Le parole che non ti aspetti (per te che mi stai vicino)

Ci sono stati momenti in questi mesi, anni ormai, da quando è cominciato questo nuovo viaggio, in cui ho provato a spiegare a chi mi stava intorno cosa significhi lottare contro il cancro. La difficoltà primaria è sempre stata quella di far capire qualcosa che neppure io ancora capivo (non è che adesso ne sappia molto di più…). Il fatto è che questa malattia, la lotta per sconfiggerla, tutto ti sovrasta, è tutta una corsa e una prova di forza immane, indescrivibile, in cui metti tutta te stessa d’istinto, senza stare tanto a pensare. Se mena qua, nun se ragiona. E quando meni di brutto come fai a trovare la lucidità e il tempo e l’energia per spiegare? Non puoi.

Dall’altra parte ci sono ovviamente i parenti, gli amici, le persone che ti stanno vicino che non sanno cosa fare, cosa dire e che spesso si nascondono dietro questo limbo di “ignoranza” (di chi ignora, s’è capito almeno questo?) per proteggersi. E io questo lo capisco bene. E come me credo lo capiscano bene anche tutti gli altri combattenti. Che poi non pensiate che siamo tutti lì, uniti, a combattere una stessa guerra come un esercito. No. Ci guardiamo solidali, ci comprendiamo come nessun altro, ci raccontiamo trucchi e strategie, ma di guerre individuali si tratta, le combattiamo da soli.

Su questo blog ho raccontato più volte, anche in modo crudo, diretto, come stavano le cose, come si vive in una situazione di lotta perenne, come si cambia per adattarsi a questa precarietà di vita che significa anche riconoscersi in un corpo nuovo, diverso, più fragile forse, ma anche più cazzuto. La risposta più ovvia, quella più empatica, è sempre arrivata da chi stava come me, da chi sta come me, e mi sembra anche logico. Ho sempre percepito forte il sostegno di tutti, sia ben chiaro, e non avete idea di quanto sia efficace questo tifo spontaneo, quasi una prova d’amore. Grazie, davvero. Il problema resta per chi ci vive accanto, per chi spesso non sa come comportarsi, come aiutarci, e non si trovano le parole giuste. Non si trovano perché non siamo noi a doverle dire.

E all’improvviso un giorno, su Facebook, un amico che sta vivendo la stessa lotta accanto a una combattente, un amico che ha una capacità di osservazione e di comprensione straordinaria, ha scritto quelle parole, quelle giuste, quelle che non ti aspetti. Le parole per voi che ci vivete accanto, le parole per aiutarvi ad aiutarci. Dure, difficili da digerire, vere. Questo amico si chiama Fabrizio Venerandi e ci tiene a precisare che Cecilia, la sua splendida moglie, lo ha aiutato a editare il suo post. Vero Fabrizio, però il cuore ce lo hai messo tu, e io ti ringrazio infinitamente di averlo fatto e voglio condividere qui questa sorta di vademecum pronto per l’uso. Anche questa, anzi proprio questa, è una prova d’amore.

PER TE CHE MI STAI VICINO

Per quanto possa sembrare una cosa ovvia, chi sta male sta male. È sofferente. È insofferente. Verso di te e verso quello che dici e fai. In quel momento al centro dei suoi pensieri c’è la sua malattia, quello che patisce, quello che potrebbe patire, e tutti i fantasmi che la malattia si porta dietro e con cui addobba i giorni che ancora devono venire.

Non è detto che pensi solo a quello, ma la malattia occupa un posto importante che potrebbe essere più importante di te.

Possono esserci appuntamenti quasi quotidiani con medici, terapisti, infermieri, eccetera in cui è comunque necessario ricordarsi della malattia. Così come è importante ricordarsi medicinali da prendere, orari da rispettare, incontri da non dimenticare.

Queste cose richiedono concentrazione, pazienza, sangue freddo. È possibile che una persona concentri tutte le sue energie, ottimismo e positività in queste cose che sono di fondamentale importanza, e sia stanco e insofferente verso il resto.

