La signora è nuda

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La signora se ne sta là davanti allo specchio, nuda come una vestale senza le vesti, nuda davanti al suo altare, nuda come un’anima nuda. Scopre la sua intimità come si scopre un dono prezioso e fragile. E la sua anima prende il volo e si libra sulle sue vite passate in cerca di una macchia, mille macchie, quei segni che il tempo ha inevitabilmente lasciato. Ne vede una e poi un’altra ancora, celate dietro nubi di offuscati ricordi. Ecco, forse sono quelle che deve mondare, un peccato originale che come Eva fra tante Eva deve cancellare. Dimenticare.

Non si può dimenticare, si può solo capire e imparare, portarsi addosso tutto il dolore e, piano piano, spogliarlo di ogni strato, di ogni spessore finché non diventa carta velina. E puoi stracciarla in mille pezzi quella carta velina, e soffiarci sopra, e vederla volare in aria come coriandoli di una festa.

La sua festa. La signora sta nuda, con la sua anima nuda, e aspetta che la festa si compia, che la giostra giri ancora una volta, che i clown facciano i loro giochi di magia, che gli acrobati trovino l’equilibrio fino all’applauso del pubblico. Un delirio.

Autunno tra zuppe e ricordi.

È trascorso un anno più o meno, un anno di lotta estrema contro mostri invisibili in cui ho messo il mio corpo e la mia mente a dura prova. Un anno di domande senza risposte, perché bisognava attendere. Ricordo bene che l’ultimo malanno di stagione l’ho avuto a fine luglio, poco prima di lasciare la Germania. Poi più niente, neanche uno starnuto. Mi sono detta hai visto che la determinazione aiuta nei momenti più opportuni? Sì perché io avevo deciso che non mi sarei ammalata d’altro, il cancro mi bastava e aveva bisogno di tutte le mie energie.

Tre giorni fa il crollo. Raffreddore, febbre e pure una bella tracheite, giusto per non farmi mancare niente. Ma come, ho resistito agli attacchi più disparati con i globuli bianchi paurosamente vicini al niente, a bambini mocciolosi durante le mie supplenze alla scuola materna, alle sudate estive asciugate a colpi di ventilatore, alla chemio che mi risucchiava anche il fiato, e adesso che tutto è finito mi ammalo? Dice Francesca che ho abbassato le difese, il controllo. Sì, credo anche io sia per questo.

Sono andata ieri alla visita oncologica. Ora, non è che non sapessi che tutto era a posto: in questi mesi ho imparato a decifrare TAC, PET, analisi. Però fa un altro effetto sentirselo dire dal medico. Tutto a posto, cominciamo il follow up. Durerà due anni, due anni di osservazione e di controlli serrati, due anni col fiato sospeso ogni tre mesi, ma va bene così. La mia vita sarà piena per ottantanove giorni ogni trimestre, anche di raffreddori e acciacchi vari, e di progetti, di sogni.

Lo specchio mi restituisce un’immagine che sta tornando alla normalità. Certo capelli e peli crescono in modo sconclusionato, somiglio a un peluche strapazzato, però che soddisfazione ritrovare la mia faccia di sempre! Mariù, mi dovresti vedere adesso.

Mi domandavo quando sarebbe arrivata “la botta”, quella in cui avrei capito che non ci sei più. Oggi è stato quel giorno. Ho preparato la tua zuppa e ho pensato che forse avevo dimenticato qualcosa e non potevo telefonarti per chiedertelo. Ho mangiato zuppa e lacrime, ho sentito la tua voce che mi diceva “Io ci metto la crema di funghi, il mio tocco personale” e ho pianto di più perché non ce l’avevo la crema di funghi, niente, e ti ho sempre detto che va bene anche così, che la crema la fanno i legumi. Il cordone ombelicale del cibo non si spezza, sai Mariù? E pure questo essere malata, che anche a cinquantasette anni ti avrei chiamato per dirtelo e tu mi avresti detto “riguardati”. Un modo di dire antico, io non lo uso per esempio. Riguardati, guardati due volte e anche di più che ne hai bisogno quando stai male. Io direi prenditi una Zerinol…

Se dovessi fare la lista di ciò che mi hai lasciato, di quello che mi hai insegnato, sarebbe un’impresa senza fine. Mi hai lasciato me, quella che sono, difetti compresi. E tanto basta perché tu mi manchi.

