Ci sono storie… ci vediamo a #PLPL!

Mi è capitato diverse volte di dover rispondere alla domanda “perché scrivi?”. In genere mi lascio travolgere da un forte imbarazzo e anche da un particolare senso di colpa, per cui divago e dico cose a caso. Io non ce l’ho quella risposta forte, tipo “ho un messaggio da condividere” oppure “è un’esigenza dell’anima”, insomma roba così, potente.

Oggi mi è stata fatta la stessa domanda durante un corso sulla costruzione dei personaggi e allora, forse perché ero rilassata, forse perché la richiesta era inserita nel contesto giusto, ho trovato le parole per rispondere: scrivo perché mi piace raccontare storie. Volendo approfondire io racconto storie da sempre, sin da bambina. Anche le mie balle erano storie ben congegnate, credibili, così tanto che ci credevo anch’io. Col passare del tempo e con l’esercizio ho capito che quelle storie mi servivano anche per non dimenticare, così sono passata dalla forma verbale a quella scritta.

C’è stato poi tutto un periodo, quello delle letture folli fino alle tre di notte – metodica mai abbandonata – in cui trascorrevo il resto del tempo notturno a sognare diversi finali dei libri in lettura, a litigare con l’autore sulle direzioni da prendere – gli scontri più accesi sono stati col mio amato Steven King – a innamorarmi dei personaggi e a odiarli a morte. Mi svegliavo pensando “ora ti faccio vedere io cosa ti succede…”, ma non avevo il coraggio di prendere carta e penna. Poi l’ho trovato e mi sono finalmente divertita sul serio.

Capita dunque di partecipare a un corso di scrittura (prima volta nella mia vita) e di imparare a rimescolare le carte, trasformando il giocoso e caotico Pierluca in una Cetta appassionata e impulsiva, che decide di partire per New Orleans e vivere una nuova avventura che lo cambierà in qualcosa di ancora più diverso e impensabile.

Questo accade nei libri, questo accade nella vita. Tre anni fa non avrei mai immaginato di incontrare il cancro e di cominciare una lotta senza esclusione di colpi che dura ancora oggi – si stancherà lui per primo, io no di certo – né che inconsciamente lo avrei infilato nel mio ultimo romanzo facendolo diventare una sorta di Innominato da affrontare e distruggere. Pensare che Manzoni potesse avermi influenzata così tanto, immaginare le diverse sfumature che La leggenda del Re Eremita ha assunto per chi lo ha letto o lo sta leggendo – quante chiavi di lettura, mi stupite ogni volta che me ne parlate! – rendermi conto che in questo libro c’è tutto l’amore che ho per la vita e per la narrazione, che ogni riga, ogni parola sono onde di emozioni che lavano peccati e risolvono conflitti, beh cari miei, è roba forte. Così forte che avrà un seguito. Così nascono le mie storie.

Cosa è successo a novembre? Ci sono state alcune presentazioni, una anche alla Feltrinelli di Piazza Colonna e potete immaginare l’ansia e i punti ego… Ci sono stati momenti di confronto interessanti, ho dovuto fare i conti con la mia resistenza fisica ché la CURA non fa sconti ma io ho la testa dura, ho fatto due concerti col mio coro, ho tagliato rami secchi e ne ho fatto un bel falò, ho conosciuto persone nuove e bellissime e tra poco c’è Più Libri Più Liberi e sono eccitata come sempre. Ci sarò, nonostante tutto, ad annotare cose per la rivista che ha l’ardire di pubblicare i miei vaneggiamenti – art a part of Cult(ure) ovviamente – e a presidiare il più possibile lo stand del mio editore, Miraggi Edizioni, dove mi troverete sicuramente il 6, il 7 e l’8 dicembre insieme al mio libro. Venite tutti che voglio abbracciarvi!

Vi saluto con alcune parole tratte dalla prefazione del mio romanzo, una prefazione d’autore. Grazie Giorgia Lepore per averla scritta.

Questo romanzo è un gioco di scatole. In una c’è la fiaba, raccontata come si devono raccontare le fiabe, con un ritmo dolce e cullante, uno spazio e un tempo sospesi, dei personaggi che raccontano se stessi e gli altri e affondano i loro racconti in radici lontane. In un’altra c’è il romanzo di formazione, con tra ragazze che crescono e le troviamo bambine e poi giovani donne, alla scoperta della loro identità sepolta sotto cumuli di macerie. E poi c’è l’affresco di una società corrotta, violenta, perversa, una critica sociale sottile e sottintesa, ma non per questo meno incisiva e velenosa. Tutto si tiene insieme grazie alla storia, come dovrebbero fare sempre le storie, raccontare le cose da dentro, da parte di quelli che le vivono e sono immersi nel fango, quel fango se lo portano sulla pelle, nelle viscere, tanto da non poterne uscire, nemmeno quando sono convinte di poter rompere gli argini in cui esso scorre.

