Cetteide Revolution #cp10 Summer is here

Ancora insieme, stessa casa, stesso mare, stesso cielo stracolmo di stelle. Agosto significa io e mamma, e dopo un anno esatto ci ritroviamo qui, a Cirò, ventitré anni di differenza e due caratterini impepati, a farci compagnia. Certo, siamo un po’ ammaccate tutte e due, ma sembrerà strano, proprio in questa nostra fragilità troviamo la forza e il coraggio per andare avanti.

Mamma è arrivata prima di me, ha fatto da apripista. Fare da apripista significa che ha avuto dieci giorni di tempo per stressare il pescatore delle sei del mattino, fare scorta di pipi jiuschenti, friselle e pane di casa, e prepararmi il divano letto:
– So che tu non lo vuoi aperto, allora ho pensato di renderlo più comodo. Ci ho messo un altro materasso, due cuscini e la biancheria fresca fresca di bucato.
– Ma così cado, ma’. Non lo vedi che il materasso di sopra è più largo di quello di sotto? Scivolo…
– Ma no che l’abbiamo provato!
Ho trascorso una prima notte da incubo, terrorizzata all’idea di ritrovarmi spiaccicata per terra e senza nessuno a soccorrermi, avvolta in lenzuola – sì, di cotone – scure e opprimenti, soffocata da due cuscini alti mezzo metro.
Il mattino dopo.
– Cetta, ti sei agitata stanotte. A un certo punto sono venuta di qua e c’era il computer acceso. Te l’ho detto, che ti rovini la salute con quel coso in faccia…
Mi rovino la salute. Ho spogliato il divano, eliminato doppio materasso, cuscini e lenzuola a fiori esotici e mi sono sentita più fresca.
– Perché non dormi con me?

Il caldo asfissiante, come ritrovarsi su un braciere sia di giorno che di notte, ci ha fatto decidere che “in spiaggia è meglio”. Ora, ovviamente io avevo cominciato all’alba del giorno dopo ad andare in spiaggia, perché amo le ore in cui il mare ancora sonnecchia – e pure tutti gli abitanti e villeggianti di Cirò – e perché con la mia terapia il sole pieno era da evitare. Portare mamma in spiaggia era tutto un altro discorso. Ho noleggiato una macchina.
– Anche io voglio venire di mattina presto, che non posso prendere il sole. Prendiamo un ombrellone, una sdraio e tu mi lasci lì a vai a farti le cose tue.
Questa faccenda, “farti le cose tue”, pare quasi una roba imbarazzante, un po’ intima, un po’ erotica, da tenere nascosta.
– Io un bagno mi faccio, ma’. Forse due. Quali cose mie?
– E questo intendevo! Non farmi dire troppe parole che mi stanco.
Come due cospiratrici ci siamo messe in macchina per tre mattine di seguito alle 7:30, siamo arrivate al Lido, lo abbiamo aperto, sono stata il bastone di mamma e l’ho messa a mollo, come una regina sul trono. L’ho vista felice sbattere i piedi nell’acqua, ricevere il massaggio della risacca, sospirare al sollievo per le sue gambe malconce. L’ho vista felice da piangere, e ho mischiato le lacrime all’acqua di mare per non farlo vedere.

Io e lei sulla passerella mentre scendiamo faticosamente a riva.
– Devo farti vedere un film, ma’.
– Quale film?
– Non guardarmi, non ti sento.
– E di che parla?
– Fa ridere, ma’. Parla di un sordo che fa da guida a un cieco. In questo momento noi somigliamo a quei due.
– E c’è su YouTube?
La faccenda di YouTube va spiegata. Risale ormai allo scorso anno, sempre agosto, quando a un certo punto le ho detto che io le mie serie tv me le guardavo in streaming sul computer. Sì, le ho anche spiegato cosa è lo streaming, ma questa è un’altra faccenda. Lei si guarda “Il segreto” da anni, appuntamento imprescindibile ovunque si trovi, qualunque cosa stia facendo. Quello che ha capito dello streaming è che io riesco a guardarmi gli episodi delle serie tv in anticipo rispetto alla messa in onda ufficiale. “Quindi mi posso vedere anche Il Segreto?” Mi ha costretta a cercare la serie ovunque e ho trovato diversi episodi su YouTube, ma in lingua originale, lo spagnolo. Beh, se li è guardati tutti, e ha anche capito tutto. Quindi per lei ora YouTube è la fonte di ogni cosa.

