I LUOGHI DI ANNA

foto blog Anna

I LUOGHI DI ANNA è un percorso per immagini e suggestioni attraverso gli scenari reali in cui è ambientato il romanzo “Anna”. Sveliamo il mistero delle origini di questa giovane donna, dunque: Anna è di Cirò Marina, un paese del crotonese sulla costa ionica. Calabria o, come anticamente era chiamata, Enotria, la terra del vino e della vite, la punta dell’italico stivale ricca di storie oscure e di conquiste, baciata dal sole e abbracciata dal mare. Cirò Marina, nel suo spazio più ristretto e nella sua storia, rappresenta l’intera regione, e Anna ne è orgogliosa e splendida figlia.

Attraverso alcuni brani tratti dal libro, proviamo a immaginare di fare un salto indietro nel tempo, a immergerci in quell’atmosfera in cui le luci e le ombre avevano contorni netti e decisi, nessuna sfumatura ipocrita. Le immagini racconteranno il resto, ciò che la fantasia non riesce a ricostruire. Benvenuti “dentro” Anna.

Camminò fino alla prima barca della fila. I pescatori le tiravano tutte a riva al rientro, poggiate sulle palanche per tenerle in piedi e con le reti arrotolate sotto.

pescatori

Cirò Marina – I pescatori tirano le barche in secco.

Un rumore sordo, cupo, le fece mancare d’improvviso l’udito. E poi lo riacquistò di colpo, e l’urto arrivò, con tutta la sua potenza esplosiva. Stava morendo gente laggiù in mare, e quelle erano navi, e cannoni, e bombe, non delfini. Abbracciò stretto Giulio che non si era accorto di nulla, neppure della sua paura. I bambini sono esploratori coraggiosi della vita, non possono capirla la morte.

Il cacciatorpediniere Lince, affondato a Punta Alice, Cirò Marina, durante la seconda Guerra Mondiale.

Il cacciatorpediniere Lince, affondato a Punta Alice, Cirò Marina, durante la seconda Guerra Mondiale.

I due sposi si baciarono timidamente subito sepolti dal lancio dei confetti e da parenti e amici che si avvicendarono per le congratulazioni di rito. Poi ebbe inizio la festa. Il corteo nuziale giunse in cima alla collina, alla casa di Angelico, che era ormai ora di pranzo.

Cirò Marina - Corteo nuziale lungo il corso (immagine d'epoca)

Cirò Marina – Corteo nuziale lungo il corso (immagine d’epoca)

Annina aveva lasciato Giulio con sua madre, in campagna, e si era recata in paese da sola, per far prima. Le strade erano semi deserte. In lontananza vide una sua vicina rientrare furtivamente in casa.

Il centro di Cirò Marina visto da Corso Vittorio Emanuele.

Il centro di Cirò Marina visto da Corso Vittorio Emanuele.

Arrivò il libeccio. Il mare si gonfiò e urlò per tutta una notte e un giorno e ruppe la fragile barriera di massi che proteggeva la costa. Si insinuò tra le strade e le case fino alla terza fila, lasciando dietro di sé pozze di fango putrido, pesci morti e un puzzo rancido di salamoia. E rovine. Fu una mareggiata come non se ne vedevano da anni.

Mareggiata del 1972 a Cirò Marina

Mareggiata del 1972 a Cirò Marina

Mareggiata del 2013 a Cirò Marina

Mareggiata del 2013 a Cirò Marina

 

 

 

 

 

 

 

Annina guardava lontano. Le luci delle lampare al largo erano un richiamo. Avrebbe voluto essere lì, in quel momento, a sentire lo schiocco delle reti gettate in acqua, a perdersi in quel nulla liquido e far cessare quella grancassa che le batteva in petto.

Cirò Marina - Lampare al largo per la pesca notturna

Cirò Marina – Lampare al largo per la pesca notturna

Dalla collina in cui si trovava dominava una vista mozzafiato: il mare e i vigneti si stendevano a perdita d’occhio, e il verde brillante delle viti si mescolava al verde azzurro dell’acqua, ché solo la spuma faceva da barriera.

