Il 23 aprile è la #GiornataMondialedelLibro e io la festeggio in hotel

Come ogni anno il 23 aprile si festeggia quella cosa meravigliosa che chiamiamo libro. Dico cosa perché, con l’avvento del digitale, l’oggetto/libro ha acquisito nuove forme così come nuove sono le esperienze di lettura. Resta la magia dei contenuti, i messaggi, la capacità di comunicare di chi, con maestria, quelle parole le ha pensate e scritte. Storie che ci accompagnano nel nostro viaggio della vita, così mi piace pensarle, storie come canzoni che lasciano un segno, che diventano nostre per sempre.

A Barcellona, come ormai saprete, ogni anno in questa occasione si regala un libro e una rosa, e questo gesto rappresenta per me un gesto d’amore e di passione esemplare. Io invece, italica scribacchina, sono stata invitata a partecipare a un evento particolare: l’associazione Golden Book Hotels mi ha chiesto di scrivere un racconto ispirato a un hotel particolare. Un hotel vero, reale, uno di quelli che aderiscono a questa iniziativa e che diventa mentore a sua volta dell’autore che lo racconta.

In pratica cosa si sono inventati questi folli straordinari? Hanno selezionato diciotto autori – si è poi aggiunta anche la scuola di scrittura Omero di Roma, quindi siamo molti di più – hanno abbinato ad ogni autore un hotel italiano molto particolare, hanno chiesto a questi autori di scrivere un racconto ispirato all’hotel o in cui l’hotel fosse comunque menzionato. E fin qui… Poi hanno preso questi racconti e li hanno raccolti in un ebook, e questo ebook si troverà in ogni camera di ogni hotel raccontato e ogni ospite dell’hotel potrà leggere gratuitamente l’intero libro durante il suo soggiorno. Grande invito alla lettura!

Oggi, in occasione della Giornata Mondiale del Libro, l’ebook è disponibile. L’hotel che ho raccontato io si trova a Ferrara e si chiama Annunziata, e io sono felicissima che un albergo abbia un nome di donna e che presto potrò andare a visitarlo. Ah! Non ve l’avevo detto? Non sono mai stata a Ferrara né all’hotel Annunziata, quindi ho studiato e studiato e studiato per immaginare la storia che ho scritto, e mi è venuta una voglia pazza di andare in quei luoghi suggestivi e magari, chissà, ripetere ciò che mi è stato ispirato.

Un’altra informazione: l’ebook potete leggerlo anche voi. Potete scaricarlo cliccando sulla sua cover. Il mio racconto è a pagina 307, ma leggeteli tutti che sono piccole perle. 

Annunci

A #TempodiLibri con Missiroli e Buzzati, tra sentimento e fortezze.

L’avevo detto che a Tempo di Libri ho incontrato gente bellissima. Marco Missiroli mi ha incantata con un reading/ricordo/racconto su Dino Buzzati davvero emozionante.

Ci ho messo un po’ a scrivere l’articolo pubblicato da Art a Part of Cult(ure) e infatti è uscito solo ieri, a Fiera ormai digerita… Ci ho messo un po’ perché le parole hanno dovuto sedimentare. Se Buzzati ha lasciato un segno profondo in Marco Missiroli, in me quei due insieme hanno scavato una trincea. E l’immagine della trincea ci sta proprio bene, a proposito di frontiere, di coraggio per superare le barriere, di sentimenti che ribollono.

Ho pensato che da un anno a questa parte mi sono barricata dietro il mio dolore, l’ho usato come scudo, mi sono arginata in un fosso, forse per paura di affrontare… cosa? Ascoltare la storia binaria di Missiroli e Buzzati, l’analisi profonda di come, perché, quando a un certo punto si comincia a raccontare, a raccontarsi, è stato per me come squarciare un velo, con la testa e con il cuore.

L’articolo che ho scritto è strano, secondo me, quasi disarticolato, un flusso di parole che seguono un flusso di pensieri, proprio come Missiroli ci ha proposto la storia che ci ha raccontato. Leggetelo così, senza soffermarvi troppo sul significato, lasciatevi trasportare dai sensi e provate a immaginare di essere lì, davanti a questo ragazzo altissimo e con la cravatta, che si siede e…

A Tempo di Libri ho incontrato Marco Missiroli e Dino Buzzati

Facciamo un gioco: facciamo che io non conosco Marco Missiroli e che non so quasi nulla di Dino Buzzati. E facciamo anche che a Tempo di Libri mi capiti di incontrarli entrambi. Ora i più accorti diranno come fai a incontrare Dino Buzzati se è morto tanto tempo fa? Eppure vi assicuro che, io che di Buzzati so poco, ho davvero l’impressione che sia qui, in questa sala gremita di Milano Fiera City, a raccontarsi con la voce di Missiroli.

