Auguro a tutti un #2017 di idee e sogni.

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Oggi mi è arrivata una email di un caro amico, una newsletter del suo sito con un messaggio per il #2017. Ora si dà il caso che io conosca molto bene Mauro Sandrini e so che i suoi messaggi non sono mai casuali, e quest’ultimo nello specifico mi ha fatto riflettere e ricordare (il messaggio è qui). Ho ricordato un 31 dicembre di tanti anni fa, trascorso a San Giorgio a Cremano dai miei nonni paterni, una notte in cui si è rischiata la vita perché i napoletani sanno essere davvero eccessivi in tutto. Una notte piena di simboli e di ritualità, che odorava di magia e di sacralità, specie a mezzanotte quando, spente le luci nelle case, si sono accese quelle in cielo e sui balconi e per le strade, coi fuochi e i razzi e i botti e tutti, ma proprio tutti, hanno preso a gettare fuori di casa, dalle finestre e dai balconi, qualcosa di vecchio, di usato. Volava di tutto, anche mobili, elettrodomestici, di tutto. E io bambina guardavo quegli oggetti passarmi sopra la testa e precipitare in basso con uno schianto e pensavo che fosse meglio restarsene al chiuso che giù di sotto si poteva morire.

Siamo abituati a scandire il nostro tempo, a dargli una forma e un limite fatto di secondi, minuti, ore, giorni, mesi, anni, lo visualizziamo come un neonato il 1 gennaio e come un vecchio decrepito e barbuto il 31 dicembre, e quell’ultima notte lo uccidiamo letteralmente – almeno a Napoli si faceva così, – con un bel falò di roba vecchia e nello stesso istante illuminiamo la strada al bambino che sta arrivando. A cosa pensate servano i fuochi d’artificio? La tradizione e le leggende dicono che servano per scacciare gli spiriti maligni, perché i “botti” e le esplosioni fanno certo un gran baccano. Io preferisco la mia suggestione, che siano luci artificiali nella notte a illuminare il cammino del nuovo anno, ancora cieco e sordo come ogni nuovo nato. Ma il tempo in realtà non ha limiti, è un flusso continuo che non si può imbrigliare in schemi convenzionali, e in questo flusso scorrono le nostre vite fatte di un prima e un dopo con noi al centro, incatenati in un eterno presente.

Quindi a cosa serve festeggiare, celebrare, illuminare a giorno questo evento che, in sé, non rappresenta nulla di diverso da tutti gli altri istanti? Credo che sia qualcosa di catartico, abbiamo bisogno di riti per prendere forza ed energia e andare avanti, verso quel dopo sconosciuto che chiamiamo futuro. E allora ben vengano i buoni propositi, gli scongiuri, le preghiere per chi ha fede, i fuochi e i falò. Ben venga il gettare via ciò che è inutile zavorra, per camminare leggeri e avere lo spazio per accogliere ciò che è ancora nel mondo magico delle idee. Il futuro è questo, in fondo, solo un’idea alla quale dare corpo e forma, che ci possa riempire e dare un senso. Anche se questo può andare in contraddizione con il saggio consiglio di seminare oggi per raccogliere domani, come fanno i contadini che hanno la vista lunga e annusano l’aria del domani e affidano alla Terra dell’autunno e dell’inverno i raccolti della primavera e dell’estate. No, non si possono buttare via quelle idee lì, quei sogni fatti nei giorni di pioggia e freddo, quelli che hanno preso forma a costo di sacrifici e dedizione. Dobbiamo essere in grado di riconoscere le scorie, i rami secchi, le piante sterili, le infide erbacce, come fanno i contadini. E il 31 dicembre possiamo liberarcene, sarà quello il nostro rito propiziatorio.

Auguro quindi a tutti noi di mantenere il buono e di gettare l’inutile, di volare leggeri nel nuovo anno e di trovare il tempo per goderne i frutti. Auguro idee e sogni, che le une senza gli altri non potrebbero esistere.