– Mamma, ti faccio vedere i video del concerto del nuovo gruppo di Francesca.
– Bello! Però non li capisco molto. Che lingua parlano?
– Inglese ma’.
– E fammene vedere un altro…
Metto un altro video dello stesso concerto. I cinque sono sempre nella stessa posizione e cantano ancora in inglese.
– Ma questo già me lo hai fatto vedere! Non hai qualcosa su YouTube?
Appunto…

Mamma parla quest’anno. Di giorno, di notte, con me, con sua madre, con suo fratello. Con me fa lunghi discorsi che nel sonno diventano fitti conciliaboli incomprensibili, interrotti solo dalle visite al bagno o al frigorifero.
– Tu non dormi bene la notte. – mi dice. Io.
Di giorno mi racconta del passato, delle cose di famiglia, di quello che vuole fare appena torniamo. Vuole comprare un fornetto al cimitero, per babbo e per lei.
– Ma mamma, quando sarà non ci entrerai nel fornetto! Vuoi essere cremata?
– Non sia mai! Cenere alla cenere, polvere alla polvere, così dice il Signore! Ne prendo uno grande, matrimoniale.
Abbiamo parlato molto della morte, della fede, delle sue preghiere preferite. Il pomeriggio, quando l’afa ci prende alla gola e in due ci scoliamo quattro bottiglie d’acqua, lei stremata sul letto, io sfatta sul divano, le gambe sollevate, il ventilatore a duemila, mamma mi recita la preghiera del “suo angioletto”, mi racconta di certi personaggi di paese e poi mi interroga.
– Perché lui era “ncionante”.
– Era cosa?
– Non lo sai che significa ‘ncionante?
– No ma’, non lo so.
– Ma come non sai che significa ‘ncionante?
– Con tutta la buona volontà ma’, neanche per assonanza ci arrivo.
– No assonanza, ‘ncionante! Come te lo spiego? Quello che mette zizzania, ecco!
Neanche in due vite…

Dopo tre giorni di mare al mattino e alla sera, ha deciso che al mattino fosse meglio di no. La realtà è che si è bruciata le gambe con l’acqua salata – o forse mettersi in moto così presto non le va – e quindi mi ha lasciata libera. Però si sveglia all’alba con me e chiacchiera, chiacchiera… canta anche. Io l’ho sentita cantare altre volte, canzoncine per bambini, brevi strofe o ritornelli, ma mai come stavolta.
– Cetta, ti posso cantare una canzone?
– E certo che puoi!
E mi ha lasciata senza fiato. Con voce limpida, un bel vibrato, ha cantato una canzone che ascoltava da sua madre, negli anni ’40, quando erano sfollati in campagna. Una canzone che parla di sentirsi al sicuro e felici per l’orto, il frutteto, il focolare davanti al quale riunirsi nelle fredde sere d’inverno. L’ho registrata, ho scattato una foto col cuore.

Per il mio compleanno mi ha invitata a pranzo fuori. Siamo andate in una trattoria famosa, L’Aquila d’oro, che ha ricevuto una chiocciola nella famosa guida Slow Food Osterie d’Italia – andateci, ne vale assolutamente la pena – perché si mangiano “le cose di casa di una volta” e “perché sono parenti.”
– Ma come sono parenti, ma’?
– Si chiamano Cariati, come me.
– Ho capito, ma non è che puoi essere parente con tutti i Cariati del mondo!
– Primo, l’ha detto la proprietaria che siamo parenti, quando ci siamo incontrate la prima volta. Secondo, fino alla settima generazione ricorda, la settima!
Penso a tutti i De Luca sparsi per il mondo, compreso Erri lo scrittore. Cugini, facciamo una bella rimpatriata, vi va?

