Chi ha paura dei cambiamenti?

Io no di certo.

Mi sono assentata per un po’ da questo blog perché la vita è tornata frenetica. Niente di particolare a pensarci bene, ma è la vita che torna e che esige attenzioni. Qualche giorno fa ho avuto una lunga conversazione con un amico e si è parlato della paura dei cambiamenti. Mi ha detto che noi donne abbiamo una marcia in più, che affrontiamo tutto senza timori, che questo mio ultimo anno avrebbe fatto tremare i polsi a chiunque, che, che, che… Capiamoci, qui nessuno si atteggia a eroe e certi fatti importanti, dolorosi, faticosi, spaventano. Eccome se spaventano. Ma la scelta spesso è una sola: lottare. Io ho avuto paura e ne ho ancora, ma vivere mi piace e per questo non mi lascio annichilire dal timore di non farcela. I cambiamenti servono anche a questo, a trovare il coraggio di superare un angolo buio del proprio cammino e riscoprire altre prospettive altrimenti ignote.

Ma veniamo ai fatti. In questi quarantacinque giorni di assenza ho deciso di cambiare casa, e già un trasloco è sufficiente per dare una bella svolta al proprio destino. Una casa piccolina, su misura per me, che mi veste tutta come un guanto, che mi somiglia. Poi ho chiuso il contratto di edizione di Anna. Per un po’ non la potrete acquistare, neanche online, ma solo per poco… Poi ho fatto le prime visite di controllo e ho capito che quelle mi accompagneranno per qualche anno, a cadenza confusa e costante. Questo è forse il cambiamento più sostanzioso, fare i conti con la mia fragilità, restare sospesa e accettare il crudele gioco dei responsi, come grattare un gratta e vinci e spizzare le icone una ad una. A questo non ci si abitua, e per fortuna.

Ci sono state altre cose belle, cose fatte di arte, di musica. Partecipo con altri diciassette scrittori a un’iniziativa fantastica organizzata dai Golden Book Hotels, un modo davvero intelligente per invitare alla lettura gli ospiti di questi hotels sparsi in giro per l’Italia. Noi Fab18 abbiamo regalato dei racconti inediti che potranno essere scaricati gratuitamente da chi soggiornerà in un GBHotel e qui potete trovare tutte le informazioni. C’è anche un trailer!

Mia figlia gira l’Italia col suo nuovo gruppo vocale, Occhi Chiusi In Mare Aperto, e i cinque talentuosi ragazzi riscuotono successo, tanto. Alla fine del post ci sarà un video, giusto per farvi capire cosa intendo per talento.

Tra poco comincerà Più Libri Più Liberi e non vedo l’ora. Voglio di nuovo immergermi tra le parole scritte e raccontate, voglio girare tra quei corridoi, curiosare tra gli stand, incontrare gli amici e i colleghi di penna (di computer forse è meglio), voglio parlare di come prendono forma i sogni ora che mi è di nuovo consentito sognare, ora che posso presentarmi al mondo con la mia nuova faccia che mi piace un sacco, anche se è diversa, anche se sono cambiata io, anche se dentro c’è una tizia tosta che combatte forte, fortissimo. E penserò a un signore che voglio chiamare amico, anche se non l’ho mai incontrato. Un signore che ha combattuto forte, fortissimo, che ha condiviso sui social la sua lotta estrema e ha dato a me e a molti altri una spinta a continuare, ad amare, ad amarsi che mai avrei creduto possibile. Un signore che con grazia e delicatezza ha usato parole importanti per raccontarci la sua CURA e che ora non c’è più. Severino Cesari, grazie per la forza che mi hai trasmesso nei giorni cupi e solitari. Ti leggerò con cura e non dimenticherò ciò che mi hai insegnato.

E adesso musica. #OCIMA

Donna nella crisi. Manuale di sopravvivenza.

Immagine presa da qui

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Ti accorgi che qualcosa sta cambiando quando cominci a vivere di sottrazioni. Di punto in bianco, senza neppure avere il tempo di abituarti all’idea, devi imparare a rinunciare. Prima avevi un bel lavoro, gratificante, ti sentivi libera di non chiederti quanto avevi nel portafogli. Dopo, un dopo la cui immediatezza farebbe tremare i polsi a un supereroe, ti sorprendi a contare i centesimi nascosti nello scomparto con la zip, a cercare quelli caduti in qualche borsa in disuso, a festeggiare quando li trovi, come se avessi scoperto un tesoro. Ma ancora sei sull’orlo del precipizio, ancora non credi che ci finirai dentro e dovrai imparare a volare, per non schiantarti.

Il primo vero indizio è quando ti metti a dieta. Si comincia sempre sottraendo il grasso in eccesso, quel segno inequivocabile di passata abbondanza. E si mente. In primo luogo a sé stesse. Ci si racconta la favola del “magro è bello” e si continua ad andare in giro, tutte fiere del girovita filiforme e della cellulite che proprio non c’è più. Perché nessuno deve sapere che sei entrata mani e piedi nella crisi, che il lavoro lo cerchi ma sei troppo brava, troppo esperta, troppo vecchia per trovarlo. E ti devi accontentare, ti devi arrangiare, che sei pure fortunata ad avere una casa, un rifugio, un luogo in cui rinchiuderti e urlare in solitudine tutta la tua frustrazione. Ai vizi non rinunci, ad alcuni almeno. L’acqua minerale e le sigarette, quelle fai da te, che costano poco. Perché quando i morsi della fame ti prendono, la sera, l’acqua frizzante e il fumo anestetizzano lo stomaco, e tutto sembra più normale. Impari a far durare le cose, quando devi farne a meno. Gli abiti, le scarpe, sono un bene prezioso. Svuoti gli armadi che hai riempito negli anni del benessere e ricicli la vita.       