Grazie alla vita, grazie 2016 (una voce fuori dal coro)

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Immagine presa da Grafemi

Questo anno 2016 si avvia ad una fine ingloriosa, almeno questo è il sentimento che alberga ovunque volga lo sguardo o l’orecchio. Ingloriosa perché ad esso e solo ad esso vengono attribuite le responsabilità di tutti i mali e le disgrazie che in qualche modo, diretto o indiretto, hanno afflitto l’intera popolazione umana. Anche quella non umana, direi. Ora, posto che io ho un assoluto rispetto – e pure una sorta di invidia benevola – per coloro che riescono ad attribuire ad altro da sé le colpe e i meriti e sentirsi poi più leggeri e sereni, posto che trovo straordinario il potere taumaturgico della fede, qualunque essa sia, per cui deleghiamo a Dio, Allah, Buddha, l’Olimpo e tutti gli altri Invisibili Padri dell’Universo (perché mai non Madri non riuscirò mai a spiegarmelo) la risoluzione ai nostri piccoli e grandi problemi, posto tutto questo e qualcos’altro che di sicuro dimentico, io non ce l’ho con nessuno e con niente e, nonostante il mio momento attuale non sia dei migliori, voglio essere quella voce fuori dal coro che oggi dice GRAZIE.

Grazie alla vita, che mi ha fatto dono della consapevolezza del “giù”, dove “giù” era la parola che da bambina dicevo a mia madre poco prima di uscire di casa. “Dove vai Cetta?” “Vado giù, ma’”. E in quel giù c’era tutto un mondo immaginario, fuori dall’ordinario controllo genitoriale (ho vissuto un’infanzia e adolescenza prive di telefoni cellulari, quindi fortunata), un giù di profonde esplorazioni, di curiosità da appagare, di tuffi a capofitto nella vita che potevano farmi rompere la testa o farmi percepire l’ebrezza di fendere lo spazio e il tempo come fossero un panetto di burro. Era un giù senza un dove e senza un quando, e presupponeva fiducia e sicurezza. “Vado giù, ma’, e non ti deve interessare altro. Tanto torno.”.

Grazie alla vita perché mi ha fatto nascere in un “giù” geografico, un luogo fisico in cui tornare che sa di caldo e di fuoco, un centro della terra turbolento e passionale che ogni volta mi fa vibrare di energia. E proprio per questa mia appartenenza ho potuto dire, in primavera, torno “giù” in Italia dalla Germania, e poi giù a Roma che è già un po’ Sud, e poi ancora più giù, in quella mia terra di Calabria dove ogni volta metto in carica le batterie.

Grazie alla vita perché in quel “giù” esistono Cetta e sua madre in un racconto infinito che è un viaggio di incontri e di scontri, – oh, quanti scontri! – in cui una figlia si prende cura di una madre perché d’improvviso la scopre ammalata, ammalata seriamente. E forse dovrei ringraziare anche quel cancro (di questo si tratta) che mi ha resa sensibile e attenta, vigile. Grazie a questo ho incontrato il mio cancro. Quindi questo 2016 mi ha regalato la consapevolezza della malattia. Certo, tutto poteva accadere con qualche pausa di ristoro nel mezzo, così, giusto per rifiatare, ma evidentemente c’è una ragione per cui sta avvenendo così, ora, con queste modalità. Dovevo, devo capire qualcosa di importante, e forse ci sono riuscita. Sapete quelle illuminazioni che ad un certo punto arrivano come una lampadina che si accende dopo aver tanto brancolato nel buio? Ecco, una domenica mattina, mentre andavo non so dove, in una pausa tra un esame e un’analisi, tra un istologico e una risonanza, stanca, affaticata, mi sono resa conto che stavo vivendo la mia malattia come se stesse capitando a qualcun altro. Qualcuno di cui dovevo prendermi cura, ma che non ero io. Qualcuno che mi stava appiccicato come un gemello siamese, ma che non ero io. “Io non sono il mio corpo, il mio corpo non è la vera me, quindi io non sono la mia malattia. Cetta è sana, il suo involucro ha bisogno di cure.” Questo mi sono detta, e davvero non so spiegarvi come accade, come questa consapevolezza vi cambi la vita, il modo di affrontarla, l’immensa serenità che questo comporta. Io non ve lo so spiegare, come non so spiegarvi cosa significhi affrontare un cancro (invasivo, cattivo, per fortuna localizzato). È una definizione talmente astratta, specie se per tutto il resto stai bene, che capita ancora dopo mesi che lo sai che ti domandi “Ma davvero? Ma, io?” E se te lo domandi tu, figuriamoci chi ti vive accanto e ti vede a posto, piena di energia, immutata nell’aspetto… devi descrivergli tutto, devi raccontargli i dettagli della tua quotidianità più intima e forse capiranno. Forse. Io ho dovuto e voluto vederlo, faccia a faccia, per accoglierlo come una nuova realtà. Ho guardato Scilla e Cariddi e mi sono detta va bene, questo siete e questa io sono, siete entrati di nascosto, come clandestini, in casa mia e ora vi ho trovati. Preparatevi alla fine del viaggio.