Lo noto subito questo ragazzo altissimo, che abbraccia le persone, che ci saluta come fossimo vecchi amici che si incontrano a una festa. [Continua a leggere…]

Quest’anno sono andata a #TempodiLibri e ho incontrato gente bellissima

Quest’anno ho deciso di andare a Tempo di Libri a Milano per vedere come sarebbe stata questa seconda edizione. Beh, dopo anni a Roma per Più Libri Più Liberi con la piccola e media editoria, dopo anni al Salone di Torino, che resterà sempre per me “Il Tempio” dell’editoria, ho voluto dare una chance al capoluogo lombardo.

Tutto sommato se la sono cavata, nel senso che lo spostamento dell’evento alla Fiera Milano City ha di certo giovato all’affluenza di gente sia per i collegamenti con il centro cittadino, sia perché, diciamolo, dopo il weekend elettorale le persone avevano voglia di distrarsi un po’.

Pochi gli espositori, almeno se li paragono alle altre fiere che ho visitato, ma alcune cose buone: tantissimi punti ristoro, ma tanti davvero; tantissimi spazi per sedersi e riposarsi; un’area dedicata ai professionisti per gli incontri, cioè proprio uno spazio in cui gli autori potevano incontrare gli agenti letterari, e questa mi sembra una bella novità.

C’erano i grandi gruppi editoriali, fianco a fianco, con un enorme spiegamento di libri, roba da apoteosi dei sensi, ma c’erano anche piccoli editori, e questo significa che forse i costi non erano eccessivi, chi lo sa, non ho chiesto. O forse significa che le case editrici abbiano scelto il canale fieristico per fare un po’ di cash flow che non fa mai male. Eh, ce ne sarebbero di osservazioni da fare sulla distribuzione, ma la filiera sta diventando un serpente contorto e sempre più spesso i ruoli si confondono.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Le tematiche di Tempo di Libri erano diverse: la ribellione, la cucina, il ricordo.
Io ho partecipato a due incontri davvero speciali che, a distanza di qualche giorno, hanno lasciato un segno che ancora scava dentro. Incontri difficili ma esaltanti, e non mi capitava da tempo di restare così imbambolata a sentir parlare di letteratura.

Il primo incontro è stato con Nicola Lagioia e Goffredo Fofi che hanno ricordato Alessandro Leogrande. Questo il mio resoconto per Art a Part of Cult(ure).

Alessandro Leogrande tra ricordi e rimpianti nel racconto di Fofi e Lagioia

Come un padre e un fratello, Goffredo Fofi e Nicola Lagioia hanno raccontato a Tempo di Libri la loro “versione” di Alessandro Leogrande, una versione accorata e nostalgica e ricca di sfaccettature, con un elemento in comune: Alessandro Leogrande mancherà. [Continua a leggere…]

Di #Sanremo2018, della musica al centro e della cultura del nostro tempo.

Immagine presa da qui

Non scrivevo qualcosa su Sanremo dal 2012, quando c’erano Celentano e le sue pause. Strano che senta la necessità di riparlarne proprio quest’anno, quando nuovamente conduce e dirige un artista, cantante, cantautore – Baglioni – e quando per la prima volta da decenni la musica è stata davvero il centro di tutto il Festival.

Lo chiamiamo Sanremo per brevità, ma è il Festival della Canzone Italiana, non dimentichiamolo. Un tempo erano le canzoni a partecipare e vincere, i cantanti erano scelti – più d’uno per ogni brano – per l’esecuzione, e poco importava fossero italiani o stranieri. Il tempo ci ha regalato un’evoluzione [involuzione?] per la quale la nostra attenzione si è concentrata sempre più sui personaggi o artisti che dir si voglia che sui brani proposti, e questo ha portato inevitabilmente a trasformare il Festival in una vetrina/passerella dove farsi vedere e ricordare – ci sono anche io, ti ricordi di me? – e dove presentare pezzi composti per l’occasione, niente affatto rappresentativi del panorama musicale italiano e/o dello stesso repertorio dell’artista in questione.

