I segreti degli scrittori: Sabrina Grementieri risponde alle mie domande indiscrete

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Voglio inaugurare oggi una sorta di rubrica che parli di scrittori. Niente di nuovo, direte voi, parli spesso di questo argomento. Invece no, parlo spesso di scrittura, e di cosa e come devono fare oggi gli scrittori per promuoversi, per farsi leggere, con o senza il supporto di un editore. Voglio provare a fare qualcosa di diverso e, ritengo, più utile per tutti: scoprire quali percorsi hanno scelto, intrapreso, affrontato quegli autori che, a mio avviso, hanno raggiunto dei risultati soddisfacenti. Il genere di soddisfazioni poi sono del tutto soggettive, ma, siamo onesti, come scrittori le ambizioni sono più o meno sempre le stesse, per tutti. Comincio con una scrittrice che conosco personalmente e che, direttamente o indirettamente, seguo da qualche anno. Le ho sottoposto alcune domande, per mia curiosità personale e per colmare quei “vuoti informativi” che credo possano interessare molti di noi.

image1 (1)Conosco Sabrina Grementieri dal 2012, quando partecipò con me all’avventura di NoBrandArt a Più Libri Più Liberi (qui potete leggere cosa fu quella eccezionale iniziativa).  Lei era una dei 23 professionisti della scrittura, autori, grafici, traduttori, editor che, in quegli straordinari giorni si misero in gioco in prima persona partecipando alla Fiera senza il supporto di alcun editore.

Mi colpì di lei la dolcezza e la determinazione, oltre alla sua passione per i libri e la scrittura. Allora era uscito, pubblicato con una piccola CE, Noccioli di ciliegie (libro che ho letto e che fa parte della mia libreria), e ricordo che parlammo delle difficoltà che incontravano i nuovi autori per emergere e di quanto fosse faticosa l’autopromozione.

Ho seguito Sabrina negli anni successivi, ho esultato con lei per le successive pubblicazioni, prima con Emma Books, poi con YouFeel di Rizzoli, per giungere all’ultima novità: una pubblicazione con una CE mainstream come Sperling & Kupfer.

C: Cara Sabrina, ne hai fatta di strada, complimenti! So che sei socia di EWWA sin dagli albori. Ritieni ti sia stato utile far parte di un gruppo così eterogeneo, almeno per quanto riguarda la scrittura? Pensi che le donne, nel mondo dell’editoria, possano davvero aiutare altre donne?

S: Ciao Cetta, innanzitutto grazie per le tue belle parole e il sostegno.

Per quanto riguarda EWWA, posso dire che per me è stata una fonte preziosa di informazioni e insegnamenti. In questi tre anni, grazie ai workshop organizzati, ho avuto modo di imparare molte cose sia sulla scrittura sia sul mondo editoriale che, confesso, non conoscevo affatto. Siccome non è un’associazione di sole scrittrici, ma anche di traduttrici, giornaliste, avvocati, sceneggiatrici e altro ancora, sono molte le informazioni e il supporto che possiamo ricevere. L’idea è nata sull’onda del successo di simili associazioni femminili americane. Personalmente credo ci sia ancora un po’ di strada da fare per raggiungere i loro risultati, ma sono convinta che le donne possano davvero fare molto quando decidono di unirsi e collaborare.

C: Emma Books pubblica solo in digitale. Come ci sei arrivata e come hai affrontato la promozione e divulgazione di un libro NON di carta? Cosa hai dovuto organizzare in prima persona e cosa ha organizzato la CE?

S: Ho conosciuto Maria Paola Romeo, editore di Emma Books al Women’s Fiction Festival di Matera. Le parlai di un romanzo che desideravo scrivere (proprio La Finestra sul Mare, uscito a giugno con Sperling & Kupfer) e mi chiese di mandarglielo non appena l’avessi avuto pronto. Le è piaciuto e da lì è iniziato il nostro rapporto di lavoro. La pubblicazione de Il Principe Pirata, il mio breve romance storico, con la sua casa editrice è avvenuto più tardi. Avevo un racconto finalista di un concorso che “voleva” essere ampliato e così è nato il romanzo.

La promozione e divulgazione di un libro NON cartaceo non è semplice. Al di fuori della ristretta cerchia di lettori forti, che ormai leggono quasi tutto in digitale, il lettore italiano preferisce ancora il cartaceo. Sapessi quante volte mi è stato chiesto: ma allora quando lo stampi, il tuo libro? Perché io lo leggo solo sulla carta. E le facce deluse quando gli dici che non accadrà? Non è mai piacevole. Anche perché li capisco: anche io amo il libro stampato. Ho una libreria con più di mille libri che spolvero e curo con affetto, e non li sostituirei con nient’altro. Ma, sia da lettrice che da scrittrice, non posso chiudere gli occhi di fronte alle grandi opportunità del digitale. In sette giorni di vacanza ho letto cinque libri, l’eReader infilato in borsa pronto per ogni momento libero. E vogliamo parlare dell’investimento? Io che amo i libri con le copertine rigide? 

Ho fatto una presentazione per uno dei miei eBook. Ho proiettato foto dell’ambientazione, ho parlato delle ricerche e della stesura del romanzo. E ho guardato con un po’ di sconforto le persone andare via insoddisfatte perché non avevano nulla tra le mani. Ma è anche vero che in questi anni ho aiutato a “convertire ” al digitale persone che non avrei mai immaginato, dunque c’è sempre speranza!

C: Veniamo a YouFeel. Sul sito Rizzoli c’è scritto “invia il tuo manoscritto”, sempre che corrisponda alle linee guida, e la pubblicazione sembra quasi cosa certa. Ma non è così. Pensi che far parte di EWWA ti abbia aiutato? Se sì, come? Voglio dare per scontato che il primo criterio di valutazione di una CE sia la qualità del testo, ovviamente e soprattutto nel tuo caso, ma sappiamo come sia difficile emergere tra le migliaia di files che giungono agli editor.

S: Come ti dicevo prima, fare parte di EWWA mi ha aiutato a migliorare la mia scrittura. Non credo affatto che gli autori vengano selezionati privilegiando l’iscrizione all’associazione. Ho avuto modo di conoscere Alessandra Bazardi, che si occupa della selezione dei manoscritti per Youfeel e ti assicuro che la qualità è il suo primo obiettivo. Con il mercato intasato di romanzi (grazie ma anche per colpa della possibilità data a chiunque di mettere in rete le proprie creazioni) credo che per emergere sia davvero importante la qualità. Che, ahimè, non sempre premia, o premia in tempi brevi, ma di questo rimango fermamente convinta.

