Una piccola grande felicità

Ci sono certe piccole felicità che a volte ci sorprendono e rischiamo di non coglierne il sapore dolce e speciale. Bisogna stare attenti a non perderle, a non lasciarsi distrarre dagli innumerevoli ostacoli che il mondo esterno ci pone davanti, perché poi loro, quelle piccole felicità, non tornano.

Ho capito da tempo che non sono fatta di roccia: piango spesso, grido quando sono sola ché non voglio spaventare la gente. Ho anche paura, a volte, e forse piangere e gridare mi aiuta a scacciarla via, a spaventare lei, che se ne vada che non ce l’ho il tempo di combatterla, né la voglia.

Quando la paura mi assale, e piango e grido, allora arrivano i pensieri belli. Che strano, mi dico, proprio adesso? E sono tutti pensieri che nascono dalle piccole felicità che non ho perduto, quelle che si sono fissate in qualche angolo del mio cuore a fare da riserva per i momenti cupi. Il mio carburante di vita.

Ci sono anche le grandi felicità, come le belle notizie, epifanie che danno un senso alle più grandi sofferenze. La nascita di un bambino avviene dopo un doloroso travaglio, ci vuole un attimo a dimenticare tutto davanti a un tale dono. Il dono per me in questo inizio di anno è stato sapere che comincerò una nuova terapia sperimentale, quella che avevo tanto sognato e desiderato da quando Scilla e Cariddi sono tornati. Sembra quasi una follia parlare di felicità per una terapia oncologica, ma la vita è così bella che vale la pena viverla il più possibile e meglio che si può.

A dicembre ho scritto in un post che ero grata a mia figlia perché aveva trovato le parole giuste al momento giusto. In un momento di particolare fragilità mi aveva detto “sei tu che emetti la tua sentenza, poi l’intero Universo farà in modo che si realizzi, quindi emetti una sentenza positiva.” Io l’ho fatto, non con le parole o con i desideri di un sogno, ma con l’essenza segreta di Cetta. No cari miei, non vi libererete di me, c’è tempo, tanto tempo ancora.

Ora non vi abituate a post melensi come questo e non fatevi prendere dal panico, non comincerò a fare la dispensatrice di saggezza: io non sono saggia altrimenti farei altro nella vita. Oggi è l’ultimo dei tre giorni della Merla che tradizionalmente sono i più freddi dell’anno e qui a Roma pare primavera. Non so cosa possa significare, gli esperti dei cambiamenti climatici avranno le loro spiegazioni. Io non ne ho, a riprova della mia scarsa saggezza, ma me li sono goduti tutti con questo caldo fuori e il caldo dentro al cuore e la mia piccola grande felicità che ho voluto condividere con voi e ciao gennaio, bentornato febbraio.

Ogni giorno succedono piccole cose, tante da non riuscire a tenerle a mente né a contarle, e tra di esse si nascondono granelli di una felicità appena percepibile, che l’anima respira e grazie alla quale vive. [Banana Yoshimoto]

 

Buon 2020 di aria buona per il futuro

Ogni anno il 31 dicembre mi ritrovo a scrivere cose. Oggi in realtà non ne avevo una gran voglia, poi però mi sono ritrovata a inviare messaggi agli amici, messaggi unici, niente copia e incolla, e allora mi sono detta che non sarei mai riuscita a finire entro la mezzanotte, tanto vale dedicarvi un post collettivo.

Al 2019 non devo dire nulla, poverino sta per morire sepolto da tonnellate di cibo e incenerito da miliardi di fuochi. Sono stati i soliti 365 giorni di speranze accese, di sogni da realizzare, di cambiamenti e di quotidianità. Qualcosa è accaduto, altro è rimasto lì, in attesa del momento buono per venire fuori alla luce. Potessimo ripercorrere ogni istante dell’anno che sta per finire avremmo modo di pentirci o di gioire, in ogni caso saremmo consapevoli di aver imparato qualche lezione importante il cui significato oggi ci sfugge. È sempre così, lo capiremo poi, quando saremo grandi. Forse.

Io ho ancora tante cose da capire, gli ultimi mesi sono stati come un viaggio velocissimo e lentissimo sulle montagne russe, emozioni contrastanti che mi hanno portata a una decisione determinante per il mio futuro: le mie sentenze le decido io.