Quando ti avvicini a una persona che sta male ci sono una serie di cose che potresti evitare di dire o di fare. In questi mesi ne ho elencate alcune che ritornavano e che – secondo me – sarebbe bene soppesare prima di dirle.

a) il fatto che un tuo lontano parente o amico, che magari non ho mai conosciuto nella mia vita, qualche anno fa abbia avuto una malattia simile a quella che ho io, no, mi spiace, non induce empatia. Non c’è uno scarico della mia sofferenza né una sua attenuazione. L’unico motivo per cui questa informazione potrebbe essere interessante è se stai facendo delle statistiche personali, in tal caso, tienile per te.

In ospedale seguo cure individualizzate, vengo trattato come persona, con le mie particolari caratteristiche e mai confrontato con altri: perché lo devi fare proprio tu che mi conosci?

b) a meno che tu non sia il mio medico non ci tengo a sapere che secondo te poi passerà tutto. Che poi starò meglio. Ora sto male e ho scarsissima fiducia nella tua capacità di dare diagnosi sul progresso della mia malattia. A volte non ce l’ho nel mio medico, figurati in te che hai problemi ad aprire correttamente un cerotto.

Voglio avere fiducia nel mio medico, e ogni volta che qualcuno mi dice che il tal dei tali ha fatto così ed è stato cosà, le parole del mio medico vengono accostate a un flusso continuo di opinioni svariate, e invece le sue sono le sole che voglio sentire.

No, il fatto che hai conosciuto una persona dieci anni fa che aveva la mia stessa malattia e poi è stata meglio non migliora il mio stato (vedi punto a, ma anche punto c). Anche perché sono mesi che ho scandagliato tutta internet e so a memoria le statistiche reali del decorso della mia malattia.
Tu no, stattene.

c) la mia malattia è unica, fattene una ragione. Non equipararla a quella volta che sei caduto dalla bicicletta e ti sei sbucciato un ginocchio. Non è “più o meno la stessa cosa”. La mia malattia è unica, non ha niente a che vedere con te o con quello che hai vissuto un passato, specie se hai avuto esperienze completamente diverse dalla mia.

d) non pensare di potere risolvere la mia sofferenza. Non arrivare in casa mia o a fianco del mio letto di ospedale con l’atteggiamento da maschio o femmina alfa che prenderà in mano tutto e curerà il mio male. Non sei tu il mio medico, non sai niente della mia terapia.

e) non dirmi che “una volta finito tornerà tutto come prima”. Non tornerà tutto come prima. Io non sono più quello di prima, sono già cambiato ora. E no, una volta finito tutto, non sarà finito tutto. Questa cosa ha modificato la mia vita e io lo so, tu no. So che ti dà fastidio, che preferiresti che il male non fosse tra di noi, ma c’è.

So che la cosa ti disturba, ma – scusa – è un problema tuo.

f) Se vuoi puoi ascoltare, ne ho bisogno. Possiamo parlarne. Parlando con gli altri spesso trovo soluzioni a piccoli problemi, cambio prospettiva. Ma non dirmi cosa faresti tu al posto mio o cosa tu pensi che accadrà, a meno che non ti assuma tu direttamente qualsiasi tipo di conseguenza ed effetto, sul tuo corpo.

g) Evita di consigliare, per qualsiasi tipo di sofferenza, di andare automaticamente da uno psiconcologo o psicocosologo. Non perché sia sbagliato, intendiamoci. Ma prima di tutto potrebbe esserci una sofferenza fisica da superare, secondariamente perché potrebbe non essere il momento opportuno in relazione alle terapie che sto seguendo, per terzo perché c’è un team di persone che mi segue e conosce meglio la situazione.

Ma soprattutto perché posso avere il diritto di essere incazzato, di sfogarmi, di stare male. Scopo della psicologia non è imparare a indossare una maschera ridanciana per far felice te o per sentirsi dire come sei forte. Tutto il contrario.

h) Non chiedermi “come mi organizzo”, non propormi cose da organizzare, o metti in conto che abbia difficoltà nel farlo.

Organizzo le terapie, gli incontri con i medici, le medicine. Organizzo (il minimo indispensabile) per i minorenni di cui ho la patria potestà, per non rendere un porcile il posto dove abito. E posso fare confusione già in queste cose.

A volte non ti telefono nemmeno per non dover organizzare un dialogo.

E soprattutto, per favore, non chiedermi “come ti organizzi il prossimo anno, cosa fai il prossimo anno”. Il mio orizzonte temporale non supera le prossime due ore.

i) Il fatto che non ti fai sentire “per non disturbarmi”, mi disturba. Non sono io a doverti chiamare se ho bisogno di qualcosa, se vuoi aiutarmi vieni ad aiutarmi.