Cirò Marina - I vigneti, il mare, Punta Alice

Cirò Marina – I vigneti, il mare, Punta Alice

Fatica, sudore e amore, questi erano gli ingredienti segreti del loro pregiato vino, anche se Don Gerardo sapeva che Ernesto indugiava in qualche sperimentazione misteriosa. Quelle spezie profumate che si era fatto portare dal compare in Sudafrica, quelle botti di castagno costate una fortuna, raccontavano una storia alchemica che, chissà, un giorno li avrebbe resi famosi o avrebbe fatto esplodere tutta la cantina.

botte

Cirò Marina – Le botti per il vino Cirò si tramandano di generazione in generazione

Cirò Marina - La vendemmia coinvolgeva tutti, le famiglie di vitivinicoltori, i braccianti, le ragazze...

Cirò Marina – La vendemmia coinvolgeva tutti, le famiglie di vitivinicoltori, i braccianti, le ragazze…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Soundtrack a cura di Pierluigi Virelli – Cantunera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Ogni tanto recensisco un libro. Quello di Radclyffe Hall è un capolavoro.

radclyffehall

Tempo fa lo scrissi da qualche parte, non ricordo bene dove: io non faccio molte recensioni. Non perché sia un po’ snob o perché mi pesi. Il fatto è che sono convinta che una recensione sia qualcosa di troppo importante e serio per buttarla lì, come capita. E poiché io sono fondamentalmente una pigra, faccio fatica a prendermi il tempo necessario per scrivere qualcosa di valido su un libro che ho letto. Le mini recensioni, i commenti sui siti come Amazon o Goodreads, quelli sì, riesco a farne, ed è giusto, specie se trovo le letture piacevoli. Difficilmente commento libri che non mi siano piaciuti, piuttosto taccio.

Ultimamente scrivo recensioni per Art a part of Cult(ure). Le case editrici inviano testi in pubblicazione o appena usciti e io, assieme ad altri lettori o esperti, li leggo e recensisco. Non siamo obbligati e abbiamo la possibilità di decidere noi cosa leggere, e questo è un grosso incentivo per una come me che non ama le imposizioni. Un paio di mesi fa mi è stato inviato un romanzo pubblicato da Fandango Libri. Premetto che di questo editore avevo letto solo “Perché non lo portate a Lourdes?” di Lorenzo Amurri, giusto un anno fa (vi consiglio questo libro, assolutamente godibile per storia – vera – e stile narrativo). Mi aspettavo quindi, per qualche strana ragione, un romanzo contemporaneo e un po’ pop, di respiro quasi cinematografico, per cui mi sono immersa nella lettura senza far caso all’autore e ricordando a malapena il titolo. Ma come, direte voi, non lo avevi scelto tu? Vero, e proprio il titolo mi aveva intrigata. Ma vuoi la partenza per la Germania, vuoi i miei impegni quotidiani, vuoi questo e quello, sono sincera, avevo dimenticato di cosa trattasse.

Ecco perché la recensione che ne ho fatto ha richiesto più tempo del previsto. Perché quando ci si imbatte in un capolavoro poi si deve metabolizzare il tutto, compresa la sorpresa di rendersi conto che il romanzo è uscito la prima volta nel 1936, che l’autrice – sì, una donna – è Radclyffe Hall ed è morta da un po’ e che quelle parole sembrano scritte oggi, o anche domani tanto va bene lo stesso.

Io non sono un critico letterario (ma esistono ancora?), né un’esperta di qualche genere. Io sono una che ama scrivere e che ama leggere bene, roba che rimane incisa nella mente e nel cuore, perché il mio tempo è prezioso – come quello di tutti – e non mi va di sprecarlo. Ecco, se con la mia recensione riuscirò a convincervi a leggere “La sesta beatitudine” di Radclyffe Hall, posso garantirvi che non sarà tempo perso. Sarete, alla fine, un po’ più ricchi.

Eccola.

Un romanzo del novecento che sembra scritto oggi. La sesta beatitudine di Radclyffe Hall.