Il mio nuovo romanzo, un noir tra leggenda, mito e realtà

Ci sono tante cose che girano intorno a questo romanzo, cose che possiamo chiamare destino o fato o coincidenze, come preferite, ma che hanno per me un significato che va oltre.
Quando ho cominciato a scriverlo era l’estate del 2016, da poco ero rientrata dalla Germania e Mariù mi intratteneva con le sue storie succose.
Nei pomeriggi di agosto, quando la calura stringeva la gola e ci trasformava in spugne da spremere, io e Mariù ce ne stavamo a casetta giù in Calabria, ventilatori al massimo, lei spiaggiata sul letto a riposare, io spiaggiata sul divano a leggere.
A un certo punto lei si svegliava: ” Te lo ricordi..?” e partiva con racconti su gente mitologica, intrecci famigliari che mai sarei riuscita a districare, intrighi, segreti, gossip del secolo scorso che mi raccontava come fosse successo tutto il giorno prima, senza mai perdere il filo.
Il racconto più strano riguardava questo lontano parente acquisito che, a un certo punto della sua vita, si era ritirato fra i monti a fare l’eremita.  Da qui è nato il titolo “La leggenda del Re Eremita”, solo che la storia doveva avere tutt’altro tenore: mistica, misteriosa, ci avrebbe trasportati in un mondo immaginario dove la religione e gli antichi riti pagani trovano casa.

La vita mi ha fatto incontrare la malattia qualche mese dopo. La rabbia, la paura, il dolore, la voglia di rivincita hanno di fatto deviato il corso della narrazione: è rimasto il titolo, sono rimasti i riti, ma tutto il racconto è diventato un noir.
Un noir che doveva trovare casa e che ho affidato alle premurose mani del mio agente letterario, Patrizio Zurru.  E qui vi racconto un altro dettaglio succoso.

Nel 2012 ho assistito per la prima volta a una presentazione “strutturata” ( ho assistito ad altre presentazioni ma, o si trattava di amici o erano firmacopie o erano eventi letterari) con autori, relatore e editore riuniti in libreria.
Gli autori erano Luca Ragagnin e Stefano Sgambati, la relatrice era Gaja Cenciarelli e l’editore era Miraggi Edizioni.

Mi sono innamorata della casa editrice prima di tutto, con quelle cover fatte di carta da pacchi, con quelle pubblicazioni così accurate. Mi sono detta che avrei tanto voluto pubblicare con loro anche se la vedevo difficile…

Quella sera da Altroquando ho conosciuto persone particolari: Stefano e Luca con la loro ironia – i libri in presentazione erano “Musica per Orsi e Teiere” e “Fenomenologia di Youporn” -, Gaja con la sua straripante bellezza, Guido Catalano che declamava versi annaffiati da un rosso speciale, Fabio e Alessandro, il cuore e l’anima di Miraggi.
A distanza di sette anni il mio romanzo ha una sua camera in casa Miraggi e a curarne editing e quarta di copertina è proprio Luca Ragagnin. Coincidenze? Non credo.

Infine il fiocco finale, bello, colorato e resistente, e anche per questo c’è roba da raccontare.
Io ho un’amica speciale che mi consiglia libri. Si chiama Francesca e, oltre ad avere un blog letterario fantastico e scrivere cose che incidono il cuore, da pochissimo è diventata una libraia stupenda. Qualche anno fa, da me sollecitata, mi raccomandò la lettura dei romanzi di Giorgia Lepore, perché amo il noir e perché era la prima scrittrice accolta in casa SabotAge, collana da noi tanto apprezzata. Rimasi folgorata da quelle letture, così tanto che, come ho avuto modo di raccontare a Giorgia, mi è nata un’insana passione per il protagonista dei suoi libri, tanto da percepirlo in carne e ossa, di notte, nei sogni. Non mi capitava dai tempi delle letture adolescenziali.

I miei desideri più grandi dunque erano:
1) Che Giorgia leggesse un mio romanzo
2) Che la mia presentazione – una a caso – avesse Francesca come complice.

