Anna è tornata

Ci sono storie che meritano di essere raccontate, più e più volte, perché capita che l’attualità, la vita coi suoi contraccolpi, gli eventi che si susseguono giorno dopo giorno, le rendano sempre nuove, come se stessero accadendo ora. O poco prima.

Cosa impariamo noi dalla Storia, quella con la S maiuscola che studiamo sui libri? Non molto se poi non siamo in grado di cogliere segnali e sintomi nel nostro futuro presente, segnali e sintomi del fatto che ciò che abbiamo seminato a un cero punto lo dovremo raccogliere, che certi errori hanno sempre un prezzo, che il mondo è un sassolino piccolo piccolo in cui anche il tempo si contrae e siamo tutti destinati a incontrarci.

Questo per dire che la storia di Anna racconta del periodo della guerra nelle Colonie d’Africa, racconta quello che i nostri soldati, le nostre Camicie Nere, facevano in Somalia e Eritrea, racconta ciò che lì noi abbiamo lasciato, la nostra smania di grandezza, la nostra presunzione, la nostra stupidità, la nostra vergogna. E racconta l’amore di una donna che, come Penelope, aspetta il ritorno del suo uomo, mentre la vita l’attraversa e lascia segni indelebili.

Questa storia è successa davvero, io l’ho solo raccolta e romanzata un po’, ho cambiato qualche nome e aggiunto qualche personaggio, ma il succo è uno solo: Anna, la vera Anna, imparò la guerra e l’amore. E la tolleranza e il perdono. Noi oggi cosa abbiamo imparato?

Insomma… Anna è di nuovo in libreria, o meglio è possibile ordinarla sia nella versione digitale che in brossura, e ha anche un vestito nuovo!

Per ora potete trovarla qui e qui. 

“Il passato è una terra straniera; fanno le cose in modo diverso laggiù” [dall’incipit di Messaggero d’amore – Leslie Poles Hartley]

E anche un po’ di musica bella bella ci vuole, per celebrare…

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Il 23 aprile è la #GiornataMondialedelLibro e io la festeggio in hotel

Come ogni anno il 23 aprile si festeggia quella cosa meravigliosa che chiamiamo libro. Dico cosa perché, con l’avvento del digitale, l’oggetto/libro ha acquisito nuove forme così come nuove sono le esperienze di lettura. Resta la magia dei contenuti, i messaggi, la capacità di comunicare di chi, con maestria, quelle parole le ha pensate e scritte. Storie che ci accompagnano nel nostro viaggio della vita, così mi piace pensarle, storie come canzoni che lasciano un segno, che diventano nostre per sempre.

A Barcellona, come ormai saprete, ogni anno in questa occasione si regala un libro e una rosa, e questo gesto rappresenta per me un gesto d’amore e di passione esemplare. Io invece, italica scribacchina, sono stata invitata a partecipare a un evento particolare: l’associazione Golden Book Hotels mi ha chiesto di scrivere un racconto ispirato a un hotel particolare. Un hotel vero, reale, uno di quelli che aderiscono a questa iniziativa e che diventa mentore a sua volta dell’autore che lo racconta.

In pratica cosa si sono inventati questi folli straordinari? Hanno selezionato diciotto autori – si è poi aggiunta anche la scuola di scrittura Omero di Roma, quindi siamo molti di più – hanno abbinato ad ogni autore un hotel italiano molto particolare, hanno chiesto a questi autori di scrivere un racconto ispirato all’hotel o in cui l’hotel fosse comunque menzionato. E fin qui… Poi hanno preso questi racconti e li hanno raccolti in un ebook, e questo ebook si troverà in ogni camera di ogni hotel raccontato e ogni ospite dell’hotel potrà leggere gratuitamente l’intero libro durante il suo soggiorno. Grande invito alla lettura!

Oggi, in occasione della Giornata Mondiale del Libro, l’ebook è disponibile. L’hotel che ho raccontato io si trova a Ferrara e si chiama Annunziata, e io sono felicissima che un albergo abbia un nome di donna e che presto potrò andare a visitarlo. Ah! Non ve l’avevo detto? Non sono mai stata a Ferrara né all’hotel Annunziata, quindi ho studiato e studiato e studiato per immaginare la storia che ho scritto, e mi è venuta una voglia pazza di andare in quei luoghi suggestivi e magari, chissà, ripetere ciò che mi è stato ispirato.