Ho avuto in regalo un autunno ricco: il ruolo nella scuola, il mio nuovo romanzo, incontri straordinari, amicizie nuove e amicizie rinnovate, affetti e calore che credevo perduti. Ho pianto molto ma ho riso di più, e questo non mi pare poco.

Per cui, caro 2019, io non ti dico mortacci tua, non ti butto via così, nonostante tutto. Certo qualche cosina te la potevi risparmiare, ma mi dicono che il neonato che sta per arrivare ha, almeno nei numeri, tanti buoni presagi. Più che ai presagi io credo alla volontà e alla consapevolezza, quindi non leggerò oroscopi, mi affiderò all’energia dell’Universo.

E anche a voi, amici che mi state leggendo, auguro che il vento nuovo che sta per arrivare sia fatto di aria buona e ricca, quella che serve per vivere e per sentire il futuro più vicino e possibile.

Buon 2020, anno doppio, doppio di cose belle.

La vita ha bisogno di liste felici

Ci sono questi momenti la sera tardi, che mi fermo e ascolto. Il frinire dei grilli fuori dalla finestra, il respiro dell’aria che passa leggera fra le tende, il battito del mio cuore, il silenzio. Il silenzio è la porta spalancata sui miei pensieri e spesso, quasi sempre ormai, faccio un particolare esercizio quando li sento arrivare: conto.

A volte conto semplicemente i numeri, così, in sequenza, prima nella mente e poi, quando cominciano ad essere tanti, li pronuncio ad alta voce e rido, perché il suono della mia voce mentre scandisco i numeri non lo riconosco, neppure il senso di ciò che dico mi è familiare. Non so se vi è mai capitato…

Altre volte mi metto a contare i giorni belli, una sorta di lista felice, e per farla sembrare più lunga la suddivido in sottogruppi formati da ore, minuti, momenti. Capita che si confonda tutto, e allora ricomincio ad alta voce e rido, perché il suono della mia voce mentre elenco gruppi e sottogruppi di felicità non lo riconosco. Il senso di ciò che dico però mi è familiare, sono parole che hanno casa nel cuore.

Tutto questo contare roba astratta e roba bella serve a distrarmi, perché quando sono sola, nel silenzio, i pensieri più bui sono lì in agguato e davvero non ho voglia di averci a che fare. C’è stato, sì c’è stato il momento in cui ho parlato con la morte, il momento in cui il pensiero è arrivato e l’ho affrontato: inutile eluderlo, fare finta di niente, tanto mi avrebbe colpita a tradimento. Allora mi sono preparata e l’ho preso di petto, ci ho ragionato un po’ e abbiamo deciso insieme che si sarebbe fatto a modo mio. Mancavano pochi giorni al mio intervento, nel dicembre scorso, e quel confronto ha lasciato un segno profondo. Nessuno mai dovrebbe, in vita, affrontare la morte, il pensiero di questo evento drammatico, ma se accade… beh, nessuno mai può avere il diritto di scegliere al nostro posto, è una decisione troppo intima perché si possa demandare ad altri.

Mi rendo conto, ora che sto scrivendo, di aver lasciato la porta un po’ troppo spalancata ai pensieri bui, e non è certo questo il momento più adatto. Questo mese di settembre, che fra poco finisce, ha portato tante emozioni, alcune ancora da svelare – manca pochissimo però – altre vissute e godute come un banchetto nuziale ben preparato, dall’antipasto al dolce. La lista felice si allunga.

C’è poi questa mia mezza anima napoletana con la quale fare i conti, quella scaramantica che mi impone di tacere che le cose belle sennò cambiano strada. E io allora sto zitta, ma quanto mi prudono in bocca certe notizie! E lo so bene che la vita è una giostra e bisogna trovare l’equilibrio per non cadere e la felicità serve a questo. A volte ne basta poca, pochissima.

Tutto questo discorso apparentemente privo di senso – abbiate pazienza, comincio ad avere sonno – serve per annunciare che a breve farò un annuncio: non è meraviglioso?

Di linguaggio, retorica, battaglie, eroismo e cura. Tante parole sul cancro e non c’è mai quella giusta per tutti.

