I libri nel web. Gruppi o comunità social? La promozione degli autori Indie.

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Dove eravamo rimasti? Ah! Sì, la promozione nei gruppi social. Diciamolo chiaramente, è una gran seccatura. Non sai mai come proporti; spesso non hai voglia di leggere la netiquette (norme di comportamento nei gruppi social); leggi i post degli altri e non trovi parole per commentare alcunché (non ti interessano, insomma); pensi che, anche se commentassi, rischieresti di sembrare saccente (perché tu ne sai, eh! se ne sai…); sai già che il tuo primo post sarà ignorato o che l’amministratore del gruppo non lo approverà e quindi hai in antipatia ogni singolo membro a prescindere. Chi te lo dice poi che lì dentro ci sia qualcuno che potrebbe apprezzare il tuo romanzo?

Se hai smesso di farti domande e di porti obiezioni e se, alla fine di tutto, resta il fatto che questo benedetto libro lo devi far conoscere, allora animo, nei gruppi ci devi entrare. Cerca quindi di farlo nel modo migliore, prenditi un po’ di tempo per vedere come interagire, evita in ogni modo di fare spamming selvaggio (in pratica non abbandonare indifesi link all’acquisto del tuo libro, senza neppure un rigo di spiegazione) e trova in te l’arte antica del “pazientare”. Perché qualcosa a un certo punto si muove. Se ci riesci, studiati i gruppi su Goodreads (io ci sto provando), perché pare siano i migliori. Trovo che anche le community su Google +, anche se lente, siano piuttosto interessanti. Se non altro i tuoi post ricevono più visibilità sul motore di ricerca. Poi ci sono altre comunità.


editore_2199Le comunità su twitter. Ma esistono?

Forse chiamarle comunità non è corretto, perché su twitter non esistono i gruppi. Esistono però le liste, una sorta di raduno virtuale di utenti che, in qualche modo, cinguettano di argomenti di interesse comune. In genere si entra a far parte di queste liste perché qualcuno ci inserisce, ma quelle che si occupano di letteratura sono davvero poche, almeno che io sappia. Resta il fatto che, nonostante crisi paventate e interrogazioni sulla effettiva utilità, il vivo e vegeto twitter dà vita a discussioni e interazioni davvero straordinarie, e quasi sempre riguardano libri, editoria, cultura in genere. Anche politica e festival di Sanremo, ma questa è un’altra storia. Posso affermare, per esperienza diretta e personale, che il mondo editoriale tutto, compresi critici, giornalisti e blogger, cinguetta amabilmente. Quindi twitter è una meta-comunità letteraria che ne contiene altre più piccole ma molto, molto forti e seguite. Queste ultime si radunano sotto gli #hashtag (non devo dirvi cosa sono, giusto?), e tra i più potenti che conosco posso citare #stoleggendo, #scritturebrevi, #twletteratura, iniziative letterarie di diffusione culturale attraverso i tweet. Io ho partecipato a tutte (e continuo a farlo soprattutto con TwLetteratura) e devo dire che è davvero un modo straordinario per conoscere e farsi conoscere, per entrare a far parte di un circuito di veri appassionati di scrittura e lettura, circuito che spesso passa dal virtuale al reale. Su twitter non esiste una vera e propria netiquette, ma ci sono regole (ogni tweet non può superare i 140 caratteri), comportamenti da evitare (twittare non vuol dire chiacchierare in una chat), linguaggio da utilizzare (assolutamente italiano corretto e niente scorciatoie con abbreviazioni da sms). Tutto questo è utile a uno scrittore per far conoscere il proprio libro? Forse sarebbe meglio dire che è utile per farsi conoscere come autore. La pubblicità vera e propria è appannaggio degli editori, almeno su questo social network. Ci sono scrittori che ogni tanto annunciano l’uscita di un nuovo romanzo, ma le interazioni sono poche. Autocelebrarsi non funziona, a meno che non si sia “influencer” (no, non ve lo dico cosa significa…). Qualcuno ha tentato la strada dello storytelling, ma è un percorso difficile, i tweet si disperdono e, alla lunga, è davvero noioso.

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La novità delle comunità #Indie.