A volte non mi rendo nemmeno conto di aver bisogno di aiuto. Se non ti voglio attorno, giuro, te lo farò capire con chiarezza. In quel caso, non ti offendere: non ti voglio attorno perché sto male, io sto male, questo non dimenticarlo.

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Le scorte per i giorni di magra

Ci sono giorni, a volte settimane, in cui non va tutto bene. Non si scherza, questa Cura non è una passeggiata in montagna in un giorno di primavera pieno di sole. Ci sono le ombre scure, ci sono le tempeste di pioggia e vento, ci sono i momenti di profonda disperazione nei quali non capisci se riuscirai a superare tutto questo oppure no. Quelli sono i momenti in cui ti prendi in braccio e ti consoli e ti fai forza, attingi a quelle riserve di energia che nel tempo hai accantonato, come facevano gli anziani, le scorte per i giorni di magra.

Allora accade che nonostante tutto il dolore, la stanchezza, la nausea, la paura, ti ritrovi a fare un milione di cose proprio in quei giorni lì, proprio quando vorresti e dovresti staccare la spina del mondo e rifugiarti in un’alcova sicura e aspettare che tutto passi.

Tra le innumerevoli iniziative alle quali ho partecipato, una in particolare mi ha lasciato un segno, come una sorta di carezza benefica sul corpo e sulla mente. Sono andata ad uno spettacolo teatrale originale, Herbarie: le chiamavano streghe, una messa in scena d’impatto, con tre attrici bravissime e una storia antica come il mondo. Le Herbarie erano quelle donne che curavano con le erbe, che ne conoscevano i segreti benefici e malefici, erano ostetriche e abbacadore, portatrici della “buona morte”, erano consigliere e dispensatrici di saggezza da tramandare di madre in figlia. Erano donne legate alla madre Terra e alla sua dea, ribelli e indomite e proprio per questo in seguito perseguitate e mandate al rogo come streghe.

Mi ha emozionata profondamente questo spettacolo, ha suscitato in me migliaia di ricordi appassionati di mia madre, di mia nonna, ricordi legati ai riti antichi, lo sfascino, il potere taumaturgico delle mani bollenti di Mariù, i rimedi naturali (il tarassaco, l’aglio, i cetrioli sulla fronte, i tranci di aloe sulle bruciature), nonna Teresa che mi teneva in braccio e mi raccontava la storia di Polifemo e Ulisse, con la sua voce aspra come la terra di Calabria eppure dolce come il miele.

Ricordi di donne che si tramandano un sapere antico, che arriva da lontano, forse proprio da quelle Herbarie che poi chiamarono streghe. Chissà perché hanno ancora tanta paura di noi…

Io sono una persona difficile da amare #SanValentino

Ho fatto una ricerca approfondita nel mio blog e posso confermare che non ho mai scritto articoli su San Valentino, almeno non direttamente, quindi quella di oggi è una novità assoluta. Questo non vuol dire che il 14 Febbraio per me non significhi nulla; significherebbe molto se non fosse che dalla mia memoria non arrivano ricordi legati a festeggiamenti amorosi, nessuno, mai.

Che tristezza, direte. Io però la vedo più come una svista o un mio personale tentativo di auto boicottarmi proprio quel giorno lì, che mi hanno sempre imbarazzata le cose sdolcinate e fatte apposta, “one shot, one day” e passa la paura, cuoricini e baci Perugina, cene a lume di candela e canzoni strappacuore e per sempre, per sempre, per sempre (non è vero, io adoro tutte queste cose ma ho sempre creduto che nessuno le sapesse fare meglio di me, cazzo di presunzione del cazzo, così nessuno si è mai azzardato a fare niente).

Col passare del tempo ho capito una cosa davvero importante: io sono una persona difficile da amare. E non parlo di quell’amore generale, l’amore che comprende la famiglia e gli amici, anche i passanti va’. No, parlo dell’amore che è attrazione, che fa sangue e sesso, l’amore carnale e spirituale che ti fa perdere peso perché ti nutri di emozioni, l’amore che ti fa anche male e ti dici che allora sei viva (questa è un po’ una cazzata secondo me, sarebbe meglio farsi sempre bene, però alzi la mano chi non ha mai sofferto amando…).