Ero molto indecisa – ultimamente mi capita spesso – se affrontare o meno l’argomento che in questi ultimi giorni è tanto discusso ovunque, sui media, sui social, ai tavolini dei bar: definire i malati di cancro come dei “guerrieri” quando lottano per sopravvivere potrebbe sminuire chi invece non ce la fa. Certo detto così pare in ogni caso un abominio, anche perché sono tante le malattie in cui si lotta per sopravvivere e mi pare ovvio che l’obbiettivo per tutti sia vincere. Linguaggio troppo “guerresco”? Può darsi, ma ci hanno insegnato fin da piccoli che il nostro corpo è costruito con “armi appropriate” – le chiamano difese immunitarie – per combattere contro agenti esterni e avversi, quindi perché ci stupiamo e parliamo di retorica quando utilizziamo questa terminologia proprio per una malattia come il cancro?

Credo sia importante, anzi è importante, che finalmente se ne parli. Se non ci fosse stata questa apertura da parte degli stessi malati probabilmente molte ricerche oncologiche sarebbero ancora più in ritardo, molte scoperte di nuovi farmaci  non ci sarebbero state e, credetemi, i ricercatori hanno bisogno che i malati parlino con loro, si confrontino sugli effetti delle cure, solo così si può andare avanti. Quindi il malato deve – dovrebbe – avere un atteggiamento attivo e collaborativo per consentire all’oncologo di fornirgli le armi/strumenti più adatti a combattere la malattia. Ancora dico combattere. Certo. Non passiamo dalla retorica alla falsa retorica, di combattimento si tratta, l’unico combattimento in cui le armi te le forniscono ma in campo ci sei solo tu.

C’è questo articolo appena uscito su Corriere.it (qui) è riportata un’affermazione di Maurizio Crosetti

Esiste una retorica del cancro secondo la quale vince chi lotta di più, chi non si arrende, chi ha più carattere. Oltre che falso, è offensivo per chi soccombe e muore. Non si arrende: muore. E chi vive non vince: guarisce.

Ora mi perdoni Crosetti ma sembra un po’ come quando per rispondere a un fatto si sottolinea un “non fatto” (tipo “e allora il PD?” per capirci). Non è così, non può esserci una simile distinzione fra chi sopravvive e chi muore. Chi muore ha lottato ugualmente, con la stessa determinazione, però non ce l’ha fatta. Nello stesso articolo si parla della battaglia condotta dagli oncologi: sono loro che ci danno le armi, sono loro che stabiliscono le strategie. Un cazzo! O meglio certo che loro sono i fornitori e gli strateghi, ma sul campo la palla è la nostra. Il corpo accetta i farmaci e li utilizza, e sta a noi aiutarlo ad utilizzarli al meglio. E qui ci vuole lucidità, concentrazione, determinazione. Non esiste malato di cancro che non metta in campo tutto questo, tutta la forza che ha per superare gli effetti della cura, tutta la volontà possibile per recuperare ogni giorno una sorta di quotidianità compatibile con quella che aveva prima, qualcosa che possa chiamare vita. Qualità della vita… mia madre è morta combattendo fino all’ultimo istante, e non dovrei chiamarla eroina? In guerra si vince o si perde, ma si combatte in ogni caso. Se non piace il gergo guerresco potremmo usare quello calcistico, che differenza fa?

Ancora sul Corriere.it c’è scritto:

Pensare che si possa guarire o morire a seconda dell’atteggiamento con cui ci si cura è l’ultimo rifugio della presunzione di onnipotenza psicologica. Magia, non scienza.

Ma chi afferma una cosa del genere? L’atteggiamento con cui ci si cura è individuale, personalissimo e insindacabile, e serve semmai ad affrontare con coraggio gli effetti della cura stessa. Lo shock psicologico di sapere di avere il cancro è qualcosa di talmente intimo, talmente profondo – specie in relazione alla montagna di paure ataviche che si porta dietro – che già per affrontare questo ci vuole una spinta straordinaria che nessuno, nessuno ti insegna. E poi ci sono le cure… altro coraggio, altre risorse da cercare e trovare dentro di te. Nessuno ti può aiutare in questo e nessuno può giudicare. Si è eroici agli occhi degli altri probabilmente perché rappresentiamo al meglio la figura del temerario solitario che combatte una battaglia iniqua, come Davide contro Golia, e a volte vince. Ma a volte perde.

