Di #Sanremo2018, della musica al centro e della cultura del nostro tempo.

Immagine presa da qui

Non scrivevo qualcosa su Sanremo dal 2012, quando c’erano Celentano e le sue pause. Strano che senta la necessità di riparlarne proprio quest’anno, quando nuovamente conduce e dirige un artista, cantante, cantautore – Baglioni – e quando per la prima volta da decenni la musica è stata davvero il centro di tutto il Festival.

Lo chiamiamo Sanremo per brevità, ma è il Festival della Canzone Italiana, non dimentichiamolo. Un tempo erano le canzoni a partecipare e vincere, i cantanti erano scelti – più d’uno per ogni brano – per l’esecuzione, e poco importava fossero italiani o stranieri. Il tempo ci ha regalato un’evoluzione [involuzione?] per la quale la nostra attenzione si è concentrata sempre più sui personaggi o artisti che dir si voglia che sui brani proposti, e questo ha portato inevitabilmente a trasformare il Festival in una vetrina/passerella dove farsi vedere e ricordare – ci sono anche io, ti ricordi di me? – e dove presentare pezzi composti per l’occasione, niente affatto rappresentativi del panorama musicale italiano e/o dello stesso repertorio dell’artista in questione.

Quest’anno Baglioni ha tentato di riportare la musica alla ribalta e ha fatto scelte importanti come direttore artistico: ha scelto brani onesti e sinceri, niente di preconfezionato. Oddio, magari non tutti, però una buona percentuale (l’operazione Pooh in pillole non ha funzionato molto, a parer mio…).

Le canzoni erano belle? Ovviamente è una questione di gusti, però per la prima volta, almeno per me, si è potuto giudicare davvero. Nel senso che, ad esempio, se a me Fabrizio Moro non piaceva fuori dal Festival, non mi è piaciuto neppure dentro il Festival, e il suo brano era nel suo stile, nelle sue corde. Poi possiamo disquisire all’infinito sul testo suo e di Meta, che moti definiscono “piacione”, come molti altri del resto in questo Sanremo, ma, dico io, cosa dovrebbero raccontare i nostri artisti?

Se le canzoni parlano di cuore e amore, allora si tratta di roba melensa che eccheppalle sempre ‘ste cose che nessuno ci crede più; se le canzoni parlano di donne, di violenza sulle donne e allora si tratta di canzoni marpione fatte per catturare il consenso popolare che eccheppalle sempre ‘ste cose che non ne possiamo più di leggerle sui giornali; se le canzoni parlano di migranti, di razzismo, di emarginazione e allora si tratta di canzoni che cavalcano l’onda d’urto del sentimento politico che eccheppalle sempre ‘ste cose che non ne possiamo più di campagna elettorale anche al Festival.

Ora io mi domando: posto per assunto che la musica popolare dovrebbe rappresentare la cultura del nostro tempo, così come la letteratura, così come è sempre stato d’altronde, cosa cazzo ci dovremmo aspettare da un Festival? O dai nostri artisti in generale. Ci lamentiamo sempre che la cultura ha perso la sua connotazione essenziale, essere memoria del tempo che viviamo, incidere sulla carta, sui pentagrammi, i fatti che viviamo perché possano insegnare qualcosa alle generazioni future, e poi quando questo viene fatto gridiamo alla “piacioneria”? Ma porca miseria, ma davvero?

Ricordo a una fiera del libro, forse quella di Roma di qualche anno fa, che Dacia Maraini e Lidia Ravera, parlando delle donne scrittrici, esortavano tutte noi a raccontare il nostro tempo, ad essere testimoni letterarie di ciò che stiamo vivendo affinché serva da futura memoria, perché questo dovrebbe fare una società letteraria. La tecnologia che rende tutto più veloce e immediato rischia di distruggere la cultura, e la cultura è crescita.

Anche per le canzoni, la musica, vale lo stesso discorso. E allora che critichiamo a fare quegli artisti che ci raccontano il nostro tempo? Trovate che siano operazioni commerciali? Può darsi che qualcuna la sia, d’altronde c’è sempre stato chi ha lucrato sui talenti altrui, è il mondo, è la società. Però sono ottimista e credo nell’onestà di chi si espone in prima persona, per cui anche se Moro non mi piace nel senso che non comprerei un suo EP, non posso dire che la sua canzone sia “piaciona”. È realistica, è attuale, quindi va bene.