Poi scopri che puoi anche fregartene delle regole. Quella è la sottrazione più interessante, oserei dire divertente. Ti senti di colpo immune da sanzioni e gabelli, perché tanto, se non hai niente, cosa possono toglierti?          
Ritrovi il gusto di camminare, anche lentamente, e sentire i muscoli che riprendono vigore. Il tempo è l’unica ricchezza che hai, il tempo e te stessa.       
Quando giungi a questo stadio il cambiamento è ormai irreversibile. Ti rendi conto che sei realmente in grado di vivere con nulla e ti senti potente, energica, bellissima. Hai rinunciato a tutto e sei sopravvissuta. Hai scoperto di avere ali buone per volare e che ora puoi solo risalire, senza seguire la corrente, ma diventando tu stessa vento. Si impara molto di sé quando si affronta una crisi così importante. Nudi, di una nudità indifesa, ci si riappropria di un’essenza nascosta e dormiente, la risorsa primordiale che guida il nostro istinto di sopravvivenza: la volontà.

Non costruiamo castelli di carta

Immagine presa da qui

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Passi la vita a sentirti maestra di questo o di quello, o perlomeno, ambisci a diventarlo. Non conosco oggettivamente nessuno che non abbia almeno un piccolo talento da mostrare o da dimostrare. Chissà perché pare così essenziale… il bisogno di emergere da una massa apparentemente uniforme, omologata, è insito nella natura umana, a quanto pare. Equivale al desiderio di sentirsi necessari a qualcosa o a qualcuno, per affermare così la nostra “visibilità”. Sì, perché tutti abbiamo paura di non essere visti, di passare inosservati attraverso le vite degli altri, già fantasmi prima ancora di aver esalato l’ultimo respiro. Allora coltiviamo il nostro apparire a discapito del nostro essere. Ci fingiamo cinici e saccenti, onnipresenti e onniscienti, alziamo sempre la mano da bravi interventisti e ci informiamo, studiamo, chiacchieriamo, diciamo, facciamo… Che stanchezza! Perché arriva, a un certo punto, la stanchezza. E con essa il crollo. Basta che solo un dito si punti verso di noi che il castello così tenacemente costruito abbia uno scossone. Quello è il momento della verità. Se i mattoni con cui l’abbiamo edificato erano di carta, la distruzione sarà inevitabile.

Se invece ogni tanto abbiamo avuto l’accortezza di acquistare buona malta al mercato del buon senso, allora si potrà affrontare la crisi. L’autocritica non è mai solo una dolorosa autoflagellazione. È l’accettazione del cambiamento, a volte inevitabile, altre volte salvifico. È quella prova di umiltà che ci serve, per scendere dal piedistallo da supereroe sul quale, da incoscienti, siamo saliti, perché faceva bello e fico, e salire sul treno della nostra umanità più vera, reale, fallace e per questo giusta. Difenderò sempre il mio diritto a sbagliare, perché trovo molto più interessante imparare che “nascere imparata”. E ora, silenzio, c’è lezione di vita.

Ricominciare dal futuro

Immagine presa da qui

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Ricordo che anni fa, a chi mi chiedeva dove avrei voluto vivere, rispondevo sempre che mi sentivo cittadina del mondo e che sarei stata bene ovunque purché il luogo suscitasse la mia curiosità. Poi la vita e gli eventi mi hanno portata ad essere pressoché stanziale e ho saziato la mia fame di conoscenza viaggiando. E tornando, sempre. Perché c’era un motivo per tornare. E poi diciamolo chiaramente, non è così semplice decidere di andarsene, sradicarsi dalle abitudini consolidate, da ciò che ci è familiare e ci da sicurezza e partire alla ventura. E allora si procrastina all’infinito. Poi accade che siano i figli a partire e allora ti ritrovi a fare i conti con una nuova realtà: non hai più scuse. I cambiamenti epocali nella nostra vita avvengono così, senza alcun preavviso. Ti ritrovi a fare i conti col fatto che ciò che fino a un attimo prima ti spingeva a fare determinate scelte, ad assumere determinati atteggiamenti, non c’è più e tu devi semplicemente decidere come occupare il tuo tempo, che ora, davvero, è solo tuo.

Io per ora sto ancora cercando di abituarmi al dolore del distacco, che non ha nulla di metaforico, ma è proprio uno strazio fisico, lacerante, che non so descrivere, ma che so inevitabile.
Poi, nei rari momenti di lucidità, penso all’opportunità di fare di questo tempo diviso un ponte per il futuro. Perché non sta scritto da nessuna parte che alla mia età la parola futuro non debba esistere. Penso che i tasselli di questo nuovo puzzle che il destino e la crisi mi hanno regalato siano una sfida nuova, per rimettermi in gioco e riprovare quel gusto estremo per il rischio e quell’incoscienza creativa che da giovane mi hanno fatto fremere e sognare. Con l’esperienza di oggi, chissà, magari ne coglierò l’essenza e mi innamorerò di nuovo dell’ora e subito, quel tempo presente che troppo spesso mi sfugge.

Potrei partire anch’io, raggiungere i miei figli come tappe di un nuovo percorso e poi andare a cercare il resto del cammino altrove, inseguendo il sole. Ho sempre desiderato vivere in un luogo senza inverno. E passerà questo lungo inverno che sto vivendo ora, passerà come i minuti e le ore e i giorni dell’attesa, passerà come i sogni inseguiti e abbandonati non perché non ci credevo più, ma per il fatto che i sogni degli altri erano sempre più importanti.
Passerà anche questa tristezza che mi avvolge e tornerà l’estate, e questo avverrà comunque, che io lo voglia o no. Resta questo tempo sospeso, da usare nel modo migliore.