Lasciateci credere che un po’ di magia possa davvero funzionare, lasciatela venire a noi con le parole che ciascuno ritiene opportune e che spesso non sono facili. Mi capita di parlare con signore che si curano insieme a me, più grandi di me perché di un’altra generazione, e loro sono arrabbiate, alcune pregano, altre tacciono perché “nominare il male porta male”, altre ancora sembrano rassegnate, oppure non chiedono nulla agli oncologi su quanto sta loro accadendo. Ecco, su quest’ultimo atteggiamento non sarò mai d’accordo, questa passività assoluta non la trovo utile, però capisco come la paura, anche quella di sapere, possa far uscire di testa. E la testa è importante, come ho detto. Non si guarisce solo con la testa, ma senza la testa non si aiuta nessuno. E adesso non venitemi a dire che “allora chi non ce la fa?”. Chi non ce la fa è perché sono insorte altre cause, altre incognite e il corpo è una macchina soggetta ad usura, e le ingiurie, una dopo l’altra, una sommata all’altra – le cure oncologiche sono armi di distruzione in tutti i sensi anche quando fanno miracoli, anche quando guariscono – alla fine possono determinare il risultato della partita. Va meglio così? Possiamo parlare di partita?

Io vi posso dire, alla fine di tutto questo ciarlare, che articoli come quello del Corriere.it, che nel suo intento voleva “proteggere” chi si ammala di cancro e non ce la fa, ritengo sia offensivo per chi invece lotta e continua a lottare per farcela. I sensi di colpa già li abbiamo per conto nostro, come se questo male fosse una qualche punizione che non scontiamo solo noi, ma anche i nostri cari e chi ci sta vicino e cerca di supportarci come può. Non voglio sentirmi in colpa anche quando – mai dire se, sì, un po’ di onnipotenza psicologica, ok? – ne uscirò, non voglio sentirmi in colpa per aver lottato. Mariù mi ucciderebbe con le sue mani se lo facessi. E lasciamo a tutti la libertà di usare le parole che vogliono, le metafore che meglio credono opportune, il tifo da stadio o da Colosseo, sono sempre meglio del silenzio.

Le parole che non ti aspetti (per te che mi stai vicino)

Ci sono stati momenti in questi mesi, anni ormai, da quando è cominciato questo nuovo viaggio, in cui ho provato a spiegare a chi mi stava intorno cosa significhi lottare contro il cancro. La difficoltà primaria è sempre stata quella di far capire qualcosa che neppure io ancora capivo (non è che adesso ne sappia molto di più…). Il fatto è che questa malattia, la lotta per sconfiggerla, tutto ti sovrasta, è tutta una corsa e una prova di forza immane, indescrivibile, in cui metti tutta te stessa d’istinto, senza stare tanto a pensare. Se mena qua, nun se ragiona. E quando meni di brutto come fai a trovare la lucidità e il tempo e l’energia per spiegare? Non puoi.

Dall’altra parte ci sono ovviamente i parenti, gli amici, le persone che ti stanno vicino che non sanno cosa fare, cosa dire e che spesso si nascondono dietro questo limbo di “ignoranza” (di chi ignora, s’è capito almeno questo?) per proteggersi. E io questo lo capisco bene. E come me credo lo capiscano bene anche tutti gli altri combattenti. Che poi non pensiate che siamo tutti lì, uniti, a combattere una stessa guerra come un esercito. No. Ci guardiamo solidali, ci comprendiamo come nessun altro, ci raccontiamo trucchi e strategie, ma di guerre individuali si tratta, le combattiamo da soli.

Su questo blog ho raccontato più volte, anche in modo crudo, diretto, come stavano le cose, come si vive in una situazione di lotta perenne, come si cambia per adattarsi a questa precarietà di vita che significa anche riconoscersi in un corpo nuovo, diverso, più fragile forse, ma anche più cazzuto. La risposta più ovvia, quella più empatica, è sempre arrivata da chi stava come me, da chi sta come me, e mi sembra anche logico. Ho sempre percepito forte il sostegno di tutti, sia ben chiaro, e non avete idea di quanto sia efficace questo tifo spontaneo, quasi una prova d’amore. Grazie, davvero. Il problema resta per chi ci vive accanto, per chi spesso non sa come comportarsi, come aiutarci, e non si trovano le parole giuste. Non si trovano perché non siamo noi a doverle dire.