La canzone di Nina Zilli racconta della violenza domestica, che le vogliamo dire? Che è piaciona? Quella di Mircoeilcane racconta dei bambini che attraversano il mare sui barconi. Anche questa è piaciona? Ci nascondiamo dietro questo termine odioso per nasconderci l’odiosità dei fatti? Non è che denigrando questi testi i fenomeni diminuiscono. E vogliamo parlare della canzone di Ron? Lo hanno accusato di aver portato un pezzo di Dalla per conquistare consensi, come se Ron non avesse mai proposto brani di Dalla. E dai…

Ecco perché mi è piaciuto questo Festival. Claudio Baglioni è stato coerente con sé stesso e ha portato il suo sentimento sul palco. Dal punto di vista organizzativo nessuna pecca, secondo me. Un Baglioni disinvolto mi avrebbe fatto pensare male. La Hunziker è stata all’altezza e professionale, che piaccia o no. Non credo sia facile condurre uno spettacolo del genere e lei lo ha fatto a modo suo, non poteva snaturarsi per questo. Onestà…

Un’ultima annotazione su Pierfrancesco Favino. Lo apprezzo da sempre come attore, da sempre, ma è stato capace di superarsi, almeno a mio giudizio. Il suo monologo tratta dalla piéce teatrale di Koltès, La nuit juste avant les forêts, ha incantato e commosso per la sua intensità e per la bravura dell’attore. No, non è un testo piacione, anche perché è stato scritto negli anni ’70. Sono parole nelle quali possiamo identificarci tutti, basta leggerle o ascoltarle con attenzione. Non riduciamolo a un momento politico a tema migranti, per favore, perché sarebbe riduttivo. Sì, riduttivo e la cultura non dovrebbe essere questa becera strumentalizzazione del comune sentire, dovrebbe essere riflessione profonda. E memoria.

Riascoltiamo Favino.

 

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Il mio augurio più grande

 

E mi ritrovo qui tra le mie cose. Lionel Richie canta le sue ballads mainstream, Cat Stevens aspetta il suo turno. Lui non è certo mainstream… che minestrone. Eppure questo è il mio mondo, i colori della mia piccola casa, i libri che occhieggiano dagli scaffali, le lenticchie che cuociono lente, la musica a tutto volume che mi strizza un po’ il cuore. E quanto, quanto è bello poterlo sentire tutto questo, potermi sentire così viva e felice da volerlo raccontare. C’è pure Mariù che mi sussurra all’orecchio “Anno nuovo vita nuova” come sempre, come ogni 31 dicembre che io ricordi.

E poi ci siete voi che mi leggete, ovunque. Che belli che siete, volti conosciuti e sconosciuti che tanto amore mi avete dato in questo anno terribile e straordinario. Potessi avervi tutti qui, adesso, sarebbe una gran festa. Vi arriva la mia gratitudine? Quante volte mi sono inginocchiata e voi mi avete tirata su, quante volte ho pianto e riso sulle vostre spalle, quante volte… grazie.

Questo anno che sta per finire non ha colpe dei nostri dolori così come non ha meriti per la felicità. Sono solo trecentosessantacinque giorni, tempo, che passa e lascia memorie. E io ho un 2017 pienissimo, chissà dove metterò tutti i ricordi. Mamma e la sua eredità del cuore, la malattia, le lotte, le infinite cadute da questa giostra che è la vita e tutte le risalite, faticose e esaltanti, le parole, i desideri, i progetti, le vittorie. Le vittorie sono state magnifiche.

Stanotte brucerò le lacrime e costruirò sogni nuovi, sarà un rito molto napoletano, l’altra metà della mia anima. Babbo apprezzerebbe. E ho un libro in giro, un romanzo che amo da star male e spero che nel 2018 trovi casa [fate il tifo, dai…].

Volete gli auguri? Davvero? Il mio augurio più grande è che possiate farcela, di qualunque cosa si tratti, e ce lo racconteremo fra trecentosessantacinque giorni. Appuntamento qui, al calare del sole.

Chi ha paura dei cambiamenti?

Io no di certo.