Una scrittrice Ambasciatrice nella terra di Ludwig. #ItalianiOvunque

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Non vorrei che qualcuno pensasse che questo mio blog sia solo un luogo dove trovare informazioni utili per gli scrittori Indie. Non è così. Io qui scrivo cose che, diversamente, racconterei agli amici durante un incontro, magari a una cena o davanti a un caffè di prima mattina. Mi mancano un po’ quei contatti umani, così densi e unici, e il web non aiuta di certo. Ma come, direte voi, prima ci parli di quanto il web sia utile e poi ci dici che non aiuta? E cosa c’entra questo? Nulla è paragonabile al confronto diretto, allo scambio in prima persona di esperienze, di vita, di sé. E questo lo si nota ancora di più quando si è lontani da casa, dai propri affetti, dalla propria quotidianità, che non è mai così banale quando la si è perduta.

Da espatriata – oggi non si dice più emigrata, ma espatriata – riesco a guardare a ciò che riguarda l’Italia con un occhio diverso, non più coinvolta dalle beghe sociali e politiche, quindi più obbiettivo. E ne abbiamo di cose che non vanno, enormi, mastodontiche… sarebbe così semplice porvi rimedio se solo imparassimo l’arte dell’umiltà e ritrovassimo quel coraggio che, un tempo, ci ha spinti a fare rivoluzioni che hanno cambiato la storia. Ma da qui, da una terra diversa per cultura, colore, calore, ambiente, passioni, è proprio questo che mi porto dietro, come bagaglio personale: cultura, colore, calore, ambiente e passioni. E come me, ne sono certa, fanno tanti italiani nel mondo. La parte buona della nostra italianità, è questo che ci portiamo dietro e che ci tiene ancorati alle nostre tradizioni, perché non è vero che sono obsolete, superate in questo mondo ormai globalizzato. Le nostre radici, così forti e caratterizzanti, fanno la differenza, ed è quello che gli altri amano di noi e che ci invidiano.

bagagli

Ultimamente è nata un’iniziativa, per desiderio e impegno di una cara amica che vive ormai da anni a Barcellona. Patrizia La Daga, giornalista, scrittrice e blogger, assieme ad altri “compagni di viaggio”, ha creato “ItalianiOvunque”, un sito internazionale di eccellenza che vuole raccogliere le storie degli italiani espatriati, le loro esperienze, il loro particolare e privilegiato punto di vista sui luoghi in cui si sono trasferiti. Ma non solo. Vuole anche portare i sapori della nostra terra là dove non si trovano, quei prodotti così abituali per noi e così preziosi alla nostra memoria ora che, lontani da casa, pare quasi un’impresa trovarli.

Un sito che è un viaggio nel viaggio. Viaggio fisico, quasi una sorta di guida turistica di luoghi conosciuti e meno noti, e viaggio nella memoria, quella legata ai profumi e ai sapori, che è quella che più ci appartiene e che ci lega ai ricordi dell’Italia. Il nostro “Buono”, la nostra eccellenza. Ce ne sono tante altre di cose eccellenti importanti, forti, ricche: la cultura, l’arte, la creatività, la capacità di adattamento, la passione, l’ottimismo, caratteristiche e sapienze che ci portiamo dentro col DNA e che ci rendono riconoscibili ovunque. Per questo io sono fiera di essere italiana, non perché la mia terra sia la migliore o perché offra le migliori opportunità, ma per ciò che di intrinseco e inalienabile c’è in ognuno di noi.

Come “Ambasciatrice” per Italiani Ovunque qui, in Baviera, ho scritto il mio primo articolo di presentazione, la mia introduzione al luogo in cui mi sono trasferita. Che il viaggio abbia inizio, dunque.

Germania, una scrittrice a Passau, la città dei tre fiumi

La prima volta che sono venuta in Germania era l’agosto del 2014. Mia sorella e il suo compagno vivevano qui da un anno e avevano aperto un ristorante, ed io volevo approfittare dell’occasione per capire un po’ meglio questa nazione e questo popolo. [Continua a leggere… ]

Un premio letterario allunga la vita? Dallo Strega ai concorsi vanity press. Suggerimenti per autori Indie 2.0

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Parlare di premi letterari non è semplice. Ogni anno, più o meno di questi tempi, si innesca la polemica tra i sostenitori e gli oppositori dello Strega, ambito e prestigioso premio letterario italiano che, se un tempo era sinonimo di successo personale e di vendite, oggi è sinonimo di successo personale e di vendite. Dai, non è una svista, è la realtà. Nonostante tutte le magagne che ci sono dietro, nonostante la smorfia schifata dei puristi al solo pensiero di far parte di quel circo della parola scritta, nonostante gli scandali che poi scandali non sono, il Premio Strega è come Sanremo: noi Italiani non sappiamo farne a meno. Stiamo lì a criticare, giudicare, fischiare con il desiderio segreto di essere lì un giorno, tra i candidati e, magari, facendo un volo pindarico, nella famosa cinquina finale.