Credo che ognuno affronti questo male in modo diverso, il suo, unico. Il mio è quello della conoscenza e della progettazione. Vero, difficile fare progetti a medio termine sapendo di dover affrontare terapie stressanti, un intervento, una convalescenza, controlli, esami. Quindi mi sposto un po’ più in là, giusto di qualche mese, pensando che questi progetti hanno preso vita proprio in questo 2016 così doloroso, e ci sarà un motivo, no? Dunque, caro anno che stai per finire, grazie per avermi fatto tornare “giù” a casa, grazie per avermi dato quelle visioni che sono confluite nell’ultimo romanzo che ho scritto (ancora lo sto revisionando, portate pazienza, sono stata un po’ presa…), grazie per avermi fatto incontrare persone straordinarie con le quali stiamo cercando di organizzare un evento grandioso per l’estate 2017, grazie per aver rimesso sulla mia strada una cara amica con la quale ho ricominciato l’avventura come agente di viaggio, grazie per avermi dato la forza e il coraggio di affrontare questo tsunami, grazie per avermi fatto aprire gli occhi e scoprire che sono viva e che ho ancora voglia di imparare.

LA VITA, UNA GRAN BOTTA DI CULO.

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La vita è solo una gran botta di culo. Per questo potrebbe sembrare assolutamente inutile arrabattarsi per qualunque cosa, prevenire, informarsi, allenarsi, trascorrere il proprio tempo a preoccuparsi di un futuro ipotetico. Ecco, di tutto ciò che ho appena detto solo l’ultimo concetto, a mio avviso, è vero: preoccuparsi è un inutile spreco di tempo, tempo che non è misurabile per cui è preziosissimo. Ciò che invece bisognerebbe fare, sempre, è occuparsi di sé, preservarsi per ciò che potrebbe accadere in qualunque momento. Pianificare, anche questo è esercizio inutile, se si accetta l’assunto che la vita sia una gran botta di culo.

Ma allora, direte voi, stai affermando che non siamo arbitri e padroni del nostro destino? Oh, certo che lo siamo, nella misura in cui siamo capaci di affinare gli strumenti per affrontarlo e operare, al momento opportuno, delle scelte. Quello che accadrà poi è imponderabile, è il futuro, è la concatenazione di miriadi di eventi, coincidenze, visioni che non riguardano solo noi, ma l’Universo intero. La teoria della farfalla mi è sempre piaciuta molto, e non perché mi spinga a stare attenta a ciò che faccio perché, da qualche parte, potrebbe scatenarsi uno tsunami. No. Mi piace perché mi rende irresponsabile, o meglio non-responsabile in quanto impossibilitata a modificare alcunché non sia la mia sola esistenza. E forse neanche quella, visto che da qualche parte l’evento di qualcun altro potrebbe averla condizionata. Effetto farfalla. Nulla possiamo in tal senso, quindi non siamo responsabili.

La gran botta di culo dipende, probabilmente, da quell’evento condizionante che non conosceremo mai, e dovremo farcene una ragione. Badate bene, il mio discorso non ha nulla a che fare con il “bene cosmico” o con gli interessi planetari. Siamo piccole cose al confronto e certo, se ci unissimo in una coscienza collettiva potremmo realmente stravolgere tutto, creare flussi benefici per l’umanità intera, ma questa utopia è quello che è, immensa, non misurabile, non verificabile nell’immediato. Noi possiamo solo cominciare dalle nostre piccole vite che, come ho detto, sono la somma di tante grandi botte di culo. Quindi soffermiamoci su di noi, cominciamo da questa consapevolezza.

Può essere devastante venire a sapere di essere malati seriamente, ad esempio. La gran botta di culo sarà scoprire di averlo saputo in tempo e di potere, quindi, affrontare la faccenda con buon esito. Può essere scoraggiante sapere di aver superato lo scritto di un concorso ma di avere gli orali dopo sei mesi. La gran botta di culo sarà rendersi conto di avere sei mesi di tempo per prepararsi a dovere. Può essere deprimente lasciare la sicurezza di un lavoro che garantiva uno stipendio ogni mese, per causa di forza maggiore. La gran botta di culo sarà avere l’opportunità di ricominciare a fare quel mestiere, quell’unico mestiere che ci ha sempre resi felici, opportunità che non avremmo avuto se impegnati a fare altro.