Mi sono assentata per un po’ da questo blog perché la vita è tornata frenetica. Niente di particolare a pensarci bene, ma è la vita che torna e che esige attenzioni. Qualche giorno fa ho avuto una lunga conversazione con un amico e si è parlato della paura dei cambiamenti. Mi ha detto che noi donne abbiamo una marcia in più, che affrontiamo tutto senza timori, che questo mio ultimo anno avrebbe fatto tremare i polsi a chiunque, che, che, che… Capiamoci, qui nessuno si atteggia a eroe e certi fatti importanti, dolorosi, faticosi, spaventano. Eccome se spaventano. Ma la scelta spesso è una sola: lottare. Io ho avuto paura e ne ho ancora, ma vivere mi piace e per questo non mi lascio annichilire dal timore di non farcela. I cambiamenti servono anche a questo, a trovare il coraggio di superare un angolo buio del proprio cammino e riscoprire altre prospettive altrimenti ignote.

Ma veniamo ai fatti. In questi quarantacinque giorni di assenza ho deciso di cambiare casa, e già un trasloco è sufficiente per dare una bella svolta al proprio destino. Una casa piccolina, su misura per me, che mi veste tutta come un guanto, che mi somiglia. Poi ho chiuso il contratto di edizione di Anna. Per un po’ non la potrete acquistare, neanche online, ma solo per poco… Poi ho fatto le prime visite di controllo e ho capito che quelle mi accompagneranno per qualche anno, a cadenza confusa e costante. Questo è forse il cambiamento più sostanzioso, fare i conti con la mia fragilità, restare sospesa e accettare il crudele gioco dei responsi, come grattare un gratta e vinci e spizzare le icone una ad una. A questo non ci si abitua, e per fortuna.

Ci sono state altre cose belle, cose fatte di arte, di musica. Partecipo con altri diciassette scrittori a un’iniziativa fantastica organizzata dai Golden Book Hotels, un modo davvero intelligente per invitare alla lettura gli ospiti di questi hotels sparsi in giro per l’Italia. Noi Fab18 abbiamo regalato dei racconti inediti che potranno essere scaricati gratuitamente da chi soggiornerà in un GBHotel e qui potete trovare tutte le informazioni. C’è anche un trailer!

Mia figlia gira l’Italia col suo nuovo gruppo vocale, Occhi Chiusi In Mare Aperto, e i cinque talentuosi ragazzi riscuotono successo, tanto. Alla fine del post ci sarà un video, giusto per farvi capire cosa intendo per talento.

Tra poco comincerà Più Libri Più Liberi e non vedo l’ora. Voglio di nuovo immergermi tra le parole scritte e raccontate, voglio girare tra quei corridoi, curiosare tra gli stand, incontrare gli amici e i colleghi di penna (di computer forse è meglio), voglio parlare di come prendono forma i sogni ora che mi è di nuovo consentito sognare, ora che posso presentarmi al mondo con la mia nuova faccia che mi piace un sacco, anche se è diversa, anche se sono cambiata io, anche se dentro c’è una tizia tosta che combatte forte, fortissimo. E penserò a un signore che voglio chiamare amico, anche se non l’ho mai incontrato. Un signore che ha combattuto forte, fortissimo, che ha condiviso sui social la sua lotta estrema e ha dato a me e a molti altri una spinta a continuare, ad amare, ad amarsi che mai avrei creduto possibile. Un signore che con grazia e delicatezza ha usato parole importanti per raccontarci la sua CURA e che ora non c’è più. Severino Cesari, grazie per la forza che mi hai trasmesso nei giorni cupi e solitari. Ti leggerò con cura e non dimenticherò ciò che mi hai insegnato.

E adesso musica. #OCIMA

Torniamo a parlare di libri. Le belle novità sono il pepe della vita.

Io provo una profonda ammirazione per tutti coloro che riescono a programmare i loro post sui rispettivi blog. Purtroppo io non ce la faccio; non seguo un calendario preciso; non li scrivo con largo anticipo per poi posticipare la data di uscita; non seguo gli “insights”; non prestabilisco un numero di post mensili. Un disastro. Ci ho provato per un po’ a inizio 2016, quando mio figlio ha utilizzato il mio blog per un master di web strategy, ma appena lui ha finito è ricominciata l’anarchia. Poi c’è la vita, con le sue disavventure, le sorprese, i fatti importanti che richiedono attenzione, concentrazione…

Cercherò d’ora in avanti di essere più disciplinata, anche se le garanzie le ho buttate via con la scatola delle istruzioni. A giugno usciranno sicuramente due post, uno collegato a un sito letterario e che riguarda una mia doppia recensione a un’autrice che amo (sì, un’autrice, perché i suoi romanzi sono il suo vestito bello), e l’altro sarà l’ultimo episodio di Cetteide Revolution. Il primo post di questo mese invece riguarda alcune novità, che per fortuna arrivano ogni tanto a mettere un po’ di pepe su queste piatte giornate di attesa.

