Autunno tra zuppe e ricordi.

È trascorso un anno più o meno, un anno di lotta estrema contro mostri invisibili in cui ho messo il mio corpo e la mia mente a dura prova. Un anno di domande senza risposte, perché bisognava attendere. Ricordo bene che l’ultimo malanno di stagione l’ho avuto a fine luglio, poco prima di lasciare la Germania. Poi più niente, neanche uno starnuto. Mi sono detta hai visto che la determinazione aiuta nei momenti più opportuni? Sì perché io avevo deciso che non mi sarei ammalata d’altro, il cancro mi bastava e aveva bisogno di tutte le mie energie.

Tre giorni fa il crollo. Raffreddore, febbre e pure una bella tracheite, giusto per non farmi mancare niente. Ma come, ho resistito agli attacchi più disparati con i globuli bianchi paurosamente vicini al niente, a bambini mocciolosi durante le mie supplenze alla scuola materna, alle sudate estive asciugate a colpi di ventilatore, alla chemio che mi risucchiava anche il fiato, e adesso che tutto è finito mi ammalo? Dice Francesca che ho abbassato le difese, il controllo. Sì, credo anche io sia per questo.

Sono andata ieri alla visita oncologica. Ora, non è che non sapessi che tutto era a posto: in questi mesi ho imparato a decifrare TAC, PET, analisi. Però fa un altro effetto sentirselo dire dal medico. Tutto a posto, cominciamo il follow up. Durerà due anni, due anni di osservazione e di controlli serrati, due anni col fiato sospeso ogni tre mesi, ma va bene così. La mia vita sarà piena per ottantanove giorni ogni trimestre, anche di raffreddori e acciacchi vari, e di progetti, di sogni.

Lo specchio mi restituisce un’immagine che sta tornando alla normalità. Certo capelli e peli crescono in modo sconclusionato, somiglio a un peluche strapazzato, però che soddisfazione ritrovare la mia faccia di sempre! Mariù, mi dovresti vedere adesso.

Mi domandavo quando sarebbe arrivata “la botta”, quella in cui avrei capito che non ci sei più. Oggi è stato quel giorno. Ho preparato la tua zuppa e ho pensato che forse avevo dimenticato qualcosa e non potevo telefonarti per chiedertelo. Ho mangiato zuppa e lacrime, ho sentito la tua voce che mi diceva “Io ci metto la crema di funghi, il mio tocco personale” e ho pianto di più perché non ce l’avevo la crema di funghi, niente, e ti ho sempre detto che va bene anche così, che la crema la fanno i legumi. Il cordone ombelicale del cibo non si spezza, sai Mariù? E pure questo essere malata, che anche a cinquantasette anni ti avrei chiamato per dirtelo e tu mi avresti detto “riguardati”. Un modo di dire antico, io non lo uso per esempio. Riguardati, guardati due volte e anche di più che ne hai bisogno quando stai male. Io direi prenditi una Zerinol…

Se dovessi fare la lista di ciò che mi hai lasciato, di quello che mi hai insegnato, sarebbe un’impresa senza fine. Mi hai lasciato me, quella che sono, difetti compresi. E tanto basta perché tu mi manchi.

 

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Ciao Mariù.

Oggi abbiamo salutato la protagonista di Cetteide, Mariuccia, Mariù per gli intimi, mia madre. Voi tutti l’avete conosciuta attraverso queste pagine, l’avete apprezzata, avete sorriso con me e con lei. Abbiamo vissuto insieme avventure incredibili: le nostre vacanze in Calabria, il nostro male, le nostre personali battaglie. Due giorni fa si è fermata, con il corpo almeno. Lo spirito, ne sono certa, sta già creando scompiglio lassù, specie a mio padre che ormai da anni si era organizzato per benino… Ho raccontato di lei, della nostra relazione madre/figlia, con ironia, ogni volta che ho potuto, e posso garantirvi che lei ha letto ogni post e ha sempre riso tanto, anche di sé stessa. Ora voglio concludere questo ciclo con le parole che le ho dedicato e che, nonostante il mio essere prolissa, la riassumono tutta.

