.

Quindi a cosa serve festeggiare, celebrare, illuminare a giorno questo evento che, in sé, non rappresenta nulla di diverso da tutti gli altri istanti? Credo che sia qualcosa di catartico, abbiamo bisogno di riti per prendere forza ed energia e andare avanti, verso quel dopo sconosciuto che chiamiamo futuro. E allora ben vengano i buoni propositi, gli scongiuri, le preghiere per chi ha fede, i fuochi e i falò. Ben venga il gettare via ciò che è inutile zavorra, per camminare leggeri e avere lo spazio per accogliere ciò che è ancora nel mondo magico delle idee. Il futuro è questo, in fondo, solo un’idea alla quale dare corpo e forma, che ci possa riempire e dare un senso. Anche se questo può andare in contraddizione con il saggio consiglio di seminare oggi per raccogliere domani, come fanno i contadini che hanno la vista lunga e annusano l’aria del domani e affidano alla Terra dell’autunno e dell’inverno i raccolti della primavera e dell’estate. No, non si possono buttare via quelle idee lì, quei sogni fatti nei giorni di pioggia e freddo, quelli che hanno preso forma a costo di sacrifici e dedizione. Dobbiamo essere in grado di riconoscere le scorie, i rami secchi, le piante sterili, le infide erbacce, come fanno i contadini. E il 31 dicembre possiamo liberarcene, sarà quello il nostro rito propiziatorio.

Auguro quindi a tutti noi di mantenere il buono e di gettare l’inutile, di volare leggeri nel nuovo anno e di trovare il tempo per goderne i frutti. Auguro idee e sogni, che le une senza gli altri non potrebbero esistere.

Grazie alla vita, grazie 2016 (una voce fuori dal coro)

acqua-e-sole

Immagine presa da Grafemi

Questo anno 2016 si avvia ad una fine ingloriosa, almeno questo è il sentimento che alberga ovunque volga lo sguardo o l’orecchio. Ingloriosa perché ad esso e solo ad esso vengono attribuite le responsabilità di tutti i mali e le disgrazie che in qualche modo, diretto o indiretto, hanno afflitto l’intera popolazione umana. Anche quella non umana, direi. Ora, posto che io ho un assoluto rispetto – e pure una sorta di invidia benevola – per coloro che riescono ad attribuire ad altro da sé le colpe e i meriti e sentirsi poi più leggeri e sereni, posto che trovo straordinario il potere taumaturgico della fede, qualunque essa sia, per cui deleghiamo a Dio, Allah, Buddha, l’Olimpo e tutti gli altri Invisibili Padri dell’Universo (perché mai non Madri non riuscirò mai a spiegarmelo) la risoluzione ai nostri piccoli e grandi problemi, posto tutto questo e qualcos’altro che di sicuro dimentico, io non ce l’ho con nessuno e con niente e, nonostante il mio momento attuale non sia dei migliori, voglio essere quella voce fuori dal coro che oggi dice GRAZIE.

Grazie alla vita, che mi ha fatto dono della consapevolezza del “giù”, dove “giù” era la parola che da bambina dicevo a mia madre poco prima di uscire di casa. “Dove vai Cetta?” “Vado giù, ma’”. E in quel giù c’era tutto un mondo immaginario, fuori dall’ordinario controllo genitoriale (ho vissuto un’infanzia e adolescenza prive di telefoni cellulari, quindi fortunata), un giù di profonde esplorazioni, di curiosità da appagare, di tuffi a capofitto nella vita che potevano farmi rompere la testa o farmi percepire l’ebrezza di fendere lo spazio e il tempo come fossero un panetto di burro. Era un giù senza un dove e senza un quando, e presupponeva fiducia e sicurezza. “Vado giù, ma’, e non ti deve interessare altro. Tanto torno.”.