C: Come hai proceduto per la promozione di questa nuova pubblicazione digitale? Trovo questo argomento molto interessante, perché tutti noi sappiamo come il pubblico lettore sia ancora diffidente, almeno in Italia, nei confronti degli eBook, e tra scrittori ci siamo spesso interrogati su quali strategie di promozione adottare. Una presentazione classica è possibile? O è meglio scegliere altri canali? Blog tour? Recensioni? La CE, in questo caso Rizzoli, ha aiutato?

S: Mi sono trovata molto bene nel gruppo di Youfeel perché ho trovato molta collaborazione tra le autrici. Ci si sostiene a vicenda, si cerca di diffondere reciprocamente le proprie uscite. Le recensioni delle blogger sono molto importanti. Le case editrici stesse si rivolgono a loro per le recensioni, e alcune di loro sono diventate delle vere professioniste. Non so se esita una vera e propria strategia vincente: non credo nello spam selvaggio, io per prima non sopporto di trovare tutti i giorni a tutte le ore, nella mia bacheca o nei gruppi dei quali faccio parte, sempre gli stessi romanzi. Però è anche vero che dobbiamo farci conoscere. Dunque blog tour, interviste, recensioni, qualche immagine carina con degli estratti da pubblicare ogni tanto in rete. Come ti dicevo prima, ho anche provato la via della presentazione classica, ma devi dare qualcosa al pubblico. Io non sono molto esperta, ma dicono che ci sia il modo per far scaricare il proprio eBook come regalo al lettore, ma poi non tutti coloro che vengono alle presentazioni leggono in digitale dunque mi viene da dire che non è la strada promozionale più indicata.

C: Arriviamo a La finestra sul mare, pubblicata con Sperling & Kupfer. Per prima cosa congratulazioni, davvero un belLa-finestra-sul-mare_Sabrina-Grementieri risultato. Come si arriva a un editore Mainstream? Molti noti editor dicono che, quando si invia un manoscritto, bisogna sapere a chi inviare, conoscere l’interlocutore. Mai inviare alla cieca se non si vuole rischiare di non essere mai letti. Per te è stato così? Racconta.

S: Confermo che inviare alla cieca è un grave errore. È importante informarsi su cosa pubblica la CE alla quale hai intenzione di mandare il manoscritto: se invio un romanzo rosa a una casa editrice che pubblica solo saggistica mi cestinano prima di finire di leggere la sinossi. E ci faccio anche una triste figura.

Io sono arrivata alla Sperling & Kupfer grazie al mio agente. Lei naturalmente sapeva a quali editori rivolgersi, quelli interessati al mio genere, e ciononostante non è stato semplice. Per quanto l’agente faccia una sorta di prima selezione, le case editrici hanno tempi molto lunghi, e ho ricevuto dei rifiuti dopo mesi di attese. Alla fine la Sperling & Kupfer mi ha dato fiducia e ora eccomi qui. All’inizio di una lunga strada in salita, ma sto cercando di fare del mio meglio. Essere pubblicati da una CE tradizionale non è un punto di arrivo, ma di partenza, e spero con tutto il cuore di meritare questa fiducia!

Un piccolo inciso. Ho sempre pensato che un agente letterario fosse una figura importante nel mondo dell’editoria, un filtro autorevole di cui gli editori si fidano, l’intermediario ottimale del nostro lavoro. Negli Stati Uniti gli scrittori non si muovono neppure senza avere un agente (e questo vale per tutte le arti), mentre in Italia si tratta di un soggetto ancora male inquadrato. Leggo spessissimo di autori che si lamentano perché l’agente tal dei tali ha chiesto loro soldi per “leggere il manoscritto” e compilare la “scheda di valutazione”, che diffidano altri autori dal rivolgersi a un’agenzia, che ritengono sia scandaloso chiedere soldi e che gli agenti letterari sono paragonabili alle EAP. Ecco, diciamo che anche in questo ambiente c’è la qualità e c’è la fuffa, e da quest’ultima bisogna sempre stare alla larga. Per quanto riguarda chi fa questo mestiere con serietà e passione, invece, bisogna ricordare sempre che il lavoro si DEVE pagare e che un agente che decide di rappresentarci è uno strumento formidabile per fare quel famoso “salto di qualità” cui tutti aspiriamo. Certo, non è detto che pubblicare un romanzo con una media o grande casa editrice ci sollevi da tutte le incombenze che dobbiamo affrontare da self o con un piccolo editore, specie per quanto riguarda la promozione del nostro libro, ma di sicuro ci fa acquisire maggior credibilità e visibilità, oltre a una distribuzione decisamente più capillare.

C: Per finire, dove vuole arrivare Sabrina Grementieri come scrittrice? Azzarda un sogno e che sia grande.

S: È quello che dico sempre ai miei bimbi: sognate sempre in grande! Sinceramente in questi cinque anni ho fatto molta strada, raggiungendo un traguardo insperato. Il mio sogno è avere la possibilità di continuare a scrivere e pubblicare, migliorare ancora la tecnica, e poter pubblicare anche all’estero. So che con La Finestra sul Mare c’è stato un piccolo salto di qualità rispetto ai precedenti romanzi, dunque io continuerò a lavorare con impegno e passione. I riscontri che ho avuto finora sono davvero incoraggianti. Lo sapevi che la scrittura era il mio sogno nel cassetto? Ora che ha preso il volo devo darmi da fare per stargli dietro!

Grazie Cetta!

I libri e il web. Come presentare un eBook?

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Prendo spunto da un articolo recentemente apparso sul sito di una casa editrice, Zandegù. Il titolo è “Perché non faremo più presentazioni di libri”, che già di per sé pare una provocazione. Le motivazioni addotte sono sicuramente valide, almeno dal loro punto di vista: eventi spesso deserti, vendite poco o nulla del tutto, costi mai recuperati per spostamenti e logistica. Stiamo parlando di autori magari non conosciutissimi, magari non affermatissimi, autori che, quindi, non hanno ancora una schiera di estimatori su tutto il territorio nazionale, pronta a spostarsi per seguire il proprio beniamino. Autori emergenti, insomma. Il fatto è che il fenomeno delle presentazioni semi deserte non riguarda solo questi scrittori. Mi è capitato di partecipare davvero a moltissimi eventi del genere e, tranne alcuni casi in cui il “nome” tirava come le mosche al miele, spesso c’era poca partecipazione. I numeri citati nell’articolo sono perlopiù corretti, nel senso che si va dalle 20/30 persone alle 50/60, ed è già un grande successo. Io mi sono attestata, qualche volta, a metà strada tra le due cifre, e si trattava sempre della “prima” uscita del romanzo. Ma è anche capitato di avere una decina di persone presenti. E si fa lo stesso, con modalità diverse magari, con un rapporto più intimo tra scrittore e lettore, ma la presentazione non si può annullare, per rispetto di chi è venuto, per rispetto del lavoro svolto. (Leggete qui alcuni suggerimenti per una presentazione pubblicati da Vibrisse)

