Sull’emigrazione in Germania, un po’ di chiarezza…

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Sta facendo molto discutere, nei gruppi social, questo mio articolo apparso su #ItalianiOvunque (lo potete leggere qui), che parla della situazione degli emigrati italiani in Baviera e che prende spunto dal mio precedente articolo scritto su questo blog (qui). Si tratta di un post polemico, almeno in certi punti, e tale voleva essere proprio per animare una discussione proficua, ma mi rendo conto di dover fare un po’ di chiarezza.

Frequento la Germania, lavorativamente parlando, da due anni. Sono letteralmente dovuta “scappare” dall’Italia a causa della mancanza di lavoro e vi assicuro che non è stato facile. Ho scelto la Germania perché avevo già qualcuno qui che avrebbe potuto supportarmi. A 56 anni, donna e da sola non è che si molla tutto così, alla cieca. Io almeno non me la sono sentita. Col senno di poi e le esperienze vissute in questi ventiquattro mesi, so per certo che ora non mi spaventerebbe neppure andarmene in Sudamerica… Detto questo, ciò che mi ha colpita in questa terra così “nordica” (io sono una passionale donna nata al sud e vissuta sempre a Roma), è stato proprio l’atteggiamento dei connazionali trasferiti ormai da tempo. Una tale arroganza, una supponenza, un’aggressività che di certo non mi aspettavo. Non tutti sono così, e questo sia chiaro. Per fortuna ci sono quelli che ancora ricordano come è stato per loro arrivare qui, senza soldi, senza appigli e con la disperazione nel cuore.

Questa aggressività, seppur espressa in modo più velato, la ritrovo in alcuni commenti al mio articolo sui gruppi social. Credo, dopo attenta analisi, di sapere di cosa si tratti: rabbia. La stessa che provo io, in fondo. Una rabbia alimentata dalla nostalgia. Perché nessun italiano, che io sappia, odia realmente la sua terra natale. Ogni riferimento al cibo (ricordiamo che sono legate agli odori e ai sapori le nostre pulsioni affettive), al mare, ai colori, ai profumi, alle amicizie, provoca una sensazione quasi dolorosa, il ricordo di quello strappo che si è dovuto fare e che ci ha allontanati da quella che era la nostra casa, le nostre radici. Il sentimento immediatamente successivo è la rabbia, per ciò che si è perso, per ciò che sarebbe potuto essere e non è stato, per le opportunità che non ci sono state date. Perché tutto ciò che riusciamo a trovare in terra straniera lo vorremmo a casa nostra, e sappiamo che non è impossibile. Quindi ancora più rabbia, che diventa veleno, che diventa rifiuto.

Io sono convinta che si tratti di questo. In più aggiungiamoci la beffa di andare a lavorare per un popolo che, storicamente, abbiamo avversato… Ecco, qui le considerazioni storiche e psicologiche mi farebbero addentrare in una tematica della quale non sono competente, se non per logica. Quindi non lo faccio, sarebbe solo qualunquismo gratuito. Sia ben chiaro: io non ce l’ho con la Germania, né con i tedeschi. Loro sono come sono, con il loro stile di vita un po’ calvinista per cui si vive per lavorare, con la loro allegria semplice e priva di retrospettiva, con la loro accoglienza un po’ grossolana ma senza secondi fini. Loro sono efficienti e organizzati, socialmente parlando sanno ottimizzare tutto, non sanno cosa significhi perdere tempo e non si perdono in chiacchiere. Una macchina perfettamente oleata. Il problema si pone nella gestione degli imprevisti, va bene, ma non si può avere tutto. Forse uno dei motivi per cui amano gli italiani è che noi, negli imprevisti, ci sguazziamo e sappiamo sempre cosa fare, in un modo o nell’altro. Siamo dei creativi.