Quest’anno Baglioni ha tentato di riportare la musica alla ribalta e ha fatto scelte importanti come direttore artistico: ha scelto brani onesti e sinceri, niente di preconfezionato. Oddio, magari non tutti, però una buona percentuale (l’operazione Pooh in pillole non ha funzionato molto, a parer mio…).

Le canzoni erano belle? Ovviamente è una questione di gusti, però per la prima volta, almeno per me, si è potuto giudicare davvero. Nel senso che, ad esempio, se a me Fabrizio Moro non piaceva fuori dal Festival, non mi è piaciuto neppure dentro il Festival, e il suo brano era nel suo stile, nelle sue corde. Poi possiamo disquisire all’infinito sul testo suo e di Meta, che moti definiscono “piacione”, come molti altri del resto in questo Sanremo, ma, dico io, cosa dovrebbero raccontare i nostri artisti?

Se le canzoni parlano di cuore e amore, allora si tratta di roba melensa che eccheppalle sempre ‘ste cose che nessuno ci crede più; se le canzoni parlano di donne, di violenza sulle donne e allora si tratta di canzoni marpione fatte per catturare il consenso popolare che eccheppalle sempre ‘ste cose che non ne possiamo più di leggerle sui giornali; se le canzoni parlano di migranti, di razzismo, di emarginazione e allora si tratta di canzoni che cavalcano l’onda d’urto del sentimento politico che eccheppalle sempre ‘ste cose che non ne possiamo più di campagna elettorale anche al Festival.

Ora io mi domando: posto per assunto che la musica popolare dovrebbe rappresentare la cultura del nostro tempo, così come la letteratura, così come è sempre stato d’altronde, cosa cazzo ci dovremmo aspettare da un Festival? O dai nostri artisti in generale. Ci lamentiamo sempre che la cultura ha perso la sua connotazione essenziale, essere memoria del tempo che viviamo, incidere sulla carta, sui pentagrammi, i fatti che viviamo perché possano insegnare qualcosa alle generazioni future, e poi quando questo viene fatto gridiamo alla “piacioneria”? Ma porca miseria, ma davvero?

Ricordo a una fiera del libro, forse quella di Roma di qualche anno fa, che Dacia Maraini e Lidia Ravera, parlando delle donne scrittrici, esortavano tutte noi a raccontare il nostro tempo, ad essere testimoni letterarie di ciò che stiamo vivendo affinché serva da futura memoria, perché questo dovrebbe fare una società letteraria. La tecnologia che rende tutto più veloce e immediato rischia di distruggere la cultura, e la cultura è crescita.

Anche per le canzoni, la musica, vale lo stesso discorso. E allora che critichiamo a fare quegli artisti che ci raccontano il nostro tempo? Trovate che siano operazioni commerciali? Può darsi che qualcuna la sia, d’altronde c’è sempre stato chi ha lucrato sui talenti altrui, è il mondo, è la società. Però sono ottimista e credo nell’onestà di chi si espone in prima persona, per cui anche se Moro non mi piace nel senso che non comprerei un suo EP, non posso dire che la sua canzone sia “piaciona”. È realistica, è attuale, quindi va bene.

La canzone di Nina Zilli racconta della violenza domestica, che le vogliamo dire? Che è piaciona? Quella di Mircoeilcane racconta dei bambini che attraversano il mare sui barconi. Anche questa è piaciona? Ci nascondiamo dietro questo termine odioso per nasconderci l’odiosità dei fatti? Non è che denigrando questi testi i fenomeni diminuiscono. E vogliamo parlare della canzone di Ron? Lo hanno accusato di aver portato un pezzo di Dalla per conquistare consensi, come se Ron non avesse mai proposto brani di Dalla. E dai…

Ecco perché mi è piaciuto questo Festival. Claudio Baglioni è stato coerente con sé stesso e ha portato il suo sentimento sul palco. Dal punto di vista organizzativo nessuna pecca, secondo me. Un Baglioni disinvolto mi avrebbe fatto pensare male. La Hunziker è stata all’altezza e professionale, che piaccia o no. Non credo sia facile condurre uno spettacolo del genere e lei lo ha fatto a modo suo, non poteva snaturarsi per questo. Onestà…

Un’ultima annotazione su Pierfrancesco Favino. Lo apprezzo da sempre come attore, da sempre, ma è stato capace di superarsi, almeno a mio giudizio. Il suo monologo tratta dalla piéce teatrale di Koltès, La nuit juste avant les forêts, ha incantato e commosso per la sua intensità e per la bravura dell’attore. No, non è un testo piacione, anche perché è stato scritto negli anni ’70. Sono parole nelle quali possiamo identificarci tutti, basta leggerle o ascoltarle con attenzione. Non riduciamolo a un momento politico a tema migranti, per favore, perché sarebbe riduttivo. Sì, riduttivo e la cultura non dovrebbe essere questa becera strumentalizzazione del comune sentire, dovrebbe essere riflessione profonda. E memoria.