E all’improvviso un giorno, su Facebook, un amico che sta vivendo la stessa lotta accanto a una combattente, un amico che ha una capacità di osservazione e di comprensione straordinaria, ha scritto quelle parole, quelle giuste, quelle che non ti aspetti. Le parole per voi che ci vivete accanto, le parole per aiutarvi ad aiutarci. Dure, difficili da digerire, vere. Questo amico si chiama Fabrizio Venerandi e ci tiene a precisare che Cecilia, la sua splendida moglie, lo ha aiutato a editare il suo post. Vero Fabrizio, però il cuore ce lo hai messo tu, e io ti ringrazio infinitamente di averlo fatto e voglio condividere qui questa sorta di vademecum pronto per l’uso. Anche questa, anzi proprio questa, è una prova d’amore.

PER TE CHE MI STAI VICINO

Per quanto possa sembrare una cosa ovvia, chi sta male sta male. È sofferente. È insofferente. Verso di te e verso quello che dici e fai. In quel momento al centro dei suoi pensieri c’è la sua malattia, quello che patisce, quello che potrebbe patire, e tutti i fantasmi che la malattia si porta dietro e con cui addobba i giorni che ancora devono venire.

Non è detto che pensi solo a quello, ma la malattia occupa un posto importante che potrebbe essere più importante di te.

Possono esserci appuntamenti quasi quotidiani con medici, terapisti, infermieri, eccetera in cui è comunque necessario ricordarsi della malattia. Così come è importante ricordarsi medicinali da prendere, orari da rispettare, incontri da non dimenticare.

Queste cose richiedono concentrazione, pazienza, sangue freddo. È possibile che una persona concentri tutte le sue energie, ottimismo e positività in queste cose che sono di fondamentale importanza, e sia stanco e insofferente verso il resto.

Quando ti avvicini a una persona che sta male ci sono una serie di cose che potresti evitare di dire o di fare. In questi mesi ne ho elencate alcune che ritornavano e che – secondo me – sarebbe bene soppesare prima di dirle.

a) il fatto che un tuo lontano parente o amico, che magari non ho mai conosciuto nella mia vita, qualche anno fa abbia avuto una malattia simile a quella che ho io, no, mi spiace, non induce empatia. Non c’è uno scarico della mia sofferenza né una sua attenuazione. L’unico motivo per cui questa informazione potrebbe essere interessante è se stai facendo delle statistiche personali, in tal caso, tienile per te.

In ospedale seguo cure individualizzate, vengo trattato come persona, con le mie particolari caratteristiche e mai confrontato con altri: perché lo devi fare proprio tu che mi conosci?

b) a meno che tu non sia il mio medico non ci tengo a sapere che secondo te poi passerà tutto. Che poi starò meglio. Ora sto male e ho scarsissima fiducia nella tua capacità di dare diagnosi sul progresso della mia malattia. A volte non ce l’ho nel mio medico, figurati in te che hai problemi ad aprire correttamente un cerotto.

Voglio avere fiducia nel mio medico, e ogni volta che qualcuno mi dice che il tal dei tali ha fatto così ed è stato cosà, le parole del mio medico vengono accostate a un flusso continuo di opinioni svariate, e invece le sue sono le sole che voglio sentire.

No, il fatto che hai conosciuto una persona dieci anni fa che aveva la mia stessa malattia e poi è stata meglio non migliora il mio stato (vedi punto a, ma anche punto c). Anche perché sono mesi che ho scandagliato tutta internet e so a memoria le statistiche reali del decorso della mia malattia.
Tu no, stattene.

c) la mia malattia è unica, fattene una ragione. Non equipararla a quella volta che sei caduto dalla bicicletta e ti sei sbucciato un ginocchio. Non è “più o meno la stessa cosa”. La mia malattia è unica, non ha niente a che vedere con te o con quello che hai vissuto un passato, specie se hai avuto esperienze completamente diverse dalla mia.

d) non pensare di potere risolvere la mia sofferenza. Non arrivare in casa mia o a fianco del mio letto di ospedale con l’atteggiamento da maschio o femmina alfa che prenderà in mano tutto e curerà il mio male. Non sei tu il mio medico, non sai niente della mia terapia.

e) non dirmi che “una volta finito tornerà tutto come prima”. Non tornerà tutto come prima. Io non sono più quello di prima, sono già cambiato ora. E no, una volta finito tutto, non sarà finito tutto. Questa cosa ha modificato la mia vita e io lo so, tu no. So che ti dà fastidio, che preferiresti che il male non fosse tra di noi, ma c’è.