Veniamo al sodo. In chiusura del post precedente avevo accennato a queste nuove realtà che stanno prendendo piede nel panorama editoriale. Negli USA e nel mondo anglosassone in genere, esistono già da tempo: Indie Writers Alliance è un esempio strutturato di cosa gli scrittori self siano in grado di fare e proporre. In Italia siamo, come sempre, un po’ indietro ma, come dissi una volta, abbiamo il privilegio di osservare gli altri e di copiare meglio. Ultimamente mi sono imbattuta in Sad Dog Project, una sorta di marchio (non si tratta di una casa editrice) sotto il quale pubblicano online autori soprattutto di racconti thriller e noir. Racconti, perché non sono di facile collocazione, di genere perché… è capitato. Si tratta di selfpublishing di qualità. Gli autori si leggono tra di loro, si fanno l’editing (ci sono diversi professionisti nel gruppo), creano gli ebooks e la veste grafica e pubblicano nel sito e negli stores online. Ho chiesto loro perché thriller e noir, perché non dare spazio anche alla narrativa non di genere, per esempio. Mi hanno risposto che è una questione di competenze: loro si sentono “ferrati” in questo, sia come scrittori che come giudici. Trovo questo metodo di selezione coerente e onesto. Altra iniziativa simile è Extraverginedautore, e qui l’intento è palese: selezionare quegli autori self meritevoli (c’è un comitato di lettura interno che valuta i testi) e diffondere quei romanzi già autopubblicati con una vetrina di tutto rispetto (con recensione e tutto il resto). Il sito si prefigge l’arduo compito di “mediare” tra autore e lettore per salvaguardare, in primo luogo, quest’ultimo e far così scemare la naturale diffidenza nei confronti di chi non si avvale del filtro di un editore. In ultimo, non certo per importanza, c’è il progetto Satellite Libri, e qui l’asticella si innalza un pochino (mi perdoneranno gli altri, ma la struttura è poderosa). Non si parla di autori self, ma di editoria indipendente, quindi: librai, editori, scrittori, blogger. Tanta roba… Si sono riuniti tutti insieme con un obbiettivo comune: risolvere la crisi editoriale abbattendo i costi di distribuzione. Ma non solo. Fanno da vetrina e da veicolo per le nuove proposte editoriali, fanno da cassa di risonanza per eventi in tutta Italia, si fanno promotori di iniziative “libresche” (il 7 marzo apre a Roma il primo Secret Store), fanno conoscere al pubblico dei lettori gli autori emergenti, i blogger autorevoli e tutto ciò che circola nel mondo dell’editoria indipendente. Niente mainstream quindi. Ciò che trovo straordinario è che, all’interno della comunità, capita che ci si conosca tra di noi (sì, lo ammetto, ci sono anche io): autori che hanno l’opportunità di incontrare editori indipendenti, editori che chiacchierano con blogger e librai che prendono per mano tutta questa bella gente e la fanno crescere.

So che esistono molte altre iniziative simili utili agli autori Indie, ma queste tre mi sembravano esempi di eccellenza (e poi sono quelle che conosco meglio).

Allora cosa scegliere? I gruppi social o le comunità?

Credo che una scelta tout court non sia possibile, ma che sia necessario ponderare. Perché, in ultima analisi, uno scrittore vorrebbe solo scrivere, isolandosi dal resto del mondo secondo le più antiche tradizioni scrittorie. Allora una selezione va fatta, per evitare di farsi risucchiare da un vortice virtuale nel quale perderemmo la nostra identità. Io sono una scrittrice, eppure sono qui a raccontarvi metodi, strategie, utilizzo del web. Perché? Perché con la condivisione si impara. E nei gruppi si impara. E nelle comunità si impara. E imparare, per chi scrive, è vitale. Cercate di capire cosa vi è più affine, dove vi sentite più a vostro agio, quali di quelle persone (perché sono vive, non sono avatar) invitereste a bere un caffè per farci due chiacchiere. Ricreate nei social network la vostra società letteraria ideale, un po’ come quelle che negli anni sessanta e settanta animavano i salotti e i bar nei centri cittadini (mi vengono in mene il Caffè Greco e Rosati a Roma). Ecco, lì fermatevi più spesso possibile, a scambiare idee e opinioni, a partecipare e proporre. Magari vi viene qualche ispirazione, magari nasce una storia, magari incontrate il prossimo Calvino. Magari la letteratura torna ad essere cultura.

 

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I libri nel web. Gruppi social e promozione per autori #Indie 2.0

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Cosa deve fare uno scrittore Indie per farsi conoscere?

Che non significa dire a tutti “Ehi, sono qui!”. Significa avere la sicurezza – o almeno l’opportunità –  di essere letto dal maggior numero di persone diverse dalla propria cerchia familiare e amicale (che poi su questa famigerata cerchia di parenti e amici dovremmo scrivere un intero romanzo… Avete notato come siano proprio loro i primi a defilarsi quando comunicate un evento o una pubblicazione?). Significa ricevere commenti e/o critiche sui propri testi, le tanto agognate “recensioni”. Significa alimentare il passaparola, che a tutt’oggi, nonostante i potenti mezzi virtuali, è lo strumento più straordinario che esista per acquisire visibilità. In ultimo, ma non per importanza, significa vendere libri, scalare le classifiche, – ci sarebbe da scrivere anche su queste “classifiche” – essere identificati come scrittori. Quando tutto questo si realizza, capita di essere intervistati, invitati come guest a eventi editoriali, richiesti nei talk in radio e in TV, chiamati da Fazio… Va bene, su quest’ultimo si può anche sorvolare (però giuro che se mi invita sarete i primi a saperlo!).