Per Mariù

Volevo leggere per te una poesia di Lord Byron sulla bellezza, ma avrebbe rappresentato solo una parte della tua storia e Don Federico mi ha detto che sarebbe stato meglio raccontarti con parole mie.

Una sfida mamma, perché tu sei tante storie, e io sono notoriamente prolissa…

Sei sempre stata bellissima, densa, impossibile non notarti. Ma non era solo il tuo aspetto, quegli occhi luccicanti, quel sorriso dolcissimo, ad attirare l’attenzione. Tu accoglievi, abbracciavi tutti con la tua sola presenza. Tu sei stata madre con la passione della tua terra, come madre natura, feconda, fertile di racconti, di tradizioni, di riti, sapori, profumi, ricca di allegria, positività, forza. Generosa d’amore.

Quanti amici, nostri, dei tuoi nipoti, ti chiamano zia, nonna? Tu aprivi la porta del tuo cuore e loro diventavano parte della tua casa, per sempre.

Eri una giovane donna legata ai valori famigliari. Tuo padre, tua madre, le tue sorelle, i tuoi fratelli, per tutti loro avevi attenzioni speciali, per tutti avevi tempo, cure, affetto. Poi ti sei emancipata e hai donato te stessa a questa grande famiglia che man mano andavi creando, una famiglia di donne alle quali trasmettere un pezzetto di te. Ci hai insegnato la vita, hai imparato ad essere una donna evoluta e moderna, a volte più di noi figlie, ci hai spronato ad essere migliori, ad usare il buon senso in tutte le faccende della vita. Dicevi sempre “Chi più ne ha più ne metta”, e con questa frase riuscivi a zittirci, a farci ragionare.

Coi tuoi nipoti sei tornata giovane, ma giovane sul serio. Hai condiviso talmente tanto con loro, tempo, sogni, desideri, speranze, che anche loro fanno parte di te. Loro sono il tuo lascito, in loro vivrai per sempre. Se solo penso alle interminabili partite di Burraco, alle lezioni di cucina, ai pranzi della domenica, alle risate…

Da ragazzi ci si domanda spesso se lasceremo mai un segno nella vita di qualcuno. Se saremo sempre e solo una meteora, un fenomeno occasionale seppur splendente o se, in qualche modo, il nostro passaggio sarà ricordato. E chi lo sa. Bisognerebbe tornare per sapere. Ma spesso quando si va via non si ha la possibilità di un futuro riscontro.

Ecco mamma, tu quel segno l’hai lasciato. Tu non sei mai stata un evento occasionale nella vita degli altri e questa famiglia che oggi è qui per salutarti è unita per merito tuo. Il tuo amore generoso fino all’ultimo respiro è la colla e noi siamo tutti appiccicati a te. Ciao Mariù.

E questo è per ricordarti.

Cetteide Revolution #cp10 Summer is here

Ancora insieme, stessa casa, stesso mare, stesso cielo stracolmo di stelle. Agosto significa io e mamma, e dopo un anno esatto ci ritroviamo qui, a Cirò, ventitré anni di differenza e due caratterini impepati, a farci compagnia. Certo, siamo un po’ ammaccate tutte e due, ma sembrerà strano, proprio in questa nostra fragilità troviamo la forza e il coraggio per andare avanti.