Ma veniamo al dunque. La scorsa settimana sono stati resi noti i nomi dei 27 candidati di quest’anno. Sapete come funziona la candidatura? Dovrebbe essere così: due “Amici della domenica” propongono un libro che ritengono meritevole, ne scrivono le motivazioni e, entro il 4 aprile (più o meno), si rendono noti i titoli che concorrono. Quindi due sponsor per ogni titolo. Poi mi piacerebbe sapere come fare a contattare per tempo questi giurati (che sono 400) e mi immagino gli editori che, ogni anno, subissano questi signori di testi e regalìe varie per “convincerli” della bontà di questo o quel libro. Ma qui siamo nell’ambito delle magagne, quindi tiriamo dritto che non è questa la sede. Diciamo che i nomi dei 400 amici della domenica di casa Bellonci sono noti e che, volendo, ci si può arrivare. Al resto bisognerà provvedere… Certo, fino all’edizione 2014 del premio le case editrici partecipanti erano sempre le solite note perché, diciamolo, il Premio Strega costa. La novità inserita nel 2015 non ha cambiato di molto la situazione. In virtù e in funzione della “bibliodiversità” (sembra uno spot per la salvaguardia di una specie in via d’estinzione), il Premio Strega ha deciso di garantire la presenza, anche nella cinquina finale, di almeno un titolo pubblicato da piccolo o medio editore. Solo che, anziché 300 copie del testo partecipante, dal 2015 bisognerà inviarne 500. Che per un piccolo editore sono già la massima aspirazione di tiratura e vendita… Però, però, però, se si crede nel testo, se si pensa di aver scovato il capolavoro, se si ha la borsa piena per qualche misterioso motivo, si potrebbe tentare, caro piccolo editore, o no? Non sta a me giudicare quanto valga la pena investire in 500 copie gratuite di un libro. Lo farò quando avrò scritto un libro da premio Strega.

PremioStrega2016

La novità secondo me straordinaria di quest’anno sta nel fatto che uno dei 27 libri proposti sia stato pubblicato da Amazon Publishing. Riccardo Bruni è l’autore di “La notte delle falene”, è candidato allo Strega 2016, e proviene dal selfpublishing. Udite, udite! Mi direte che Amazon Publishing è un editore vero e proprio. Sì ma, avete provato a inviare un manoscritto in valutazione? Come si fa con gli altri editori, quella cosa normale in cui si scrive una bella lettera di presentazione, si allega la sinossi, magari un paio di capitoli, una biografia dell’autore e click! Si spedisce tutto e si incrociano le dita almeno per sei mesi. Ci avete provato? Ecco, con Amazon Publishing non funziona così. Loro “pescano” tra gli autori self che si trovano nel mare magnum di Kindle Direct Publishing (KDP per i senior), verificano le vendite (loro possono, hanno i dati reali), verificano il gradimento del pubblico vero (loro possono, per lo stesso motivo di prima), e, con questi dati che garantiscono un riscontro realisticamente positivo, si mettono in contatto con l’autore. Quest’ultimo passaggio è ancora da verificare ma, dalle interviste rilasciate da Riccardo Bruni, pare proprio sia così. Pensateci: se un selfpublisher bravo, che scrive bene e si promuove altrettanto, viene “premiato” da Amazon con visibilità maggiore, cosa mai potrà fare il mega colosso per gli autori che si è scelto da solo? Apprezzo Riccardo Bruni per la sua estrema coerenza da autore Indie. Dopo tanto tempo speso a imparare come promuoversi da self ha ceduto le redini a chi, in questo, può supportarlo come nessun altro può. Anche se c’è chi storce il naso davanti all’arrivo di Amazon come editore. Ma, perché? Chi meglio di loro può decidere, una buona volta, di far circolare ciò che realmente il pubblico lettore apprezza? Ma non siamo qui per parlare di questo. Siamo qui per capire se un premio letterario allunga la vita.