Sono da pochissimo uscite le versioni in brossura di due miei libri – libri… racconti forse, – storici: Cetteide, in vacanza con mia madre e Quella volta che sono morta. Ho deciso di utilizzare il nuovo servizio offerto da KDP di Amazon (diverso da Create Space, che in ogni caso è di Amazon anch’esso). Sicuramente la pubblicazione è più agevole e veloce e ci sono diversi tools per l’impaginazione e per impostare la cover. Il risultato finale è soddisfacente, pur trattandosi di stampa digitale e anche se, a mio avviso, alcune istruzioni riguardo l’impostazione (pagine bianche, posizione dei capitoli, ecc.) sono da correggere. Insomma, quando KDP vi dice di cominciare l’impaginazione col primo testo a sinistra non dategli retta… La cosa decisamente buona rispetto a Create Space è che il titolo affiancherà quello già pubblicato nella versione eBook anche nei reports e quindi le vendite e le royalties saranno conteggiate ogni 60 giorni, senza massimale di introiti (con Create Space bisogna raggiungere almeno € 100…). Ovviamente la distribuzione sarà solo sulla piattaforma Amazon e i lettori faranno bene a fare l’abbonamento Prime per evitare costi di spedizione (comunque molto inferiori a quelli con Create Space che fa partire i plichi dagli USA).

Credo che molto presto ripeterò l’iniziativa con StreetLib (il procedimento è praticamente identico), perché così la distribuzione avverrà su tutte le piattaforme e gli store online (e le loro istruzioni per impaginare sono migliori).

Amanti dei libri di carta, ora non avete più scuse: eccoli, ve li presento, con tanto di link all’acquisto.

Titolo: Cetteide, in vacanza con mia madre
Autore: Cetta De Luca
ISBN: 978-1521291207
Editore: Indipendently Published
Prezzo: € 5,20
Lo puoi acquistare su Amazon 

Questo libro è piccolino, adatto ai pigri.

 

Titolo: Quella volta che sono morta
Autore: Cetta De Luca
ISBN:
Editore: Indipendently Published
Prezzo: € 8,50
Lo puoi acquistare su Amazon

Questo libro è un po’ più grande, 165 pagine, ma si legge facilmente.

And now… MUSIC!

A #LibriCome2017 ho attraversato gli anni ’80 in compagnia di Zerocalcare, Tommaso Giagni e Eleonora Caruso

Mi sono presa del tempo prima di presentarvi l’ultimo resoconto di Libri Come 2017, una settimana per l’esattezza.
L’articolo l’ho scritto di getto e già è stato pubblicato su Art a Part of Cult(ure), ma sapete benissimo che sul mio blog c’è sempre una coda, o una presentazione, un preambolo, chiamatelo come volete. Io immagino questi miei “inviti alla lettura” come quelle chiacchiere intime, la sera tardi sul divano, quelle chiacchiere su argomenti che ci sono tanto piaciuti. E a me l’argomento “Generazione anni ‘80” è piaciuto tantissimo, specie con interlocutori – e testimoni diretti – quali Zerocalcare, Tommaso Giagni e Eleonora Caruso, e una conduttrice/padrona di casa sensibile e acuta come Loredana Lipperini.

Di questo si è parlato con i tre giovani e talentuosi autori, del loro mondo iconico e di ciò in cui si riconoscono, dei conflitti dai quali rifuggono e dai modelli che, seppur ancora ben presenti come retaggio delle generazioni precedenti, sono per loro impossibili da perseguire. Si è parlato degli anni ’80 come età di passaggio, di confine tra il mondo prima di internet e il mondo con internet, un periodo storico senza una vera storia in cui identificarsi, unica àncora la nostalgia dell’infanzia, quel periodo fecondo di cose, sensazioni, emozioni nel quale possono ritrovarsi fratelli, solo per un fuggevole attimo.