Grazie alla vita perché mi ha fatto nascere in un “giù” geografico, un luogo fisico in cui tornare che sa di caldo e di fuoco, un centro della terra turbolento e passionale che ogni volta mi fa vibrare di energia. E proprio per questa mia appartenenza ho potuto dire, in primavera, torno “giù” in Italia dalla Germania, e poi giù a Roma che è già un po’ Sud, e poi ancora più giù, in quella mia terra di Calabria dove ogni volta metto in carica le batterie.

Grazie alla vita perché in quel “giù” esistono Cetta e sua madre in un racconto infinito che è un viaggio di incontri e di scontri, – oh, quanti scontri! – in cui una figlia si prende cura di una madre perché d’improvviso la scopre ammalata, ammalata seriamente. E forse dovrei ringraziare anche quel cancro (di questo si tratta) che mi ha resa sensibile e attenta, vigile. Grazie a questo ho incontrato il mio cancro. Quindi questo 2016 mi ha regalato la consapevolezza della malattia. Certo, tutto poteva accadere con qualche pausa di ristoro nel mezzo, così, giusto per rifiatare, ma evidentemente c’è una ragione per cui sta avvenendo così, ora, con queste modalità. Dovevo, devo capire qualcosa di importante, e forse ci sono riuscita. Sapete quelle illuminazioni che ad un certo punto arrivano come una lampadina che si accende dopo aver tanto brancolato nel buio? Ecco, una domenica mattina, mentre andavo non so dove, in una pausa tra un esame e un’analisi, tra un istologico e una risonanza, stanca, affaticata, mi sono resa conto che stavo vivendo la mia malattia come se stesse capitando a qualcun altro. Qualcuno di cui dovevo prendermi cura, ma che non ero io. Qualcuno che mi stava appiccicato come un gemello siamese, ma che non ero io. “Io non sono il mio corpo, il mio corpo non è la vera me, quindi io non sono la mia malattia. Cetta è sana, il suo involucro ha bisogno di cure.” Questo mi sono detta, e davvero non so spiegarvi come accade, come questa consapevolezza vi cambi la vita, il modo di affrontarla, l’immensa serenità che questo comporta. Io non ve lo so spiegare, come non so spiegarvi cosa significhi affrontare un cancro (invasivo, cattivo, per fortuna localizzato). È una definizione talmente astratta, specie se per tutto il resto stai bene, che capita ancora dopo mesi che lo sai che ti domandi “Ma davvero? Ma, io?” E se te lo domandi tu, figuriamoci chi ti vive accanto e ti vede a posto, piena di energia, immutata nell’aspetto… devi descrivergli tutto, devi raccontargli i dettagli della tua quotidianità più intima e forse capiranno. Forse. Io ho dovuto e voluto vederlo, faccia a faccia, per accoglierlo come una nuova realtà. Ho guardato Scilla e Cariddi e mi sono detta va bene, questo siete e questa io sono, siete entrati di nascosto, come clandestini, in casa mia e ora vi ho trovati. Preparatevi alla fine del viaggio.

Credo che ognuno affronti questo male in modo diverso, il suo, unico. Il mio è quello della conoscenza e della progettazione. Vero, difficile fare progetti a medio termine sapendo di dover affrontare terapie stressanti, un intervento, una convalescenza, controlli, esami. Quindi mi sposto un po’ più in là, giusto di qualche mese, pensando che questi progetti hanno preso vita proprio in questo 2016 così doloroso, e ci sarà un motivo, no? Dunque, caro anno che stai per finire, grazie per avermi fatto tornare “giù” a casa, grazie per avermi dato quelle visioni che sono confluite nell’ultimo romanzo che ho scritto (ancora lo sto revisionando, portate pazienza, sono stata un po’ presa…), grazie per avermi fatto incontrare persone straordinarie con le quali stiamo cercando di organizzare un evento grandioso per l’estate 2017, grazie per aver rimesso sulla mia strada una cara amica con la quale ho ricominciato l’avventura come agente di viaggio, grazie per avermi dato la forza e il coraggio di affrontare questo tsunami, grazie per avermi fatto aprire gli occhi e scoprire che sono viva e che ho ancora voglia di imparare.