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Il Premio Strega sì, allunga la vita di un romanzo almeno di un anno, fino all’edizione successiva in pratica. Scherzo… secondo me anche di più, perché l’autore candidato o finalista o vincitore o, se è fortunatissimo, il secondo classificato (della sua sfiga si parlerà finché si avrà voce), porteranno per sempre il “marchio”, il bollino giallo del famoso (e, a mio avviso, orribile) liquore, un po’ come accade alla progenie delle celebrità. Riccardo Bruni è un caso nel caso, quindi di lui si parlerà probabilmente di più perché ci sono altri ambiti di interesse (editoria, selfpublishing, digitale, marketing, etc etc) e perché il suo libro è proprio bello. In ogni caso qui stiamo parlando di un premio per libri già pubblicati. Sembrerà strano ma, in Italia, non sono tantissimi. O meglio, i premi letterari per narrativa edita importanti sono pochi, difficili da approcciare e costosi (in termini di copie gratuite da elargire o di quota di partecipazione). Penso, ad esempio, al Campiello o al Bancarella. Avete mai letto il regolamento del Campiello? Preparate un antiacido. E quello del Bancarella, col suo misteriosissimo Comitato di librai?

Se i premi letterari per narrativa edita sono pochi (quelli per la poesia pochissimi), i premi per la narrativa inedita sono ancora meno. Allora, cerchiamo di capirci: io sto parlando di premi importanti a livello nazionale e internazionale, e lo faccio perché mi apre la strada al gran finale di questo articolo, che ora non vi svelo. Dicevo, i premi per la narrativa inedita sono pochissimi e, tra questi, vorrei citarne due: il Calvino e il Neri Pozza. Il primo, annuale, ha una quota di partecipazione non indifferente, ma offre opportunità di rilievo anche a chi non vince. Parlo di opportunità di pubblicazione con editori di peso, ovviamente. Ma anche la visibilità di ritorno non è male! Il secondo, biennale, ha qualcosa di particolare: è gratuito e offre, al vincitore, un premio di € 25.000 come anticipo diritti d’autore. Sì, perché Neri Pozza ti pubblica. Conoscendo l’editore posso affermare che la qualità dei testi è, di sicuro, notevole, quindi chi vince questo premio, probabilmente non avrà la pubblicità strombazzata degli slogan mainstream, ma il plauso costante e l’ammirazione di chi apprezza l’eleganza senza tempo.

Dunque la mia conclusione è questa: nel bene e nel male, partecipare a questi premi letterari serve. Poi sta all’autore gestire al meglio ciò che da essi gli arriva e, soprattutto, rispettare le aspettative del lettore. Per quanto riguarda gli editi, vorrei suggerire agli editori piccoli e medi, quelli che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese ma che meriterebbero di più, di seguire alcune strategie Indie:

  • Stampare meno carta. Non dico di non farlo, ma di stampare solo quella necessaria e richiesta (per alcune librerie indipendenti, per le presentazioni, per le fiere). Gli eBook costano molto meno, circolano meglio, di più e per più tempo, si promuovono più facilmente.
  • Utilizzare il denaro risparmiato per investirlo in servizi editoriali. Assumere (e pagare) buoni editor aiuterebbe a pubblicare libri migliori.
  • Utilizzare il denaro risparmiato (sì, tutto si riduce a spendere meglio) per investirlo in promozione. E in questa rientra anche la stampa di 100 o 500 copie del libro in cui si crede da distribuire gratis ai giurati di un premio letterario importante. Soldi buttati? Avrete almeno 100 o 500 lettori certi, e nessun reso.
  • Utilizzare il denaro risparmiato per avere un buon ufficio stampa.