Un’altra informazione: l’ebook potete leggerlo anche voi. Potete scaricarlo cliccando sulla sua cover. Il mio racconto è a pagina 307, ma leggeteli tutti che sono piccole perle. 

A #TempodiLibri con Missiroli e Buzzati, tra sentimento e fortezze.

L’avevo detto che a Tempo di Libri ho incontrato gente bellissima. Marco Missiroli mi ha incantata con un reading/ricordo/racconto su Dino Buzzati davvero emozionante.

Ci ho messo un po’ a scrivere l’articolo pubblicato da Art a Part of Cult(ure) e infatti è uscito solo ieri, a Fiera ormai digerita… Ci ho messo un po’ perché le parole hanno dovuto sedimentare. Se Buzzati ha lasciato un segno profondo in Marco Missiroli, in me quei due insieme hanno scavato una trincea. E l’immagine della trincea ci sta proprio bene, a proposito di frontiere, di coraggio per superare le barriere, di sentimenti che ribollono.

Ho pensato che da un anno a questa parte mi sono barricata dietro il mio dolore, l’ho usato come scudo, mi sono arginata in un fosso, forse per paura di affrontare… cosa? Ascoltare la storia binaria di Missiroli e Buzzati, l’analisi profonda di come, perché, quando a un certo punto si comincia a raccontare, a raccontarsi, è stato per me come squarciare un velo, con la testa e con il cuore.

L’articolo che ho scritto è strano, secondo me, quasi disarticolato, un flusso di parole che seguono un flusso di pensieri, proprio come Missiroli ci ha proposto la storia che ci ha raccontato. Leggetelo così, senza soffermarvi troppo sul significato, lasciatevi trasportare dai sensi e provate a immaginare di essere lì, davanti a questo ragazzo altissimo e con la cravatta, che si siede e…

A Tempo di Libri ho incontrato Marco Missiroli e Dino Buzzati

Facciamo un gioco: facciamo che io non conosco Marco Missiroli e che non so quasi nulla di Dino Buzzati. E facciamo anche che a Tempo di Libri mi capiti di incontrarli entrambi. Ora i più accorti diranno come fai a incontrare Dino Buzzati se è morto tanto tempo fa? Eppure vi assicuro che, io che di Buzzati so poco, ho davvero l’impressione che sia qui, in questa sala gremita di Milano Fiera City, a raccontarsi con la voce di Missiroli.

Lo noto subito questo ragazzo altissimo, che abbraccia le persone, che ci saluta come fossimo vecchi amici che si incontrano a una festa. [Continua a leggere…]

Quest’anno sono andata a #TempodiLibri e ho incontrato gente bellissima

Quest’anno ho deciso di andare a Tempo di Libri a Milano per vedere come sarebbe stata questa seconda edizione. Beh, dopo anni a Roma per Più Libri Più Liberi con la piccola e media editoria, dopo anni al Salone di Torino, che resterà sempre per me “Il Tempio” dell’editoria, ho voluto dare una chance al capoluogo lombardo.

Tutto sommato se la sono cavata, nel senso che lo spostamento dell’evento alla Fiera Milano City ha di certo giovato all’affluenza di gente sia per i collegamenti con il centro cittadino, sia perché, diciamolo, dopo il weekend elettorale le persone avevano voglia di distrarsi un po’.

Pochi gli espositori, almeno se li paragono alle altre fiere che ho visitato, ma alcune cose buone: tantissimi punti ristoro, ma tanti davvero; tantissimi spazi per sedersi e riposarsi; un’area dedicata ai professionisti per gli incontri, cioè proprio uno spazio in cui gli autori potevano incontrare gli agenti letterari, e questa mi sembra una bella novità.

C’erano i grandi gruppi editoriali, fianco a fianco, con un enorme spiegamento di libri, roba da apoteosi dei sensi, ma c’erano anche piccoli editori, e questo significa che forse i costi non erano eccessivi, chi lo sa, non ho chiesto. O forse significa che le case editrici abbiano scelto il canale fieristico per fare un po’ di cash flow che non fa mai male. Eh, ce ne sarebbero di osservazioni da fare sulla distribuzione, ma la filiera sta diventando un serpente contorto e sempre più spesso i ruoli si confondono.