Sembrano le montagne russe, vero? Un’altalena di eventi ed emozioni apparentemente senza collegamento alcuno e di cui non si ha il controllo, e immagino già gli sturbi mentali di chi invece ha l’assoluta certezza di essere sempre artefice del proprio destino. Eppure, se non avessimo imparato in passato ad affinare gli strumenti in dotazione, se non avessimo compreso che nulla accade per caso, se non avessimo allenato i sensi a riconoscere le sorprese della vita, se non avessimo accettato l’assioma che un bicchiere mezzo vuoto sia necessariamente anche mezzo pieno, senza tutto questo il futuro ci passerebbe accanto e noi, accecati dalla preoccupazione e dalla mania di controllo, non ce ne accorgeremmo.

Del significato di “matrice” e del maschilismo delle religioni monoteiste

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In questi mesi, che stanno diventando anni ormai, ci si confronta ovunque con la realtà del terrorismo di matrice religiosa. Già questa faccenda mi infastidisce alquanto. “Matrice”, cioè “di madre”, “partorito da utero femminile”. In pratica le barbarie perpetrate a danno di altri esseri umani hanno una assonanza col genere femminile, assonanza nefasta, se si considera che ogni atto delittuoso organizzato, ha una qualche “matrice”. Delitto di matrice mafiosa, delitto di matrice omofoba, delitto di matrice sessuale. Quest’ultimo, per uno strano e contorto mio modo di interpretare le parole, sarebbe il paradosso estremo, come se le donne si auto infliggessero certe punizioni orribili.

Eppure partorire, essere madre quindi matrice, è un atto d’amore, il più grande e assoluto. L’unico atto che presuppone e realizza l’accoglienza senza riserve, perché le donne sono proprio strutturate così, fisicamente e emotivamente. Hanno questo utero, questa specie di piccolo contenitore, che si dilata man mano che un nuovo essere ci cresce dentro, di qualunque sesso sia. L’utero accoglie tutto, senza discriminazioni. La donna accetta, già per costituzione naturale, di veder trasformato il suo corpo, adattato ad ospitare qualcuno di diverso da sé. Una mutazione genetica. Cosa che ha sempre fatto andare di matto l’uomo, inteso come genere. Perché lui non ce l’ha quel contenitore là… E allora come punire questa donna che ha l’ardire di essere eccezionale?

Cominciamo con le religioni monoteiste. Hanno tutte un “Padre”. Dio, Javeh, Allah, Ahura Mazdā, e persino Aton, l’antico Dio del Sole egizio, sono tutti maschi, genitori unici, creatori dell’uomo e, per caso, distrazione, disgrazia, utilitarismo, della donna. E che cazzo! Considerando che la donna è l’unico essere della specie in grado “veramente” di procreare, questa scelta mi pare di una violenza inaudita. Gli stessi grandi profeti delle religioni monoteiste sono uomini. Abramo, Gesù, Maometto, Zoroastro, Mosè, Bahá’u’lláh, e tutti gli altri più o meno noti, erano uomini che predicavano religioni in cui un Padre, unico e solo, aveva avuto il desiderio di creare un Universo, un mondo, popolato da suoi figli. Figli devoti che avrebbero dovuto seguire le sue regole altrimenti sarebbero stati puniti ferocemente. Non è certo un caso che questa cosiddetta figura paterna ricalchi appieno quella autoritaria del pater familiae, tutto sta a capire chi copia chi. Poiché una delle punizioni consisteva nella fine della vita terrena, questo dio-padre pensò bene di trovare una scappatoia e affiancò agli uomini le donne, che avrebbero rigenerato altri uomini in modo che “il gioco della vita” non si esaurisse in breve tempo. Detto così sembra quasi uno di quei giochi di ruolo dei bambini, che so, la ricostruzione di una battaglia storica, cowboy e indiani, ma anche semplicemente un plastico col trenino. Non ci sentiamo tutti creatori davanti a giochi così?