Mamma è arrivata prima di me, ha fatto da apripista. Fare da apripista significa che ha avuto dieci giorni di tempo per stressare il pescatore delle sei del mattino, fare scorta di pipi jiuschenti, friselle e pane di casa, e prepararmi il divano letto:
– So che tu non lo vuoi aperto, allora ho pensato di renderlo più comodo. Ci ho messo un altro materasso, due cuscini e la biancheria fresca fresca di bucato.
– Ma così cado, ma’. Non lo vedi che il materasso di sopra è più largo di quello di sotto? Scivolo…
– Ma no che l’abbiamo provato!
Ho trascorso una prima notte da incubo, terrorizzata all’idea di ritrovarmi spiaccicata per terra e senza nessuno a soccorrermi, avvolta in lenzuola – sì, di cotone – scure e opprimenti, soffocata da due cuscini alti mezzo metro.
Il mattino dopo.
– Cetta, ti sei agitata stanotte. A un certo punto sono venuta di qua e c’era il computer acceso. Te l’ho detto, che ti rovini la salute con quel coso in faccia…
Mi rovino la salute. Ho spogliato il divano, eliminato doppio materasso, cuscini e lenzuola a fiori esotici e mi sono sentita più fresca.
– Perché non dormi con me?

Il caldo asfissiante, come ritrovarsi su un braciere sia di giorno che di notte, ci ha fatto decidere che “in spiaggia è meglio”. Ora, ovviamente io avevo cominciato all’alba del giorno dopo ad andare in spiaggia, perché amo le ore in cui il mare ancora sonnecchia – e pure tutti gli abitanti e villeggianti di Cirò – e perché con la mia terapia il sole pieno era da evitare. Portare mamma in spiaggia era tutto un altro discorso. Ho noleggiato una macchina.
– Anche io voglio venire di mattina presto, che non posso prendere il sole. Prendiamo un ombrellone, una sdraio e tu mi lasci lì a vai a farti le cose tue.
Questa faccenda, “farti le cose tue”, pare quasi una roba imbarazzante, un po’ intima, un po’ erotica, da tenere nascosta.
– Io un bagno mi faccio, ma’. Forse due. Quali cose mie?
– E questo intendevo! Non farmi dire troppe parole che mi stanco.
Come due cospiratrici ci siamo messe in macchina per tre mattine di seguito alle 7:30, siamo arrivate al Lido, lo abbiamo aperto, sono stata il bastone di mamma e l’ho messa a mollo, come una regina sul trono. L’ho vista felice sbattere i piedi nell’acqua, ricevere il massaggio della risacca, sospirare al sollievo per le sue gambe malconce. L’ho vista felice da piangere, e ho mischiato le lacrime all’acqua di mare per non farlo vedere.

Io e lei sulla passerella mentre scendiamo faticosamente a riva.
– Devo farti vedere un film, ma’.
– Quale film?
– Non guardarmi, non ti sento.
– E di che parla?
– Fa ridere, ma’. Parla di un sordo che fa da guida a un cieco. In questo momento noi somigliamo a quei due.
– E c’è su YouTube?
La faccenda di YouTube va spiegata. Risale ormai allo scorso anno, sempre agosto, quando a un certo punto le ho detto che io le mie serie tv me le guardavo in streaming sul computer. Sì, le ho anche spiegato cosa è lo streaming, ma questa è un’altra faccenda. Lei si guarda “Il segreto” da anni, appuntamento imprescindibile ovunque si trovi, qualunque cosa stia facendo. Quello che ha capito dello streaming è che io riesco a guardarmi gli episodi delle serie tv in anticipo rispetto alla messa in onda ufficiale. “Quindi mi posso vedere anche Il Segreto?” Mi ha costretta a cercare la serie ovunque e ho trovato diversi episodi su YouTube, ma in lingua originale, lo spagnolo. Beh, se li è guardati tutti, e ha anche capito tutto. Quindi per lei ora YouTube è la fonte di ogni cosa.