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Però che cosa straordinaria questo sentirsi famiglia ovunque, appartenere a un clan, a un’identità comune. Non si è mai soli così. Al Nord non mi pare funzioni allo stesso modo, chissà perché. Magari qualcuno vorrà spiegarmelo, magari c’è una ragione storica per cui la gente del Sud rimane così fortemente ancorata alle proprie origini. E quanto amo tutto questo, quanto mi fa sentire libera e al sicuro…
– Mamma io riparto, devo fare l’ultima terapia.
– L’ultima… così poi festeggiamo.
Le guerriere si guardano negli occhi, la luce della sera addolcisce le curve dei volti, le voci si abbassano fino a diventare sussurri. Il vento caldo ci accarezza e lascia sulla pelle il sapore del mare.

 

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Cetteide Revolution #cp1 The beginning

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Agosto 2016, la rivoluzione ha inizio.

“Mamma, torno giù!” Ovviamente “giù” significa Italia/Calabria/Sud, significa tornare a casa dopo l’esperienza tedesca, significa andare da mia madre. Che non sta bene, quindi mi prenderò cura di lei. Sì, è vero, ci sono anche le altre sorelle, ma io sono la più grande, no?

“Meno male, così mi fai compagnia… ci dormi nel letto grande con me?” Ogni volta la stessa richiesta e ogni volta devo gentilmente declinare l’invito. “Mamma, no.” Più gentilmente di così non posso, non con lei.

Mamma sta male sul serio, cioè non si tratta di un disturbo dell’età o qualcosa che si cura con il cibo e qualche pillolina. Per fare l’esame diagnostico l’hanno ricoverata in una clinica convenzionata, la stessa dov’è nata mia sorella trentotto anni fa, e non è che sia poi cambiata di molto. Giusto il reparto diagnostico.
“Cetta, non hai capito, ce l’ho dovuto dire io a quella scippecchiante come doveva pulire. Che pensava di cavarsela con una leccatina di gatto!” “Ma in che senso gliel’hai detto tu?” “Mi sono alzata, le ho preso lo spazzolone dalle mani e le ho fatto vedere il battiscopa. Lì, vedi? Le ho detto, lì devi strofinare. S T R O F I N A R E! Che quella è straniera e non mi capiva.” “Ah, quindi per questo hai urlato, così ti capiva meglio…”
“E certo! Che io me la so cavare, che ti credi. Poi non ti dico che mi hanno fatto mangiare… gli ho detto che quel brodo lo potevano dare alle galline!” Il fatto è che mia madre è rimasta ancorata a un’idea degli ospedali del Sud, in cui il catering è un optional, nel senso che qualunque sia il menu prescritto dal medico e fornito dalla mensa, il cibo lo portano i parenti da casa. “Sì mamma, ma tu non puoi mangiare come ti pare. Ti hanno fatto una colonscopia.” Mi ha guardata di traverso. “E allora? Proprio per questo, no?” Fine della discussione.

Mamma sta male, ma i pranzi domenicali, i pranzi estivi con i nipoti e le figlie, i pranzi insomma non possono mancare. Così si curano le malattie da noi, con la vita che scorre sempre uguale, con i riti immancabili, con la famiglia che ti gira intorno. E agosto è stato così giù in Calabria, una girandola di parenti in visita e una grande attrice che entrava in scena ogni volta. Specie al telefono.
Io e lei in macchina, di ritorno dalla gelateria in riva al mare dove ci siamo strafogate un gelato artigianale strepitoso. “Sicura che potevi mangiarlo?” “Ma figurati! Sto benissimo…” Squilla il suo telefono. “Pronto? Eh, cià, eh…” immaginate il respiro un po’ affannato e la voce spezzata, “eh… come va… così… un po’ bene, poi i dolori, eh… speriamo il Signore mi aiuta… eh no, non ci voleva proprio…” E così via per una buona decina di minuti. La guardo sconcertata al termine della telefonata. “Mamma! Mi spieghi perché fai così? Prima sei tutta pimpante e poi con gli altri insceni questa farsa? A che scopo?” “Perché gli altri non lo vedono, il male, e allora non ci credono. Tu glielo devi far capire…”