Accade che Giorgia abbia letto il mio romanzo nuovo nuovo e ne abbia scritto la prefazione.
Accade che la prima presentazione de La leggenda del Re Eremita sarà il 23 ottobre a Roma, alle 19, da Bookstorie, la libreria che Francesca ha aperto insieme ad altre tre splendide e folli donne. Coincidenze? Non credo.

Di linguaggio, retorica, battaglie, eroismo e cura. Tante parole sul cancro e non c’è mai quella giusta per tutti.

Ero molto indecisa – ultimamente mi capita spesso – se affrontare o meno l’argomento che in questi ultimi giorni è tanto discusso ovunque, sui media, sui social, ai tavolini dei bar: definire i malati di cancro come dei “guerrieri” quando lottano per sopravvivere potrebbe sminuire chi invece non ce la fa. Certo detto così pare in ogni caso un abominio, anche perché sono tante le malattie in cui si lotta per sopravvivere e mi pare ovvio che l’obbiettivo per tutti sia vincere. Linguaggio troppo “guerresco”? Può darsi, ma ci hanno insegnato fin da piccoli che il nostro corpo è costruito con “armi appropriate” – le chiamano difese immunitarie – per combattere contro agenti esterni e avversi, quindi perché ci stupiamo e parliamo di retorica quando utilizziamo questa terminologia proprio per una malattia come il cancro?

Credo sia importante, anzi è importante, che finalmente se ne parli. Se non ci fosse stata questa apertura da parte degli stessi malati probabilmente molte ricerche oncologiche sarebbero ancora più in ritardo, molte scoperte di nuovi farmaci  non ci sarebbero state e, credetemi, i ricercatori hanno bisogno che i malati parlino con loro, si confrontino sugli effetti delle cure, solo così si può andare avanti. Quindi il malato deve – dovrebbe – avere un atteggiamento attivo e collaborativo per consentire all’oncologo di fornirgli le armi/strumenti più adatti a combattere la malattia. Ancora dico combattere. Certo. Non passiamo dalla retorica alla falsa retorica, di combattimento si tratta, l’unico combattimento in cui le armi te le forniscono ma in campo ci sei solo tu.

C’è questo articolo appena uscito su Corriere.it (qui) è riportata un’affermazione di Maurizio Crosetti

Esiste una retorica del cancro secondo la quale vince chi lotta di più, chi non si arrende, chi ha più carattere. Oltre che falso, è offensivo per chi soccombe e muore. Non si arrende: muore. E chi vive non vince: guarisce.

Ora mi perdoni Crosetti ma sembra un po’ come quando per rispondere a un fatto si sottolinea un “non fatto” (tipo “e allora il PD?” per capirci). Non è così, non può esserci una simile distinzione fra chi sopravvive e chi muore. Chi muore ha lottato ugualmente, con la stessa determinazione, però non ce l’ha fatta. Nello stesso articolo si parla della battaglia condotta dagli oncologi: sono loro che ci danno le armi, sono loro che stabiliscono le strategie. Un cazzo! O meglio certo che loro sono i fornitori e gli strateghi, ma sul campo la palla è la nostra. Il corpo accetta i farmaci e li utilizza, e sta a noi aiutarlo ad utilizzarli al meglio. E qui ci vuole lucidità, concentrazione, determinazione. Non esiste malato di cancro che non metta in campo tutto questo, tutta la forza che ha per superare gli effetti della cura, tutta la volontà possibile per recuperare ogni giorno una sorta di quotidianità compatibile con quella che aveva prima, qualcosa che possa chiamare vita. Qualità della vita… mia madre è morta combattendo fino all’ultimo istante, e non dovrei chiamarla eroina? In guerra si vince o si perde, ma si combatte in ogni caso. Se non piace il gergo guerresco potremmo usare quello calcistico, che differenza fa?

Ancora sul Corriere.it c’è scritto:

Pensare che si possa guarire o morire a seconda dell’atteggiamento con cui ci si cura è l’ultimo rifugio della presunzione di onnipotenza psicologica. Magia, non scienza.

Ma chi afferma una cosa del genere? L’atteggiamento con cui ci si cura è individuale, personalissimo e insindacabile, e serve semmai ad affrontare con coraggio gli effetti della cura stessa. Lo shock psicologico di sapere di avere il cancro è qualcosa di talmente intimo, talmente profondo – specie in relazione alla montagna di paure ataviche che si porta dietro – che già per affrontare questo ci vuole una spinta straordinaria che nessuno, nessuno ti insegna. E poi ci sono le cure… altro coraggio, altre risorse da cercare e trovare dentro di te. Nessuno ti può aiutare in questo e nessuno può giudicare. Si è eroici agli occhi degli altri probabilmente perché rappresentiamo al meglio la figura del temerario solitario che combatte una battaglia iniqua, come Davide contro Golia, e a volte vince. Ma a volte perde.