Negli anni ’80 io ero una giovanissima madre che si metteva a giocare col Nintendo fino a notte fonda e di pomeriggio si guardava I Cavalieri dello Zodiaco assieme ai figli, e che si chiedeva, guardandoli, cosa sarebbero stati da grandi. Erano anni facili quelli, anni in discesa, e non c’era bisogno di molta immaginazione, quella che i trentenni di oggi devono utilizzare ogni istante per inventarsi il presente prima di pensare al futuro. Ho ascoltato con attenzione e rispetto ogni singola parola che Zerocalcare, Tommaso Giagni e Eleonora Caruso hanno detto, ho sorriso e riso con loro e ho ricordato. E ho anche capito.

Questo l’articolo:

Generazione anni ’80. Zerocalcare, Tommaso Giagni e Eleonora Caruso ci raccontano i trentenni di oggi.

Lo confesso, ho molto invidiato Loredana Lipperini quando è salita sul palco della Sala Petrassi all’Auditorium con Zerocalcare, Tommaso Giagni e Eleonora Caruso. Lei ha avuto con loro quel dialogo che quotidianamente ho con i miei figli, anch’essi generazione ’80, senza riuscire a capire fino in fondo cosa li turba, cosa li fa sentire così alieni. A Libri Come, grazie a questa straordinaria conversazione, ho capito di più, e voglio cominciare a raccontare l’incontro dalla fine, da una considerazione fatta da Eleonora Caruso (che ho molto apprezzato in Comunque vada non importa, suo romanzo d’esordio), e ripresa dagli altri suoi colleghi, che è l’estrema sintesi di tutto: “Noi degli anni ’80 evitiamo i conflitti, soprattutto quel genere tipico delle generazioni precedenti. Non ci riconosciamo nei bisogni dei trentenni dei film di Muccino (quelli che avevano trent’anni quando noi siamo nati o poco oltre), quindi non sentiamo la necessità di scontrarci su fronti che riteniamo inutili.” [Continua a leggere…]

I dialoghi di #LibriCome, un altro confine superato

Quest’anno a #LibriCome c’era questa novità: i dialoghi tra autori. Nessuna mediazione, nessuna domanda giornalistica, nessun relatore o presentatore ufficiale. I due autori lì, sul palco, a interrogarsi a vicenda su un tema comune e a interagire col pubblico, senza filtri. Che meraviglia!

Con questa modalità è stato straordinario incontrare Maurizio De Giovanni e Carlo Lucarelli in un dialogo sulla serialità dei noir, con tutte le derive legate alle trasposizioni televisive. Un napoletano e un bolognese che ci hanno raccontato il loro rapporto coi loro personaggi, coi luoghi delle narrazioni, coi linguaggi, le atmosfere, i ritmi e come tutto questo acquista connotati bizzarri quando si ha a che fare con una produzione televisiva. Ovviamente i riferimenti all’ispettore Lojacono e all’ispettore Coliandro non sono puramente casuali.

Altro dialogo che mai avrei immaginato è stato quello del poeta Franco Arminio e dello scrittore Paolo Cognetti, il cui tema era la montagna. Anche qui sud e nord, un irpino montanaro e un milanese adottato dai monti valdostani. Devo dire che degli abitanti della montagna ho sempre avuto l’idea di persone chiuse, solitarie, cupe a volte. Arminio e Cognetti hanno smentito questo preconcetto, offrendo al pubblico – piuttosto numeroso direi – un dialogo frizzante e coinvolgente, tanto che alla fine ci siamo ritrovati, tutti insieme, a cantare in coro Bella Ciao.

Ancora una volta Libri Come ci offre una visione diversa di quello che la scrittura rappresenta, di quello che la narrazione deve essere: incontro e dialogo. Il mio racconto di questi due eventi sulle pagine di Art a Part of Cult(ure).

Due autori seriali a confronto. De Giovanni e Lucarelli dialogano.

Incontrare insieme Maurizio De Giovanni e Carlo Lucarelli è come incontrare contemporaneamente l’ispettore Coliandro e l’ispettore Lojacono dentro un ufficio di polizia mentre si scambiano informazioni su un caso. Pare proprio di vederli, al di là di una porta coi vetri opachi, che è idealmente lo schermo di un televisore, mentre gesticolano e discutono.