Poi ci sarebbero ancora tanti altri suggerimenti, ma questi per ora bastano. Immagino già la levata di scudi degli editori piccoli e medi che fanno già tutte le cose che suggerisco ma, se non siete in quella categoria, che li levate a fare ‘sti scudi? Voi siete da esempio, giusto?
Tutti gli altri Concorsi Letterari (vedete che qualcosa è cambiato? Non più Premi, ma Concorsi) sono per il vanity press e dintorni. Va bene, dai, non proprio tutti. Ci sono alcune eccezioni. Ci sono dei premi minori, ad esempio, o selettivi per il genere letterario di riferimento, o legati al territorio, che hanno una loro dignità ma che, siamo sinceri, non rispettano quell’equivalenza iniziale: premio letterario = successo personale e di vendite. Però sono gratificanti e fanno il loro mestiere di regalare un po’ di notorietà in più che non guasta mai e fa curriculum. Io, in fondo, ho partecipato a due premi come questi, e la cosa mi ha fatto oltremodo piacere. Tolte queste poche mosche bianche, il resto, cari miei, non serve a nulla. Addirittura potrebbe essere controproducente partecipare ad alcuni di questi contesti che, notoriamente, propongono a vincitori, finalisti, praticamente a tutti, pubblicazioni con EAP, targhe inutili, diplomi ancora più inutili, frutta, verdura e prodotti tipici (questi magari inutili non sono…). Dico controproducente perché IL PUBBLICO LETTORE LO SA, e i giornalisti lo sanno, e i blogger lo sanno e, insomma, tutti lo sanno cosa c’è dietro questi pseudo concorsi, spesso organizzati dalle stesse EAP (case editrici a pagamento) che poi propongono, in premio, la pubblicazione. Un bel nulla. Né un’intervista, né una recensione vera o farlocca, né un invito a partecipare a qualche evento importante, né un aumento di vendite o, soprattutto, di lettori. Alla fine l’autore Indie che avrà avuto l’infelice idea di partecipare a uno di questi concorsi, si ritroverà a dover giustificare il fatto di essere un self e di aver anche partecipato a un concorso vanity press. Quale onta! E quando la laviamo?

In conclusione, cari scrittori Indie, diffidate dalle imitazioni. Sono costose e lasciano in bocca il sapore amaro di un caffè scadente. Da discount.

 

La genesi delle mie storie. Le mie donne sapienti e i loro segreti.

donna

Ci sono uomini che, probabilmente, darebbero la vita per leggere anche una sola pagina di quel quaderno nero, quel diario proibito. Che la donna sia la custode dell’anima della Terra è fuor di dubbio: ha la forza necessaria a contenerla e intelligenza e astuzia sufficienti a distinguere la luce dall’oscurità e usarle per mantenere l’equilibrio cosmico. Perché, se assumiamo quale vero il concetto per cui non vi è bene senza male, non vi è luce senza buio, non vi è giusto senza sbagliato, allora dobbiamo per forza pensare che esista una via di mezzo, un punto d’incontro e di equilibrio che serve a evitare l’annullamento totale dell’esistenza stessa (Due forze uguali e opposte si annullano – Newton). Se la Terra fosse popolata da soli uomini, non avremmo speranza alcuna. Le donne, per fortuna, hanno da sempre avuto il gravoso compito di rimettere le cose a posto. Per questo nascondono un quaderno nero: come nelle leggende sulla stregoneria, certi segreti, certe dinamiche misteriose, certi rituali non possono essere svelati. Si tramandano di madre in figlia, di generazione in generazione, e ogni volta ciascuna donna aggiunge qualcosa di suo, la sua personale esperienza, e il sapere dell’ultima in ordine cronologico, contiene il sapere di tutte le donne che l’hanno preceduta.