– Mamma, ti faccio vedere i video del concerto del nuovo gruppo di Francesca.
– Bello! Però non li capisco molto. Che lingua parlano?
– Inglese ma’.
– E fammene vedere un altro…
Metto un altro video dello stesso concerto. I cinque sono sempre nella stessa posizione e cantano ancora in inglese.
– Ma questo già me lo hai fatto vedere! Non hai qualcosa su YouTube?
Appunto…

Mamma parla quest’anno. Di giorno, di notte, con me, con sua madre, con suo fratello. Con me fa lunghi discorsi che nel sonno diventano fitti conciliaboli incomprensibili, interrotti solo dalle visite al bagno o al frigorifero.
– Tu non dormi bene la notte. – mi dice. Io.
Di giorno mi racconta del passato, delle cose di famiglia, di quello che vuole fare appena torniamo. Vuole comprare un fornetto al cimitero, per babbo e per lei.
– Ma mamma, quando sarà non ci entrerai nel fornetto! Vuoi essere cremata?
– Non sia mai! Cenere alla cenere, polvere alla polvere, così dice il Signore! Ne prendo uno grande, matrimoniale.
Abbiamo parlato molto della morte, della fede, delle sue preghiere preferite. Il pomeriggio, quando l’afa ci prende alla gola e in due ci scoliamo quattro bottiglie d’acqua, lei stremata sul letto, io sfatta sul divano, le gambe sollevate, il ventilatore a duemila, mamma mi recita la preghiera del “suo angioletto”, mi racconta di certi personaggi di paese e poi mi interroga.
– Perché lui era “ncionante”.
– Era cosa?
– Non lo sai che significa ‘ncionante?
– No ma’, non lo so.
– Ma come non sai che significa ‘ncionante?
– Con tutta la buona volontà ma’, neanche per assonanza ci arrivo.
– No assonanza, ‘ncionante! Come te lo spiego? Quello che mette zizzania, ecco!
Neanche in due vite…

Dopo tre giorni di mare al mattino e alla sera, ha deciso che al mattino fosse meglio di no. La realtà è che si è bruciata le gambe con l’acqua salata – o forse mettersi in moto così presto non le va – e quindi mi ha lasciata libera. Però si sveglia all’alba con me e chiacchiera, chiacchiera… canta anche. Io l’ho sentita cantare altre volte, canzoncine per bambini, brevi strofe o ritornelli, ma mai come stavolta.
– Cetta, ti posso cantare una canzone?
– E certo che puoi!
E mi ha lasciata senza fiato. Con voce limpida, un bel vibrato, ha cantato una canzone che ascoltava da sua madre, negli anni ’40, quando erano sfollati in campagna. Una canzone che parla di sentirsi al sicuro e felici per l’orto, il frutteto, il focolare davanti al quale riunirsi nelle fredde sere d’inverno. L’ho registrata, ho scattato una foto col cuore.

Per il mio compleanno mi ha invitata a pranzo fuori. Siamo andate in una trattoria famosa, L’Aquila d’oro, che ha ricevuto una chiocciola nella famosa guida Slow Food Osterie d’Italia – andateci, ne vale assolutamente la pena – perché si mangiano “le cose di casa di una volta” e “perché sono parenti.”
– Ma come sono parenti, ma’?
– Si chiamano Cariati, come me.
– Ho capito, ma non è che puoi essere parente con tutti i Cariati del mondo!
– Primo, l’ha detto la proprietaria che siamo parenti, quando ci siamo incontrate la prima volta. Secondo, fino alla settima generazione ricorda, la settima!
Penso a tutti i De Luca sparsi per il mondo, compreso Erri lo scrittore. Cugini, facciamo una bella rimpatriata, vi va?

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Però che cosa straordinaria questo sentirsi famiglia ovunque, appartenere a un clan, a un’identità comune. Non si è mai soli così. Al Nord non mi pare funzioni allo stesso modo, chissà perché. Magari qualcuno vorrà spiegarmelo, magari c’è una ragione storica per cui la gente del Sud rimane così fortemente ancorata alle proprie origini. E quanto amo tutto questo, quanto mi fa sentire libera e al sicuro…
– Mamma io riparto, devo fare l’ultima terapia.
– L’ultima… così poi festeggiamo.
Le guerriere si guardano negli occhi, la luce della sera addolcisce le curve dei volti, le voci si abbassano fino a diventare sussurri. Il vento caldo ci accarezza e lascia sulla pelle il sapore del mare.