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Oh certo, ci sono anche qui gli svalvolati, gli artisti, i pensatori, i filosofi, certo che ci sono, ma suvvia, non è la norma, è l’eccezione. Noi italiani, quando veniamo qui, la prima cosa che diciamo è: se tutta questa organizzazione (semplicissima, tra l’altro) ce l’avessimo noi, l’Italia sarebbe perfetta. Eh… e se le ciambelle avessero gli angoli, sarebbero quadrate. La realtà è che c’è sempre qualcosa di meglio, qualcosa di perfettibile, ma dovremmo rinunciare a qualcos’altro per riuscire a farlo nel nostro Paese. Quindi tanto vale andare là dove lo sanno già fare, e apprendere, e provare a crescere una nuova generazione che abbia di questo e di quello e che possa veramente cambiare le cose. Noi non ne siamo capaci. Continueremo ad andare in giro per il mondo sognando un’Italia che, vista da lontano nello spazio e nel tempo, appare sempre bellissima. Nostalgia… Ci sono Italiani che vivono in Germania da quarant’anni e che, periodicamente, tornano nel paese natale, sempre con la stessa commozione all’arrivo, sempre con la stessa delusione quando ripartono. Il fatto è che è difficile adeguare la realtà alle aspettative di un sogno. Ci sono figli, nipoti di italiani emigrati una vita fa, nati qui, che hanno visto l’Italia solo in TV (perché la maggior parte degli italiani qui guarda la TV italiana, ovviamente) o su Google Images, che hanno una luce negli occhi quando sentono parlare in italiano, come se gli si accendesse il cuore. Mi è successo di recente, in giro per Passau, di entrare in un negozietto nel quartiere degli artisti. Odorava di cuoio e di essenze orientali, e la tipa che lo dirige avrà avuto poco più di trent’anni, una faccia aperta, un sorriso radioso e l’aspetto un po’ fricchettone. Le ho parlato in inglese, ma con mia sorella che era con me, parlavo italiano. E lei, la tipa di cui non conosco il nome, ci ascoltava rapita. Poi ha cercato di dire qualcosa nella nostra lingua, e ne è uscito fuori un discorso ingarbugliato dal quale si sono dedotte due cose: suo nonno era calabrese (come me) e lei aveva l’Italia nel cuore. Ha detto, – spero di aver tradotto bene, – “Io sono nata qui, e mi piace Passau, la Germania, ma ho un tale amore nel cuore per la mia terra che non conosco!” E alla fine, prima che andassimo via, ci ha volute abbracciare, forte, come amiche, sorelle, che si ritrovano dopo tanto tempo.

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Questa è l’altra faccia della medaglia, la faccia innamorata di una ragazza che dell’Italia ha solo ricordi di terza mano, eppure ne ha nostalgia.

 

#Emigrazione. Una giostra che gira, che gira…

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C’è differenza tra “espatriati” ed “emigrati”, eccome se c’è. Un espatriato in genere decide di andare in un luogo diverso dalla sua terra natia, di fermarsi per un po’ o per sempre, di fare impresa o carriera perché ha alle spalle solidi studi e competenze, un bagaglio linguistico appropriato, una capacità che, nel suo Paese, non riesce ad esprimere appieno e, per questa ragione, cerca opportunità altrove. I cosiddetti “cervelli in fuga” sono espatriati, ad esempio. Gli emigrati o immigrati in genere non “decidono” di andare via: sono costretti. Per necessità, mancanza di lavoro, guerre o persecuzioni, situazioni sociali disagevoli. Spesso sono persone non più giovanissime, con uno scarso bagaglio linguistico, che si adattano a qualunque cosa pur di lavorare. Ma anche ex imprenditori, ex professionisti, ex dirigenti, ex professori, tutti ex qualcosa di importante e altisonante che, magari, non sono riusciti a stare al passo coi tempi e aggiornarsi o hanno semplicemente perso il loro lavoro.

Arrivano generalmente a ondate, a seconda delle crisi che si verificano periodicamente. Per prima cosa cercano l’appoggio dei connazionali che sono giunti con l’ondata precedente, che si sono stabiliti in questi luoghi da tempo e che hanno, quindi, più familiarità con la burocrazia locale e con la lingua. Accettano di fare lavori anche lontanissimi dal loro background, molto spesso nelle cucine dei ristoranti, che tanto lì non si deve parlare col pubblico. Sono lavapiatti o pizzaioli improvvisati, tuttofare, runner, gente di fatica: dodici o quattordici ore di lavoro sottopagate e poi, con la schiena e i piedi a pezzi, via in camera, spesso condivisa, a dormire per ricominciare il giorno dopo. Il capo è un connazionale che ci è passato prima di loro, quindi niente lamentele altrimenti… c’è la fila là fuori. Il giorno libero, quando c’è, si passa a vagare per le strade, ad ascoltare le voci tentando di riconoscere suoni familiari e magari fermarsi a fare due chiacchiere. Poi a letto presto, che domani ricomincia la fatica.