Si parla di serialità nel noir e non si può prescindere dal parlare di serialità televisiva. Il mondo letterario del noir nostrano già da tempo è approdato nel mondo della trasposizione cinematografica (pensiamo a Montalbano di Camilleri o ai Delitti del Bar Lume di Malvaldi), ma per fortuna di noi lettori gli autori di questi romanzi continuano a scrivere fregandosene dell’utilizzo futuro delle loro storie: ciò che conta sono i personaggi. [Continua a leggere…]

Franco Arminio e Paolo Cognetti auspicano un nuovo Umanesimo della Montagna

Un titolo del genere pare scritto da un folle, ma alla fine forse riuscirò a spiegarmi. Sono andata a questo incontro per Libri Come convinta di sentir parlare di montagne e di solitudine. Sarà che ultimamente mi capita di leggere molti testi con ambientazioni simili (uno fra tutti lo stupendo Neve, Cane, Piede), dove il concetto straniante dell’isolamento è molto presente, ero convinta che i due autori avrebbero trascinato tutti noi in una sorta di elegìa deprimente.
Avevo “lasciato” Paolo Cognetti con Sofia, una ragazza molto difficile e sicuramente sola, incapace di vivere rapporti appaganti e normali, e lo ritrovo a Libri Come a dialogare con un poeta “paesologo” irpino, Franco Arminio, sul potere taumaturgico delle montagne. “L’Italia guarirà certamente dai suoi mali, e questo avverrà quando tornerà alle “posture” delle montagne.” E per posture si intendono gli usi, le tradizioni, la legna, il formaggio, il ritmo, il rispetto, tutto ciò che è rimasto sui nostri monti perché nessuno è riuscito a contaminarlo. [Continua a leggere…]

In primavera a Roma torna #LibriCome e io lo racconto così

Mi sono presa una pausa. Una pausa dalle narrazioni pesanti, una pausa dalle mie paure e dal malessere e sono tornata ad occuparmi, per qualche giorno, di ciò che più amo: i libri. E per fortuna Roma ci regala ogni tot cose belle. Libri Come è una rassegna letteraria diversa dalle solite fiere del libro, saloni e robe simili: in quei casi protagonisti sono gli editori coi loro prodotti, in quei casi si vende e si compra un oggetto del desiderio. A #LibriCome protagonisti sono gli autori con le loro storie, sono i percorsi letterari, i pensieri, le idee. Non è un caso se difficilmente si trovano banchetti per la vendita fuori dai luoghi in cui si svolgono gli eventi. C’è una libreria lì vicino (la manifestazione si svolge all’Auditorium), i lettori possono comprarli lì i libri.

Il tema di quest’anno è stato Confini: reali, metaforici, fisici, di pensiero. Un tema straordinario e attualissimo, e il primo confine che ho voluto affrontare e col quale mi sono voluta confrontare è stato quello del rapporto padre-figlia. Io che tanto ne ho scritto, con quel padre quasi onnipresente nei mie libri, ho voluto incontrare altre tre scrittrici che, col loro linguaggio e il loro stile narrativo, hanno raccontato il loro punto di vista.

Teresa Ciabatti, Carmen Pellegrino e Anna Giurickovic Dato sono le prime tre ospiti del mio resoconto su #LibriCome, resoconto che, come sempre, viene pubblicato su Art a Part of Cult(ure).

Buona lettura!

Libri Come #2. Tre scrittrici raccontano tre rapporti padre-figlia e tre diverse violenze.

Libri Come 2017 per me è cominciato dall’incontro con tre splendide scrittrici: Teresa Ciabatti, Carmen Pellegrino e Anna Giurickovic Dato. Al di là della curiosità comprensibile di vedere nella vita reale tre “amiche virtuali”, ciò che mi ha spinta a partecipare a tre eventi consecutivi – con tanto di slalom tra le persone e corse da una sala all’altra – è stato il desiderio di conoscere il loro linguaggio e la loro cifra stilistica.

Non avevo idea di quali storie avrei incontrato (avevo letto notizie solo su La più amata e mi ero volutamente fermata lì, per non farmi influenzare) e sono stata davvero colpita dal fatto che, in tutte e tre le narrazioni, si affronta il rapporto padre/figlia. Ma non solo. In tutti i libri si raccontano tre diverse violenze[Continua a leggere…]