Lo spamming, questa pratica antisocial da non seguire.

Io però non ho ancora capito come funziona tutta la faccenda. Troppo spesso mi capita di vedere assurgere ai fasti della notorietà letteraria perfetti sconosciuti, che magari hanno scritto una valanga di corbellerie in un italiano strano, che sono stati pubblicati da EAP o autopubblicati con l’aiuto della cugina adolescente e nerd, che hanno copia/incollato frasi strappalacrime da altri bestseller di genere, le hanno shaekerate, ci hanno aggiunto qualche vampiro o qualche elfo o diavoletto bello e tosto, hanno spammato (voce del verbo to spam) brani del capolavoro nei gruppi Facebook, Goodreads, Wattpad. Hanno costretto, minacciato, supplicato le genti di leggere il suddetto capolavoro e… hanno venduto 10.000/20.000/50.000 copie su Amazon. Ma come si fa? Ma davvero? Io non voglio studiare il fenomeno. Magari sono io ad essere una lettrice difficile o ad avere gusti letterari snob, però è evidente che c’è un pubblico im- maturo per questo tipo di letture. E questo tipo di pseudo scrittori cavalcano l’onda anomala. Diciamo che io non ci tengo ad essere ricordata per strategie come queste e per aver regalato al mondo l’ennesima porcheria di carta o bit da dimenticare alla prima virgola del primo rigo dell’incipit. Che poi, per fortuna, ci sono le dovute eccezioni, bisogna dirlo. Ma sono rare, troppo per diventare un caso.

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Promuovere il libro nei gruppi social.

Si parlava di gruppi social. Pare siano molto importanti. Bisogna frequentarli, chiacchierare con i membri, commentare i post, insomma partecipare. Poi si può cominciare a promuovere il proprio libro, le recensioni che riceve, etc etc. Queste le regole di base. Capita però che si costituiscano gruppi autoreferenziali: di autori che si recensiscono e spammano tra di loro, di autori che creano gruppi per parlare solo del proprio libro, di autori che si acquistano i libri a vicenda. Mancano i lettori, ci avete fatto caso? “Ma gli scrittori sono prima di tutto lettori!”, direte voi. Dovrebbe essere così, e il condizionale è d’obbligo, ma mi è spesso capitato di vedere i miei “autoconsigli di lettura” essere cancellati dai gruppi di lettori. Questo mistero, per cui i lettori NON amano essere disturbati dagli scrittori, probabilmente dipende dal fatto che questi ultimi spesso si “azzeccano” (voce del verbo attaccarsi come una zecca) e non mollano finché non hanno succhiato ogni singolo neurone. Però la strategia dei gruppi in qualche modo funziona.

Ho tentato un esperimento. Ho suggerito ai colleghi scrittori della mia casa editrice di provare a recensire e divulgare i nostri rispettivi libri. Noi ci conosciamo, ci siamo letti, discutiamo in un gruppo chiuso dei nostri eventi e di ciò che ci capita, quindi doveva essere un compito facile. Entrare in Goodreads e Amazon, recensire, consigliare i libri nei gruppi diversi dal nostro. Diciamo che l’esperimento ha funzionato a metà, perché nel momento in cui si doveva divulgare, il momento più importante direi, molti hanno avuto timore (di cosa?), sono diventati timidi. Insomma, un esperimento zoppo non dimostra un bel niente, però, nonostante questo, qualche vendita in più c’è stata, specie nel digitale, e anche qualche interesse da parte di lettori sconosciuti. Noi (il gruppo di scrittori colleghi, intendo), abbiamo imparato qualcosa in più su noi stessi, abbiamo letto cose belle e abbiamo condiviso un mondo social che per molti era oscuro. I grandi numeri sono lontani da venire, però c’è speranza.

Questo significa che promuoversi nei gruppi non funziona? No. Questo significa che anche in questo ambito bisogna agire con sagacia e consapevolezza. Essere uno scrittore Indie dovrebbe significare conoscere gli strumenti e utilizzarli nel modo migliore, perché noi siamo i primi a volere che i lettori siano trattati con riguardo, che possano spendere il loro denaro in prodotti di qualità. Noi siamo i primi a non voler essere meteore… Allora ben vengano iniziative più strutturate, come il progetto SadDog, per esempio, o come Extraverginedautore. O, per voler essere ambiziosi, come Satellite Libri, che riunisce librerie, editori, blog e autori, tutti indipendenti. Si tratta di iniziative Indie di eccellenza, che hanno un obbiettivo grande: selezionare e divulgare tutto ciò che l’editoria indipendente produce purché sia di qualità e rispetti determinati canoni. Anche il selfpublishing. Ma di questo parlerò più approfonditamente nel prossimo post. Nel frattempo, se ne avete, raccontatemi le vostre esperienze nei gruppi social. Ho voglia di divertirmi!