Io sono difficile da amare perché sono abbastanza stronza con gli uomini. Non me la tiro, no, anzi mi dono, a volte troppo e troppo in fretta, con tutta la passione e il fuoco che mi definiscono. Il fatto che poi, esplicitamente o meno, pretenda lo stesso in cambio ecco, questo fa di me una stronza. Il maschio, alfa o beta poco importa, non se la aspetta questa richiesta, si crogiola nel “tanto fa tutto lei” e si ritrova impreparato alla resa dei conti. Ma davvero chiedo troppo? Da quanto raccontano le mie Love Stories deduco che sì, chiedo troppo.

Sono difficile da amare anche perché non sono docile, non sono accomodante, non sono tollerante. Ma queste sono caratteristiche più recenti, la vita da single e gli anni di maturità portano ad essere molto selettive, a sgamare subito sia gli “uomini-tappeto” che gli “uomini-bufala” – quelli con la tutina da supereroe, solo quella – e a capire alla fine che l’uomo giusto resta il tuo migliore amico, che è meglio resti tale per evitare cataclismi.

Qualcuno mi ha detto anche che sono difficile da amare perché sono troppo bella… ora, io ringrazio e mi inchino davanti a tale immenso complimento, il mio ego non riesce neanche più a contenersi per quanto è gonfio e tronfio ma, sul serio, una cazzata del genere proprio io me la devo bere? Che la bellezza faccia storicamente paura è risaputo, ma che io sia troppo bella (c’è un troppo che stroppia) e che addirittura questo sia motivo per non amarmi, beh non ci sperate, non me la graffio la faccia per uno straccio di amore così pavido e vigliacco, non ne vale la pena.

Infine sarei difficile da amare perché troppo forte. Ancora. E dai…

San Valentino, per chi non lo sapesse, fece morire contemporaneamente i due innamorati affinché non fossero mai separati. Una storia non proprio a lieto fine, ma voi cari innamorati dell’amore, vivete oggi, domani e fin quando sarà la vostra favola bella, che di favole non ce n’è mai abbastanza. Io mi vado a comprare una scatola di Rocher.

L’anno del Leone

Un gennaio così lungo non lo ricordavo da sempre. Che poi gennaio continua imperterrito ad avere trentuno giorni ma certe volte è la nostra percezione del tempo che cambia, e la mia questa volta è cambiata di brutto. E poi piove, piove, piove… che strazio. C’è voluto febbraio per regalarci un raggio di sole, il mese più corto, quello che in ventotto giorni si porta via anche i pensieri tristi. Dai, dai, dai che si comincia e poi è tutto in discesa.

Non è vero che è tutto in discesa, sono montagne russe queste. Sali sulla giostra della Cura e poi non sai bene cosa succederà. L’ho sempre detto che non amo i Luna Park, l’unico gioco che mi ha sempre attirato è il tirassegno. Se non fosse per questo dolore del cazzo che mi infiamma il fianco come ci fosse un pugnale incandescente… non era così la prima volta.

Il tempo, come gennaio, scorre in modo diverso quando lo misuri tra un antidolorifico e l’altro. Si dilata. Per fortuna che in mezzo ho tante cose da fare, il lavoro, la scrittura, i film, la musica. E poi l’abbraccio straordinario dei miei figli, di una famiglia ritrovata e di amici che… va bene, fine dei momenti strappacuore. Che poi ho scoperto una cosa incredibile: davvero il mondo è un mozzico di metriquadri perché non si spiega come sia possibile che tante persone che ho conosciuto, anche di recente e per vie traverse, siano amiche di amici che a loro volta sono amici di persone che conoscevo che sembriamo una enorme famiglia separata per un qualche cataclisma e che improvvisamente si ritrova. E i contesti sono i più diversi. Accade come se a un certo punto una forza centripeta potentissima ci attirasse gli uni verso gli altri per farci riconoscere in un contesto comune.

Il gatto guardiano, uno dei due che si alterna sul muretto fuori casa, quello tigrato e enorme, emette suoni strani da alcuni minuti. Sembrano grida d’amore. Dateje ‘na fidanzata che nun se regge.