Lasciateci credere che un po’ di magia possa davvero funzionare, lasciatela venire a noi con le parole che ciascuno ritiene opportune e che spesso non sono facili. Mi capita di parlare con signore che si curano insieme a me, più grandi di me perché di un’altra generazione, e loro sono arrabbiate, alcune pregano, altre tacciono perché “nominare il male porta male”, altre ancora sembrano rassegnate, oppure non chiedono nulla agli oncologi su quanto sta loro accadendo. Ecco, su quest’ultimo atteggiamento non sarò mai d’accordo, questa passività assoluta non la trovo utile, però capisco come la paura, anche quella di sapere, possa far uscire di testa. E la testa è importante, come ho detto. Non si guarisce solo con la testa, ma senza la testa non si aiuta nessuno. E adesso non venitemi a dire che “allora chi non ce la fa?”. Chi non ce la fa è perché sono insorte altre cause, altre incognite e il corpo è una macchina soggetta ad usura, e le ingiurie, una dopo l’altra, una sommata all’altra – le cure oncologiche sono armi di distruzione in tutti i sensi anche quando fanno miracoli, anche quando guariscono – alla fine possono determinare il risultato della partita. Va meglio così? Possiamo parlare di partita?

Io vi posso dire, alla fine di tutto questo ciarlare, che articoli come quello del Corriere.it, che nel suo intento voleva “proteggere” chi si ammala di cancro e non ce la fa, ritengo sia offensivo per chi invece lotta e continua a lottare per farcela. I sensi di colpa già li abbiamo per conto nostro, come se questo male fosse una qualche punizione che non scontiamo solo noi, ma anche i nostri cari e chi ci sta vicino e cerca di supportarci come può. Non voglio sentirmi in colpa anche quando – mai dire se, sì, un po’ di onnipotenza psicologica, ok? – ne uscirò, non voglio sentirmi in colpa per aver lottato. Mariù mi ucciderebbe con le sue mani se lo facessi. E lasciamo a tutti la libertà di usare le parole che vogliono, le metafore che meglio credono opportune, il tifo da stadio o da Colosseo, sono sempre meglio del silenzio.

Come posso aiutare?

Solo per chi ne sente il bisogno.

Ci ho pensato a lungo se scrivere o non scrivere questa piccola cosa che potete scaricare gratuitamente QUI. Non so, mi sembrava presuntuoso, una sorta di autocompiacimento mediatico che mi posso risparmiare e vi posso risparmiare.

Poi però mi sono detta che ne parlo già tanto in giro della malattia e della CURA, racconto le mie esperienze, le mie lotte, le mie piccole vittorie, le paure, e lo faccio mettendomi a nudo, mostrandomi per come sono, e forse ciò che mi ha stupita di più è stata la risposta a tutta questa esposizione.

Ora non c’è niente di utile nell’ammalarsi di cancro, niente credetemi. Però io sono per metà napoletana e, come spesso dico, mi piace cercare e trovare sempre un lato positivo nelle cose della vita, vedere realmente quel bicchiere mezzo pieno magari di un buon rosso d’annata. E così mi sono detta “Come posso aiutare?”

Non ho beni al sole, non ho la possibilità materiale di aiutare chi sta percorrendo il mio stesso cammino e soprattutto non sono un medico, quindi non ho soluzioni. Ho solo la mia esperienza, quella di una donna curiosa, che si informa, che chiede fino allo sfinimento e che pretende risposte. E molto spesso quelle risposte non ci sono per il semplice fatto che i medici oncologi non le conoscono, a meno che non ci siano passati anche loro. Non intendo dire che questi specialisti non conoscano i risultati di una chemioterapia (anche se rimangono sempre nel campo delle statistiche e delle probabilità, non si espongono, conoscono bene le “parole sospese”); non conoscono i reali effetti della CURA, cosa provocano quegli “effetti collaterali” – un po’ come i danni collaterali di una guerra – al nostro corpo giorno dopo giorno e come possiamo affrontarli al meglio.