#PLPL2016 Alla fine della Fiera cosa resta?

Ho voluto inserire questo video come introduzione all’articolo perché corrisponde alla somma e al riassunto di quanto ho visto, provato, percepito in questi cinque giorni di Fiera della piccola e media editoria Più Libri Più Liberi. What a feeling! Eppure non sono certo nuova a questa giostra. Il fatto è che quest’anno mi è sembrata leggermente diversa. C’era meno gente, complice forse un clima straordinario e un ponte lungo proposto dal calendario, ma c’erano anche meno espositori. Quegli spazi vuoti, mimetizzati abilmente spostando gli stand di qualche centimetro a destra o a sinistra, c’erano. Forse l’organizzazione sta realmente pensando di spostare la Fiera a partire dal prossimo anno, o forse gli editori si stanno riorganizzando. Parlo dei piccoli e medi ovviamente, e voglio sperare e pensare che quest’ultimo sia il vero motivo di tanta assenza.

Io ho voluto seguire tutti quegli eventi che puntavano i riflettori sui cambiamenti in atto e futuri. Quindi l’attenzione ai ruoli di scouting e di ricerca della qualità da parte degli editori indipendenti, le nuove modalità di approccio ai lettori da parte dei librai indipendenti, il significato che sta assumendo il selfpublishing nel mercato editoriale indipendente. Non pare anche a voi che ci sia una gran voglia di sciogliere legacci e lagacciuoli e di dare una bella scossa a tutto quanto? Tutta questa voglia di affermare la propria indipendenza, questo bisogno di correre più forte e più avanti, con gli strumenti giusti, liberi da sovrastrutture che sanno di stantio, questa necessità di essere creativi, fantasiosi, innovativi, tutto per riportare l’attenzione su colui che può realmente cambiare le sorti dell’editoria, l’unico vero giudice: il lettore. Caspita… Che rivoluzione potrebbe essere! E io spero tanto che accada, i tempi sono maturi, gli scrittori Indie scalpitano ai nastri di partenza, i librai hanno il cronometro in mano e gli editori sono in palestra ad allenarsi. Tutto per i lettori finalmente, tutto per cercare di ristabilire quel patto non scritto, ma unico metro di misura, tra chi pubblica e chi fruisce: la promessa di offrire un prodotto di buona qualità.

Gli ultimi due eventi che ho seguito sono stati proprio sul selfpublishing (che meraviglia ritrovare questa tematica in Fiera anni dopo l’avventura con NoBrandArt!) e sulle librerie indipendenti, e ho scritto due articoli su Art a Part of Cult(ure) che di seguito vi linko. Una sorta di quadratura del cerchio, insomma. Se leggerete di seguito gli articoli che ho pubblicato, compresa la parentesi straordinaria dell’incontro con gli autori Sabot/Age, potrete rendervene conto anche voi. Che la rivoluzione abbia inizio!

Più Libri Più Liberi 2016 #14. Si parla del mercato del selfpublishing. Un’altra editoria?

Sembra un po’ di assistere a quella faccenda della montagna e di Maometto: prima o poi si dovranno pur incontrare! E così capita che in una magnifica giornata di dicembre, a.d. 2016, in quel di Roma al Palazzo dei Congressi, il Selfpublishing incontri la piccola e media editoria in qualità di partecipante e non più come mero spettatore di serie B. Esatto, proprio così. L’incontro è stato curato dall’AIE in fondo, quindi delle due una: o hanno promosso il selfpublishing o lo temono. [continua a leggere…]

Più Libri Più Liberi 2016 #19. I librai illuminati. Come riportare i lettori in libreria?