Nei miei racconti tutte le protagoniste femminili sono donne sapienti. Sapienti perché “sanno”, perché non hanno bisogno di indagare l’animo umano, lo conoscono per istinto, un istinto che deriva, appunto, da tutto il sapere tramandato sin dagli albori della razza umana. Quale fardello! E quale straordinaria responsabilità. In Colui che ritorna la vera protagonista è Clotilde, una ragazza astuta, ribelle, forte, moderna, che ha solo un problema: vive in un’epoca sbagliata. Nel 1462 troppo forti erano i legami della società civile con la Chiesa oscurantista, cosa che ovviamente impediva una qualunque vera emancipazione, soprattutto per le donne. Quindi Clotilde è, in fondo, una precorritrice del femminismo. Lei sceglie di agire alla luce del sole, prende in mano le redini di una famiglia allo sbando, si getta a capofitto in attività imprenditoriali non consone a una donna dell’epoca. Però, alla fine, si arrende a una decisione materna: sposare un uomo che non ha scelto. Questa arrendevolezza, questa resa alle convenzioni e usanze del tempo, possono far pensare che, alla fine, tutto si riconduca a regole scritte dagli uomini, in cui le donne sono solo pedine sacrificabili. Io non credo sia così. Ogni scelta fatta da una donna, anche la più impopolare, anche la più dolorosa, è sempre frutto di un’istintiva ricerca di equilibrio. Clotilde sposerà un padre-padrone, vivrà il peggiore dei suoi incubi, sarà offesa e stuprata, ma la ricompensa per il suo sacrificio sarà ancora maggiore. E questo lei lo sapeva sin dal principio.

In Anna, l’ultimo mio romanzo, scopriamo che, all’inizio del XX secolo non molto è cambiato nella società civile riguardo diritti e doveri delle donne. Siamo nel sud Italia e Anna viene anche lei costretta a sposare un uomo che non ha scelto. Certo lei non si arrende subito, come Clotilde, e non subisce il suo stesso calvario. Anna si innamorerà, ma a quale prezzo! È interessante notare come, durante tutta la narrazione, sia sempre lei, Anna, e con lei gli altri personaggi femminili, a tirare le redini dello svolgimento della storia. Anna decide cosa svelare e cosa mantenere segreto, è complice e alleata, è giudice inflessibile, è alcova accogliente. Anna è più “uomo” di tutti gli altri uomini presenti nella storia, senza per questo togliere nulla alla sua femminilità. Una femminista anche lei? Io direi che, anche in questo caso, c’è una ricerca di equilibrio che deriva da un antico sapere. Una donna non è migliore perché riesce ad essere come un uomo. Lo è quando, conoscendolo a fondo, riesce a superare i suoi difetti senza perdere la propria identità. Forse in questo il femminismo ha sbagliato, e oggi ne paghiamo le conseguenze. Io non amo quelle donne che dimenticano chi sono: significa negare le proprie origini, la propria storia, la propria essenza. Non è cercando di somigliare agli uomini che insegneremo loro a non tentare di sopraffarci.

Shakespeare ha scritto una cosa bellissima in “Pene d’amore perduto”:

Dagli occhi delle donne derivo la mia dottrina: essi brillano ancora del vero fuoco di Prometeo, sono i libri, le arti, le accademie, che mostrano, contengono e nutriscono il mondo.

Mostrano… Tranne il diario proibito. Quello no, non si può mostrare.

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#Ricominciare a scrivere

Innocenza 002.001A volte capita che un testo abbia bisogno di decantare. C’è chi dice per un anno. Ne sono trascorsi due da quando ho abbandonato “Innocenza”. Forse mancava l’ispirazione, forse l’emozione. Tedeschia non è una fonte di tali sussulti del cuore, ma ho avuto modo di rileggere il mio testo, e l’emozione è giunta da lì. Ho deciso di riprenderlo. Lo merita, secondo me.

Un breve estratto (a voi i commenti).

“Il tempo si ferma quando stai bene, ti aiuta a godertelo tutto quel beneficio. Rallenta anche l’aria intorno. Rallenta la luce. Capita che rallenti anche l’urgenza, anzi, scompare. Urgenza di cosa poi? Le dita pigre scorrono sul dorso della mano cercando invisibili pieghe, seguendo il corso dei sottili canali azzurrini che pulsano sotto la pelle tesa, bruna, luccicante. E nulla pare più importante in quel momento se non seguirne il percorso, fin là dove le ramificazioni si fanno più spesse, importanti, e si sente il cuore che batte, anche lì, sul dorso della mano. C’è vita là dentro, c’è vita là fuori.