Quindi la donna si vede affibbiare il suo bel ruolo “marginale” di continuatrice della specie (ruolo che, a cascata, si ritrovano tutte le femmine di tutte le altre specie esistenti, tranne forse qualche arcaica specie che pratica la partenogenesi), una sorta di incubatrice insomma, ma per tutto il resto deve subire. Deve subire l’originario scotto di essere eccezionale. Qui non c’è mela che tenga, non ci sono colpe e punizioni nel giardino dell’eden. Si tratta del più bieco maschilismo, questo è il peccato originale, e io, che non sono femminista praticante, l’ho capito da un pezzo. Eppure, altro paradosso, sono prevalentemente le donne che si inchinano con sussiego nei luoghi di culto, quelle che tramandano di generazione in generazione il credo nel quale sono cresciute, quelle che pregano con maggior fervore quando un atto di “matrice” terroristica (ma possibile che nessuna si renda conto dell’abiezione di questo termine?) colpisce duramente quei figli procreati con tanto dolore. Perché si soffre anche, a mettere al mondo un figlio, non è certo una passeggiata. Ma non siamo eroine, care donne, siamo solo la nemesi di noi stesse, destinate a soffrire per dare la vita e a soffrire per la morte che la nostra progenie infligge.

Io credo che se Dio, Allah, o chi per loro, fosse stato donna, probabilmente avremmo un mondo pacifico. Sì certo, qualche schiaffone ogni tanto, anche qualche pedata a qualcuno, sarebbero stati necessari, perché una madre amorevole deve educare i suoi figli in qualunque modo, bloccare le intemperanze prima che degenerino. O forse, se fosse stata una donna a decidere, il monoteismo non esisterebbe affatto. Ci sarebbe ancora un democratico politeismo (perché le religioni, i credo, esistono a prescindere, l’essere umano ha bisogno di delegare le responsabilità), dove dei e dee si sollazzano da qualche parte, ogni tanto litigano e si fanno la guerra, ogni tanto scendono tra gli umani e mescolano passioni e sapienza con loro, mostrano muscoli e tette e gli umani li premiano o li maledicono, a seconda dei casi.

Tutto ciò che ho scritto è frutto delle mie personalissime riflessioni, non ci sono documenti storici o scientifici per dimostrare un bel niente (beh, sulle religioni monoteistiche qualche documento c’è). Lo stesso ateismo, a mio avviso, ricalca quell’assunto per cui il genere umano ha “bisogno” di credere in qualcosa, anche nell’assenza di un essere superiore. L’unica cosa in cui credo io è che la nostra vita, di uomini e donne, abbia uno scopo, e che le strade scelte per perseguirlo siano nostro esclusivo arbitrio, di cui siamo unici responsabili. Non esistono le “matrici”, preferisco, a questo punto e allo stato dei fatti, chiamarle “paternità”.

Di un padre, di una figlia, del pessimismo cosmico e della nostalgia.

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Ci sono certi giorni in cui mio padre mi manca in modo irrazionale. Non è che avessimo un bel rapporto io e lui. Sempre a discutere su ogni cosa, a litigare, a sfidarci; mi sono presa anche qualche bella cinghiata da ragazzina, perché osavo tenergli testa. Non ha neppure mai fatto niente di particolare per me, come fanno i padri con i figli, che li orientano e li supportano per le loro scelte future, che utilizzano tutti gli stratagemmi, leciti o anche meno leciti, per garantirgli qualcosa, un lavoro, una posizione, gli studi. Mio padre non ha mai fatto niente del genere, anzi, ci teneva a sottolineare come tutto ciò che aveva (poco o niente) se l’era costruito con le sue sole forze, quindi perché mai lui avrebbe dovuto fare qualcosa per le figlie? Ecco perché questa nostalgia di lui, così forte, è irrazionale. Ma mio padre era il mio punto di equilibrio, era il peso che mi riconduceva costantemente a terra quando osavo volare troppo in alto, e, soprattutto, era la sfida che dovevo vincere ogni giorno, uno scopo, una missione.