Ma allora dov’è lo sbaglio? Cosa non va in questo particolare metodo di promozione del libro? C’è stata una piccola discussione sui social network su questo argomento, ma andiamo per gradi. Perché, alla fine dell’articolo, la CE Zandegù si pone il problema di come promuovere un eBook, quindi un libro digitale, impalpabile, senza un corpo ma con un’anima meritevole di essere conosciuta. Dicevo andiamo per gradi perché la cosa più insensata, secondo me, è pensare che le presentazioni servano per vendere libri. Oddio, certo che si vendono anche libri – specie se la presentazione si fa in libreria – ma, se non si esce dal tunnel della vendita ad ogni costo, probabilmente le presentazioni andranno sempre più deserte, perché i lettori si sentono come intrappolati quando partecipano, obbligati all’acquisto, costretti all’ascolto passivo a volte con tanto di spoiler. Ecco perché una presentazione dovrebbe essere solo un momento di aggregazione, di spettacolo, cosa che stanno mettendo in pratica diversi librai, un po’ folli e molto appassionati, ma che hanno capito che le presentazioni concepite come una volta non funzionano più. Ovviamente la piccola o media casa editrice XYZ che ora mi sta leggendo protesterà, perché ha bisogno di vendere libri, perché la distribuzione costa troppo e quindi le presentazioni servono per fare cassa, perché “pubblicare autori emergenti comporta il coinvolgimento degli stessi alla promozione del loro libro, e sono loro che dovrebbero attrarre pubblico (???)”. Chiariamoci, editori cari, noi siamo scrittori e scriviamo, voi siete imprenditori e vendete. Poi va da sé che ci lasciamo coinvolgere, che strombazziamo a destra e a manca la pubblicazione del nostro libro e relativa conseguente presentazione. Tutto questo è logico, in un sistema di reciproco aiuto, purché l’equazione non sia invertita. Io, autore, non posso sentirmi in colpa se alla presentazione del mio libro vengono solo dieci persone: qualcosa non ha funzionato, e non può essere il mio romanzo che ancora nessuno conosce… Suggerisco quindi ai piccoli e medi editori, come già fatto in post precedenti, di concentrare i loro sforzi economici su altri fronti, che vanno da un ufficio stampa adeguato a social media marketing fatto come si deve, a richieste di recensioni e articoli sui media classici, etc etc etc. Ma che ve lo devo dire io?

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Noi autori Indie lo sappiamo bene quanto sia difficile promuovere il proprio libro ma, se ci affidiamo a una casa editrice, è proprio per poterci dedicare ad altro. Scrivere, per esempio. Diverso è il caso in cui si tratta della pubblicazione di un eBook. E anche qui i selfpublisher, gli autori indipendenti, hanno sperimentato sulla propria pelle quanto sia complicato presentarli. Non si può andare in libreria, perché i librai, per ovvie ragioni, non vedono proprio di buon occhio il libro digitale. Anzi, come tutti, non lo vedono affatto perché, fisicamente, non c’è. Si può pensare ad altre location: teatri, caffè letterari, pub, ristoranti addirittura. Ma allora non si potranno più concepire presentazioni classiche, con l’autore e il relatore in cattedra a parlare, parlare, parlare… sì, ci potrà anche essere qualche intervallo musicale, ma diciamolo, che noia! Una volta ho pensato a una “messa in scena”. Volevo presentare “Quella volta che sono morta” e l’ho fatto in una specie di teatro, nel cuore di Roma, con la recitazione vera e propria di alcuni brani. Poca gente (era San Valentino), qualcuno ha anche prenotato e successivamente acquistato l’ebook ma, considerando che lo stesso aveva un costo di 1 €, mi dite voi quanto ne possa essere valsa la pena? In quel momento ho capito che, udite udite, un libro virtuale può essere promosso solo con mezzi virtuali. Poi, magari, ci si può incontrare di persona per parlarne, dopo che è stato letto, davanti a una pizza o in una biblioteca, in un contesto diverso (pensare ad una conferenza sulle tematiche trattate, ad esempio, e con altri “attori” partecipanti, potrebbe essere una buona soluzione) da quello strettamente legato ai libri. Resta il fatto che un eBook ha solo l’anima, e per farla conoscere e apprezzare al pubblico lettore, l’anima di chi lo ha scritto deve essere molto più luminosa. E le cose sono due: o l’editore ci crede e si preoccupa di fare il suo mestiere di imprenditore, o è meglio che non lo pubblichi affatto. E per l’autore vale lo stesso discorso, che si tratti di self o di Indie: o hai un’anima più luminosa del tuo stesso libro, capace di attrarre lettori sulla fiducia, o lascia perdere. Non è mai morto nessuno per non aver pubblicato un libro.

I libri e il web. Come raggiungere il proprio pubblico di riferimento? I generi letterari.

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Trovare il proprio pubblico di riferimento, il proprio target, per dirlo in termini adatti al marketing. Ma che brutta cosa. Cerchiamo di capirci: non è brutto trovare il proprio pubblico di riferimento, è brutto dover fare la fatica di cercarlo. Perché, come è intuitivo, uno scrittore vorrebbe che fosse la sua casa editrice a svolgere questo compitino. E se si tratta di un selfpublisher? E se si tratta di un Indie? Va bene, se hai voluto la bicicletta devi anche pedalare, vero, ma questo non significa che sia facile o piacevole.

Dopo tutti gli articoli che ho scritto su come farsi conoscere attraverso il web, sugli strumenti utili per un autore Indie 2.0, dopo aver confezionato addirittura una guida, ecco qui la questione più importante. Sì, perché alla fine, in quella rete enorme e eterogenea di lettori che, casualmente o volutamente, incontriamo nel nostro cammino, dobbiamo scegliere quali pesciolini sono più adatti al nostro banchetto. Sembra brutto definire i lettori dei pesciolini che abboccano all’amo o si fanno catturare dalla nostra rete, pare quasi un inganno. Ma nel mondo delle metafore questa è la meno peggio. Tutti ci facciamo irretire da qualcosa, anche quando siamo convinti di operare una scelta individuale. C’è sempre qualcuno che è in grado di sollecitare un nostro lato edonistico e di spingerci in una direzione piuttosto che in un’altra. Ma lasciamo la filosofia ai filosofi. Parliamo di cose serie.