C’è tutta la tradizione della tragedia greca dietro queste parole, c’è il lamento delle prefiche ai funerali, c’è la teatralità passionale delle donne del Sud, ma c’è soprattutto una verità assoluta: gli altri non lo vedono il male, quindi non ci credono. E se vuoi supporto, se vuoi simpatia, se vuoi aiuto, devi mostrare la tua sofferenza, il tuo dolore, la tua fragilità. Il fatto è che sta per accadere qualcosa, qualcosa che né io né lei potevamo prevedere: sto per entrare in scena anche io.

Se ti è piaciuto questo primo episodio delle nuove avventure di Cetteide commenta pure qui sotto e continua a seguirmi per conoscere il seguito. “Sfogliando” il blog potrai trovare una pagina dedicata alla prima raccolta della serie… Buona lettura!

I LUOGHI DI ANNA

foto blog Anna

I LUOGHI DI ANNA è un percorso per immagini e suggestioni attraverso gli scenari reali in cui è ambientato il romanzo “Anna”. Sveliamo il mistero delle origini di questa giovane donna, dunque: Anna è di Cirò Marina, un paese del crotonese sulla costa ionica. Calabria o, come anticamente era chiamata, Enotria, la terra del vino e della vite, la punta dell’italico stivale ricca di storie oscure e di conquiste, baciata dal sole e abbracciata dal mare. Cirò Marina, nel suo spazio più ristretto e nella sua storia, rappresenta l’intera regione, e Anna ne è orgogliosa e splendida figlia.

Attraverso alcuni brani tratti dal libro, proviamo a immaginare di fare un salto indietro nel tempo, a immergerci in quell’atmosfera in cui le luci e le ombre avevano contorni netti e decisi, nessuna sfumatura ipocrita. Le immagini racconteranno il resto, ciò che la fantasia non riesce a ricostruire. Benvenuti “dentro” Anna.

Camminò fino alla prima barca della fila. I pescatori le tiravano tutte a riva al rientro, poggiate sulle palanche per tenerle in piedi e con le reti arrotolate sotto.

pescatori

Cirò Marina – I pescatori tirano le barche in secco.

Un rumore sordo, cupo, le fece mancare d’improvviso l’udito. E poi lo riacquistò di colpo, e l’urto arrivò, con tutta la sua potenza esplosiva. Stava morendo gente laggiù in mare, e quelle erano navi, e cannoni, e bombe, non delfini. Abbracciò stretto Giulio che non si era accorto di nulla, neppure della sua paura. I bambini sono esploratori coraggiosi della vita, non possono capirla la morte.

Il cacciatorpediniere Lince, affondato a Punta Alice, Cirò Marina, durante la seconda Guerra Mondiale.

Il cacciatorpediniere Lince, affondato a Punta Alice, Cirò Marina, durante la seconda Guerra Mondiale.

I due sposi si baciarono timidamente subito sepolti dal lancio dei confetti e da parenti e amici che si avvicendarono per le congratulazioni di rito. Poi ebbe inizio la festa. Il corteo nuziale giunse in cima alla collina, alla casa di Angelico, che era ormai ora di pranzo.

Cirò Marina - Corteo nuziale lungo il corso (immagine d'epoca)

Cirò Marina – Corteo nuziale lungo il corso (immagine d’epoca)

Annina aveva lasciato Giulio con sua madre, in campagna, e si era recata in paese da sola, per far prima. Le strade erano semi deserte. In lontananza vide una sua vicina rientrare furtivamente in casa.

Il centro di Cirò Marina visto da Corso Vittorio Emanuele.

Il centro di Cirò Marina visto da Corso Vittorio Emanuele.