Ora quale dovrebbe essere la mia missione? Ho fatto tutto quello che dovevo fare, ho amato, mi sono sposata e ho divorziato, ho vissuto relazioni importanti e fugaci, ho avuto due figli e li ho aiutati a crescere, ho lavorato, tanto, ho imparato e ho insegnato, ho scritto pensieri e mie verità, ho condiviso e ho lottato per me e per gli altri, silenziosamente e facendo una gran cagnara. Ora cosa mi resta da fare? Sii ottimista, mi ripeto spesso. Ma io non sono pessimista, sono solo pragmatica. Credo sinceramente che ognuno di noi abbia uno scopo nella vita, e che, una volta esaurito, abbia il sacrosanto dovere di mettersi a riposo, anche definitivamente. Penso a tutti quei poeti che si sono suicidati in giovane età: forse non avevano più nulla da dire, nessuno da ispirare, avevano succhiato da sé stessi tutto ciò che è umanamente succhiabile e lo avevano abbondantemente rigurgitato per i posteri. Quindi? Fine, the end, la fin. Il povero Leopardi preferiva dare la colpa a tutto l’Universo, specie della sua infelicità, e se ne stava rinchiuso nella sua mega biblioteca, circondato da libri, a chiedersi perché la vita fosse così ingiusta e crudele. Certo non era colpa sua se era così brutto e misogino, ma cazzo! svegliati ragazzo, c’è un mondo fuori, non puoi semplicemente startene relegato qui a sputare sentenze senza aver prima vissuto, o senza averci almeno provato! La sua soluzione finale a questo pessimismo cosmico per cui era colpa di tutti tranne la sua, è stata “la speranza”. Ti darei una pacca sulla spalla, caro Giacomo, da madre e da amica. Proprio l’ultima spiaggia, eh? La speranza… Io posso sperare che il tal progetto vada esattamente come l’ho immaginato, posso sperare che tra i due litiganti non sia sempre il terzo a goderne, posso sperare che domani non piova qui dove vivo. La speranza è un desiderio limitato, solo così si può “sperare” che funzioni, nonostante sia comunque aleatorio. La speranza universale è peggio dell’utopia, è una beffa, una presa per il culo che ci raccontiamo quando non abbiamo più progetti o scopi nella vita e, soprattutto, quando abbiamo perso la capacità di lottare. Non sarebbe stato meglio, caro Giacomino, se avessi preso esempio da qualche tuo collega poeta e avessi deciso per un bel suicidio consolatorio? No, dovevi rompere le palle fino alla fine.

Mio padre continua a mancarmi… una bella discussione ci vorrebbe proprio, adesso che non so perché faccio cose, giorno dopo giorno, perché lotto, perché ancora mi arrabbio. Avrei davvero bisogno di quell’obiettivo: piacergli. Che battaglia sarebbe, ora che sono grande e consapevole, ora che ho imparato a volermi bene anche così, e a odiarmi a volte, ora che ho tutto questo tempo da dedicare solo a me e sono così brava a sprecarlo. Sai che scossa emotiva mi darebbe una delle nostre belle litigate? Magari in macchina, mentre mi accompagni da qualche parte e io ti do indicazioni che puntualmente non segui. Oppure mentre ti racconto una ricetta e tu mi dici che la tua è migliore. O quando ti leggo una poesia, all’alba, mentre beviamo il primo caffè, e tu mi guardi di sbieco e mi chiedi se non ho un modo migliore per trascorrere la notte…

Viaggio a Copenhagen, isola felice.

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Questo è uno strano anno di viaggi lampo. E il più rapido in assoluto è stato quello appena concluso, a Copenhagen. Sinceramente nella mia vita non avevo mai detto “Un giorno andrò in Danimarca”, e non perché lì ci sia del marcio, ma per il fatto che il nord Europa non mi attrae particolarmente. Questione di clima, di luce, di affinità. Ma ora c’è un pezzo del mio cuore lì, un pezzo della mia vita, e allora ho deciso di farci “letteralmente” un salto: quarantotto ore per vedere il mare più a nord che abbia mia visto. E mia figlia.

Ci si può innamorare di Copenhagen, a prima vista, come un colpo di fulmine. Perché è bella, coi suoi canali che ricordano Venezia, con le sue case colorate, con i barconi attraccati alle banchine come ad Amsterdam, con le sue strade senza traffico, con il centro che si gira a piedi in poche ore, con i profumi, l’odore di salmastro, la luce che no, proprio non se ne vuole andare… siamo in giugno, e il giorno dura almeno venti ore. Venti ore di tempo per guardare gente bellissima, ma bellissima davvero e che sembra felice, rilassata. Dico sembra perché non li conosco, ma mi dicono dalla regia che in questa città del nord è proprio così, non c’è stress, tutto è organizzato, pianificato per rendere la vita semplice. E semplice è anche trasgredire. Così tanto che nessuno si stupisce, nessuno giudica, nessuno storce il naso. Va bene, d’inverno è dura col buio che ti accompagna per diciotto ore, col vento tagliente che ti morde la pelle perché non ci sono montagne o colline a fare da barriera e lui arriva giù dal Polo Nord come una cascata di ghiaccio, col cielo sempre grigio, le nuvole così basse da schiacciarti, claustrofobiche, opprimenti. Si sta al chiuso il più possibile, la gente si veste di nero, la metropolitana è presa d’assalto.