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Per trovare il nostro pubblico dobbiamo sapere che genere di storie scriviamo.
Questo è il punto essenziale. Io invidio tantissimo gli autori di thriller, noir, fantascienza, fantasy, young adult, erotico, narrativa rosa. Loro sanno benissimo qual è il genere che trattano, non ci sono dubbi in proposito. E il “mercato editoriale” è ben strutturato per ricevere le loro proposte, perché è più facile incanalare le risorse (pubblicitarie, economiche) in una direzione ben precisa sapendo che, se il prodotto è buono, si otterrano dei risultati, piuttosto che seminare in uno spazio e tempo indefiniti sperando che qualcosa accada. Questo è quanto accade con la narrativa generale. Mai termine poteva essere più disarmante. Davvero, se fossi un direttore di marketing e mi trovassi davanti a un prodotto così generico, alzerei le mani. Eppure io scrivo romanzi di narrativa generale, e come me molti altri. Ma allora che fare?

Bisogna scavare.
Chi scrive narrativa generale ha pochi limiti nella narrazione. Non ci sono cose tecniche e mondi futuri da inventare (fantascienza), né indagini verosimili da portare avanti e che abbiano un senso (thriller, noir). Non ci sono nomi, esseri strani, riti da rispettare e leggende (fantasy), né posizioni fantasiose in situazioni assurde da descrivere (erotico). Per non parlare di principi azzurri in scenari da favola o di giovani eroi alla conquista del mondo. Niente di tutto questo ma anche tutto questo. Nel senso che una storia di narrativa generale può contenere tutto, come un minestrone, e risultare credibile. Bisogna saperlo fare, però. Nessuno ci vieta di far incontrare al nostro protagonista, in una sera d’estate ai Tropici, con una luna grande che si specchia nel mare, una donna misteriosa, che magari compie antichi rituali e che, in un momento topico ed eccitante, aiuta il nostro eroe a trovare le risposte della sua vita. Che storia banale… Ecco, bisogna evitare di fare questo mix pasticciato, perché non ci aiuterà a trovare più lettori. Probabilmente li farà fuggire a gambe levate. Scrivere solo ciò di cui si ha competenza. Altrimenti si può sempre andare a coltivare pomodori, che nessuno ci ha ordinato di fare gli scrittori mediocri.

Chi scrive narrativa generale sa benissimo che, all’interno della sua storia, c’è di più di un semplice racconto. A volte c’è storia (per la collocazione temporale, per l’arco narrativo), a volte c’è crescita individuale (formazione), altre volte c’è denuncia (fatti di cronaca, rivolte sociali), altre ancora c’è il ricordo (i memoir sono stupendi, purché non siano autobiografie di perfetti sconosciuti). Insomma, sono davvero tantissimi gli ambiti in cui si può spaziare, quindi cerchiamoli. Quando mettiamo il punto finale alla nostra storia, abbiamo il dovere di sezionare il testo alla ricerca del messaggio più importante che abbiamo voluto inviare. Perché un messaggio c’è sempre, che ne siamo consapevoli o no. Una volta che lo abbiamo trovato, una volta che abbiamo deciso quale sia il più importante, allora possiamo anche targettizzare il nostro romanzo (immagino le smorfie di orrore che molti di voi avranno fatto). Sì, non è una brutta malattia. Dobbiamo dare un nome e cognome al nostro libro se vogliamo che sia trovato all’anagrafe scrittoria. Quindi:

  • Se è prevalente l’ambientazione storica, che sia lontana o un po’ più recente, avremo scritto un romanzo storico.
  • Se è prevalente la crescita interiore dei protagonisti, le relazioni interpersonali, la presa di coscienza, avremo scritto un romanzo di formazione.
  • Se raccontiamo fatti passati realmente accaduti che riteniamo debbano essere conosciuti, avremo scritto un memoir.
  • Se è prevalente la narrazione di fatti e situazioni attuali, che traggano spunto dalla cronaca o dalla realtà socio economica, avremo scritto un romanzo di narrativa contemporanea.

Insomma, sono tante le derive possibili, basta cercarle e avremo dato un “genere” al nostro libro. Ho detto al libro, non a noi come scrittori. Credo che, in linea generale, uno scrittore di fantascienza scriverà sempre fantascienza, come uno di thriller scriverà sempre thriller, e così via. Si tratta di specialisti nati, difficile far loro sperimentare altro. I generalisti sono più fortunati. Loro possono pescare ovunque, di volta in volta, e risultare credibili lo stesso. Per questo il “genere” non può essere affibbiato a loro come autori.

Forse solo nella letteratura sudamericana troviamo una categoria di autori che, pur scrivendo narrativa generale, quindi di fatto indefinibili, sono stati invece definiti. Sono i “visionari” come Marquez, la Allende, coloro che hanno inventato un genere tipico e assolutamente irripetibile in cui troviamo la cronaca, il misticismo, la formazione, la storia, la denuncia, il noir, il fantasy, tutto insomma. Che meraviglia! Quanto daremmo per poter inventare qualcosa di simile anche noi?

Rivolgiamoci al nostro pubblico.
Per ora e prima di diventare dei possibili premi Nobel per la letteratura, limitiamoci a scrivere belle storie e a proporle a quel pubblico che abbiamo individuato. Magari di nicchia, ma va bene. Se abbiamo scritto qualcosa di davvero interessante, sarà una nicchia che non ci abbandonerà. Rivolgiamoci a loro, immaginiamo di averli davanti e, come un inventore con il suo marchingegno, di spiegare con parole comprensibili cosa abbiamo voluto raccontare e perché. Se riusciremo a fare questo (nel chiuso della nostra stanza, davanti a uno specchio, insomma da soli), se riusciremo a convincere questo pubblico immaginario, allora sarà il momento di scrivere quelle parole pensate. Sarà il nostro “spot”, la nostra presentazione ufficiale. Non la sinossi, non il riassunto del romanzo per una casa editrice. Dovremo essere in grado di incuriosire senza svelare nulla, di attrarre senza circuire. Come? Beh, siamo scrittori, no?