Quest’anno Più Libri Più Liberi mi ha sorpresa per le tematiche trattate. Nulla di nuovo, sia ben chiaro, in rete se ne parla da tempo, però in Fiera, salvo timidi accenni negli anni passati, mai. Sto parlando di come stia cambiando il mercato editoriale, del ruolo che riveste la piccola e media editoria, della riscoperta dei ruoli dei vari attori che compongono la filiera editoriale, tutto per ricondurre i lettori verso i libri. Quindi i librai hanno potuto dire la loro in più di una circostanza, i librai indipendenti (quante volte ho sentito questa parola negli ultimi cinque giorni…). All’evento cui ho partecipato c’erano Carmelo Calì, per Libri & Bar Pallotta, e Alessandro Alessandroni per Altroquando. [continua a leggere…]

#PLPL2016 che fiera sarebbe se non parlassi di libri?

20161208_130420

Mi ero ripromessa di partecipare solo ad eventi per così dire tecnici, o professionali se preferite. Ma come si fa, come si fa a resistere al richiamo delle novità libresche! Specie se si tratta di noir, addirittura di quattro uscite per Sabot/Age di Edizioni e/o. Per chi mi segue da un po’ non devo certo spiegare che, davanti a una simile circostanza, io sono come Ulisse con le Sirene, le api con il miele, la Jolie con Brad Pitt… no, questo esempio non vale più.

Stavolta non c’era Massimo Carlotto, ma va bene, ci siamo visti parecchio nell’ultimo anno. Al suo posto c’era la mia amica Francesca Schipa che, con un po’ di emozione a suo dire (è stata magnifica), ha moderato l’incontro con Giorgia Lepore, Piergiorgio Pulixi, Pasquale Ruju e Luca Poldelmengo. I Fantastici Quattro!

f4

Di loro, dei loro romanzi, della collana Sabot/Age e di tante altre cose potrete leggere nell’articolo pubblicato per Art a Part of Cult(ure) che vi linko più sotto. Qui voglio solo aggiungere una piccola integrazione (perché di appunti ne ho presi parecchi)

Francesca Schipa si è soffermata parecchio sul personaggio protagonista dei romanzi di Giorgia Lepore, tal Gerardo Esposito detto Gerri. Le ha chiesto “da dove le fosse venuto un personaggio così” (leggete tra le righe, per favore), un uomo “che non deve chiedere mai” verrebbe da dire, bello e dannato o dannatamente bello. Insomma, si è parlato di questo appartenente al genere maschile talmente tanto da cominciare a fare ipotesi su chi potrebbe impersonarlo sul piccolo o grande schermo. Difficile a dirsi. A una mia successiva domanda diretta, Giorgia ha risposto che lei lo immagina col volto del primo Johnny Depp. E adesso lasciamo volare la fantasia e tuffiamoci nella lettura.

Poi lo sapevate che gli occhi di Mazzeo, il protagonista dei romanzi di Pulixi, sono un mix tra quelli della madre e del fratello dell’autore? Occhi chiari, bellissimi, color ghiaccio.

E sapevate che il romanzo di Ruju nasce, qualche anno fa, come cortometraggio?

L’ultima domanda impertinente di Francesca è stata: “Cosa vi rubereste l’un l’altro?” Provo a sintetizzare le risposte.
Giorgia ruberebbe a Piergiorgio la conoscenza della malavita internazionale, a Luca le geometrie relazionali e a Pasquale ruberebbe Dylan Dog.
Pasquale ruberebbe a Giorgia la visione femminile del noir, a Luca le geometrie relazionali e a Pulixi ruberebbe Mazzeo.
Luca ruberebbe a Giorgia il suo rapporto tra lavoro e scrittura, a Pasquale l’artigianato costruttivo e a Pulixi il mix tra passione e determinazione.
Piergiorgio infine ruberebbe a Giorgia la lievità del tocco, a Pasquale il mestiere e a Luca la drammaturgia.

Detto questo, ecco il mio articolo su questi Fantastici Quattro. Buona lettura!