I libri nel web. Tools gratuiti per autori Indie: la SEO per il blog

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La settimana scorsa abbiamo parlato dell’importanza di avere un blog, un luogo curato e utile che possa rappresentare al meglio chi siamo e cosa vogliamo offrire ai nostri ospiti di passaggio. Vi voglio ricordare che questi ospiti sono lettori. E questo è importante perché, come per i libri che scriviamo, se non siamo più che coerenti con noi stessi, credibili, veri, loro se ne accorgeranno e andranno via sbattendo la porta.

Vi ho anche detto che per questa ragione, rendere la mia casa più accogliente, ho deciso di “ristrutturare” il blog. Ma non l’ho fatto da sola. Mi sono affidata a qualcuno che ne capisce, qualcuno in grado di aiutarmi a gestire non solo la veste grafica, ma –  e soprattutto – l’indicizzazione e la visibilità. Non un web master quindi, ma un social media manager. Questa strana e ibrida figura esiste già da un po’ di tempo nel mondo professionale. Non ho alcuna intenzione di spiegarvi cos’è e cosa fa un social media manager, però è evidente che sia un prodotto derivato dai social network e dalla necessità sempre maggiore delle aziende di farsi conoscere – comunicando – nel mondo virtuale. Noi scrittori Indie sappiamo bene quanto sia importante comunicare col nostro pubblico, farci conoscere su Facebook, twitter, tumblr, Instagram, Wattpadd, Goodreads, e… la lista sarebbe infinita. Perché allora spesso non ci riusciamo? Perché è un lavoro, ci vuole tempo e dedizione, bisogna conoscere gli strumenti di analisi per decidere quali strategie di comunicazione utilizzare, bisogna sapere cos’è una campagna AdWords, bisogna saper leggere le statistiche o Insight. Insomma, una gran fatica, soprattutto mentale. Meglio rivolgersi a qualcuno che lo sappia fare.

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Come ho già detto nel post precedente, avere l’aiuto di un social media manager costa. Nessuno mi ha ancora fatto sapere quanto (sarebbe interessante avere qualche riscontro dai diretti interessati), ma, come sapete, io cerco sempre la soluzione più economica e, devo dire, stavolta sono stata particolarmente fortunata. Dovete sapere che Google (esatto, proprio il colosso, quello che più ci interessa in questa situazione) ha deciso di “formare” degli specialisti con dei corsi appositi. Specialisti che poi saranno inseriti in aziende sul territorio nazionale per tirocini, stage o lavori veri e propri. Beh, sono riuscita a contattare uno di questi giovani nerd e gli ho proposto di diventare il suo case study. Gratis ma nel reciproco interesse. (clicca sull’immagine qui sotto per saperne di più)

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Lui ha studiato il mio blog, lo ha indicizzato per Google (ha cercato parole chiave adatte ai miei contenuti e le ha inserite nella home page. Non chiedetemi come.), mi ha fatto creare un account Hootsuite (straordinario per gestire più social contemporaneamente, guadagnando così tempo prezioso), ha approntato per me una campagna di pubblicazioni con una precisa cronologia, ha studiato il mio Twitter Analytic per decidere quando e con quali hashtag twittare, ha rispolverato la mia newsletter su MailChimp legandola addirittura ai Feed Rss (non ci ero mai riuscita) e, infine, ha approntato una campagna AdWords. Questa si paga, ma si può definire la durata e il budget in anticipo. Io ho stanziato € 30.00 per cinque giorni (fattibile, no?). Il risultato? Un aumento vertiginoso di visite al mio blog (che è diverso dalle visualizzazioni, mi ha spiegato) e diverse vendite in più del mio romanzo Quella volta che sono morta. Abbiamo deciso insieme di puntare su quello, perché tra pochissimo uscirà la versione in inglese e ogni campagna promozionale deve avere un senso e un’opportunità. No, non ho proposto il libro scontato: abbiamo usato parole chiave corrette (esperienze di premorte, la vita oltre la morte, e altre amenità del genere). Il posizionamento su Google? Sempre in prima pagina. Obbiettivo raggiunto, e il ragazzo ha avuto il punteggio massimo all’esame.

Poiché non potrò averlo sempre al mio fianco mi sono fatta suggerire alcuni tutorial da seguire, tante volte volessi cimentarmi. Questo per esempio.