 

Un premio letterario allunga la vita? Dallo Strega ai concorsi vanity press. Suggerimenti per autori Indie 2.0

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Parlare di premi letterari non è semplice. Ogni anno, più o meno di questi tempi, si innesca la polemica tra i sostenitori e gli oppositori dello Strega, ambito e prestigioso premio letterario italiano che, se un tempo era sinonimo di successo personale e di vendite, oggi è sinonimo di successo personale e di vendite. Dai, non è una svista, è la realtà. Nonostante tutte le magagne che ci sono dietro, nonostante la smorfia schifata dei puristi al solo pensiero di far parte di quel circo della parola scritta, nonostante gli scandali che poi scandali non sono, il Premio Strega è come Sanremo: noi Italiani non sappiamo farne a meno. Stiamo lì a criticare, giudicare, fischiare con il desiderio segreto di essere lì un giorno, tra i candidati e, magari, facendo un volo pindarico, nella famosa cinquina finale.

Ma veniamo al dunque. La scorsa settimana sono stati resi noti i nomi dei 27 candidati di quest’anno. Sapete come funziona la candidatura? Dovrebbe essere così: due “Amici della domenica” propongono un libro che ritengono meritevole, ne scrivono le motivazioni e, entro il 4 aprile (più o meno), si rendono noti i titoli che concorrono. Quindi due sponsor per ogni titolo. Poi mi piacerebbe sapere come fare a contattare per tempo questi giurati (che sono 400) e mi immagino gli editori che, ogni anno, subissano questi signori di testi e regalìe varie per “convincerli” della bontà di questo o quel libro. Ma qui siamo nell’ambito delle magagne, quindi tiriamo dritto che non è questa la sede. Diciamo che i nomi dei 400 amici della domenica di casa Bellonci sono noti e che, volendo, ci si può arrivare. Al resto bisognerà provvedere… Certo, fino all’edizione 2014 del premio le case editrici partecipanti erano sempre le solite note perché, diciamolo, il Premio Strega costa. La novità inserita nel 2015 non ha cambiato di molto la situazione. In virtù e in funzione della “bibliodiversità” (sembra uno spot per la salvaguardia di una specie in via d’estinzione), il Premio Strega ha deciso di garantire la presenza, anche nella cinquina finale, di almeno un titolo pubblicato da piccolo o medio editore. Solo che, anziché 300 copie del testo partecipante, dal 2015 bisognerà inviarne 500. Che per un piccolo editore sono già la massima aspirazione di tiratura e vendita… Però, però, però, se si crede nel testo, se si pensa di aver scovato il capolavoro, se si ha la borsa piena per qualche misterioso motivo, si potrebbe tentare, caro piccolo editore, o no? Non sta a me giudicare quanto valga la pena investire in 500 copie gratuite di un libro. Lo farò quando avrò scritto un libro da premio Strega.

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La novità secondo me straordinaria di quest’anno sta nel fatto che uno dei 27 libri proposti sia stato pubblicato da Amazon Publishing. Riccardo Bruni è l’autore di “La notte delle falene”, è candidato allo Strega 2016, e proviene dal selfpublishing. Udite, udite! Mi direte che Amazon Publishing è un editore vero e proprio. Sì ma, avete provato a inviare un manoscritto in valutazione? Come si fa con gli altri editori, quella cosa normale in cui si scrive una bella lettera di presentazione, si allega la sinossi, magari un paio di capitoli, una biografia dell’autore e click! Si spedisce tutto e si incrociano le dita almeno per sei mesi. Ci avete provato? Ecco, con Amazon Publishing non funziona così. Loro “pescano” tra gli autori self che si trovano nel mare magnum di Kindle Direct Publishing (KDP per i senior), verificano le vendite (loro possono, hanno i dati reali), verificano il gradimento del pubblico vero (loro possono, per lo stesso motivo di prima), e, con questi dati che garantiscono un riscontro realisticamente positivo, si mettono in contatto con l’autore. Quest’ultimo passaggio è ancora da verificare ma, dalle interviste rilasciate da Riccardo Bruni, pare proprio sia così. Pensateci: se un selfpublisher bravo, che scrive bene e si promuove altrettanto, viene “premiato” da Amazon con visibilità maggiore, cosa mai potrà fare il mega colosso per gli autori che si è scelto da solo? Apprezzo Riccardo Bruni per la sua estrema coerenza da autore Indie. Dopo tanto tempo speso a imparare come promuoversi da self ha ceduto le redini a chi, in questo, può supportarlo come nessun altro può. Anche se c’è chi storce il naso davanti all’arrivo di Amazon come editore. Ma, perché? Chi meglio di loro può decidere, una buona volta, di far circolare ciò che realmente il pubblico lettore apprezza? Ma non siamo qui per parlare di questo. Siamo qui per capire se un premio letterario allunga la vita.

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Il Premio Strega sì, allunga la vita di un romanzo almeno di un anno, fino all’edizione successiva in pratica. Scherzo… secondo me anche di più, perché l’autore candidato o finalista o vincitore o, se è fortunatissimo, il secondo classificato (della sua sfiga si parlerà finché si avrà voce), porteranno per sempre il “marchio”, il bollino giallo del famoso (e, a mio avviso, orribile) liquore, un po’ come accade alla progenie delle celebrità. Riccardo Bruni è un caso nel caso, quindi di lui si parlerà probabilmente di più perché ci sono altri ambiti di interesse (editoria, selfpublishing, digitale, marketing, etc etc) e perché il suo libro è proprio bello. In ogni caso qui stiamo parlando di un premio per libri già pubblicati. Sembrerà strano ma, in Italia, non sono tantissimi. O meglio, i premi letterari per narrativa edita importanti sono pochi, difficili da approcciare e costosi (in termini di copie gratuite da elargire o di quota di partecipazione). Penso, ad esempio, al Campiello o al Bancarella. Avete mai letto il regolamento del Campiello? Preparate un antiacido. E quello del Bancarella, col suo misteriosissimo Comitato di librai?

Se i premi letterari per narrativa edita sono pochi (quelli per la poesia pochissimi), i premi per la narrativa inedita sono ancora meno. Allora, cerchiamo di capirci: io sto parlando di premi importanti a livello nazionale e internazionale, e lo faccio perché mi apre la strada al gran finale di questo articolo, che ora non vi svelo. Dicevo, i premi per la narrativa inedita sono pochissimi e, tra questi, vorrei citarne due: il Calvino e il Neri Pozza. Il primo, annuale, ha una quota di partecipazione non indifferente, ma offre opportunità di rilievo anche a chi non vince. Parlo di opportunità di pubblicazione con editori di peso, ovviamente. Ma anche la visibilità di ritorno non è male! Il secondo, biennale, ha qualcosa di particolare: è gratuito e offre, al vincitore, un premio di € 25.000 come anticipo diritti d’autore. Sì, perché Neri Pozza ti pubblica. Conoscendo l’editore posso affermare che la qualità dei testi è, di sicuro, notevole, quindi chi vince questo premio, probabilmente non avrà la pubblicità strombazzata degli slogan mainstream, ma il plauso costante e l’ammirazione di chi apprezza l’eleganza senza tempo.