 

Ciao Mariù.

Oggi abbiamo salutato la protagonista di Cetteide, Mariuccia, Mariù per gli intimi, mia madre. Voi tutti l’avete conosciuta attraverso queste pagine, l’avete apprezzata, avete sorriso con me e con lei. Abbiamo vissuto insieme avventure incredibili: le nostre vacanze in Calabria, il nostro male, le nostre personali battaglie. Due giorni fa si è fermata, con il corpo almeno. Lo spirito, ne sono certa, sta già creando scompiglio lassù, specie a mio padre che ormai da anni si era organizzato per benino… Ho raccontato di lei, della nostra relazione madre/figlia, con ironia, ogni volta che ho potuto, e posso garantirvi che lei ha letto ogni post e ha sempre riso tanto, anche di sé stessa. Ora voglio concludere questo ciclo con le parole che le ho dedicato e che, nonostante il mio essere prolissa, la riassumono tutta.

Per Mariù

Volevo leggere per te una poesia di Lord Byron sulla bellezza, ma avrebbe rappresentato solo una parte della tua storia e Don Federico mi ha detto che sarebbe stato meglio raccontarti con parole mie.

Una sfida mamma, perché tu sei tante storie, e io sono notoriamente prolissa…

Sei sempre stata bellissima, densa, impossibile non notarti. Ma non era solo il tuo aspetto, quegli occhi luccicanti, quel sorriso dolcissimo, ad attirare l’attenzione. Tu accoglievi, abbracciavi tutti con la tua sola presenza. Tu sei stata madre con la passione della tua terra, come madre natura, feconda, fertile di racconti, di tradizioni, di riti, sapori, profumi, ricca di allegria, positività, forza. Generosa d’amore.

Quanti amici, nostri, dei tuoi nipoti, ti chiamano zia, nonna? Tu aprivi la porta del tuo cuore e loro diventavano parte della tua casa, per sempre.

Eri una giovane donna legata ai valori famigliari. Tuo padre, tua madre, le tue sorelle, i tuoi fratelli, per tutti loro avevi attenzioni speciali, per tutti avevi tempo, cure, affetto. Poi ti sei emancipata e hai donato te stessa a questa grande famiglia che man mano andavi creando, una famiglia di donne alle quali trasmettere un pezzetto di te. Ci hai insegnato la vita, hai imparato ad essere una donna evoluta e moderna, a volte più di noi figlie, ci hai spronato ad essere migliori, ad usare il buon senso in tutte le faccende della vita. Dicevi sempre “Chi più ne ha più ne metta”, e con questa frase riuscivi a zittirci, a farci ragionare.

Coi tuoi nipoti sei tornata giovane, ma giovane sul serio. Hai condiviso talmente tanto con loro, tempo, sogni, desideri, speranze, che anche loro fanno parte di te. Loro sono il tuo lascito, in loro vivrai per sempre. Se solo penso alle interminabili partite di Burraco, alle lezioni di cucina, ai pranzi della domenica, alle risate…

Da ragazzi ci si domanda spesso se lasceremo mai un segno nella vita di qualcuno. Se saremo sempre e solo una meteora, un fenomeno occasionale seppur splendente o se, in qualche modo, il nostro passaggio sarà ricordato. E chi lo sa. Bisognerebbe tornare per sapere. Ma spesso quando si va via non si ha la possibilità di un futuro riscontro.

Ecco mamma, tu quel segno l’hai lasciato. Tu non sei mai stata un evento occasionale nella vita degli altri e questa famiglia che oggi è qui per salutarti è unita per merito tuo. Il tuo amore generoso fino all’ultimo respiro è la colla e noi siamo tutti appiccicati a te. Ciao Mariù.

E questo è per ricordarti.