Più Libri Più Liberi 2016 #6. Il poker d’assi di Sabot/Age con donna (di picche)

Perché “donna di picche”? Ve lo spiego dopo… Ricordo che un anno fa chiacchieravo sui social con Massimo Carlotto e “qualcuno” del collettivo Sabot/Age e chiedevo come mai non ci fossero donne al suo interno. Eppure di scrittrici noir italiane ce ne sono, e anche eccellenti! Ecco, un anno dopo mi hanno accontentata accogliendo nel gruppo Giorgia Lepore (sia chiaro che l’idea che l’abbiano fatto per me è pura vanagloria.).

A Più Libri Più Liberi 2016 sono stati presentati i 4 nuovi romanzi della collana Sabot/Age (sì, è anche una collana) di Edizioni e/o, e a condurre l’evento è stata un’amica, Francesca Schipa, che ha degnamente sostituito Massimo Carlotto. I quattro autori erano tutti lì, intorno a lei, e che meraviglia di palco! Piergiorgio Pulixi, Luca Poldelmengo, Pasquale Ruju e la magnifica autrice Giorgia Lepore. Francesca dice che ci si affeziona ad un libro, ad un autore. Nel caso di Sabot/Age i lettori tendono ad “innamorarsi” di un’intera collana, e io posso confermarlo perché davvero c’è un’univocità di intenti al suo interno e davvero ti viene voglia di collezionare tutti i suoi libri. L’univocità è data dal fatto che tutti gli autori, pur nel loro stile, pur nelle loro autentiche diversità, raccontano le verità nascoste dietro la realtà, quelle verità che la cronaca spesso non può evidenziare. E questo affascina chi legge, soddisfa quella curiosità insita nell’approccio alla lettura che è in ognuno di noi. Quando un autore riesce in questo non può non avere successo, e quando ci riesce un’intera collana… [continua a leggere…]

 

 

#PLPL2016 Altro anno stessa Fiera. Il mio primo resoconto di Più Libri Più Liberi

fiera1

E siamo ancora qui, come ogni anno a inizio dicembre. L’appuntamento coi libri a Roma si chiama Più Libri Più Liberi, e per me è imprescindibile, nonostante tutto. Quest’anno mi trovo presa di mille altre cose, decisamente importanti per me, ma non potevo mancare. Sono una scrittrice e una blogger, e al Palazzo dei Congressi mi sento un po’ a casa mia. Poi devo/voglio scrivere i miei articoli per Art a Part of Cult(ure) e non posso certo farlo per interposta persona. Poi voglio incontrare gli amici, le persone che come me amano respirare quest’aria così particolare, voglio curiosare tra gli stand, voglio carpire sguardi e voci, voglio ascoltare se c’è qualcosa di nuovo in questo panorama, a volte desolato altre esaltante, che è la piccola e media editoria in Italia.

Ho deciso di seguire alcuni eventi in qualche modo legati tra loro, una sorta di fil rouge sullo stato dell’arte che, in questa edizione, è caratterizzato da una maggiore attenzione degli addetti ai lavori, e non solo, su cosa deve (dovrebbe) diventare l’editoria indipendente, su una nuova (vecchissima) concezione dei ruoli, su cosa si deve fare per rivitalizzare il mercato a partire dalla filiera, sul ruolo fondamentale che stanno assumendo i librai “illuminati” e, udite udite, su come sta evolvendo il selfpublishing. Sono passati tre anni da quando un piccolo gruppo di autori e professionisti del settore andò in fiera con uno stand, senza l’appoggio di alcun editore, per rivendicare quel rapporto speciale col lettore che pareva sfilacciato e che, soprattutto col selfpublishing di qualità, è vitale. Era il 2013 quando feci l’appello e, sotto il nome comune di NoBrandArt, scatole di libri anche autopubblicati e uno stand coloratissimo e vivace, andammo in ventitré ad assaltare il fortino e a parlare alla gente di cosa significhi essere autori Indie (ne parlo qui). Molta strada è stata fatta, e molta ancora ne abbiamo da fare, ma pare che sia stata accantonata l’idea che “self è il male”. Vi saprò dire di più dopo l’evento del 10 dicembre.