Riascoltiamo Favino.

 

Franco Arminio e i suoi “paesi invisibili”. Per il Festival delle Letterature di Roma un nuovo incontro con la poesia.

Sono andata al Giardino degli Aranci della Casa delle Letterature di Roma. Non so se si chiama così (la signorina all’ingresso mi ha detto: “Arminio? L’incontro è in giardino”), però c’erano solo alberi d’arancio in quel giardino interno, con una fontana al centro mimetizzata da un basso arbusto, e tutto era così verde e calmo che, mi son detta, nessun posto è migliore per parlare di poesia.

Che poi parlare di poesia con Franco Arminio – l’evento riguardava lui ovviamente – è un eufemismo. Con lui non si parla, con lui si assiste a uno spettacolo, si dialoga, si canta. Lui è logorroico quanto basta per farti chiedere se sia sufficiente la poesia affinché si racconti. Che poi sono poesie spesso brevissime, più che ermetiche, e per questo mi piacciono: istantanee della realtà di quei paesi nascosti, perduti, abbandonati che lui tanto ama. E allora lasciamolo parlare questo “paesologo” come ama definirsi, che ha pure una splendida voce e ti cattura con le sue movenze da attore consumato. Bello spettacolo, bravo, bis!

Vi racconto l’incontro su Art a Part of Cult(ure), come sempre.

Un reading speciale col paesologo Franco Arminio.

Sono andata a incontrare un poeta. Ma non un poeta qualunque: un paesologo. Troppo complicato, va bene.
Sono andata a incontrare Franco Arminio. Meglio? L’occasione l’ha offerta Letterature Festival di Roma e il giardino degli aranci della Casa delle Letterature non poteva essere più consono a questo evento. Lo confesso, la prima volta che l’ho visto e ascoltato a Libri Come mi ha conquistata. E non è certo facile conquistare con le poesie! Quel cliché romantico degli uomini che declamano versi e stendono letteralmente le donzelle sognanti ecco, è solo un cliché. La verità è che la poesia non è propriamente una lettura nazional popolare, a meno che il poeta non abbia il carisma e il fascino di Franco Arminio. Che parla come scrive (o scrive come parla) ed è tutta una serie di emozioni circolari, coinvolgenti, spesso esilaranti. [continua a leggere…]

LA CITTÀ TI EDUCA QUANDO “LA CAMMINI”. HO INCONTRATO ALBERTO ROLLO AL PIGNETO PER IL FESTIVAL DELLE LETTERATURE E HO ASCOLTATO LA SUA MILANO.

Immagine di Andrea Apollonio (on twitter)

Una delle cose belle del mio ritorno a Roma è stata (è) la possibilità di partecipare di nuovo a quegli eventi culturali, letterari, musicali, artistici che tanto amo. La pausa tedesca prima e le disavventure con Scilla e Cariddi poi mi hanno un po’, come dire, relegata in panchina. Oggi però ho ripreso in mano il mio tempo e ho deciso di essere io quella che lo spende, non viceversa.

Con molto entusiasmo ho quindi accettato di tornare a curiosare il – nel – Festival delle Letterature di Roma, la cui formula non è molto cambiata dalla mia ultima frequentazione (serate al Massenzio e pomeriggi in giro per la città), ma di certo sono cambiati i nomi, i volti. La letteratura per fortuna non è statica.

Il primo evento cui ho partecipato è stato l’incontro con Alberto Rollo, finalista al Premio Strega 2017 nella magica cinquina (stasera sapremo com’è andata…). Ciò che mi ha spinta a volerlo vedere, ascoltare, è il fatto che il suo romanzo Un’educazione milanese è anche il suo esordio come scrittore di narrativa. Non è che Rollo sia proprio estraneo al mondo della scrittura e dell’editoria: autore di saggi, traduttore, editor, direttore letterario per Feltrinelli, insomma il “nostro” autore ci è cresciuto in mezzo al profumo della carta, ma il suo primo romanzo è questo qua, ed è pure un’autobiografia, ed è pure finalista allo Strega… Tutto questo mi fa ben sperare, ed è lecito farlo, giusto?