Dopo qualche anno così, gli emigrati riescono a spiccicare qualche parola nell’idioma locale, più per imitazione passiva che per reale comprensione. Se hanno avuto abbastanza fortuna e un lavoro stabile, in genere si fanno raggiungere dalla famiglia, quando c’è, e mandano i figli a scuola. Saranno loro i veri maestri, i loro interpreti dal medico, dall’avvocato, al comune, saranno loro quelli che riusciranno a integrarsi quasi subito. Benedetti i bambini! I genitori, se saranno stati bravi e parsimoniosi, avranno messo un piccolo capitale da parte e decideranno di aprire una loro attività. Un ristorante, perché no? E finalmente saranno padroni di qualcosa, anche di assumere connazionali emigranti, di sottopagarli e di sfruttarli che tanto è così che va, niente lamentele, ci sono passati tutti.

Questo accade, ogni giorno, in diverse parti del mondo. Non sto parlando di nord africani o mediorientali che arrivano, quando arrivano, coi barconi. Sto parlando di noi, noi Italiani, con le nostre belle valigie comprate dai cinesi, il nostro biglietto aereo low cost, il nostro orgoglio e il nostro retaggio, la nostra cosiddetta superiorità culturale. Il mondo è una giostra, che gira e gira, e ciò che vediamo è sempre lo stesso carosello. Gente che sale, gente che scende, avanti un altro che c’è posto. Siamo emigranti in fuga anche noi, facciamocene una ragione.

Ora, già lo so che ci sono le dovute eccezioni, ma è proprio per il fatto che ci sono che tutto il resto appare così mastodontico. Eppure si continua a tenere gli occhi maledettamente chiusi, si continua ad avere lo stesso atteggiamento arrogante di chi si sente superiore, di chi dice no, a me non accadrà niente del genere. Poi capita. E non serve a niente la tua laurea presa col sudore della fronte dei tuoi genitori, laurea accantonata perché, se non appartenevi a una lobby, se i tuoi non hanno leccato abbastanza i culi di qualche santo in paradiso, se non hai avuto a suo tempo la lungimiranza, la fortuna, il tempismo di inserirti nel giro giusto, hai solo sprecato tempo e soldi. Non serve a niente, sei fuori, out. I lavori che hai fatto, l’esperienza accumulata, sono solo belle parole scritte su un curriculum che nessuno legge più. C’è crisi, guys, ti tocca emigrare. E tutto quello che mai avresti fatto nel tuo Paese, tutto ciò che consideravi umiliante, sei disposto a farlo adesso, in un altro posto, dove nessuno ti vede e ti giudica.

E allora, mi domando, perché stiamo lì a discutere degli emigranti che sbarcano sulle nostre coste, che ci rubano il pane da sotto i denti, che si appropriano di un lavoro che ci spetta di diritto? Quello stesso lavoro che non vogliamo fare, non qui sotto gli occhi di chi ci conosce? Aria fritta. Gira la giostra, gira, e siamo tutti uguali. La livella non comincia il suo lavoro solo sotto terra.

 

Una scrittrice Ambasciatrice nella terra di Ludwig. #ItalianiOvunque

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Non vorrei che qualcuno pensasse che questo mio blog sia solo un luogo dove trovare informazioni utili per gli scrittori Indie. Non è così. Io qui scrivo cose che, diversamente, racconterei agli amici durante un incontro, magari a una cena o davanti a un caffè di prima mattina. Mi mancano un po’ quei contatti umani, così densi e unici, e il web non aiuta di certo. Ma come, direte voi, prima ci parli di quanto il web sia utile e poi ci dici che non aiuta? E cosa c’entra questo? Nulla è paragonabile al confronto diretto, allo scambio in prima persona di esperienze, di vita, di sé. E questo lo si nota ancora di più quando si è lontani da casa, dai propri affetti, dalla propria quotidianità, che non è mai così banale quando la si è perduta.