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Le tematiche di Tempo di Libri erano diverse: la ribellione, la cucina, il ricordo.
Io ho partecipato a due incontri davvero speciali che, a distanza di qualche giorno, hanno lasciato un segno che ancora scava dentro. Incontri difficili ma esaltanti, e non mi capitava da tempo di restare così imbambolata a sentir parlare di letteratura.

Il primo incontro è stato con Nicola Lagioia e Goffredo Fofi che hanno ricordato Alessandro Leogrande. Questo il mio resoconto per Art a Part of Cult(ure).

Alessandro Leogrande tra ricordi e rimpianti nel racconto di Fofi e Lagioia

Come un padre e un fratello, Goffredo Fofi e Nicola Lagioia hanno raccontato a Tempo di Libri la loro “versione” di Alessandro Leogrande, una versione accorata e nostalgica e ricca di sfaccettature, con un elemento in comune: Alessandro Leogrande mancherà. [Continua a leggere…]

Di #Sanremo2018, della musica al centro e della cultura del nostro tempo.

Immagine presa da qui

Non scrivevo qualcosa su Sanremo dal 2012, quando c’erano Celentano e le sue pause. Strano che senta la necessità di riparlarne proprio quest’anno, quando nuovamente conduce e dirige un artista, cantante, cantautore – Baglioni – e quando per la prima volta da decenni la musica è stata davvero il centro di tutto il Festival.

Lo chiamiamo Sanremo per brevità, ma è il Festival della Canzone Italiana, non dimentichiamolo. Un tempo erano le canzoni a partecipare e vincere, i cantanti erano scelti – più d’uno per ogni brano – per l’esecuzione, e poco importava fossero italiani o stranieri. Il tempo ci ha regalato un’evoluzione [involuzione?] per la quale la nostra attenzione si è concentrata sempre più sui personaggi o artisti che dir si voglia che sui brani proposti, e questo ha portato inevitabilmente a trasformare il Festival in una vetrina/passerella dove farsi vedere e ricordare – ci sono anche io, ti ricordi di me? – e dove presentare pezzi composti per l’occasione, niente affatto rappresentativi del panorama musicale italiano e/o dello stesso repertorio dell’artista in questione.

Quest’anno Baglioni ha tentato di riportare la musica alla ribalta e ha fatto scelte importanti come direttore artistico: ha scelto brani onesti e sinceri, niente di preconfezionato. Oddio, magari non tutti, però una buona percentuale (l’operazione Pooh in pillole non ha funzionato molto, a parer mio…).

Le canzoni erano belle? Ovviamente è una questione di gusti, però per la prima volta, almeno per me, si è potuto giudicare davvero. Nel senso che, ad esempio, se a me Fabrizio Moro non piaceva fuori dal Festival, non mi è piaciuto neppure dentro il Festival, e il suo brano era nel suo stile, nelle sue corde. Poi possiamo disquisire all’infinito sul testo suo e di Meta, che moti definiscono “piacione”, come molti altri del resto in questo Sanremo, ma, dico io, cosa dovrebbero raccontare i nostri artisti?

Se le canzoni parlano di cuore e amore, allora si tratta di roba melensa che eccheppalle sempre ‘ste cose che nessuno ci crede più; se le canzoni parlano di donne, di violenza sulle donne e allora si tratta di canzoni marpione fatte per catturare il consenso popolare che eccheppalle sempre ‘ste cose che non ne possiamo più di leggerle sui giornali; se le canzoni parlano di migranti, di razzismo, di emarginazione e allora si tratta di canzoni che cavalcano l’onda d’urto del sentimento politico che eccheppalle sempre ‘ste cose che non ne possiamo più di campagna elettorale anche al Festival.

Ora io mi domando: posto per assunto che la musica popolare dovrebbe rappresentare la cultura del nostro tempo, così come la letteratura, così come è sempre stato d’altronde, cosa cazzo ci dovremmo aspettare da un Festival? O dai nostri artisti in generale. Ci lamentiamo sempre che la cultura ha perso la sua connotazione essenziale, essere memoria del tempo che viviamo, incidere sulla carta, sui pentagrammi, i fatti che viviamo perché possano insegnare qualcosa alle generazioni future, e poi quando questo viene fatto gridiamo alla “piacioneria”? Ma porca miseria, ma davvero?