Che poi tutti hanno detto che questo sarà l’anno del Leone, e io ci ho voluto credere un po’ che a qualcosa bisogna pur aggrapparsi. Credo di non aver mai sentito in tutta la mia vita da dipendentescetticadeglioroscopi di un “anno del Leone”, cioè con tutta la nostra forza, energia, mania di protagonismo, generosità abbiamo sempre dovuto farci il culo per portare a casa quei 365 giorni – che se ci andava male erano 366 – indenni, ammaccati o metà e metà ma sempre con fatica. Nessuno ti regala niente, neanche l’oroscopo. Quest’anno invece no, presagi fausti. Cazzo, che se fossero stati infausti sarei bella che sepolta… Mettiamola così, la mia innata indole ottimistica vuole pensare e credere fermamente che quest’anno io non solo arriverò a dicembre viva, che già è tanta roba, ma sarò anche molto molto più ricca. Avrò depositato dentro di me altre cose incredibili che fin’ora non avevo capito o imparato, sarò diventata molto più saggia – che palle! – avrò ricevuto una quantità indefinibile di amore.

Però fa male ‘sto fianco, fa male cupo e profondo, brucia. Ho paura, chi non ne avrebbe? Come ve la spiego questa paura qua? Non è che ci penso di continuo a quello che mi sta succedendo, anzi. Ci ho pensato una volta in modo logico e razionale e poi basta. Il fatto è che a un certo punto, quando meno me lo aspetto, arriva come un’onda enorme di sensazioni che mi sovrasta, mi annega e io annaspo nelle lacrime per ritrovare l’aria, e quando la ritrovo e respiro di nuovo ricomincio a vivere, tutto normale anche se normale non è ma è la mente che si proietta avanti, in un futuro prossimo possibile, fino all’onda successiva. Nuotare, bisogna imparare a nuotare veloci.

Ma che vuoi da me stronzo bastardo? Mi stai rubando del tempo prezioso, e solo questo avrai, solo questo.

Tutta questa faccenda del cancro mi sta lasciando cicatrici, inutile fare i finti eroi. Poi mi viene in mente quando, da bambina, guardavo i miei amichetti maschi con le ginocchia piene di segni di cadute, i gomiti scorticati un giorno sì e l’altro pure e ne ero invidiosa. Io non ci stavo tanto con la testa da bambina… ogni volta che cadevo e mi facevo male tornavo a casa trionfante, mai una lacrima, solo attesa spasmodica del cerotto da mostrare come un trofeo. Ora però basta vita, si parlava di cerotti non di questa roba, che mi guardo l’addome ogni mattina e mi domando come faccia a stare ancora tutto insieme (poi mi arriva l’onda dell’invidia del chirurgo che ha davvero visto tutto quello che c’è dentro di me e io no, una sorta di invidia del pene perché avrei voluto essere un medico e in compenso mi guardo troppi medical drama).

Ho ancora un romanzo e il suo seguito in cerca di casa e una parte emotiva di me e parecchio pessimista – quella che periodicamente metto a tacere con enormi bastonate virtuali – ogni tanto pensa che potrei regalare questi testi alle pagine di questo blog perché magari potrei non farcela a vederne la pubblicazione. Ma poi mi ricordo che questo è L’ANNO DEL LEONE quindi non solo saranno pubblicati entrambi, ma vi toccherà pure sorbirvi le presentazioni in giro, vi toccherà anche comprarli, vi toccherà anche leggerli… Intanto ne sto scrivendo un altro, sempre un noir – vi avevo detto che i due in attesa di casa sono noir? – che parla di una donna che deve liberarsi di un nemico invisibile (molto metaforico) e cerca di farlo in tutti i modi possibili. Ci sarà un piccolo crossover, un cameo per il quale ho chiesto il permesso a quella perla di scrittore che è Andrea Cotti. Eh, non vi dico altro.

Io non lo so cosa sarà domani, né dopodomani o i prossimi 365 giorni. So solo che la mia vita ricomincia ogni mattina dopo l’antidolorifico e continua nelle ore successive, un minuto dopo l’altro, momenti sommati che sono tempo e vita bella, perché la vita è bella tanto anche quando dormo perché lì ci sono i sogni, e nei miei sogni questo è l’anno del Leone e io sono una leonessa cazzuta regina della savana che ogni tanto si sdraia sotto un albero a leccarsi le ferite e guarda lontano in cerca del futuro. E lo trova.

P.S. Il gatto sul muretto ha trovato l’ammore.

E allora perché piangi?