Da espatriata – oggi non si dice più emigrata, ma espatriata – riesco a guardare a ciò che riguarda l’Italia con un occhio diverso, non più coinvolta dalle beghe sociali e politiche, quindi più obbiettivo. E ne abbiamo di cose che non vanno, enormi, mastodontiche… sarebbe così semplice porvi rimedio se solo imparassimo l’arte dell’umiltà e ritrovassimo quel coraggio che, un tempo, ci ha spinti a fare rivoluzioni che hanno cambiato la storia. Ma da qui, da una terra diversa per cultura, colore, calore, ambiente, passioni, è proprio questo che mi porto dietro, come bagaglio personale: cultura, colore, calore, ambiente e passioni. E come me, ne sono certa, fanno tanti italiani nel mondo. La parte buona della nostra italianità, è questo che ci portiamo dietro e che ci tiene ancorati alle nostre tradizioni, perché non è vero che sono obsolete, superate in questo mondo ormai globalizzato. Le nostre radici, così forti e caratterizzanti, fanno la differenza, ed è quello che gli altri amano di noi e che ci invidiano.

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Ultimamente è nata un’iniziativa, per desiderio e impegno di una cara amica che vive ormai da anni a Barcellona. Patrizia La Daga, giornalista, scrittrice e blogger, assieme ad altri “compagni di viaggio”, ha creato “ItalianiOvunque”, un sito internazionale di eccellenza che vuole raccogliere le storie degli italiani espatriati, le loro esperienze, il loro particolare e privilegiato punto di vista sui luoghi in cui si sono trasferiti. Ma non solo. Vuole anche portare i sapori della nostra terra là dove non si trovano, quei prodotti così abituali per noi e così preziosi alla nostra memoria ora che, lontani da casa, pare quasi un’impresa trovarli.

Un sito che è un viaggio nel viaggio. Viaggio fisico, quasi una sorta di guida turistica di luoghi conosciuti e meno noti, e viaggio nella memoria, quella legata ai profumi e ai sapori, che è quella che più ci appartiene e che ci lega ai ricordi dell’Italia. Il nostro “Buono”, la nostra eccellenza. Ce ne sono tante altre di cose eccellenti importanti, forti, ricche: la cultura, l’arte, la creatività, la capacità di adattamento, la passione, l’ottimismo, caratteristiche e sapienze che ci portiamo dentro col DNA e che ci rendono riconoscibili ovunque. Per questo io sono fiera di essere italiana, non perché la mia terra sia la migliore o perché offra le migliori opportunità, ma per ciò che di intrinseco e inalienabile c’è in ognuno di noi.

Come “Ambasciatrice” per Italiani Ovunque qui, in Baviera, ho scritto il mio primo articolo di presentazione, la mia introduzione al luogo in cui mi sono trasferita. Che il viaggio abbia inizio, dunque.

Germania, una scrittrice a Passau, la città dei tre fiumi

La prima volta che sono venuta in Germania era l’agosto del 2014. Mia sorella e il suo compagno vivevano qui da un anno e avevano aperto un ristorante, ed io volevo approfittare dell’occasione per capire un po’ meglio questa nazione e questo popolo. [Continua a leggere… ]

Io avevo le scarpe ai piedi [La mia vita in Germania]

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Oggi ho visto i migranti. Sì, quelli sporchi, affamati, clandestini, naufraghi, terroristi che ogni giorno e ogni notte sbarcano sulle nostre coste per rubarci qualcosa, non importa cosa, fosse anche l’aria. Li ho visti arrivare in pullman e in treno alla stazione di Passau, ridente e turistica cittadina bavarese sul Danubio. Li ho “attraversati” mentre in file ordinate e silenziose si dirigevano dai volontari che li accoglievano con cibo, vestiti, giocattoli. Passavano scortati da poliziotti gentili. Sui loro volti ho letto smarrimento e sollievo, e posso capirli, sí, ci riesco.

Una donna, avrà avuto i miei anni pur dimostrandone molti di più, guardava una volontaria con gli occhi spalancati e lucidi, tra le mani un paio di pantofole col pelo. Non capiva cosa farne di quelle cose pelose, lei che ai piedi non aveva nulla. Il banco dei giocattoli era il più rumoroso, il più allegro, perché i bambini di tutto il mondo fanno gli stessi versi, hanno la stessa voce quando li sorprendi.

Oggi ho visto i migranti, quelli della TV, per la prima volta, ed è successo qui in Germania, alla luce del sole, e da migrante mi sono sentita privilegiata. Perché io non ho rischiato la pelle, perché io, ai piedi, avevo le scarpe.

