Cetteide Revolution #cp6 The journey

Organizzare il ricovero in ospedale è un po’ come organizzare il matrimonio, la luna di miele, insomma una faccenda importante. Ci vuole il corredo. E bisogna prepararsi per tempo. Memore di quanto è accaduto con mia madre, io ho cominciato a fare la valigia (sì, dai, una piccolina…) due settimane prima. Mi sono dunque resa conto di non avere nulla di ciò che serve: niente camicie da notte (solo pigiami o babydoll, ma non credo vadano bene), niente vestaglia primaverile (posso sopportare quella invernale perché ho freddo, ma primaverile no, per favore…), niente pantofole che si possano definire tali (ciabatte! O al massimo infradito!). Insomma un disastro. Mi sono venute in mente le raccomandazioni di mia madre quando ero ragazza e stavo per sposarmi: “Devi sempre avere nel cassetto un completo da notte nuovo nuovo, non sia mai dovesse servire.”
“Servire per cosa, ma’?”
“Se devi andare in ospedale, per esempio!” E io giù a fare gli scongiuri. Mai conservato niente.

Ho comprato una vestaglia tutta a fiori, di seta, con un collo che è tutto un programma di volants, e sei camicie da notte di tutti i colori, tranne rosa che non mi piace.
“Perché sei?”
“Perché non intendo stare in ospedale un giorno di più.”
“Comunque te la do io la vestaglia.” Mamma ha sempre rispettato quella regola di tenere qualcosa di nuovo nel cassetto. Tira fuori una vestaglia bianca, bellissima, sobria ma con il vezzo di un leggero pizzo ai polsini.
“Bella! Ma da quando ce l’hai?”
“Saranno trent’anni. L’abbiamo usata solo per andare in ospedale…”
“Ah, ecco. Quindi ha il pedigree. Abbiamo ma’? Cos’è, una vestaglia cooperativa?”
“L’ho usata per i miei ultimi interventi, l’ha usata Patrizia per il suo, Alessandra per la nascita di Eleonora. Insomma, solo cose andate bene.” E questo fatto oggettivo soddisfa la mia napoletanità, il mio bisogno di scaramanzia.

Pensare a organizzare questo “viaggio di nozze con la mia vita” è una panacea contro l’ansia. La paura arriva ogni tanto, gratta i piedi di notte, mi sorprende con un sussulto mentre sto facendo altro o mi lega la gola in un nodo che si scioglie nel pianto mentre guardo il cielo limpido di aprile. Poi penso a mia madre, a come sta adesso dopo oltre due mesi dall’intervento, e torna il coraggio. Mi fermo un attimo a riflettere su cosa avrà pensato, provato, sentito lei qualche giorno prima, con noi figlie che le giravamo attorno e prendevamo in mano la sua quotidianità. Avrà pianto anche lei da sola, nel letto? Avrà scacciato i mostri con un’alzata di spalle e un respiro profondo? Indosserò la tua vestaglia delle cose belle, mamma, bianca come la luce, bianca come la vita.

E adesso musica!

Piccolo discorso sul cancro e i suoi effetti. Perché la vita non è solo Cetteide Revolution.

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“E come lo sta affrontando questo percorso?”
“Beh, io sono una testarda, quindi lo affronto con determinazione e positività. Mi informo e lotto. Io intendo vincere.”
“Molto bene, questo è lo spirito giusto. Però si ricordi, se ne sente il bisogno ogni tanto pianga pure. Non deve dimostrare niente a nessuno.”

Questo dialogo non è tratto da un romanzo di appendice. Queste sono le parole che ci siamo scambiate, io e l’oncologa, subito dopo la prima visita pre-chemio. Perché è prassi avere un colloquio con lo specialista prima di sottoporsi al lungo processo (diverse ore) che ormai tutti conosciamo come LA CURA. “Io piango, eccome se piango, e non mi vergogno affatto. E dopo mi sento un pochino meglio, specie quando piango coi singhiozzi, quelli che mi squassano il torace che sembro un lupo che ulula alla luna…” Il fatto è che negare la realtà non serve proprio a niente: la realtà bisogna accoglierla e farla diventare, almeno per un po’, quotidianità. Non abitudine. Non ci si può abituare al cancro.