Ricordo a una fiera del libro, forse quella di Roma di qualche anno fa, che Dacia Maraini e Lidia Ravera, parlando delle donne scrittrici, esortavano tutte noi a raccontare il nostro tempo, ad essere testimoni letterarie di ciò che stiamo vivendo affinché serva da futura memoria, perché questo dovrebbe fare una società letteraria. La tecnologia che rende tutto più veloce e immediato rischia di distruggere la cultura, e la cultura è crescita.

Anche per le canzoni, la musica, vale lo stesso discorso. E allora che critichiamo a fare quegli artisti che ci raccontano il nostro tempo? Trovate che siano operazioni commerciali? Può darsi che qualcuna la sia, d’altronde c’è sempre stato chi ha lucrato sui talenti altrui, è il mondo, è la società. Però sono ottimista e credo nell’onestà di chi si espone in prima persona, per cui anche se Moro non mi piace nel senso che non comprerei un suo EP, non posso dire che la sua canzone sia “piaciona”. È realistica, è attuale, quindi va bene.

La canzone di Nina Zilli racconta della violenza domestica, che le vogliamo dire? Che è piaciona? Quella di Mircoeilcane racconta dei bambini che attraversano il mare sui barconi. Anche questa è piaciona? Ci nascondiamo dietro questo termine odioso per nasconderci l’odiosità dei fatti? Non è che denigrando questi testi i fenomeni diminuiscono. E vogliamo parlare della canzone di Ron? Lo hanno accusato di aver portato un pezzo di Dalla per conquistare consensi, come se Ron non avesse mai proposto brani di Dalla. E dai…

Ecco perché mi è piaciuto questo Festival. Claudio Baglioni è stato coerente con sé stesso e ha portato il suo sentimento sul palco. Dal punto di vista organizzativo nessuna pecca, secondo me. Un Baglioni disinvolto mi avrebbe fatto pensare male. La Hunziker è stata all’altezza e professionale, che piaccia o no. Non credo sia facile condurre uno spettacolo del genere e lei lo ha fatto a modo suo, non poteva snaturarsi per questo. Onestà…

Un’ultima annotazione su Pierfrancesco Favino. Lo apprezzo da sempre come attore, da sempre, ma è stato capace di superarsi, almeno a mio giudizio. Il suo monologo tratta dalla piéce teatrale di Koltès, La nuit juste avant les forêts, ha incantato e commosso per la sua intensità e per la bravura dell’attore. No, non è un testo piacione, anche perché è stato scritto negli anni ’70. Sono parole nelle quali possiamo identificarci tutti, basta leggerle o ascoltarle con attenzione. Non riduciamolo a un momento politico a tema migranti, per favore, perché sarebbe riduttivo. Sì, riduttivo e la cultura non dovrebbe essere questa becera strumentalizzazione del comune sentire, dovrebbe essere riflessione profonda. E memoria.

Riascoltiamo Favino.

 

Il mio augurio più grande

 

E mi ritrovo qui tra le mie cose. Lionel Richie canta le sue ballads mainstream, Cat Stevens aspetta il suo turno. Lui non è certo mainstream… che minestrone. Eppure questo è il mio mondo, i colori della mia piccola casa, i libri che occhieggiano dagli scaffali, le lenticchie che cuociono lente, la musica a tutto volume che mi strizza un po’ il cuore. E quanto, quanto è bello poterlo sentire tutto questo, potermi sentire così viva e felice da volerlo raccontare. C’è pure Mariù che mi sussurra all’orecchio “Anno nuovo vita nuova” come sempre, come ogni 31 dicembre che io ricordi.

E poi ci siete voi che mi leggete, ovunque. Che belli che siete, volti conosciuti e sconosciuti che tanto amore mi avete dato in questo anno terribile e straordinario. Potessi avervi tutti qui, adesso, sarebbe una gran festa. Vi arriva la mia gratitudine? Quante volte mi sono inginocchiata e voi mi avete tirata su, quante volte ho pianto e riso sulle vostre spalle, quante volte… grazie.

Questo anno che sta per finire non ha colpe dei nostri dolori così come non ha meriti per la felicità. Sono solo trecentosessantacinque giorni, tempo, che passa e lascia memorie. E io ho un 2017 pienissimo, chissà dove metterò tutti i ricordi. Mamma e la sua eredità del cuore, la malattia, le lotte, le infinite cadute da questa giostra che è la vita e tutte le risalite, faticose e esaltanti, le parole, i desideri, i progetti, le vittorie. Le vittorie sono state magnifiche.