 

Poche ore alla fine del viaggio. Piano piano, un passo alla volta…

Mancano poche ore alla mia ultima chemioterapia. Poche ore al termine di questo percorso durato un anno. Dovrei essere eccitata, ubriaca di felicità, emozionata. Dovrei… eppure provo come un senso di vuoto, di smarrimento: cosa accadrà dopo? Come se l’attesa fosse già cominciata, come se l’incognita del tempo futuro fosse lì, presente davanti a me, fisica come un enorme punto interrogativo di marmo nel bel mezzo del giardino della mia vita.

Ah, lo so, lo so, non dovrei pensarci adesso, però è risaputo che io con le attese non ho poi tutta questa confidenza. E queste ultime quattro chemio sono state pesanti. Controllare i valori ematici anche ogni due giorni perché quei benedetti globuli bianchi sparivano alla conta come le stelle all’arrivo del sole. “Vada a farsi le punturine!” mi ha gridato l’oncologo da Roma una settimana fa. “Le punturine di che?” E per fortuna era ferragosto e stavo in Calabria e neanche il Day Hospital oncologico ne aveva disponibili, perché “le punturine” fanno un male cane e io dovevo ripartire. Sarà stata la paura o forse il mio corpo risponde bene quando gli chiedo aiuto, fatto è che le mie stelline sono cresciute a velocità supersonica.

Mi guardo allo specchio, ho una pelle bellissima, mai avuta così bella. Il viso risplende, così privo di peluria, gli occhi sembrano enormi con le sopracciglia così rarefatte, ho un’aria esotica e misteriosa con questi turbanti che coprono la testa quasi calva. Mi vedo bella. Prima o poi smaltirò anche il cortisone, così torneranno il fiato e la linea. Sospiro. Mi sento bene a poche ore dall’ultima chemio, forte, determinata. Eppure questo senso di vuoto…

Non mi mancheranno certo Scilla e Cariddi, che tra l’altro abbiamo abbandonato sulla spiaggia assolata del Santo Spirito ormai mesi fa. Non mi mancheranno certo la terapia e i suoi deliziosi effetti collaterali. Forse questa sensazione è la stessa che provano i pensionati: anni trascorsi a lavorare, a combattere con una routine, e di colpo si ritrovano con tanto tempo a disposizione e non sanno che fare. Certi vanno anche in depressione! Sì, questo è l’esempio migliore che potevo fare, – depressione a parte, –  e voi mi guarderete come una pazza chiedendomi per quale cazzo di motivo dovrebbe mancarmi tutto questo percorso denso e faticoso, per quale ragione non comincio a godermi il futuro. Ma chi l’ha detto che non me lo voglio godere? I progetti sono già cominciati da tempo, e vanno avanti: un nuovo lavoro, un nuovo romanzo, un agente letterario che si prenderà cura dei miei libri (ah! Questo è un godimento assoluto…), i prossimi viaggi, un festival letterario da organizzare. E questo solo nei prossimi dodici mesi.

È l’attesa la bestia che mi fa scalpitare, che mi rende irrequieta, l’attesa dei follow-up, dei responsi, l’attesa dei primi tre mesi, dei successivi tre, dei due anni, dei cinque anni, dei dieci… la paura. Sto andando troppo oltre. Mi hanno fatto un regalo, una piccola tartaruga portachiavi, e mi hanno scritto un biglietto: “Piano, piano, un passo alla volta”. Va bene, rallento, ho imparato come si fa, ho imparato un sacco di cose in questo anno magnifico e doloroso, anche a camminare invece che correre, anche a stare ferma, sdraiarmi, dormire, ascoltarmi. Lottare è anche questo, soprattutto questo. Bisogna fare come nelle arti marziali orientali, sfruttare la forza dell’avversario per deviare il suo equilibrio e vincere. Vincere vuol dire sentirsi soddisfatti di ciò che si è fatto sapendo che meglio non era possibile. Vincere vuol dire sapere che non bisogna abbassare la guardia ma senza essere sopraffatti dall’ansia. Questo sì che è equilibrio. Quando riuscirò a tornare nel mio corpo agile e snello mi dedicherò allo yoga credo, o al Taiji, sono sempre stata convinta della validità di certe pratiche legate al benessere psico-fisico.