Dunque la mia conclusione è questa: nel bene e nel male, partecipare a questi premi letterari serve. Poi sta all’autore gestire al meglio ciò che da essi gli arriva e, soprattutto, rispettare le aspettative del lettore. Per quanto riguarda gli editi, vorrei suggerire agli editori piccoli e medi, quelli che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese ma che meriterebbero di più, di seguire alcune strategie Indie:

  • Stampare meno carta. Non dico di non farlo, ma di stampare solo quella necessaria e richiesta (per alcune librerie indipendenti, per le presentazioni, per le fiere). Gli eBook costano molto meno, circolano meglio, di più e per più tempo, si promuovono più facilmente.
  • Utilizzare il denaro risparmiato per investirlo in servizi editoriali. Assumere (e pagare) buoni editor aiuterebbe a pubblicare libri migliori.
  • Utilizzare il denaro risparmiato (sì, tutto si riduce a spendere meglio) per investirlo in promozione. E in questa rientra anche la stampa di 100 o 500 copie del libro in cui si crede da distribuire gratis ai giurati di un premio letterario importante. Soldi buttati? Avrete almeno 100 o 500 lettori certi, e nessun reso.
  • Utilizzare il denaro risparmiato per avere un buon ufficio stampa.

Poi ci sarebbero ancora tanti altri suggerimenti, ma questi per ora bastano. Immagino già la levata di scudi degli editori piccoli e medi che fanno già tutte le cose che suggerisco ma, se non siete in quella categoria, che li levate a fare ‘sti scudi? Voi siete da esempio, giusto?
Tutti gli altri Concorsi Letterari (vedete che qualcosa è cambiato? Non più Premi, ma Concorsi) sono per il vanity press e dintorni. Va bene, dai, non proprio tutti. Ci sono alcune eccezioni. Ci sono dei premi minori, ad esempio, o selettivi per il genere letterario di riferimento, o legati al territorio, che hanno una loro dignità ma che, siamo sinceri, non rispettano quell’equivalenza iniziale: premio letterario = successo personale e di vendite. Però sono gratificanti e fanno il loro mestiere di regalare un po’ di notorietà in più che non guasta mai e fa curriculum. Io, in fondo, ho partecipato a due premi come questi, e la cosa mi ha fatto oltremodo piacere. Tolte queste poche mosche bianche, il resto, cari miei, non serve a nulla. Addirittura potrebbe essere controproducente partecipare ad alcuni di questi contesti che, notoriamente, propongono a vincitori, finalisti, praticamente a tutti, pubblicazioni con EAP, targhe inutili, diplomi ancora più inutili, frutta, verdura e prodotti tipici (questi magari inutili non sono…). Dico controproducente perché IL PUBBLICO LETTORE LO SA, e i giornalisti lo sanno, e i blogger lo sanno e, insomma, tutti lo sanno cosa c’è dietro questi pseudo concorsi, spesso organizzati dalle stesse EAP (case editrici a pagamento) che poi propongono, in premio, la pubblicazione. Un bel nulla. Né un’intervista, né una recensione vera o farlocca, né un invito a partecipare a qualche evento importante, né un aumento di vendite o, soprattutto, di lettori. Alla fine l’autore Indie che avrà avuto l’infelice idea di partecipare a uno di questi concorsi, si ritroverà a dover giustificare il fatto di essere un self e di aver anche partecipato a un concorso vanity press. Quale onta! E quando la laviamo?

In conclusione, cari scrittori Indie, diffidate dalle imitazioni. Sono costose e lasciano in bocca il sapore amaro di un caffè scadente. Da discount.

 

I libri e il web: la guida è servita.

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Ci ho pensato e ripensato. Poi qualcuno mi ha scritto e mi ha chiesto: “Perché non pubblichi una guida?”. Mi sono detta che in fondo, dopo tanto scrivere sul blog di questi argomenti noiosi, la promozione sul web, i tools gratuiti sul web, le azioni social sul web, tanto valeva confezionarlo davvero un eBook. Al mio gentile interlocutore ho però fatto una domanda importante: “Se io la pubblico, tu la compreresti?”. Ha risposto di sì. E allora l’ho fatto. E l’ho anche messa in vendita! Ti piace la cover?

Per te che mi stai leggendo, però, c’è la possibilità di averla gratis se ti iscrivi al mio Circolo Letterario. Clicca qui e il gioco è fatto. Questo è solo uno dei privilegi di appartenere a questa ristretta cerchia di amici.

Come tutte le guide, anche questa sarà in continuo aggiornamento. Lo farò sul blog e poi, se me la sentirò, se ci sarà richiesta, se qualcuno mi invierà un’altra email con suggerimenti strani, ne pubblicherò un’altra. E poi un’altra ancora… e poi anche un nuovo romanzo, magari.

Non aspettarti la soluzione a tutto quanto sia possibile fare sul web per un autore Indie. Io non sono un tecnico, non sono uno specialista. Sono una scrittrice che sperimenta ogni giorno e, come te, vorrei che tutto fosse più semplice e più lento, come quando mi siedo davanti allo schermo bianco del pc e comincio a raccontare una storia, e mi prendo il tempo necessario. Nel mondo virtuale non è possibile, tutto corre a una velocità pazzesca, per questo è importante condividere ciò che si fa, compresi gli errori, per evitare di regalare tempo prezioso a qualcosa che prezioso non è. A questo serve questa guida, a regalarti tempo. Fanne buon uso.

I libri nel web. Ho fatto tradurre il mio libro: e adesso? A caccia di lettori.

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Adesso è ufficiale: The day I died è disponibile nei maggiori stores online e presto ci sarà anche la versione paperback. Ho deciso di dedicare un’intera pagina del mio sito alle pubblicazioni in lingua inglese (qui), per facilitare la ricerca al pubblico anglofono e perché, diciamolo, fa la sua bella figura, no?