bluehouse2Poi però arriva la primavera (l’estate no, non fa mai abbastanza caldo), e tutto fiorisce: i parchi, le finestre, le persone, le biciclette, le barche, i suoni, gli amori. La Danimarca si sveglia dal letargo e si anima. Tutto questo ovviamente non l’ho vissuto in prima persona, ma dai racconti di mia figlia e dei ragazzi che condividono con lei la casa, gli umori, i sogni. Ecco, sembra che in questa città si possa davvero ancora sognare. E non parlo delle favole alla Andersen (a proposito, la Sirenetta non sono andata a vederla), ma della possibilità di realizzare qualcosa nella vita, di immaginarsi un futuro. Copenhagen è stimolante, creativa, aperta a chi ha voglia di mettersi in gioco, ha idee, vuole sperimentare. Una città giovane, non solo anagraficamente. Una città “futura”.

Eppure, in mezzo a tanto futuro, c’è un sapore così vintage, così hippy, che mi è sembrato di fare un balzo indietro nel tempo, agli anni settanta e anche prima. Nel cuore di Christianshavn, il quartiere dove vive mia figlia nella Blue House (poi vi racconterò di questa casa), c’è Christiania, la città libera. Una volta era una base navale militare, con capannoni, edifici di servizio, magazzini in disuso, e doveva essere tutto raso al suolo. Un gruppo di “hippies” anarchici e pacifisti aveva però occupato gli spazi e ci sono stati dei tafferugli, per cui l’amministrazione locale ha deciso di lasciar loro tutto il quartiere che, attualmente, è ben delimitato, ha regolamenti interni solo suoi e la polizia neppure ci passa vicino. Christiania è un luogo trasgressivo, certamente, le droghe leggere circolano liberamente (quelle pesanti sono assolutamente bandite), ma è anche la culla dell’arte, della musica, del teatro, dell’artigianato, insomma della creatività a 360°. Sono entrata in un locale e c’era musica dal vivo, un duo americano in tour europeo. Mi sono seduta per terra, sul pavimento di legno, assieme ad altri giovani, e non mi sono sentita diversa o fuori posto. Ho ascoltato con Francesca i Cross Record per la prima volta, e mi è sembrato di rivivere quelle atmosfere da cantine fumose, da locali off che frequentavo un tempo, una vita fa.

L’aria era tiepida quando siamo uscite, e ancora un po’ di luce rischiarava il cammino. Abbiamo camminato vicine e fatto chiacchiere lievi. Ho respirato un po’ dell’aria che lei respira ogni giorno, e mi ha fatto bene. Ho vissuto con lei nella casa blu che sembra una barca, con dieci marinai che seguono una rotta segnata dalle stelle, e mi sono sentita accolta, un membro dell’equipaggio. Mi hanno ceduto la cambusa e io ho camminato a piedi nudi sulle assi scricchiolanti, sui gradini di sbieco delle ripide scale, ho visto il sole sorgere alle tre e mezza del mattino dalle finestre oblò di una camera senza letto. E sono stata felice.

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#Emigrazione. Una giostra che gira, che gira…

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C’è differenza tra “espatriati” ed “emigrati”, eccome se c’è. Un espatriato in genere decide di andare in un luogo diverso dalla sua terra natia, di fermarsi per un po’ o per sempre, di fare impresa o carriera perché ha alle spalle solidi studi e competenze, un bagaglio linguistico appropriato, una capacità che, nel suo Paese, non riesce ad esprimere appieno e, per questa ragione, cerca opportunità altrove. I cosiddetti “cervelli in fuga” sono espatriati, ad esempio. Gli emigrati o immigrati in genere non “decidono” di andare via: sono costretti. Per necessità, mancanza di lavoro, guerre o persecuzioni, situazioni sociali disagevoli. Spesso sono persone non più giovanissime, con uno scarso bagaglio linguistico, che si adattano a qualunque cosa pur di lavorare. Ma anche ex imprenditori, ex professionisti, ex dirigenti, ex professori, tutti ex qualcosa di importante e altisonante che, magari, non sono riusciti a stare al passo coi tempi e aggiornarsi o hanno semplicemente perso il loro lavoro.