Cosa ho fatto io durante questo periodo? Ho usato Facebook come al solito, ho usato twitter in modo più intelligente, ho scritto questi post – e tante altre cose – e me ne sono andata un po’ in giro. Perché razionalizzando capita che avanzi del tempo. Che meraviglia! Diciamo che il mio contributo principale è stato quello relativo ai contenuti, e mi pare ovvio, e alla condivisione social. Sui miei profili (ne ho anche uno Google+ che è molto importante e tra poco saprete il perché), sulle mie pagine, nei gruppi letterari che frequento, nei gruppi di scrittori di cui faccio parte. Perché puoi aver scritto il libro capolavoro del secolo o avere il più bel blog del mondo, ma se non lo sa nessuno… Vi dicevo di Google+. Ecco, lì esistono le community. Quelle letterarie non sono molto interattive (Facebook è decisamente meglio), ma quelle dei social media manager sì. Voi non sapete quante domande ho fatto e quante volte mi hanno risposto con consigli sempre pertinenti. Oltretutto analizzare uno scrittore come cliente è una novità, quindi l’interesse da parte loro è reale. E gratuito.

Io direi che la questione blog possiamo archiviarla, almeno per il momento, tanto avete capito quanto è importante, giusto? Giusto. Nei prossimi articoli vi parlerò di cosa fare con gli altri. Chi sono “Gli Altri”? I lettori, gli scrittori, i gruppi social, i forum letterari e, insomma, tutti quegli “aggregatori naturali” che possono in qualche modo aiutarci a far parte di questo meraviglioso mondo che gira intorno alla divulgazione di un libro. Magari bello. Magari il mio…

Libri non solo nel web. Strumenti per autori #Indie: gli eventi.

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In realtà non voglio spiegarvi come si presenta un libro: ognuno lo fa a modo suo, come se lo sente meglio addosso. Io, ad esempio, non amo molto le presentazioni classiche (anche se ne ho fatte…). A me piacciono gli eventi nei quali il pubblico può essere partecipe, coinvolto. Ecco perché il 23 febbraio non dovreste mancare all’appuntamento con me e altri due autori della stessa casa editrice, Watson Edizioni. Ci saremo io, Claudia Crocioni, Luca Sciacchitano e poi Antonio Schiena (Mr Antipatia gratuita in persona) che cercherà di “stuzzicarci” a modo suo. Ci sarà un orologio a scandire il tempo (o forse una clessidra), ci saranno le letture di Giulia Di Nicola, ci saranno giochi con il pubblico, e ci sarà la bellissima atmosfera del Blackmarket, nel quartiere Monti a Roma, un luogo che è come il salotto di casa. Poi magari ci gustiamo un calice di vino insieme…

Un viaggio, scandito dal “fermalachiacchiera”, attraverso tre libri molto diversi tra loro.

Questa la locandina con i dettagli dell’evento. E quest’anno sarà l’ultima occasione per incontrarci, quindi pensateci bene…

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I libri nel web. Tools gratuiti per autori Indie 2.0: il Blog

blog-49006_960_720Non devo certo spiegarvi cosa sia un blog. Devo? Allora un po’ di storia.

Storia

Il blog non è altro che un “diario in rete” (la parola deriva dalla contrazione di web-log), quindi un luogo virtuale in cui una persona (detta blogger) scrive degli articoli (come pagine di un diario) che vengono visualizzati in ordine anti-cronologico, cioè dal più recente al più datato. Nel luglio 1997 lo statunitense Dave Winer sviluppò il primo software che permetteva la pubblicazione di blog e, nel dicembre dello stesso anno, il giorno 23, nacque ufficialmente il primo ad opera di tal Jorn Barger (un tizio appassionato di caccia) che coniò ufficialmente il termine web-log, in riferimento alla lista di link presente nella sua pagina. Nella primavera del 1999 fu Peter Merholz ad abbreviare il termine in blog.

In Italia la “moda del blog” arriva nel 2001 con l’avvento delle nuove piattaforme gratuite come Altervista, Blogger, WordPress, Io Bloggo, MySpace, Libero e tante altre. Un momento di gran fortuna comunicativa fu dal 2002 al 2007, quando il fenomeno fu addirittura raccontato in alcune pubblicazioni di successo. Con l’avvento dei social network, Facebook su tutti, ci fu un certo calo nell’utilizzo del blog come strumento di comunicazione, vista la velocità e l’immediatezza – oltre alla capacità di aggregazione – dei nuovi strumenti. Dal 2010 si è verificata però una nuova crescita – e relativo nuovo interesse – per i blog tematici, in quanto più adatti a contenuti lunghi ed esaustivi. Tanto che sono nati anche i video-blog.

Ecco un esempio di videoblog di successo.

Quindi a cosa serve un blog?