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#Ladri di sogni [La mia vita in Germania]

Immagine presa da qui

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La signora cammina a testa bassa guardandosi i piedi, quasi che da lì possa giungerle la risposta a qualche arcano mistero. Non fosse altro che per i chilometri percorsi negli ultimi mesi, ci sarebbe davvero da chiedersi il perché di tanto peregrinare. Per andare dove? O forse, per andare quando? Pare assurdo a ben pensare: un complemento di moto a luogo non può diventare un complemento di tempo. Ma se ogni passo fatto la avvicina alla meta, allora può essere così. Molto più semplice e rassicurante guardare al tempo che resta che a quello passato. A un certo punto della vita le due misure si equivalgono, e poi la svolta, e il tempo va in discesa. No, non sta morendo la signora. Ha solo un progetto da realizzare. In tempi non sospetti, quando ancora esistevano i sogni da cui attingere senza parsimonia, non sarebbe stata lì a contare i minuti, i giorni, i passi. Avrebbe agito, e basta, avrebbe bruciato le tappe senza neanche guardare la sua ombra proiettata sull’asfalto. Ma i sogni erano scomparsi qualche tempo prima e lei aveva dovuto adeguarsi.

La signora si è fermata ad aspettare l’autobus. Ha venduto l’auto e i gioielli preziosi, meglio non avere orpelli cui sentirsi legata, meglio risparmiare bagagli, denari e rimpianti.

In un mondo senza sogni una mattina si è svegliata con la sensazione di essere osservata. Ha colto, con l’angolo esterno dell’occhio, – o forse era un flusso di coscienza, – un’immagine colorata e luminosa. Non vi era più abituata, e ci mise un po’ a capire che aveva sognato, aveva commesso un atto illecito anche se involontario. Sarebbe stata punita comunque, se l’avessero scoperta.
Da allora la signora cammina con la testa bassa e si guarda le scarpe, per timore di essere accusata, per paura di essere derubata. Manca poco però, davvero pochi passi, e nessuno capirà mai cos’è accaduto. A meno che… non la vedano sorridere. Da domani indosserà un cappello a tesa larga, la prudenza non è mai troppa in questo mondo di ladri.

Roots, a sud dell’anima. [La mia vita in Germania]

Immagine presa da qui

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Ogni tanto torno qui, in questo angolo di Sud che è anche il sud della mia anima, se vogliamo. Ci torno quando sto bene, perché posso farlo, perché posso concedermi il lusso di perdermi dal resto del mondo. E ci torno quando sto male, perché perdermi dal resto del mondo è l’unico modo “serio” di ritrovare me.

Guardavo i pezzi di me ammassati tra la testa e i piedi e mi domandavo cosa ci fosse di diverso dal solito. Forse erano proprio gli occhi ad essere cambiati, lo sguardo non era più così diretto, così scanzonato. E se gli occhi cambiano anche le prospettive sono sbilenche, il dietro passa avanti, il sotto diventa un sopra, l’ordine armonico dell’insieme appare come un caos indefinito. Come questa cosa che ho appena scritto. Devo avere refusi di confusione tra le mie sinapsi. Perché sono tornata qui a curarmi, ma la guarigione non è mai immediata. Questo è importante. Perché una guarigione repentina potrebbe farci perdere il significato profondo della malattia.

Questo luogo ha un potere magico, forse metafisico, di certo incomprensibile per coloro che lo disprezzano più o meno apertamente. Sono davvero tanti quelli che si domandano “Ma che cavolo ci vai a fare lì?”. Perché in fondo qui c’è poco o nulla. Se non fosse per questa attrazione primordiale, una perfetta mescolanza di energia del mare, del sole, della terra, il mio azimut celeste personale dove al centro ci sono io e nessun altro, dove la visuale verso l’orizzonte è chiara, priva di ostacoli, dove gli occhi tornano occhi e non semplici orbite nel bel mezzo della faccia. Qui guardo e mi guardo, senza veli. Qui riesco a prendere le distanze e, allo stesso tempo, andare in profondità senza paura.

Negli ultimi mesi ho dato alla mia vita scossoni che neanche un terremoto avrebbe potuto. Scossoni emotivi, esistenziali, strappi alla fitta e omogenea trama delle mie certezze acquisite. L’ho fatto – e continuerò a farlo probabilmente – perché ci sono percorsi che è inutile perseguire se non portano da nessuna parte. Quando l’unico dato certo è l’obbiettivo che si vuole perseguire, cambiare strada per raggiungerlo è saggio. Doloroso, faticoso, ma saggio.