Il fatto è uno e uno soltanto: è che dopo un po’ ti abitui all’idea che non ci sia più il tuo compagno maledetto, povero essere reietto costretto a nutrirsi di te. Di te. Va bene, non discettiamo su “roba buona” e “carne fresca” che ci vuole un attimo a precipitare nel grottesco, ma una cosa è certa, non si sa con quali criteri faccia le sue scelte.

Il fatto però – dicevo – è che a un certo punto ti abitui all’idea di non averlo più, di averlo sconfitto, distrutto, massacrato, ridotto in poltiglia da qualche parte, espulso come escremento vivente (cazzo se non è splatter questa visione…). Perché è questa la percezione che ne hai quando è lì, qualcosa di estraneo e putrido che in qualche modo ti inquina dal di dentro (splatter al cubo!). E neanche se ne fa accorgere.

Il problema del cancro – non di tutti i cancri ma di molti, quello mio per esempio – è che non ti avvisa mai. Non un colpo di tosse, non una linea di febbre, un dolore, niente. Per questo rimani a bocca aperta quando te lo dicono. Perché non ci credi. Perché tu STAI BENE. Eppure ti sottoponi a cure massacranti, a interventi demolitori, e ti dici che lo fai perché quella bestia sta lì e ti sta mangiando viva e tu niente, stai bene e non ti capaciti del perché devi devastare e avvelenare un corpo che NON HA NIENTE. O almeno tu non lo vedi, non lo senti.

Piccola parentesi per i miei amici ipocondriaci. Ora non fatevi prendere dal panico, non correte a farvi esami e tac e pet e tutto il cucuzzaro che non ho alcuna voglia di ritrovarmi l’intera Associazione Italiana Medici Oncologici dietro a tirarmi coltelli. La prevenzione è importante, come ho già detto in passato, quindi stile di vita e niente stress, così come è importante la diagnosi precoce, quindi i controlli periodici “normali”. Fare una tac ogni tre mesi non cura niente e nessuno. In ogni caso io scherzo e faccio ironia perché, alla fine della fiera, una risata salverà il mondo.

Poi passa il tempo e, anche se non dimentichi, ci pensi sempre meno a quello che hai passato, a quello che sei riuscita a farti per qualcosa che non hai mai visto. Perché è giusto così, la mente ti cura in questo modo… Sì, sì, lo so, io Scilla e Cariddi li ho visti, un pezzetto almeno, ma avete idea di quanto fossero piccoli quei frammenti? Non rendevano l’idea, non erano da prendere seriamente in considerazione (ma io l’ho fatto eccome).

Ora all’improvviso, nel momento di massima distrazione, tutta presa a fare programmi e amenità varie, mi parlano di recidiva. E io lo so cos’è una recidiva, è che il maledetto si è insinuato da qualche altra parte, ha agito in silenzio come nel suo stile e si è messo a fare danni. Recidiva. Mi fa pensare a quei condannati che tornano in carcere più volte per lo stesso reato. Non imparano mai, eh!? Ma io credevo di aver imparato… Forse ho saltato qualche lezione? E come la mettiamo col fatto che mi sento bene, che proprio non riesco a concepire che nel mio corpo ci sia ancora qualcosa che non va? Sto bene bene, non un po’ o così così.

Niente da fare, il corpo va violato ancora una volta, avvelenato ancora una volta, e si fa, sempre incredula, sempre stupita, ma si fa.

“E allora perché piangi stupida?”

“Perché mi dispiace”.

Try again – Volevo scrivere un post sulla paura

Volevo scrivere un post sulla paura ma poi è successo che c’era il black friday e mi sono detta che fai? non te li compri un paio di biglietti aerei scontatissimi per marzo? Sabato e domenica, così, toccata e fuga a Malta e Atene che neanche un taxi da Fiumicino a Roma ti costa meno. E poi a marzo è primavera, fa già abbastanza caldo da non portare il cappotto.

Volevo scrivere un post sulla paura ma poi è successo che c’era Stefano Sgambati a Roma col suo nuovo libro, “La bambina ovunque” (bello, bello, bello, leggetelo e riflettete) e mi sono detta che fai? non ci vai alla presentazione? Ci saranno anche tutti quegli amici tuoi, quelli che bazzicano i libri e la letteratura, Carmelo, Francesca, Sara, Chiara, Rossano e tanti altri e che vuoi perderti l’occasione di parlare di cose belle e di farti quattro risate?