A pubblicare contenuti tematici. Diciamo che, se un tempo il diario serviva a contenere le nostre evoluzioni emozionali, i pensieri, i segreti, e nessuno doveva leggerlo, il blog in quanto diario pubblico non si rivolge a noi stessi, ma agli altri. Quindi nel blog si pubblicano contenuti di interesse pubblico. Ma… c’è un ma. A meno che non si voglia creare un blog iperteconologico, di divulgazione scientifica, di informazione politica o qualcosa insomma di altamente specialistico (ma dovrete essere dei veri esperti certificati, eh!), IL BLOG CONTIENE NOI STESSI, quindi in ogni caso noi renderemo pubblico il nostro particolare punto di vista o esperienza riguardo un tema specifico: letteratura, fotografia, arte, cinema, cucina, musica, eccetera eccetera. Per questo motivo dobbiamo avere le carte in regola: o siamo interessanti perché belli, famosi e con un grande seguito (anche solo una di queste caratteristiche potrebbe già bastare) o siamo interessanti perché pubblichiamo contenuti interessanti e CREDIBILI. Solo in questo modo “rischieremo” di ampliare il nostro pubblico anziché ricevere fischi virtuali a ogni post. E questo rischio sarà tanto maggiore quanto i nostri post saranno ricchi di contenuti autentici e originali. Perché Google lo sa.

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Google lo sa

Sono finiti i tempi in cui gli esperti di SEO e di SERP applicavano la formuletta magica legata a parole chiave e campagne Adwords e i siti o blog schizzavano ai primi posti nelle ricerche Google! Questo non significa che tali strumenti non siano necessari, anzi! Però è meglio non improvvisare e affidarsi a mani esperte per curare visibilità e indicizzazione. Ma questo discorso lo affrontiamo dopo. Certo è che oggi anche i Social Media Manager più conservatori vi diranno che ciò che importa sono I CONTENUTI. Nel senso che Google premia ciò che si scrive, non dove o chi lo fa. Questa è anche una delle ragioni per cui ha preso vita una nuova figura lavorativa, il Web Content Manager. Ma non basta, Google li scopre subito i maghi dei contenuti. Il web vuole originalità, verità, qualità, e queste caratteristiche le hanno solo gli scrittori e gli artisti, quelli che mettono in piazza sé stessi senza veli, senza mentire, quelli che raccontano le proprie esperienze senza tema di smentita, quelli che smuovono il pubblico perché hanno un interesse diretto e personale a farlo. Pare che le aziende stiano cercando Content Manager tra questi attori protagonisti, adesso.

Il blog è la nostra casa

Bisogna che sia in ordine per l’arrivo degli ospiti, che ci auguriamo siano parecchi. Bisogna che ci siano belle immagini e filmati, bisogna scrivere spesso ma non troppo, bisogna curare la home page, l’impostazione, la fruibilità. Perché il blog è il nostro biglietto da visita, oltre che la nostra casa, per cui è vero, ci scriviamo ciò che vogliamo, ma dobbiamo sempre dare un’ottima impressione. Altrimenti il pubblico volubile ci mette un attimo ad andare dai vicini… E poi, tramite i vari social network, siamo in grado di far vedere cosa c’è dentro a tutti, proprio a tutti – magari proviamo a farla una cernita, perché non credo che agli appassionati di Bull Terrier interessino i nostri poemetti o i nostri protagonisti disperati o le nostre foto della Thailandia, – quindi, occhio! bisogna essere sempre pronti. Come diceva mia madre “Lavati sempre, non sia mai viene il dottore!”. Vabé… Detto questo, e poiché creare e curare un blog non costa nulla, almeno per le campagne SEO e SERP rivolgiamoci a qualcuno!

Esperti di web. Quanto costano?

Sinceramente non lo so. Credo che essere seguiti per il nostro blog solo per analizzarlo, indicizzarlo e impostare una campagna SERP (in pratica quando sui motori di ricerca le nostre singole pagine scritte appaiono per prime), non costi tantissimo, non siamo certo aziende che promuovono un prodotto. Il prodotto siamo noi (e i nostri libri), quindi non vendiamo nulla – non è vero, ma lo facciamo in modo più nascosto, – per cui credo che una spesa giusta potrebbe essere intorno ai € 150/mese. Poi magari mi sbaglio, ma l’ho detto prima, non so quanto costano. Informatevi! Per me è più interessante cercare di ottenere qualcosa gratis, ovviamente, ma con reciproca soddisfazione. È quello che ho fatto nell’ultimo periodo, quando ho deciso di ristrutturare il mio blog e l’ho affidato a un esperto. Non dico sia facile trovare qualcuno che ti rimetta a posto tutto gratuitamente, ma è possibile. Però ve lo spiego nel prossimo post, tra sette giorni. Lasciatemi mettere in pratica le nuove direttive, no?

I LIBRI NEL WEB: COME PROMUOVERLI CON IL BOOKTRAILER

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Presentare e promuovere un libro.
Ogni scrittore quando comincia l’avventura di un libro ha in mente un percorso ben preciso fatto di immagini, suggestioni, messaggi che hanno l’urgenza di essere trascritti, narrati. Quale che sia la motivazione a un certo punto il racconto prende forma e, col linguaggio che gli è proprio, quello della parola, viene trasmesso.
Dopo, il libro parte per un viaggio che, nella maggior parte dei casi, approda alla pubblicazione, sia essa tradizionale o di self-publishing. In entrambe le situazioni il lettore, destinatario finale di questa avventura, avrà tra le mani un prodotto, di carta o elettronico, da leggere e interpretare secondo il suo proprio sentire. Insomma, lo scrittore scomparirà e resterà la storia.