Però ci si può anche perdere. Le strade nuove sono insidiose, nascondono trabocchetti insoliti, – perlopiù architettati da altri che le hanno intraprese in precedenza, e che vogliono confondere gli schemi per sviare eventuali pretendenti al trono di Bengodi – fiaccano gli animi degli arditi. Per questo sono venuta qui. Per rigenerarmi. E sarà questa luce già dorata della sera, sarà quest’aria in perenne movimento e che sa di sale, saranno questi colori netti e vividi del mattino; sarà che qui c’è il succo di ciò che sono e di ciò che sarò, il mio DNA storico; sarà che qui la mia zattera trova riparo anche se c’è vento di maestrale. Sarà per queste e tante altre ragioni valide o meno valide, ma questo Sud che ho nell’anima mi fa sentire anche più bella.

Senza ostacoli [La mia vita in Germania]

Immagine presa da qui

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Cammino piano trascinando un passo dietro l’altro. Anche le mie scarpe da jogging fanno rumore in questa quiete notturna, e non voglio disturbare il silenzio. Questa strada così liscia che pure i sanpietrini sono levigati a dovere, per non creare ostacoli di sorta. Strada liscia, e larga, e deserta. O quasi, ma poco importa. Dai vicoli che la intersecano giungono voci soffuse, risate trattenute, suoni articolati ma incomprensibili. Il silenzio li inghiotte. Da qualche parte un’auto sta frenando in curva, morbida, accovacciata sugli ammortizzatori. La sento perché sto attenta…

Alzo gli occhi a scrutare il cielo pieno di stelle. Sono di certo le stesse che vedevo laggiù, a Roma (chissà perché per localizzare Roma dico sempre “laggiù”). Anche l’aria sa di buono, di tiepido, e mi viene da sorridere perché è primavera, come lo scorso anno, e quello prima ancora. La primavera non si prende pause per farmi un favore, non aspetta che torni. Un ragazzo su uno skate mi supera rollando giù per il lieve declivio. Scende dritto, senza problemi, neanche un sussulto su questa superficie priva di ostacoli. Che bello poter camminare così, tanto bello che posso chiudere gli occhi e andare avanti a memoria, perché lo so che non ci sono buche a farmi inciampare.

Passa un uomo in bici. Dovrò prenderne una anche io, che qui è quasi tutto in piano, non si fa fatica. E poi mi piace pensare di accomunarmi a un’usanza di questo luogo, per avvicinarmi un po’, per non sentirmi troppo aliena. Loro stanno azzerando le barriere, non solo architettoniche, ce la mettono tutta per semplificare la vita di tutti, qualcosa dovrò pur farla anche io.

Ma guarda questa strada così perfettamente lastricata, pulita, invitante. Potrei sedermi nel mezzo, in terra, e mi rialzerei senza neanche un granello di polvere addosso. Fa quasi rabbia. Sarà mica troppo? Certo non ho alcuna nostalgia dei cassonetti stracolmi e maleodoranti, dei marciapiedi intasati di qualunque cosa, del puzzo di urina agli angoli dei vicoli bui, dell’asfalto crepato, bucato, eviscerato, delle erbacce infestanti che nascondono i segnali stradali, delle cacche di cane sparse a mosaico che se non ne becchi una c’è subito l’altra ad aspettarti. No, non ho nostalgia di questo. E la rabbia che provo è perché ce li meriteremmo anche noi un po’ di ordine e pulizia, per mettere in evidenza le meraviglie che abbiamo. Potremmo portarci a casa un po’ di educazione civica e mantenere alta la bandiera del bel paese. Sarebbe una svolta, la riconquista di una dignità perduta, almeno per la Grande Bellezza che abbiamo.

Un ragazzo bellissimo, biondissimo, atleticissimo mi supera a destra sulla sua bicicletta. A destra… non siamo in Inghilterra dai. Non si fa. Mentre mi supera si volta per guardarmi, sorridente. Sarà felice. Ancora per poco. La vedi quella panchina? Sì, quella davanti alla bakerie, quella che ogni mattina ospita un vecchietto che circola col girello. Non se la porta lui da casa, no. Sta lì per cortesia, per far riposare la gente che cammina, cammina, su questa strada liscia e senza ostacoli e alla fine si stanca. La vedi quella cazzo di panchina, unico ostacolo nel raggio di cinquecento metri? No? E allora… schiantati!