In ogni caso – abbandoniamo per ora i voli pindarici – ho scritto di questo incontro per Art a Part of Cult(ure), come sempre, e come sempre questo è il resoconto.

Letterature Festival #6. Alberto Rollo racconta Un’educazione milanese.

Dice bene Veronica Raimo, che cura l’incontro con Alberto Rollo, finalista al Premio Strega 2017, quando afferma che raccontare proprio qui un libro come Un’educazione milanese (ed. Manni) ha un che di simbolico.
In una Roma che volge al degrado il Pigneto, ex borgata di pasoliniana memoria, politicizzato, scenario di quella cinematografia verista che ci faceva discutere e riflettere (Accattone ne è un esempio) è stato “recuperato” da quel mondo intellettuale e artistico di nuova generazione che quei tempi là non li ha vissuti e che ha scelto questo quartiere per motivi prettamente economici. [Continua a leggere…]

A #LibriCome2017 ho attraversato gli anni ’80 in compagnia di Zerocalcare, Tommaso Giagni e Eleonora Caruso

Mi sono presa del tempo prima di presentarvi l’ultimo resoconto di Libri Come 2017, una settimana per l’esattezza.
L’articolo l’ho scritto di getto e già è stato pubblicato su Art a Part of Cult(ure), ma sapete benissimo che sul mio blog c’è sempre una coda, o una presentazione, un preambolo, chiamatelo come volete. Io immagino questi miei “inviti alla lettura” come quelle chiacchiere intime, la sera tardi sul divano, quelle chiacchiere su argomenti che ci sono tanto piaciuti. E a me l’argomento “Generazione anni ‘80” è piaciuto tantissimo, specie con interlocutori – e testimoni diretti – quali Zerocalcare, Tommaso Giagni e Eleonora Caruso, e una conduttrice/padrona di casa sensibile e acuta come Loredana Lipperini.

Di questo si è parlato con i tre giovani e talentuosi autori, del loro mondo iconico e di ciò in cui si riconoscono, dei conflitti dai quali rifuggono e dai modelli che, seppur ancora ben presenti come retaggio delle generazioni precedenti, sono per loro impossibili da perseguire. Si è parlato degli anni ’80 come età di passaggio, di confine tra il mondo prima di internet e il mondo con internet, un periodo storico senza una vera storia in cui identificarsi, unica àncora la nostalgia dell’infanzia, quel periodo fecondo di cose, sensazioni, emozioni nel quale possono ritrovarsi fratelli, solo per un fuggevole attimo.

Negli anni ’80 io ero una giovanissima madre che si metteva a giocare col Nintendo fino a notte fonda e di pomeriggio si guardava I Cavalieri dello Zodiaco assieme ai figli, e che si chiedeva, guardandoli, cosa sarebbero stati da grandi. Erano anni facili quelli, anni in discesa, e non c’era bisogno di molta immaginazione, quella che i trentenni di oggi devono utilizzare ogni istante per inventarsi il presente prima di pensare al futuro. Ho ascoltato con attenzione e rispetto ogni singola parola che Zerocalcare, Tommaso Giagni e Eleonora Caruso hanno detto, ho sorriso e riso con loro e ho ricordato. E ho anche capito.

Questo l’articolo:

Generazione anni ’80. Zerocalcare, Tommaso Giagni e Eleonora Caruso ci raccontano i trentenni di oggi.

Lo confesso, ho molto invidiato Loredana Lipperini quando è salita sul palco della Sala Petrassi all’Auditorium con Zerocalcare, Tommaso Giagni e Eleonora Caruso. Lei ha avuto con loro quel dialogo che quotidianamente ho con i miei figli, anch’essi generazione ’80, senza riuscire a capire fino in fondo cosa li turba, cosa li fa sentire così alieni. A Libri Come, grazie a questa straordinaria conversazione, ho capito di più, e voglio cominciare a raccontare l’incontro dalla fine, da una considerazione fatta da Eleonora Caruso (che ho molto apprezzato in Comunque vada non importa, suo romanzo d’esordio), e ripresa dagli altri suoi colleghi, che è l’estrema sintesi di tutto: “Noi degli anni ’80 evitiamo i conflitti, soprattutto quel genere tipico delle generazioni precedenti. Non ci riconosciamo nei bisogni dei trentenni dei film di Muccino (quelli che avevano trent’anni quando noi siamo nati o poco oltre), quindi non sentiamo la necessità di scontrarci su fronti che riteniamo inutili.” [Continua a leggere…]