La signora è nuda

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La signora se ne sta là davanti allo specchio, nuda come una vestale senza le vesti, nuda davanti al suo altare, nuda come un’anima nuda. Scopre la sua intimità come si scopre un dono prezioso e fragile. E la sua anima prende il volo e si libra sulle sue vite passate in cerca di una macchia, mille macchie, quei segni che il tempo ha inevitabilmente lasciato. Ne vede una e poi un’altra ancora, celate dietro nubi di offuscati ricordi. Ecco, forse sono quelle che deve mondare, un peccato originale che come Eva fra tante Eva deve cancellare. Dimenticare.

Non si può dimenticare, si può solo capire e imparare, portarsi addosso tutto il dolore e, piano piano, spogliarlo di ogni strato, di ogni spessore finché non diventa carta velina. E puoi stracciarla in mille pezzi quella carta velina, e soffiarci sopra, e vederla volare in aria come coriandoli di una festa.

La sua festa. La signora sta nuda, con la sua anima nuda, e aspetta che la festa si compia, che la giostra giri ancora una volta, che i clown facciano i loro giochi di magia, che gli acrobati trovino l’equilibrio fino all’applauso del pubblico. Un delirio.

Basta un click

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E a un certo punto accade che ti accorgi di essere come plastilina. Modellabile, plasmabile, adattabile. A tutto, a tutti. Sei colorata e indristruttibile, ma sempre senza forma, indefinita. La tua forma la acquisisci quando ti poni intorno a qualcosa, qualcuno, ma resti senza identità. Sei una rappresentazione. Di cosa? Non ti è dato saperlo in anticipo. Ti costruisci nel tempo una versatilità indotta, dal bisogno, dalla necessità di esistere in qualche modo.

Il fatto peggiore è che non te ne accorgi. Se non quando è troppo tardi. Quando sei stata usata, masticata, palpeggiata, strumentalizzata. Hai vissuto nella convinzione di essere utile, desiderata, amata. Ogni volta che qualcuno ti ha cercata, ti ha chiesto, ti ha parlato, hai pensato lo facesse per te, perché solo tu potevi essere la soluzione, solo tu la via d’uscita, solo tu quella giusta.  E ti sei gonfiata di ego e gratificazione. Mi cercano, mi vogliono, quindi esisto. Mai una volta hai detto no. Tu sei quella dei sì, sempre e comunque. Presente, oltre la tua stessa misura.

Capita poi che tu abbia bisogno di parlare, cercare, chiedere. Ma non sai come farlo. Meglio modellarsi a donna forte e autonoma, meglio star lì, indurita nel ghiaccio ad aspettare il calore di altre mani, meglio non svelare l’anima. Potrebbe accadere che più nessuno abbia voglia di giocare con te.

È così che ci si prostituisce. E quando si resta sole l’anima esce dal colore della duttile plastica, ed è sempre più grigia, atona. Poi accade.

Sei lì che guardi tutti quegli amici, contatti, numeri di telefono. Quanti. Ma chi sono? Dove sono? Ti rendi conto che ieri hai parlato con dieci di loro, che ti han chiesto un favore, un consiglio. Poi hanno organizzato una festa, e tu non sei stata invitata. Il giorno prima invece ti è arrivato un messaggio, anzi due. La richiesta di un  incontro, anzi due, una voglia di sesso, così, perché sei bella, colorata, perché piaci, perché sei morbida e senza spigoli, accogliente, come la plastilina. Ecco, l’hai capito. Ti sei prostituita nell’illusione che il colore intorno a te fosse un dono per te. Ma il colore eri tu. Ora, prima che il grigio prevalga, prima che l’anima nuda svanisca nella trasparenza dell’indifferenza, ora chiudi tutto, spegni il mondo, con un click.

Click.