Dopo tre anni di guerra ho pensato di aver acquisito sufficiente esperienza e cognizione di causa da poter dire la mia, fuori dai denti, col linguaggio dei pazienti – che spesso pazienti non sono – e poter dare quindi un piccolo aiuto pratico, senza alcuna pretesa di scientificità, ma con me ha funzionato, funziona.

Io avrei pagato con pietre preziose se qualcuno mi avesse dato queste informazioni all’inizio del mio percorso.

Le scorte per i giorni di magra

Ci sono giorni, a volte settimane, in cui non va tutto bene. Non si scherza, questa Cura non è una passeggiata in montagna in un giorno di primavera pieno di sole. Ci sono le ombre scure, ci sono le tempeste di pioggia e vento, ci sono i momenti di profonda disperazione nei quali non capisci se riuscirai a superare tutto questo oppure no. Quelli sono i momenti in cui ti prendi in braccio e ti consoli e ti fai forza, attingi a quelle riserve di energia che nel tempo hai accantonato, come facevano gli anziani, le scorte per i giorni di magra.

Allora accade che nonostante tutto il dolore, la stanchezza, la nausea, la paura, ti ritrovi a fare un milione di cose proprio in quei giorni lì, proprio quando vorresti e dovresti staccare la spina del mondo e rifugiarti in un’alcova sicura e aspettare che tutto passi.

Tra le innumerevoli iniziative alle quali ho partecipato, una in particolare mi ha lasciato un segno, come una sorta di carezza benefica sul corpo e sulla mente. Sono andata ad uno spettacolo teatrale originale, Herbarie: le chiamavano streghe, una messa in scena d’impatto, con tre attrici bravissime e una storia antica come il mondo. Le Herbarie erano quelle donne che curavano con le erbe, che ne conoscevano i segreti benefici e malefici, erano ostetriche e abbacadore, portatrici della “buona morte”, erano consigliere e dispensatrici di saggezza da tramandare di madre in figlia. Erano donne legate alla madre Terra e alla sua dea, ribelli e indomite e proprio per questo in seguito perseguitate e mandate al rogo come streghe.

Mi ha emozionata profondamente questo spettacolo, ha suscitato in me migliaia di ricordi appassionati di mia madre, di mia nonna, ricordi legati ai riti antichi, lo sfascino, il potere taumaturgico delle mani bollenti di Mariù, i rimedi naturali (il tarassaco, l’aglio, i cetrioli sulla fronte, i tranci di aloe sulle bruciature), nonna Teresa che mi teneva in braccio e mi raccontava la storia di Polifemo e Ulisse, con la sua voce aspra come la terra di Calabria eppure dolce come il miele.

Ricordi di donne che si tramandano un sapere antico, che arriva da lontano, forse proprio da quelle Herbarie che poi chiamarono streghe. Chissà perché hanno ancora tanta paura di noi…

Canta con noi che la vita è anche questo

La mia vita, come quella di tutti, è costellata di incontri, e se non fosse così non credo saremmo in grado di chiamarla vita, sarebbe solo tempo che passa. Tempo vuoto, tempo pieno, già una volta ne parlai di questa differenza, perché il tempo pieno è quello che resta, è quello che contiene la memoria e la ricchezza degli incontri, è quello che ci definisce… ora però basta con questa filosofia spicciola, veniamo al sodo.

Vi sono mancata? Che poi tutto si riduce a questo, capire se si lascia un segno nella vita degli altri così come gli altri lo lasciano nella nostra, giusto? Però il tempo frettoloso, le cose quotidiane, i piccoli e grandi gorghi da cui ci lasciamo inghiottire ci distraggono, e allora ho deciso che questi segni me li vado a cercare io, ho deciso che le costruisco io le occasioni, che ogni lasciata è persa e non si sa mai cosa può succedere domani e via coi luoghi comuni.

In questo mese di marzo ho incontrato di tutto. Ho incontrato Atene e la sua atmosfera unica e ho scoperto che il mio corpo acciaccato è ancora maledettamente attaccato alle cose belle della vita e vuole godersele tutte, un passo alla volta, fino ad arrivare in cima al Partenone. Ho incontrato persone che non vedevo da anni e ho riscoperto la complicità che ci legava, come una carezza lieve che ti fa sentire a casa, accolta, a tuo agio.

Ho incontrato medici illuminati e medici stronzi, che poi ti rendi conto che anche quelli stronzi hanno un’anima, solo che la vogliono preservare perché il dolore degli altri ti schiaccia se non ti proteggi.