Stanotte brucerò le lacrime e costruirò sogni nuovi, sarà un rito molto napoletano, l’altra metà della mia anima. Babbo apprezzerebbe. E ho un libro in giro, un romanzo che amo da star male e spero che nel 2018 trovi casa [fate il tifo, dai…].

Volete gli auguri? Davvero? Il mio augurio più grande è che possiate farcela, di qualunque cosa si tratti, e ce lo racconteremo fra trecentosessantacinque giorni. Appuntamento qui, al calare del sole.

Chi ha paura dei cambiamenti?

Io no di certo.

Mi sono assentata per un po’ da questo blog perché la vita è tornata frenetica. Niente di particolare a pensarci bene, ma è la vita che torna e che esige attenzioni. Qualche giorno fa ho avuto una lunga conversazione con un amico e si è parlato della paura dei cambiamenti. Mi ha detto che noi donne abbiamo una marcia in più, che affrontiamo tutto senza timori, che questo mio ultimo anno avrebbe fatto tremare i polsi a chiunque, che, che, che… Capiamoci, qui nessuno si atteggia a eroe e certi fatti importanti, dolorosi, faticosi, spaventano. Eccome se spaventano. Ma la scelta spesso è una sola: lottare. Io ho avuto paura e ne ho ancora, ma vivere mi piace e per questo non mi lascio annichilire dal timore di non farcela. I cambiamenti servono anche a questo, a trovare il coraggio di superare un angolo buio del proprio cammino e riscoprire altre prospettive altrimenti ignote.

Ma veniamo ai fatti. In questi quarantacinque giorni di assenza ho deciso di cambiare casa, e già un trasloco è sufficiente per dare una bella svolta al proprio destino. Una casa piccolina, su misura per me, che mi veste tutta come un guanto, che mi somiglia. Poi ho chiuso il contratto di edizione di Anna. Per un po’ non la potrete acquistare, neanche online, ma solo per poco… Poi ho fatto le prime visite di controllo e ho capito che quelle mi accompagneranno per qualche anno, a cadenza confusa e costante. Questo è forse il cambiamento più sostanzioso, fare i conti con la mia fragilità, restare sospesa e accettare il crudele gioco dei responsi, come grattare un gratta e vinci e spizzare le icone una ad una. A questo non ci si abitua, e per fortuna.

Ci sono state altre cose belle, cose fatte di arte, di musica. Partecipo con altri diciassette scrittori a un’iniziativa fantastica organizzata dai Golden Book Hotels, un modo davvero intelligente per invitare alla lettura gli ospiti di questi hotels sparsi in giro per l’Italia. Noi Fab18 abbiamo regalato dei racconti inediti che potranno essere scaricati gratuitamente da chi soggiornerà in un GBHotel e qui potete trovare tutte le informazioni. C’è anche un trailer!

Mia figlia gira l’Italia col suo nuovo gruppo vocale, Occhi Chiusi In Mare Aperto, e i cinque talentuosi ragazzi riscuotono successo, tanto. Alla fine del post ci sarà un video, giusto per farvi capire cosa intendo per talento.

Tra poco comincerà Più Libri Più Liberi e non vedo l’ora. Voglio di nuovo immergermi tra le parole scritte e raccontate, voglio girare tra quei corridoi, curiosare tra gli stand, incontrare gli amici e i colleghi di penna (di computer forse è meglio), voglio parlare di come prendono forma i sogni ora che mi è di nuovo consentito sognare, ora che posso presentarmi al mondo con la mia nuova faccia che mi piace un sacco, anche se è diversa, anche se sono cambiata io, anche se dentro c’è una tizia tosta che combatte forte, fortissimo. E penserò a un signore che voglio chiamare amico, anche se non l’ho mai incontrato. Un signore che ha combattuto forte, fortissimo, che ha condiviso sui social la sua lotta estrema e ha dato a me e a molti altri una spinta a continuare, ad amare, ad amarsi che mai avrei creduto possibile. Un signore che con grazia e delicatezza ha usato parole importanti per raccontarci la sua CURA e che ora non c’è più. Severino Cesari, grazie per la forza che mi hai trasmesso nei giorni cupi e solitari. Ti leggerò con cura e non dimenticherò ciò che mi hai insegnato.

E adesso musica. #OCIMA