So che la cosa ti disturba, ma – scusa – è un problema tuo.

f) Se vuoi puoi ascoltare, ne ho bisogno. Possiamo parlarne. Parlando con gli altri spesso trovo soluzioni a piccoli problemi, cambio prospettiva. Ma non dirmi cosa faresti tu al posto mio o cosa tu pensi che accadrà, a meno che non ti assuma tu direttamente qualsiasi tipo di conseguenza ed effetto, sul tuo corpo.

g) Evita di consigliare, per qualsiasi tipo di sofferenza, di andare automaticamente da uno psiconcologo o psicocosologo. Non perché sia sbagliato, intendiamoci. Ma prima di tutto potrebbe esserci una sofferenza fisica da superare, secondariamente perché potrebbe non essere il momento opportuno in relazione alle terapie che sto seguendo, per terzo perché c’è un team di persone che mi segue e conosce meglio la situazione.

Ma soprattutto perché posso avere il diritto di essere incazzato, di sfogarmi, di stare male. Scopo della psicologia non è imparare a indossare una maschera ridanciana per far felice te o per sentirsi dire come sei forte. Tutto il contrario.

h) Non chiedermi “come mi organizzo”, non propormi cose da organizzare, o metti in conto che abbia difficoltà nel farlo.

Organizzo le terapie, gli incontri con i medici, le medicine. Organizzo (il minimo indispensabile) per i minorenni di cui ho la patria potestà, per non rendere un porcile il posto dove abito. E posso fare confusione già in queste cose.

A volte non ti telefono nemmeno per non dover organizzare un dialogo.

E soprattutto, per favore, non chiedermi “come ti organizzi il prossimo anno, cosa fai il prossimo anno”. Il mio orizzonte temporale non supera le prossime due ore.

i) Il fatto che non ti fai sentire “per non disturbarmi”, mi disturba. Non sono io a doverti chiamare se ho bisogno di qualcosa, se vuoi aiutarmi vieni ad aiutarmi.

A volte non mi rendo nemmeno conto di aver bisogno di aiuto. Se non ti voglio attorno, giuro, te lo farò capire con chiarezza. In quel caso, non ti offendere: non ti voglio attorno perché sto male, io sto male, questo non dimenticarlo.

Le scorte per i giorni di magra

Ci sono giorni, a volte settimane, in cui non va tutto bene. Non si scherza, questa Cura non è una passeggiata in montagna in un giorno di primavera pieno di sole. Ci sono le ombre scure, ci sono le tempeste di pioggia e vento, ci sono i momenti di profonda disperazione nei quali non capisci se riuscirai a superare tutto questo oppure no. Quelli sono i momenti in cui ti prendi in braccio e ti consoli e ti fai forza, attingi a quelle riserve di energia che nel tempo hai accantonato, come facevano gli anziani, le scorte per i giorni di magra.

Allora accade che nonostante tutto il dolore, la stanchezza, la nausea, la paura, ti ritrovi a fare un milione di cose proprio in quei giorni lì, proprio quando vorresti e dovresti staccare la spina del mondo e rifugiarti in un’alcova sicura e aspettare che tutto passi.

Tra le innumerevoli iniziative alle quali ho partecipato, una in particolare mi ha lasciato un segno, come una sorta di carezza benefica sul corpo e sulla mente. Sono andata ad uno spettacolo teatrale originale, Herbarie: le chiamavano streghe, una messa in scena d’impatto, con tre attrici bravissime e una storia antica come il mondo. Le Herbarie erano quelle donne che curavano con le erbe, che ne conoscevano i segreti benefici e malefici, erano ostetriche e abbacadore, portatrici della “buona morte”, erano consigliere e dispensatrici di saggezza da tramandare di madre in figlia. Erano donne legate alla madre Terra e alla sua dea, ribelli e indomite e proprio per questo in seguito perseguitate e mandate al rogo come streghe.