Riprendiamo ora il discorso dall’ultima questione posta nell’articolo precedente: come lo faccio circolare questo libro? Lo ammetto, in principio mi sono sentita un po’ come una zattera di notte in mare aperto: nessun appiglio, nessuna luce ad illuminarmi. Poi mi sono detta che, in fondo, i lettori americani, inglesi, australiani, si comportano più o meno come quelli italiani, giusto? Non proprio. Ciò che fanno, come noi, è radunarsi in gruppi social, ma in questi luoghi non fanno altro che postare link all’acquisto di libri: i loro libri. Ecco, non ho trovato su Facebook gruppi di lettori puri, o gruppi in cui gli autori possono incontrare i lettori. Ho trovato solo autori. Poi, magari, qualcuno di voi potrà aiutarmi a trovare qualcosa di meglio (sono graditi i link a commento di questo articolo), ma per ora le mie ricerche mi hanno condotta a questo.

I lettori si incontrano su Goodreads.

Ho scoperto che i lettori anglofoni si trovano su Goodreads. Sono distribuiti in comunità specifiche, addirittura per genere letterario, e organizzano un sacco di cose: forum, letture condivise, giveaway, concorsi. Per fortuna – o per caso – mi ero già iscritta ad alcune di queste community tempo fa. La verità è che, in principio, non sapevo proprio come funzionasse Goodreads, quindi mi sono iscritta a qualunque cosa anche se poi avevo ben poco da dire (un esempio, All about books). Mi limitavo a presentarmi, a dire che avevo scritto dei libri e che, prima o poi, li avrei fatti tradurre in inglese. Spesso la risposta dei gentili utenti era: “Allora torna quando lo avrai fatto…” Io però non mi sono demoralizzata e non ho perso i contatti e ora, finalmente, ho potuto annunciare a tutti la pubblicazione di The day I died. Credo che il prossimo passo sarà quello di organizzare un giveaway (volete sapere cos’è? Ci ho messo un sacco di tempo per scoprirlo, impegnatevi un po’ anche voi, no?), così coinvolgerò i partecipanti e farò in modo che siano “costretti” a parlare del libro. Parlare… questa è la parolina magica, il chiavistello che apre ogni porta.

Ancora per una settimana puoi richiedere qui la tua copia di “Quella volta che sono morta”, la versione in italiano di The day I died. Si tratta di un’iscrizione al mio Circolo Letterario, non chiedo soldi!

Il passaparola. L’unico vero chiavistello social.

Alla fine si riduce tutto a questo, anche per i romanzi tradotti in lingua inglese: il passaparola. Che sia virtuale, indotto, reale, spontaneo, per aumentare la propria audience bisogna che qualcuno suggerisca a qualcun altro di leggere il nostro libro. Abbiamo messo in moto i gruppi social, abbiamo raccontato ai nostri amici in carne ed ossa “quanto sia bello ciò che abbiamo scritto”, adesso possiamo solo aspettare e sperare che nasca questo moto spontaneo. Ma cosa!? Potrebbero trascorrere mesi, anni addirittura, e noi potremmo addirittura aver deciso di non scrivere mai più (rendendo felice non poca gente…). No, signori, il passaparola va indotto, provocato, stimolato. Come i pettegolezzi. Certo, la cosa fondamentale, la più importante, è che il libro sia bello e interessante, altrimenti meglio lasciar perdere, ché il boomerang di ritorno farebbe un male inimmaginabile. Quindi voglio dare per scontato che ciascuno di noi abbia fatto tradurre il meglio della sua produzione e si sia avvalso dei migliori professionisti possibili. Questo è il momento. Cercate tra le vostre amicizie, possibilmente reali, coloro che vivono all’estero. Chi di noi non ha almeno due o tre amici o parenti che si sono trasferiti negli Stati Uniti o in Gran Bretagna? Niente? Siete sfortunati… Potete smettere di leggere questo paragrafo e passare al successivo. Per tutti gli altri che, come me, possono dichiararsi fortunati, vale questo consiglio: non cercate i vostri amici proprio adesso, dopo lungi anni di silenzio, potrebbero risentirsi. Io avevo mantenuto i contatti da tempi non sospetti, quindi ho potuto chiedere loro, in privato, di aiutarmi a far circolare il romanzo tra i loro amici, di generare quindi quel passaparola attivo e reale cui tutti aspiriamo. Ovviamente ho regalato loro una copia, perché solo dopo aver letto il romanzo potranno parlarne in giro. Le loro risposte sono state entusiastiche, e questo significa due cose: ho amici intelligenti e, nonostante sia una scrittrice, continuano a volermi bene.

Altri modi efficaci per far conoscere il nostro libro tradotto.

Eh, questa è un’affermazione forte e, soprattutto adesso che ho appena cominciato, difficile da confutare. Però qualche idea posso darvela. Bisogna organizzarsi, magari per tempo. Vi ho già parlato di twitter e di come funzioni da cassa di risonanza soprattutto per gli editori. Nel mondo scrittorio anglofono non è così, perché gli autori Indie sono molto forti e si sostengono. Con loro però bisogna parlare in inglese (twittare è ancora più complicato), e bisogna essere incisivi. Mi sono studiata i loro tweet, ho cercato gli “influencer” e ho immaginato di presentare il mio libro come se fossi a un colloquio di lavoro: punti di forza, frasi incisive e dirette, niente “melina” (gli appassionati di calcio sanno cosa intendo). La cosa importante è taggare gli interlocutori giusti (@IndieWriteNet per esempio) e utilizzare link, immagini e #hashtag. Nel mondo anglosassone sono pragmatici, non dobbiamo raccontargli le favole… Se ci comportiamo “all’italiana” potremmo confonderli. Un po’ come accade in questo colloquio di lavoro di Woody Allen.

Un altro modo efficace di far conoscere il nostro libro tradotto è di cercare magazine letterari online e ragalarne una copia al redattore che si occupa di libri. Anche qui una buona presentazione è obbligatoria, quindi preparatevi una sorta di modello adattabile e cominciate a inviare, inviare, inviare. Anche LinkedIn può esservi utile! Questo strano e misterioso strumento, ancora allo studio per quanto mi riguarda, è pieno di professionisti del settore e di community che si occupano di editoria. Quindi fatevi avanti, senza paura. Al massimo non risponderà nessuno… Poi ci sono i concorsi letterari, ma questa è un’altra lunga storia alla quale dedicherò uno spazio a parte.

Ora credo che basti, anche perché ho tanto lavoro da fare (tutto ciò che vi racconto lo sperimento in prima persona, mi pare ovvio), e il tempo a disposizione è sempre poco. Promuovere un libro tradotto è faticoso come farlo per un libro in italiano, anzi, di più. Bisogna immaginare di aver scritto un altro romanzo, ex novo, e di partire in esplorazione senza conoscere bene la meta del viaggio. Bellissima avventura, ma quanto stress!

 

I libri nel web. Come aumentare la propria audience? Gli autori Indie e le traduzioni.