Mancano poche ore alla mia ultima chemio, un viaggio finisce, un altro comincia, l’attesa, le speranze, i desideri, la vita. Domani, domani qualcuno mi risponderà.

E adesso un po’ di musica.

With you I’m born again

Cetteide Revolution #cp9 Summer is coming

Certe rivoluzioni a un certo punto devono raggiungere un obiettivo, altrimenti sono inutili. Io e mia madre non volevamo certo sconvolgere la società civile o abbattere una monarchia: la nostra rivoluzione, molto personale, voleva solo essere un esempio di lotta contro un nemico complicato e subdolo. E abbiamo lottato, a modo nostro, e stiamo continuando a farlo. Ci sono momenti però in cui bisogna tirare il fiato, raggruppare le truppe e agire d’astuzia, e in questi casi un po’ di silenzio ci sta bene. Strategia signori, strategia!

Sarà un’estate calda, sotto tutti i punti di vista. Un’estate di cure intense e di distanza, io e lei, figlia e madre, a mettere i nostri cerotti là dove serve e a godere quei momenti di calma tra una tempesta e l’altra, ognuna per proprio conto perché è così che deve essere. Mamma si immerge nella sua fede, – quanto le invidio questo lasciarsi andare! – e prega per sé e per me.
– Sant’Antonio vedrai che ti aiuterà, mi ha sempre ascoltata.
– Perché proprio Sant’Antonio ma’? Tra tutti i Santi non è che sia il mio preferito, così pelatino, insomma… vuoi mettere San Francesco? – Non sono blasfema, è solo che da piccola avevo i miei preferiti.
– Ma cosa vai dicendo? Lui fa i miracoli, lui è potente! – E io non oso contraddirla, ci mancherebbe.

– Mamma, come stai oggi? – La chiamo alle otto del mattino, convinta di fare la cosa giusta.
– Beh, stanotte sono stata bene, niente febbre. Ora però ti devo salutare che devo prendere le pasticche e mi devo concentrare.
Ne prende tre al mattino e quattro la sera, e sono assolutamente convinta che per ogni pillola c’è la giusta preghiera.

– Mamma, devo ricominciare la chemio, quattro cicli. Mi sa tanto che quest’estate non vado da nessuna parte. E poi perderò i capelli.
– E vabè, tanto quelli ricrescono, no? Neanche io vado da nessuna parte, vorrà dire che ci faremo compagnia qui.
– E come ma’? Io stanca morta da una parte e tu dall’altra? Sai che sostegno reciproco!
– Hai ragione, stiamo a casa nostra, che è meglio non parlare sempre delle stesse cose.

Già, meglio non parlare sempre della malattia, che quello è un vortice dal quale poi è difficile uscire. E poi chi ci sta intorno si stanca, si deprime, ed è giusto così, non si può scaricare un simile peso, si deve portare da soli finché il bagaglio non si svuota e diventa leggerissimo. Questo è il vero obiettivo della lotta, della rivoluzione. E per svuotare il bagaglio pesante bisogna chiedere alla vita cose belle e riempirsi di meraviglia quando accadono. Come la notizia che ho vinto il concorso.

– Mamma, ce l’ho fatta! Ora sono insegnante di ruolo! – Penso a mio padre mentre lo dico, lui così legato all’idea del “posto fisso” quanto sarebbe felice, orgoglioso.
– Lo vedi? Questo è Sant’Antonio! – E giù a pregare con maggior lena. Voglio pensare che sia anche un po’ merito mio e del mio impegno nonostante tutto cavolo, voglio pensare che in questo anno pazzesco la vita mi abbia fatto brutti scherzi ma abbia deciso anche di restituirmi qualcosa, la serenità, un sollievo per il futuro. Però grazie Sant’Antonio, sono certa che il tuo contributo sia stato indispensabile (mai inimicarsi gli alleati di mamma).