Arrivò il libeccio. Il mare si gonfiò e urlò per tutta una notte e un giorno e ruppe la fragile barriera di massi che proteggeva la costa. Si insinuò tra le strade e le case fino alla terza fila, lasciando dietro di sé pozze di fango putrido, pesci morti e un puzzo rancido di salamoia. E rovine. Fu una mareggiata come non se ne vedevano da anni.

Mareggiata del 1972 a Cirò Marina

Mareggiata del 1972 a Cirò Marina

Mareggiata del 2013 a Cirò Marina

Mareggiata del 2013 a Cirò Marina

 

 

 

 

 

 

 

Annina guardava lontano. Le luci delle lampare al largo erano un richiamo. Avrebbe voluto essere lì, in quel momento, a sentire lo schiocco delle reti gettate in acqua, a perdersi in quel nulla liquido e far cessare quella grancassa che le batteva in petto.

Cirò Marina - Lampare al largo per la pesca notturna

Cirò Marina – Lampare al largo per la pesca notturna

Dalla collina in cui si trovava dominava una vista mozzafiato: il mare e i vigneti si stendevano a perdita d’occhio, e il verde brillante delle viti si mescolava al verde azzurro dell’acqua, ché solo la spuma faceva da barriera.

Cirò Marina - I vigneti, il mare, Punta Alice

Cirò Marina – I vigneti, il mare, Punta Alice

Fatica, sudore e amore, questi erano gli ingredienti segreti del loro pregiato vino, anche se Don Gerardo sapeva che Ernesto indugiava in qualche sperimentazione misteriosa. Quelle spezie profumate che si era fatto portare dal compare in Sudafrica, quelle botti di castagno costate una fortuna, raccontavano una storia alchemica che, chissà, un giorno li avrebbe resi famosi o avrebbe fatto esplodere tutta la cantina.

botte

Cirò Marina – Le botti per il vino Cirò si tramandano di generazione in generazione

Cirò Marina - La vendemmia coinvolgeva tutti, le famiglie di vitivinicoltori, i braccianti, le ragazze...

Cirò Marina – La vendemmia coinvolgeva tutti, le famiglie di vitivinicoltori, i braccianti, le ragazze…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Soundtrack a cura di Pierluigi Virelli – Cantunera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Anna” come un pizzo intrecciato al “chiacchierino”

Immagine presa da qui

Immagine presa da qui

Voi lo sapete cos’è il “chiacchierino“? Forse chi ha qualche anno in più ne avrà sentito parlare… Si tratta di un’arte antica simile al tombolo o all’uncinetto, una trama ricca di forme e arabeschi intrecciati fittamente con l’ausilio di un oggetto strano, a forma di piccolo scafo chiamato “navetta”. Le donne del sud Italia (ma forse anche del nord) si riunivano davanti alla porta di casa, in estate, o davanti al camino d’inverno, e facevano danzare la navetta tra i fili di cotone e le dita, creando preziosissimi pizzi. E chiacchieravano. Per ore. Forse il nome di questa arte ormai quasi perduta deriva proprio da questo, e da quegli arzigogoli di nodi che formavano storie straordinarie, proprio come facevano le parole.

Anna” somiglia a un pizzo creato a “chiacchierino”, e a questa pratica è strettamente legato. Ecco perché voglio raccontarvi la genesi di questo mio nuovo romanzo.