Ma bisogna farcelo arrivare questo libro al lettore, e spesso i canali tradizionali, la stampa, il web, i social, da soli non bastano. Ma soprattutto lo scrittore, con tutto quello che ha sentito, provato, con le sue emozioni, le sensazioni forti che lo hanno spinto a scrivere, ha ancora voglia di far parte di quel progetto/libro, vuol far sentire la sua voce, vuol far percepire esattamente quel messaggio, unico e irripetibile, che ha generato il romanzo.

 

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Il booktrailer come il trailer per i film.
Da un po’ di tempo gli scrittori e le case editrici hanno cominciato a produrre dei “booktrailer”, alla stregua dei trailer che si fanno per i film. Una presentazione filmica del libro. I migliori booktrailer sono diretti da registi importanti e vantano partecipazioni notevoli (un esempio è quello di Mani nude di Paola Barbato, con Ennio Fantastichini), ma va da sé che la maggior parte degli scrittori non possono permettersi costi del genere. E allora il web, Youtube in primis, pullula di videoclip o booktrailer (il videoclip rimanda ai filmati di promozione musicale ) fatti artigianalmente, didascalici, autoreferenziali, insomma… un disastro.

Due booktrailer professionali a costo quasi zero:

I professionisti si pagano – Il Videomaker
La cosa migliore da fare in questi casi è rivolgersi a dei professionisti. Il web ne è pieno. Videomaker emergenti o esordienti, che magari stanno frequentando laboratori di sperimentazione, giovani promesse del mondo dell’arte visiva che attendono solo di lavorare e mettersi alla prova. E non costano molto, sono davvero alla portata di tutti. La realizzazione di un video ben fatto, anche con soluzioni in 3D, compresa la postproduzione che riguarda il montaggio audio/video, con riprese originali e effetti sonori, può costare dai € 300 ai € 2.000, dipende ovviamente dalla complessità del progetto. Ma ne vale la pena.

La musica, SoundClouds e Creative Commons.
Lo stesso dicasi per la musica. Ci sono molti artisti che pubblicano i loro brani con Creative Commons, per cui c’è la possibilità di utilizzarli e di trasformarli in base alle proprie esigenze. Sarà sufficiente citare il musicista nei titoli di coda del video e nelle informazioni su Youtube. In questo caso non ci sono costi, nessuno.

I canali di divulgazione. Da 1 a 3, o forse 4…
A prescindere dal tipo di booktrailer che si vuol fare (ognuno segue il proprio gusto, ma un giusto equilibrio ci deve essere), il prodotto finito, qualitativamente valido, evocativo per immagini e musica, otterrà un triplice risultato: la divulgazione in tre diversi canali della promozione del libro. In un colpo solo.

1) Canale letterario. A cura dello scrittore e della casa editrice, se c’è. I salotti letterari, i gruppi di lettori, le librerie virtuali, gli eventi offline, le presentazioni e tutti i fan diretti dello scrittore.
2) Canale visual. A cura del videomaker. I contest di videoclip, le manifestazioni cinematografiche e affini, web TV, canali tematici, laboratori sperimentali, e tutti i fan del video maker.
3) Canale musicale. A cura del musicista. Il web è talmente ricco di veicolazioni fatte attraverso la musica che non faccio alcun esempio.

Per far sì che questo risultato sia duraturo è importante COME si presenta il booktrailer. Le didascalie, quei titoloni che appaiono, scorrono, scompaiono, imbrattano le immagini e distraggono dalla suggestione delle musiche, se possibile lasciamole stare (se invece sono necessarie, riduciamole ai minimi termini). Le parole appartengono al libro e, al massimo, ai titoli di coda. Altrimenti che interesse ha un videomaker a far vedere le immagini che ha montato con tanta sapienza se noi gliele nascondiamo? E che motivo ha il musicista di divulgare un video dove la sua musica non si ascolta perché continuamente distratti dalle parole che scorrono?
Il booktrailer deve suggestionare. Quindi lo scrittore dovrà imparare a sceneggiare il suo romanzo (se non se la sente può rivolgersi a chi lo sa fare) come se dovesse girare un film muto.

C’è un quarto canale di divulgazione che non ho citato, perché dipende da come viene montato il video, dagli strumenti utilizzati. Ma è un canale davvero potente. Quello cinematografico. Perché se si utilizzano attori per girare delle scene, magari giovani provenienti da laboratori teatrali, da scuole di recitazione, che faranno il video a costo zero perché per loro sarà una palestra importante, anche questi professionisti faranno girare il video nei loro canali, per farsi vedere, per avere un commento. E vi pare poco?