Lucia si sentiva bene, e basta, e voleva che durasse, perché i pensieri erano lontani, perché il languore persistente era caldo come la luce del sole che ora avvolgeva tutto, le sedie, i tavolini, le insegne, loro due. Manuel la guardava, sempre, anche mentre sorseggiava il suo caffè pieno di zucchero, anche mentre addentava il suo cookie al cioccolato fondente, anche mentre lei lo guardava. Non abbassava lo sguardo, mai. E Lucia rise, come mai prima di allora. Una risata piena che riempì la strada deserta e riecheggiò tra i muri e le finestre chiuse. Pensò di essere impazzita. Non riusciva a smettere e Manuel si unì a lei. Sono contagiose le risate, come gli sbadigli, solo più liberatorie. E a volte non serve neppure chiedersi perché arrivano. Perché è il momento giusto.”

“Anna” come un pizzo intrecciato al “chiacchierino”

Immagine presa da qui

Immagine presa da qui

Voi lo sapete cos’è il “chiacchierino“? Forse chi ha qualche anno in più ne avrà sentito parlare… Si tratta di un’arte antica simile al tombolo o all’uncinetto, una trama ricca di forme e arabeschi intrecciati fittamente con l’ausilio di un oggetto strano, a forma di piccolo scafo chiamato “navetta”. Le donne del sud Italia (ma forse anche del nord) si riunivano davanti alla porta di casa, in estate, o davanti al camino d’inverno, e facevano danzare la navetta tra i fili di cotone e le dita, creando preziosissimi pizzi. E chiacchieravano. Per ore. Forse il nome di questa arte ormai quasi perduta deriva proprio da questo, e da quegli arzigogoli di nodi che formavano storie straordinarie, proprio come facevano le parole.

Anna” somiglia a un pizzo creato a “chiacchierino”, e a questa pratica è strettamente legato. Ecco perché voglio raccontarvi la genesi di questo mio nuovo romanzo.

Ogni storia scritta ne contiene in genere molte altre, che siano esse finali possibili o incipit per altri racconti. “Anna” prende spunto da una persona realmente esistita, anzi, sia Anna che Angelico sono realmente esistiti, motivo per il quale il finale da me scelto non poteva che essere quello che avrete modo di leggere.
Avevo una zia, zia di mia madre per l’esattezza, che adoravo. Forse perché mia nonna, sua sorella, era morta giovane e lei l’aveva in un certo senso sostituita. E forse perché aveva avuto solo figli maschi, ed erano tutti alti, belli, interessanti e lo trovavo singolare per una famiglia del sud Italia. Ogni estate, quando andavo in vacanza in Calabria, trascorrevo ore a casa di zia Franceschina, perché lì si respirava un’aria diversa, che non capivo ma di cui subivo il fascino.
Un giorno mia madre, sollecitata da me, mi raccontò la storia dell’amore della zia e di Michele, suo marito. Mi raccontò di come quel rapporto fu messo a dura prova dopo soli quaranta giorni di matrimonio, perché lui, zio Michele, si era arruolato come volontario per andare in Africa e lei, la zia, era in attesa del primo figlio. Mi raccontò di una separazione durata dieci anni e, mentre io ascoltavo a bocca spalancata, nella mia mente di adolescente romantica prendeva forma l’embrione di una storia fantastica. Immaginavo la rabbia e il dolore di Franceschina, la sua rassegnazione, lo sconforto di Michele e il suo senso del dovere. Come Penelope e Ulisse.
Anni dopo mia madre aggiunse altri dettagli al racconto. Mi parlò delle lettere che i due si scambiavano, di come quelle di lei fossero dure e laconiche – e io me le ero immaginate proprio così, conoscendo la zia – e di quel bambino che cresceva senza padre.
Qualche frammento di quelle emozioni riuscii a carpirlo anche alla protagonista della storia, con delicatezza però, perché lei non era avvezza alle confidenze. Ricordo certi pomeriggi d’estate, all’ombra della veranda della sua casa vicino alla stazione, quando lei mi insegnava il “chiacchierino” e rispondeva alle mie domande curiose, con la sua risata roca e gli occhi azzurri lucenti di emozione.
Ecco, la storia di Anna era lì, e va da sé che io l’ho imbrigliata in un romanzo, perché tanti dei personaggi che l’accompagnano sono frutto della mia fantasia. Ma quell’intreccio amoroso, quella passione e quei sentimenti, quel pezzo di vita che racchiude guerra, morte e rinascita meritavano di essere raccontati. Secondo me.

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