Mi ha emozionata profondamente questo spettacolo, ha suscitato in me migliaia di ricordi appassionati di mia madre, di mia nonna, ricordi legati ai riti antichi, lo sfascino, il potere taumaturgico delle mani bollenti di Mariù, i rimedi naturali (il tarassaco, l’aglio, i cetrioli sulla fronte, i tranci di aloe sulle bruciature), nonna Teresa che mi teneva in braccio e mi raccontava la storia di Polifemo e Ulisse, con la sua voce aspra come la terra di Calabria eppure dolce come il miele.

Ricordi di donne che si tramandano un sapere antico, che arriva da lontano, forse proprio da quelle Herbarie che poi chiamarono streghe. Chissà perché hanno ancora tanta paura di noi…

Io sono una persona difficile da amare #SanValentino

Ho fatto una ricerca approfondita nel mio blog e posso confermare che non ho mai scritto articoli su San Valentino, almeno non direttamente, quindi quella di oggi è una novità assoluta. Questo non vuol dire che il 14 Febbraio per me non significhi nulla; significherebbe molto se non fosse che dalla mia memoria non arrivano ricordi legati a festeggiamenti amorosi, nessuno, mai.

Che tristezza, direte. Io però la vedo più come una svista o un mio personale tentativo di auto boicottarmi proprio quel giorno lì, che mi hanno sempre imbarazzata le cose sdolcinate e fatte apposta, “one shot, one day” e passa la paura, cuoricini e baci Perugina, cene a lume di candela e canzoni strappacuore e per sempre, per sempre, per sempre (non è vero, io adoro tutte queste cose ma ho sempre creduto che nessuno le sapesse fare meglio di me, cazzo di presunzione del cazzo, così nessuno si è mai azzardato a fare niente).

Col passare del tempo ho capito una cosa davvero importante: io sono una persona difficile da amare. E non parlo di quell’amore generale, l’amore che comprende la famiglia e gli amici, anche i passanti va’. No, parlo dell’amore che è attrazione, che fa sangue e sesso, l’amore carnale e spirituale che ti fa perdere peso perché ti nutri di emozioni, l’amore che ti fa anche male e ti dici che allora sei viva (questa è un po’ una cazzata secondo me, sarebbe meglio farsi sempre bene, però alzi la mano chi non ha mai sofferto amando…).

Io sono difficile da amare perché sono abbastanza stronza con gli uomini. Non me la tiro, no, anzi mi dono, a volte troppo e troppo in fretta, con tutta la passione e il fuoco che mi definiscono. Il fatto che poi, esplicitamente o meno, pretenda lo stesso in cambio ecco, questo fa di me una stronza. Il maschio, alfa o beta poco importa, non se la aspetta questa richiesta, si crogiola nel “tanto fa tutto lei” e si ritrova impreparato alla resa dei conti. Ma davvero chiedo troppo? Da quanto raccontano le mie Love Stories deduco che sì, chiedo troppo.

Sono difficile da amare anche perché non sono docile, non sono accomodante, non sono tollerante. Ma queste sono caratteristiche più recenti, la vita da single e gli anni di maturità portano ad essere molto selettive, a sgamare subito sia gli “uomini-tappeto” che gli “uomini-bufala” – quelli con la tutina da supereroe, solo quella – e a capire alla fine che l’uomo giusto resta il tuo migliore amico, che è meglio resti tale per evitare cataclismi.

Qualcuno mi ha detto anche che sono difficile da amare perché sono troppo bella… ora, io ringrazio e mi inchino davanti a tale immenso complimento, il mio ego non riesce neanche più a contenersi per quanto è gonfio e tronfio ma, sul serio, una cazzata del genere proprio io me la devo bere? Che la bellezza faccia storicamente paura è risaputo, ma che io sia troppo bella (c’è un troppo che stroppia) e che addirittura questo sia motivo per non amarmi, beh non ci sperate, non me la graffio la faccia per uno straccio di amore così pavido e vigliacco, non ne vale la pena.

Infine sarei difficile da amare perché troppo forte. Ancora. E dai…

San Valentino, per chi non lo sapesse, fece morire contemporaneamente i due innamorati affinché non fossero mai separati. Una storia non proprio a lieto fine, ma voi cari innamorati dell’amore, vivete oggi, domani e fin quando sarà la vostra favola bella, che di favole non ce n’è mai abbastanza. Io mi vado a comprare una scatola di Rocher.