Come promuovere un libro? Gli strumenti per autori #Indie 2.0. IL BOOKTRAILER

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Ora che il blog sta acquistando la sua forma definitiva, (che poi non è vero, non c’è mai nulla di definitivo), ho deciso di inaugurare una nuova rubrica dedicata agli strumenti di promozione – e non solo – degli autori Indie. Parlare solo di promozione però potrebbe risultare noioso, e poi io non sono certo la massima esperta per poterlo fare, quindi condividerò con voi le mie esperienze, e spero voi facciate altrettanto. Proverò, e qui il condizionale è d’obbligo perché la vita potrebbe offrirmi molteplici motivi di distrazione, a scrivere un post ogni due settimane, in modo da avere il tempo di digerirlo e di confrontarci. Ah, che bello il confronto.

Non seguirò uno schema preciso, d’altronde sono una scrittrice, non un fisico nucleare.

Cominciamo dunque da un argomento che mi piace molto: il booktrailer. Oh, che strazio, direte voi! Eppure ho scoperto alcune cose interessanti. Lo sapete, ad esempio, che nell’ambito del prestigioso Cortinametraggio (International Short Film Festival) c’è una sezione di concorso dedicata ai Booktrailer? Qui potete trovare il modulo per iscrivervi, e qui le informazioni generali. E se questo non vi basta, sappiate che esiste addirittura un Booktrailer Film Festival (qui) che è  giunto alla VIII edizione e che coinvolge gli studenti delle scuole superiori, ma che ha ormai raggiunto rilevanza a carattere nazionale. Infine che dire dei Booktrailer Online Awards la cui prima edizione risale al 2012? Non mi pare poco…

Un po’ di storia. L’idea di creare un booktrailer è (ma guarda un po’) americana e risale ai primi anni ’90. All’inizio si trattava di semplici proiezioni di immagini suggestive con musiche, da utilizzare durante le presentazioni. Poi, nel 1994, Judith Keenan produsse il primo vero booktrailer per il thriller Amnesia di Douglas Cooper. Il video fu trasmesso da diverse emittenti televisive, ed ebbe un tale successo che il libro andò presto esaurito e l’autore fu costretto a moltiplicare le date del tour di presentazione. Negli anni 2000 le case editrici statunitensi capirono le potenzialità dello strumento/booktrailer per la promozione dei libri e cominciarono a diffonderlo online e, nel 2002, il regista Michael E. Miller e la scrittrice Sheila Clover English registrarono il marchio “Book Trailer”. Poi sono arrivati i social network e… beh, sappiamo cosa accade coi social. In Italia il booktrailer comincia ad affermarsi nel 2004, con l’iniziativa “Ciak si legge” all’interno del festival letterario Grinzane Cavour e, di seguito, editori quali Marsilio e Mondadori produssero i primi filmati per promuovere le loro pubblicazioni.

Ma i booktrailer costano. Vero. C’è un autentico business dietro la creazione di questi short film, e mi pare giusto, perché i professionisti della pubblicità sono i primi a esplorare le nuove tendenze di mercato e a dettarne le regole, e il mercato del libro aveva – ha ancora – bisogno di essere rilanciato. Gli esempi che ho fatto sono di registi e case editrici di rilievo e puntano a un pubblico enorme, per cui mettono in campo forze e capitali considerevoli. Con l’avvento del selfpublishing i “poveri” autori emergenti si sono trovati di fronte all’amletico dilemma: fare o non fare un booktrailer? Posto che un autore self non ha soldi, che deve autopromuoversi, che non ha tempo e che vorrebbe solo scrivere ma deve anche farsi leggere e vendere (per auto gratificazione, autocompiacimento, per affermarsi, perché è logico e giusto, fate voi…), uno strumento del genere non può essere tralasciato. Ed ecco di colpo fiorire una miriade di filmini, spot, trailer, video di tutti i generi e forme, prodotti artigianali molto improvvisati grazie alle molteplici possibilità che il web offre con programmini per video maker gratuiti ed elementari (li capisco anche io!). No, ragazzi, non ci siamo. Così si svilisce il prodotto, si fa una pessima pubblicità. Ma non allo strumento, sia ben chiaro. Si fa una pessima pubblicità al libro self!

E allora che fare? Si tratta di diventare realmente autori Indie, quindi imprenditori di sé stessi. Investire un minimo, sfruttare il web e la rete di contatti disponibile, credere nel proprio lavoro e lasciare che il resto lo facciano altri professionisti. Si può produrre un booktrailer di qualità a costo quasi zero. Tanto da farlo anche partecipare a uno dei concorsi che ho citato. Io l’ho fatto, e nel prossimo post vi racconterò come, quali obbiettivi volevo raggiungere e quali si sono realizzati. E vi farò anche un regalo.