E adesso chiudiamo questa seconda stagione di Cetteide con una bellissima immagine. La telecamera si muove in soggettiva e si ferma su questa donna meravigliosa che ha compiuto ottant’anni. L’abbiamo celebrata in tanti, più di venti a sfidare il caldo torrido di un sabato di giugno; le sue sorelle, le sue amiche, le figlie, i nipoti, quattro generazioni si sono riunite per festeggiare Mariù. La camera si avvicina al volto felice di mia madre e si ferma lì per un primo piano che è una sinfonia di colori e di luce; Eleonora, l’ultima piccola donna arrivata in famiglia, batte le manine all’arrivo di una torta maestosa e Mariù ride, oh se ride.

Nota finale: siamo riusciti a non farle cucinare niente. Lei però ha diretto i lavori.
Ciao ma’, ne riparliamo a fine estate.

E adesso musica. Per te mamma, per noi.

Cetteide Revolution #cp8 Undercover

President George W Bush visits CIA Headquarters, March 20, 2001.

“Non ci voleva ‘sta cazzata.”
“Eh no ma’, non ci voleva proprio.”
Il trend è questo negli ultimi giorni, poche parole che racchiudono tutti i significati possibili, dialoghi fatti per lo più al telefono, perché lei è ricoverata a causa di un’infezione e di altri problemi legati al suo male e io sto facendo i controlli legati al mio.

“Vengo a trovarti, ma’?”
“No, tu non venire che hai le tue cose a cui pensare.” E io non ribatto, non la contraddico, perché tanto abbiamo ragione entrambe, ci serve forza, energia, dobbiamo essere egoiste.

Per la festa della mamma ci siamo ritrovati tutti insieme nel consueto pranzo domenicale. Beh, per un po’ questa consuetudine è stata messa da parte, ma la festa della mamma, con tante mamme/sorelle/figlie tutte riunite, non si poteva certo evitare. Il sabato sono passata a trovare la genitrice.
“Ho fatto l’impasto per le pappardelle.”
“Come hai fatto l’impasto per le pappardelle? Non potevi startene tranquilla?”
“Ma ne avevo voglia…”
“E certe voglie non te le puoi far passare quando cucini solo per te? Siamo in dieci domani!”
“E va bene, piano piano si fa tutto. Adesso sto grigliando le melanzane…”
“Lo vedo! E perché stai grigliando le melanzane?”
“Così faccio la parmigiana per i vegetariani. Poi ho due salsiccette e ci faccio il sugo per la pasta.”
“Si può sapere perché stai facendo tutto tu?”
Ora, io lo so bene che le altre sue figlie si sono offerte di fare questo o quello, come so che lei di certo ha fatto spallucce e ha dato il via ai lavori, senza aspettare. Come quando eravamo piccole e ci assegnava dei compiti: o li eseguivamo secondo i suoi tempi o erano punizioni. Ora non ci può punire.
“Perché non me la tiri tu la sfoglia? Dici sempre che ti piace tanto!”
“Sì, ma ora sono l’unica tua figlia che non si regge in piedi, ti pare normale chiedere a me?”
Però per lei ha quasi più senso, perché io sto come lei quindi la capisco, ma so anche risponderle a tono.

Siamo in un momento di lotta silente, di strategia, di lavoro di intelligence. Il male palese, quello grande e che faceva paura, l’abbiamo affrontato entrambe usando l’artiglieria pesante: in guerra si va bene equipaggiati. Ora bisogna fare il lavoro “di fino”, come con l’antiterrorismo dobbiamo tenere sotto osservazione le cellule pericolose e intervenire tempestivamente quando e se sarà necessario. Per fare questo useremo degli infiltrati e speriamo che l’azione sotto copertura non salti.