Per ora posso solo dirvi che i primi giorni di fiera mi sono sembrati un po’ mosci, con poca affluenza di gente. Ma è anche vero che Roma ci sta regalando giornate quasi primaverili e starsene al chiuso col sole che splende, specie con un ponte festivo lungo, è difficile da concepire. Speriamo che le cose vadano meglio tra sabato e domenica, che i libri hanno bisogno di essere comprati e letti.

Il mio primo articolo per Art a Part of Cult(ure) parla di numeri, ed è davvero molto interessante ciò che ci svela.

Più Libri Più Liberi 2016 #2 Come va il mercato editoriale? Facciamo un po’ di conti.

Più Libri Più Liberi 2016 per me quest’anno comincia dai numeri. Che l’editoria sia in crisi e che qualcosa stia cambiando ce lo siamo detto tutti, più volte. Certo non bastano i piccoli passi fatti fin ora, ma è interessante vedere come e cosa percepiscono gli addetti ai lavori.
Ho partecipato all’incontro L’andamento del mercato 2016 alla vigilia del Natale e la piccola editoria. Da un’editoria mainstream a una indiestream?, perché il titolo evocava per me una serie di “lotte” che da tempo conduco in prima persona sul web – e non solo – e perché era interessante che l’evento fosse curato dall’AIE. Che si stiano tutti svegliando? mi sono detta. [continua a leggere…]

Quando non so come dire le cose scrivo poesie

la-forza-delle-donne-si-posso-farcelaCi ho pensato a lungo. Non solo a cosa dire, ma proprio sull’opportunità di farlo. Io sono una persona discreta, forte, determinata, e in genere entro in punta di piedi nelle vite degli altri con la convinzione, oltretutto, che se non sono invitata meglio non bussare neppure alla porta. Per questo scrivo. I miei libri, le mie storie, sono scarpe animate che camminano da sole e si fermano dove credono, a volte per pochi istanti, a volte a lungo, dipende dall’ospite.

Nei miei libri ci sono donne, uomini, luoghi, veri o inventati non importa, sono comunque una rappresentazione di me e della mia visione della vita. Può non essere interessante, eppure credo che qualunque momento di confronto possa aiutarci a valutare diverse prospettive. Oggi ho bisogno io di confrontarmi, oggi sono smarrita. Perché capita che la vita reale superi quella creata nei romanzi, la superi in imprevisti, prove, emozioni, e ci colga impreparati. Non c’è niente da inventare, c’è solo da prendere le distanze, respirare a fondo e cominciare a lottare. Ma non da sola. Da soli la paura di non farcela può diventare una morsa incandescente che ti stringe i polsi, le caviglie, la gola, che ti blocca e non ti fa agire. Per questo tipo di lotte ci vuole un esercito, e armi, e strategie. Bisogna essere lucidi e spietati. Per questo sono qui oggi. E poiché certe parole sono brutte, hanno proprio un suono sgraziato, io le trasformo in poesia, che la bellezza vince sempre. costa-rica

Io voglio ancora

svegliarmi con questa luce calda

che filtra e mi accarezza.

Voglio ancora

godermi questa estate

della vita,

i frutti succosi,

gli aspri contorni dei monti,

le rotondità delle onde.

Io voglio ancora

spogliarmi e stupirmi

della mia pelle lucida,

dei muscoli tesi,

dei piedi scattanti.

Io voglio ancora,

e gli ospiti inattesi

sgraditi

ottusi

voraci

dolenti come prefiche

non oscureranno

la mia estate

con tristi presagi

di pioggia.

Datemi sassi

e spade

e pugnali

che sono in guerra

e io voglio

vincerla.