Arrivano generalmente a ondate, a seconda delle crisi che si verificano periodicamente. Per prima cosa cercano l’appoggio dei connazionali che sono giunti con l’ondata precedente, che si sono stabiliti in questi luoghi da tempo e che hanno, quindi, più familiarità con la burocrazia locale e con la lingua. Accettano di fare lavori anche lontanissimi dal loro background, molto spesso nelle cucine dei ristoranti, che tanto lì non si deve parlare col pubblico. Sono lavapiatti o pizzaioli improvvisati, tuttofare, runner, gente di fatica: dodici o quattordici ore di lavoro sottopagate e poi, con la schiena e i piedi a pezzi, via in camera, spesso condivisa, a dormire per ricominciare il giorno dopo. Il capo è un connazionale che ci è passato prima di loro, quindi niente lamentele altrimenti… c’è la fila là fuori. Il giorno libero, quando c’è, si passa a vagare per le strade, ad ascoltare le voci tentando di riconoscere suoni familiari e magari fermarsi a fare due chiacchiere. Poi a letto presto, che domani ricomincia la fatica.

Dopo qualche anno così, gli emigrati riescono a spiccicare qualche parola nell’idioma locale, più per imitazione passiva che per reale comprensione. Se hanno avuto abbastanza fortuna e un lavoro stabile, in genere si fanno raggiungere dalla famiglia, quando c’è, e mandano i figli a scuola. Saranno loro i veri maestri, i loro interpreti dal medico, dall’avvocato, al comune, saranno loro quelli che riusciranno a integrarsi quasi subito. Benedetti i bambini! I genitori, se saranno stati bravi e parsimoniosi, avranno messo un piccolo capitale da parte e decideranno di aprire una loro attività. Un ristorante, perché no? E finalmente saranno padroni di qualcosa, anche di assumere connazionali emigranti, di sottopagarli e di sfruttarli che tanto è così che va, niente lamentele, ci sono passati tutti.

Questo accade, ogni giorno, in diverse parti del mondo. Non sto parlando di nord africani o mediorientali che arrivano, quando arrivano, coi barconi. Sto parlando di noi, noi Italiani, con le nostre belle valigie comprate dai cinesi, il nostro biglietto aereo low cost, il nostro orgoglio e il nostro retaggio, la nostra cosiddetta superiorità culturale. Il mondo è una giostra, che gira e gira, e ciò che vediamo è sempre lo stesso carosello. Gente che sale, gente che scende, avanti un altro che c’è posto. Siamo emigranti in fuga anche noi, facciamocene una ragione.

Ora, già lo so che ci sono le dovute eccezioni, ma è proprio per il fatto che ci sono che tutto il resto appare così mastodontico. Eppure si continua a tenere gli occhi maledettamente chiusi, si continua ad avere lo stesso atteggiamento arrogante di chi si sente superiore, di chi dice no, a me non accadrà niente del genere. Poi capita. E non serve a niente la tua laurea presa col sudore della fronte dei tuoi genitori, laurea accantonata perché, se non appartenevi a una lobby, se i tuoi non hanno leccato abbastanza i culi di qualche santo in paradiso, se non hai avuto a suo tempo la lungimiranza, la fortuna, il tempismo di inserirti nel giro giusto, hai solo sprecato tempo e soldi. Non serve a niente, sei fuori, out. I lavori che hai fatto, l’esperienza accumulata, sono solo belle parole scritte su un curriculum che nessuno legge più. C’è crisi, guys, ti tocca emigrare. E tutto quello che mai avresti fatto nel tuo Paese, tutto ciò che consideravi umiliante, sei disposto a farlo adesso, in un altro posto, dove nessuno ti vede e ti giudica.

E allora, mi domando, perché stiamo lì a discutere degli emigranti che sbarcano sulle nostre coste, che ci rubano il pane da sotto i denti, che si appropriano di un lavoro che ci spetta di diritto? Quello stesso lavoro che non vogliamo fare, non qui sotto gli occhi di chi ci conosce? Aria fritta. Gira la giostra, gira, e siamo tutti uguali. La livella non comincia il suo lavoro solo sotto terra.