Ogni storia scritta ne contiene in genere molte altre, che siano esse finali possibili o incipit per altri racconti. “Anna” prende spunto da una persona realmente esistita, anzi, sia Anna che Angelico sono realmente esistiti, motivo per il quale il finale da me scelto non poteva che essere quello che avrete modo di leggere.
Avevo una zia, zia di mia madre per l’esattezza, che adoravo. Forse perché mia nonna, sua sorella, era morta giovane e lei l’aveva in un certo senso sostituita. E forse perché aveva avuto solo figli maschi, ed erano tutti alti, belli, interessanti e lo trovavo singolare per una famiglia del sud Italia. Ogni estate, quando andavo in vacanza in Calabria, trascorrevo ore a casa di zia Franceschina, perché lì si respirava un’aria diversa, che non capivo ma di cui subivo il fascino.
Un giorno mia madre, sollecitata da me, mi raccontò la storia dell’amore della zia e di Michele, suo marito. Mi raccontò di come quel rapporto fu messo a dura prova dopo soli quaranta giorni di matrimonio, perché lui, zio Michele, si era arruolato come volontario per andare in Africa e lei, la zia, era in attesa del primo figlio. Mi raccontò di una separazione durata dieci anni e, mentre io ascoltavo a bocca spalancata, nella mia mente di adolescente romantica prendeva forma l’embrione di una storia fantastica. Immaginavo la rabbia e il dolore di Franceschina, la sua rassegnazione, lo sconforto di Michele e il suo senso del dovere. Come Penelope e Ulisse.
Anni dopo mia madre aggiunse altri dettagli al racconto. Mi parlò delle lettere che i due si scambiavano, di come quelle di lei fossero dure e laconiche – e io me le ero immaginate proprio così, conoscendo la zia – e di quel bambino che cresceva senza padre.
Qualche frammento di quelle emozioni riuscii a carpirlo anche alla protagonista della storia, con delicatezza però, perché lei non era avvezza alle confidenze. Ricordo certi pomeriggi d’estate, all’ombra della veranda della sua casa vicino alla stazione, quando lei mi insegnava il “chiacchierino” e rispondeva alle mie domande curiose, con la sua risata roca e gli occhi azzurri lucenti di emozione.
Ecco, la storia di Anna era lì, e va da sé che io l’ho imbrigliata in un romanzo, perché tanti dei personaggi che l’accompagnano sono frutto della mia fantasia. Ma quell’intreccio amoroso, quella passione e quei sentimenti, quel pezzo di vita che racchiude guerra, morte e rinascita meritavano di essere raccontati. Secondo me.

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In un paese del Sud

Cirò Marina – Un vicolo
In un paese del sud i vicoli di notte non sono mai completamente bui. Sono avvolti dalla luce gialla dei lampioni antichi, quelli appesi ai cavi che attraversano la strada da un capo all’altro, come i panni stesi ad asciugare, e dondolano alla brezza che viene dal mare, e proiettano ombre enormi sui muri delle case addormentate. In un paese del sud l’estate ha l’odore del mare, dei pesci che arrivano con le lampare al mattino presto, ha l’odore di pelle dura come cuoio dei pescatori che arronzano le reti di fretta, come madri premurose, che da lì viene il sostentamento e i buchi grandi non ci possono stare. E allora si dà una sistemata, che i giorni di pioggia verranno per far tutto per bene.
In un paese del sud in luglio le ragazze si spogliano, e si mostrano, natiche al vento e schiene lucide come seta dal colore caldo delle nocciole tostate, e i ragazzi cantano, come le sirene, il canto dell’amore. In un paese del sud il caldo ti toglie il respiro, ti suda e trasuda addosso e asciugarsi non serve, e allora la regali alle onde quell’acqua che era tua, ti apparteneva, ma ora te la lavi via con altra acqua, quella antica, quella che risana. In un paese del sud, di ogni sud del mondo, il tempo scorre più lento, languisce piano che tanto non c’è fretta, il giorno dura un giorno, che sono ore vissute anche la notte, che a volte pare giorno quando la luna è così piena e vicina che la puoi toccare, così pare.
In un paese del sud all’alba il sole si mangia il buio e regala il profumo del pane, dorato e caldo come lui, sole di pane, che ti investe i sensi appena svegli e respira con te, perché il pane è vivo.
In un paese del sud le donne parlano a voce alta, gridano dai balconi sempre aperti e si attaccano i bimbi al seno per farli addormentare. E tirano su le sporte con le corde perché hanno da fare, non c’è tempo per scendere le scale. Ma la sera tirano le tende che lo scirocco gonfia di aria e gocciole sospese, e sussurrano piano la buonanotte ai bimbi. E poi sospirano, di notte. In un paese del sud ogni estate porta nuovi figli, semi piantati là dove la terra e il mare s’incontrano col sole e con la luna.
Sed