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Avete idea di quanti libri si pubblichino in Italia ogni giorno? No, non voglio tediarvi con statistiche e numeri, però è risaputo ormai che la tendenza, dal 2010, è di un notevole incremento dell’offerta (si parla di una media di 164 titoli AL GIORNO, esclusi i selfpublisher) e di un notevolissimo decremento della domanda (i lettori forti sono circa il 15% dei lettori italiani, e leggono mediamente 12 libri l’anno). Questi numeri sono talmente sballati che fanno venire l’angoscia anche senza analizzarli. Quante speranze abbiamo che il nostro libro venga letto da un vasto pubblico? E di vivere di scrittura? Diciamo che la risposta alla seconda domanda è, al momento, utopistica.

Ma allora, come possiamo allargare la nostra audience?

Questo non significa necessariamente diventare ricchi coi nostri libri. Certo non dispiacerebbe a nessuno vendere decine di migliaia di copie, ma l’Italia questa è, non si può allargare e, finché il mercato editoriale non cambia drasticamente, con una selezione netta e “cattiva” di ciò che si pubblica, i lettori forti resteranno quello zoccolo duro di cui ho parlato prima mentre i lettori deboli, quelli che fanno massa e che comprano almeno a Natale e prima delle vacanze (se poi leggano non è dato sapere) tenderanno a diminuire sempre di più sostituendo l’oggetto libro con altri beni di facile consumo. Che brutta cosa… eppure è così, dobbiamo farcene una ragione. Il libro è da molti, anche dagli editori mainstream, considerato un oggetto, merce, prodotto su cui lucrare. Questo è il mercato, cari miei! Sarebbe auspicabile un incremento dei lettori forti, e che questi stessi riuscissero almeno a raddoppiare il numero di libri letti mediamente in un anno, ma questo lieto fine appartiene, almeno per ora, alla fantascienza.

Quindi l’Italia è fuori dai giochi, in merito all’audience. Siamo fortunati se riusciamo a distribuire le nostre 1000 copie di carta (fortunatissimi!) e altrettante digitali, mettendo in pratica molte, se non tutte, le strategie di cui ho parlato nei post precedenti ed altre che vi racconterò. Io sono giunta alla conclusione che c’è tutto un mondo intorno, un mondo di lettori, milioni di persone affamate di parole scritte, che non attendono altro che di poter leggere il mio libro. Un sogno? E perché? Inglesi, americani, spagnoli, sudamericani, francesi, tedeschi, portoghesi, e questo solo per restare nell’ambito delle lingue occidentali, sono tantissimi potenziali lettori, quindi perché non provare a inserirsi nel loro mercato editoriale? Poi, magari, affronteremo anche la Cina e tutto l’est del mondo, ma quella è un’altra storia…

Tradurre il proprio libro, questa è la chiave.

In occasione della prossima pubblicazione di The day I died ho deciso di regalare ai miei lettori, solo per una settimana, la versione originale in italiano del libro. Puoi richiedere QUI la tua copia di “Quella volta che sono morta”, iscrivendoti al mio Circolo Letterario (dimostrami di essere un fedele lettore…). cover_quellavolta_1

Ora, è molto difficile che un editore italiano, piccolo o medio che sia, decida di far tradurre il romanzo di un autore esordiente o emergente e di affrontare da solo il mercato estero. In genere si affida a un agente letterario e cede i diritti di pubblicazione all’editore di un altro paese che si occuperà di tutto il resto. E questo mi pare anche normale, considerando la crisi che c’è. Un autore che invece è proprietario dei diritti sul suo lavoro, – perché è self, perché è scaduto il contratto, perché sono fatti suoi – un autore Indie insomma, ha la possibilità di fare come meglio crede. Io ho tradotto una prima volta un mio romanzo, Colui che ritorna, in spagnolo. Mi sono rivolta ad una amica madrelingua che ha fatto un ottimo lavoro, ma dal punto di vista della promozione non è stata di grande aiuto. Quindi ho deciso di passare alla lingua inglese. Il motivo mi pare ovvio: quante persone al mondo leggono, parlano e scrivono in inglese? Tante, tantissime, quindi è giusto che anche loro abbiano l’opportunità di leggere i miei romanzi!

Ma un traduttore professionale costa…

Certo che costa, il lavoro si paga. E un traduttore non è semplicemente colui che traghetta le parole da una lingua all’altra: un traduttore è un interprete, un co-autore, un riscrittore che dona una voce e un suono nuovi alle parole originali da noi scritte. Quindi va pagato. Ma come, considerando gli scarsi mezzi a disposizione di un autore Indie? C’è il web. Ci sono i social network. Sicuramente è possibile trovare traduttori disponibili a prezzi ragionevoli… Oppure oggi c’è Babelcube. In questo mercato linguistico virtuale si incontrano ogni giorno migliaia di attori: editori, scrittori, liberi professionisti, aziende, studenti e, ovviamente, traduttori. Qui è possibile far tradurre il proprio libro a costo zero. Qui è possibile scegliere il traduttore che più ci piace (in base al profilo, alle recensioni, alle sue traduzioni precedenti, alla faccia simpatica), proporgli di collaborare, testarlo, lavorare insieme alla traduzione – perché un traduttore non si lascia mai da solo col nostro libro. Ricordate? Anche lui è un autore… Scherzo, ma è importante stargli accanto. – studiare insieme le strategie promozionali, e poi, alla fine di tutto, ci pensa Babelcube. Loro sono gli editori, in pratica. Distribuiscono il libro sul mercato più pertinente (Amazon, Barnes and Nobles, Apple, tutti gli store online più adatti alla lingua di traduzione), forniscono un dettagliato report mensile sulle vendite sia all’autore che al traduttore, si trattengono il 15% sul prezzo di copertina e distribuiscono le royalty in base al contratto firmato all’inizio di tutta la faccenda. Perché si firma un contratto a tre, e dura cinque anni. Un vero contratto editoriale che stabilisce chi fa cosa, quali sono le percentuali che spettano, cosa non si può fare, etc etc. Mi è sembrato un ottimo compromesso, e allora l’ho fatto. Ho accettato un’offerta di traduzione, ho fatto tradurre “Quella volta che sono morta” e tra pochi giorni sarà in circolazione col titolo “The day I died”. E vedremo cosa accadrà col mercato anglofono…

woman_face cover4Questa è la cover (a me piace moltissimo). Nel prossimo articolo vi racconterò come intendo affrontare il mercato editoriale straniero. Ammetto che un po’ mi tremano i polsi, però è una bella avventura, no?