Ho incontrato di nuovo – perché non mi stanco mai di questo – il mio mondo dei libri, perché a Roma c’è stato “Libri Come” che per una volta mette in primo piano gli scrittori, non gli editori, e c’era gente bella che volevo guardare in faccia, magari abbracciare, magari lasciarmi stregare così che il tempo, la vita, la gioia, il dolore per un attimo potessero raggrupparsi tutti lì, nel posto delle emozioni, nel mio cuore, e restarci per sempre. [qui e qui i resoconti di Libri Come]

In questo mese di marzo ho incontrato una dottoressa carina che ha fatto notte in reparto insieme a me, e con lei c’erano due infermiere e una portantina, e c’erano i miei nipoti, e abbiamo cantato a squarciagola perché tanto non c’era nessuno e anche se ci fosse stato qualcuno gli avremmo detto “canta con noi” che la vita è anche questo.

Io sono una persona difficile da amare #SanValentino

Ho fatto una ricerca approfondita nel mio blog e posso confermare che non ho mai scritto articoli su San Valentino, almeno non direttamente, quindi quella di oggi è una novità assoluta. Questo non vuol dire che il 14 Febbraio per me non significhi nulla; significherebbe molto se non fosse che dalla mia memoria non arrivano ricordi legati a festeggiamenti amorosi, nessuno, mai.

Che tristezza, direte. Io però la vedo più come una svista o un mio personale tentativo di auto boicottarmi proprio quel giorno lì, che mi hanno sempre imbarazzata le cose sdolcinate e fatte apposta, “one shot, one day” e passa la paura, cuoricini e baci Perugina, cene a lume di candela e canzoni strappacuore e per sempre, per sempre, per sempre (non è vero, io adoro tutte queste cose ma ho sempre creduto che nessuno le sapesse fare meglio di me, cazzo di presunzione del cazzo, così nessuno si è mai azzardato a fare niente).

Col passare del tempo ho capito una cosa davvero importante: io sono una persona difficile da amare. E non parlo di quell’amore generale, l’amore che comprende la famiglia e gli amici, anche i passanti va’. No, parlo dell’amore che è attrazione, che fa sangue e sesso, l’amore carnale e spirituale che ti fa perdere peso perché ti nutri di emozioni, l’amore che ti fa anche male e ti dici che allora sei viva (questa è un po’ una cazzata secondo me, sarebbe meglio farsi sempre bene, però alzi la mano chi non ha mai sofferto amando…).

Io sono difficile da amare perché sono abbastanza stronza con gli uomini. Non me la tiro, no, anzi mi dono, a volte troppo e troppo in fretta, con tutta la passione e il fuoco che mi definiscono. Il fatto che poi, esplicitamente o meno, pretenda lo stesso in cambio ecco, questo fa di me una stronza. Il maschio, alfa o beta poco importa, non se la aspetta questa richiesta, si crogiola nel “tanto fa tutto lei” e si ritrova impreparato alla resa dei conti. Ma davvero chiedo troppo? Da quanto raccontano le mie Love Stories deduco che sì, chiedo troppo.

Sono difficile da amare anche perché non sono docile, non sono accomodante, non sono tollerante. Ma queste sono caratteristiche più recenti, la vita da single e gli anni di maturità portano ad essere molto selettive, a sgamare subito sia gli “uomini-tappeto” che gli “uomini-bufala” – quelli con la tutina da supereroe, solo quella – e a capire alla fine che l’uomo giusto resta il tuo migliore amico, che è meglio resti tale per evitare cataclismi.

Qualcuno mi ha detto anche che sono difficile da amare perché sono troppo bella… ora, io ringrazio e mi inchino davanti a tale immenso complimento, il mio ego non riesce neanche più a contenersi per quanto è gonfio e tronfio ma, sul serio, una cazzata del genere proprio io me la devo bere? Che la bellezza faccia storicamente paura è risaputo, ma che io sia troppo bella (c’è un troppo che stroppia) e che addirittura questo sia motivo per non amarmi, beh non ci sperate, non me la graffio la faccia per uno straccio di amore così pavido e vigliacco, non ne vale la pena.

Infine sarei difficile da amare perché troppo forte. Ancora. E dai…

San Valentino, per chi non lo sapesse, fece morire contemporaneamente i due innamorati affinché non fossero mai separati. Una storia non proprio a lieto fine, ma voi cari innamorati dell’amore, vivete oggi, domani e fin quando sarà la vostra favola bella, che di favole non ce n’è mai abbastanza. Io mi vado a comprare una scatola di Rocher.