Volevo scrivere un post sulla paura ma poi è successo che c’era il concerto del mio coro e dovevo ripassare Christmas Trip che lì ho una parte da solista bella tosta e mi sono detta che fai? non vai alle prove e ti perdi l’opportunità del caldo abbraccio collettivo dei tuoi amici coristi? Ma soprattutto ti perdi l’occasione di essere, ancora una volta, al centro del palco? Che siccome sono poco esibizionista io…

Volevo scrivere un post sulla paura ma poi è successo che tra pochi giorni c’è Più Libri Più Liberi e mi sono detta che fai? non ti organizzi qualche incontro in fiera per scrivere i tuoi articoli su Art a Part of Cult(ure)? Ci saranno pure i tuoi amici scrittori e editori, quelli che vedi solo in queste circostanze, con libri nuovi di zecca da toccare, annusare, leggere.

Volevo scrivere un post sulla paura ma poi è successo che mi sono accorta di non averne più di paura, che se l’ho messa da parte per organizzarmi tutte queste cose è perché alla vita non gliene frega niente che quel maledetto è tornato, non gliene frega niente perché è più forte lei e quindi cazzo, che faccio? le vado contro? Mi blocco e aspetto?

Volevo scrivere un post sulla paura ma ho scoperto che nel frattempo aveva vinto il coraggio e allora niente, basta pause. Si lotta, si vince, si perde e poi si vince ancora. Magari si piange un po’. Magari si vive. (Mariù, la prossima volta che ti chiedo un segno pensaci bene che stavolta hai toppato alla grande. Lotteria, quella, nient’altro. Try again.)

Ognuno ha la sua “crisi”. L’austerity del 1973

 

 

 

Chi se la ricorda? Ovviamente mi rivolgo a un pubblico di over anche se, a parlarne oggi, potrebbe essere ancora attuale. Ho scritto questo articolo qualche anno fa per il blog di Saverio Simonelli, Inoltre, e ho pensato che in questa domenica piovosa, che il sole proprio non ce la fa a regalarci un po’ di luce in più, ci stava bene ricordare la prima vera “crisi” economica dopo il boom degli anni ’60, la prima che io ricordi almeno. E se ci penso a quanto ero giovane allora, al fatto che sin da bambina ho dovuto fare amicizia con termini così pesanti – austerità non dovrebbe entrare nel vocabolario di un bambino – mi rendo conto che la vita ci offre sfide e opportunità e che sta solo a noi saperle cogliere. Tanto le crisi ci saranno sempre.

Quel giorno mio padre disse: “Si va a piedi.” E per me che a piedi c’ero sempre andata non fu una grande novità. Che poteva interessare a me, ragazzina di tredici anni, dell’Opec, della crisi del petrolio, della guerra del Kippur? Che poi neppure lo sapevo cosa fosse il Kippur.

Mi accorsi che qualcosa era cambiato perché per strada spuntarono d’improvviso, come funghi, tante biciclette. Per strada. Come oggi in città nelle zone a traffico chiuso, che tutti camminano senza neppure guardare a destra e sinistra che tanto di auto non ce n’è. E pare una festa. Ecco, d’improvviso tutti accantonarono le severe regole sulla circolazione e si sentirono padroni dello spazio, di tutto quello che c’era. Spazio circolare, libero. Era una festa. 

In qualche posto spuntarono pure i calessi. I miei amici più spericolati (o più di tendenza), calzarono i pattini e via! Su otto ruote si va veloci, ci si sente padroni anche dell’aria. Io sui pattini non ci sapevo andare, ma poco importava, tanto non li avevo. Guardavo però con passione e desiderio le biciclette delle mie amiche. “Graziella” si chiamavano, forse per la grazia delle forme, forse perché con un nome gentile anche l’austerity pare addolcirsi. Io ci sapevo andare in bicicletta. Mi ero allenata su quella maschile di mio cugino, che neppure riuscivo a mettere i piedi in terra quando mi fermavo, e la canna mi faceva un male cane fra le gambe. E allora pedalavo in piedi. Ero brava, eh sì. Ma non avevo una bicicletta mia, tanto meno una “Graziella”. Allora lo capii cos’era quell’austerity di cui tutti parlavano. Lo capii quando mio padre, in un gesto di estrema generosità, mi regalò un monopattino rosso. Il mio tributo alla crisi fu una bici senza pedali e senza sellino.