Mamma sta preparando tutto il suo personalissimo repertorio di astuzie e strategie. Io aspetto e improvviso.

E adesso grande musica con la grande Annie Lennox:

 

Cetteide Revolution #cp7 The Wait

“Le preghiere servono sempre, anche se sei diagnostica.” E come contraddire la genitrice che è così convinta della sua fede tanto da trasformarla in diagnosi? In fondo per i credenti un agnostico è un malato, giusto?
Avrei voluto averla accanto quando, dopo il mio intervento, è arrivata una volontaria, una di quelle “signore bene” della Roma papalina (quelle che abitano dalle parti di San Pietro, per intenderci). Lo sapevate che le volontarie indossano il camice bianco come i medici? E io, spossata dai farmaci e dai dolori, senza occhiali per poter leggere il cartellino, l’ho scambiata per un dottore che faceva il giro e sono stata ad ascoltare in religioso silenzio. Dopo cinque minuti ho pensato “Sarà una psicologa”, perché ci sono negli ospedali e seguono i malati oncologici per dare sostegno. Le sue domande su cosa mi era successo, su come mi sentissi, parevano voler raggiungere un solo obiettivo: farmi sfogare. A un certo punto ha cominciato a raccontarmi della sua esperienza col cancro. “Caspita!” mi sono detta “Ultimamente tutte le dottoresse che incontro sono reduci, come me.” Quindi comprensive, quindi in grado di capire, quindi empatiche… come no!
“Sa, anche io sono stata operata cinque anni fa.”
“All’utero?”
“No, al seno. Poi ho fatto anche la chemio.”
“Io l’ho fatta prima e spero di aver finito così, sinceramente…”
“Eh, si vedrà giusto? Anche se io due anni fa ho dovuto farla di nuovo.”
“E come mai?”
“Metastasi al fegato.”
Io vorrei sapere se fanno una selezione specifica per queste persone o se davvero esistono ancora quelle categorie di nobildonne che non hanno un cazzo da fare tutto il giorno e decidono di venire a romperlo a me. Mamma, ora che ti hanno tolto tutto devi farmi lo sfascino al più presto che qui gira brutta gente. Poi me lo insegni anche, che finalmente posso imparare. Va bene, aspettiamo l’istologico…

Questo è l’aspetto più stressante della malattia e della cura: l’attesa paziente, e io paziente non lo sono affatto.

“Come stai Cetta?” Mamma mi chiama ogni mattina…
“Come ieri, ma’, non è cambiato poi molto in 24 ore.”
“Devi avere pazienza, la convalescenza è fatta per riposarsi…”
“E io vorrei riposarmi, se non fosse per questi dolori. Stavo meglio quando stavo peggio.” Ultimamente eccedo in luoghi comuni per dispetto. Ma come glielo spiego che non riesco a stare sdraiata, a camminare, a stare seduta, come le spiego che mi sento mutilata dalla vita in giù, che le gambe non rispondono al mio appello alla mobilità se non con estrema fatica, che vorrei uscire, guidare l’auto, riprendere a lavorare, ma non posso?
“Fai altro, quello che ti riesce di fare!” E ha ragione anche lei.

Mi viene in mente Florentino Ariza, innamorato perso di Fermina Daza sin dall’adolescenza, che l’aspetterà tutta la vita ma, nel frattempo, si dedicherà a tutte le donne che la sorte gli porterà in dono.

Capita che sfiori la vita di qualcuno, ti innamori e decidi che la cosa più importante è toccarlo, viverlo, convivere le malinconie e le inquietudini, arrivare a riconoscersi nello sguardo dell’altro, sentire che non ne puoi più fare a meno… e cosa importa se per avere tutto questo devi aspettare cinquantatré anni sette mesi e undici giorni notti comprese? [Florentino Ariza da L’amore ai tempi del Colera – Gabriel Garcia Marquez]

E adesso prendiamoci il nostro tempo per ascoltare…