Strano come l’universo intero pare stia lì a ricomporsi, a muoversi, a proporsi con immagini, notizie, informazioni sulla malattia e LA CURA esattamente dal preciso istante in cui tu scopri di avere il cancro. Come se volesse inviare dei segnali. Io credo di aver capito di essere malata proprio dai messaggi subliminali che mi arrivavano, prima ancora di averne la certezza dai risultati degli esami. “Caspita, ma anche lui è ammalato? E lei? Così giovane… ma c’è un’epidemia in corso?” Ti senti invadere da uno smarrimento feroce, senti di non avere scampo, non puoi fuggire. Apri gli occhi, apri gli occhi, apri gli occhi. Non voglio, non voglio, non voglio… Carcinoma squamoso e adenocarcinoma infiltrante. Il suono di questi due nomi è talmente osceno, cacofonico, che li ribattezzo Scilla e Cariddi.

“E ora che faccio?” La voce dentro di me ha un’eco lunghissima. Sono schiantata ai miei piedi, schiacciata da un peso che neppure credevo potesse esistere, sola davanti a questo ospedale di Roma, col cielo più sereno che c’è e la gente che cammina e il cuppolone che mi sovrasta. Sola qua fuori, con l’eco della mia voce dentro, con l’eco della voce del medico che mi comunica la sentenza, con l’eco di tutte le voci che mi venivano incontro nei giorni passati dal mondo del web. Forse è stato così anche quando stavo per nascere, chiusa nel grembo materno. Forse sarà così anche quando dovrò morire. Siamo sempre soli nei momenti davvero importanti della nostra esistenza, nessuno può sopportare quel peso al posto nostro e nessuno può immaginare cosa sia.

“Certo è grande, certo è infiltrato, ma non si preoccupi, toglieremo tutto con un bell’intervento radicale.” Che se lo avessi saputo prima, se solo lo avessi immaginato, avrei fatto come la Jolie, avrei tolto tutto preventivamente. Tanto a che serve un utero? Dopo che ha svolto la sua funzione, dopo che l’età fertile è diventata un lontano ricordo, a che cazzo serve l’utero? A niente. Solo un potenziale ricettacolo di malattie e problemi. Questa mania che abbiamo tutti di conservare, preservare. La vita, solo di quella ci dobbiamo occupare.

L’ATTESA.

L’attesa è quel periodo necessario a renderti malleabile, elastico, paziente. Devi aspettare di sapere quale sarà il tuo protocollo e, prima ancora, devi aspettare di sapere bene cosa hai e cosa ragionevolmente accadrà dopo. Io mi proietto già a quel dopo, con tutto il corpo, la mente, l’anima. Io voglio essere IL DOPO, io sono DOPO. E fremo, e scalpito e mi informo. Mia madre mi dice che sarebbe meglio non sapere troppe cose, un po’ di incoscienza aiuta. Io le rispondo che non sapere non metterebbe a tacere il mio cervello dubbioso e mi farebbe vivere un inferno. Mi informo quindi, mi leggo interi PDF con termini medici assurdi, mi scarico ricerche e statistiche, imparo a memoria sintomi e cause, comincio ad ascoltare il mio corpo. Ad ascoltarlo sul serio. E mi rendo conto che certi segnali avrebbero dovuto allarmarmi già tempo fa, e capisco che questa abitudine al dolore e alla sopportazione che noi donne spesso coltiviamo, – perché siamo tutte eroine, vero? – non va bene, ci insegna a nascondere i sintomi e le cause anche a noi stesse. Non va bene, no. Bisogna essere un pochino fragili, è umano.

TAC total body. La mia spada di Damocle del momento. Ho paura di questo test più di qualunque altro, ora. Perché mi dirà se Scilla e Cariddi hanno esteso la loro insaziabile fame di me da qualche altra parte. Non l’ho mai fatta in vita mia, quindi non avrò parametri di confronto, ma una cosa la so: io fumo da quarant’anni… “Non fumerò più, lo giuro. Non fumerò, non fumerò, non fumerò…” L’eco della mia voce come un mantra, una supplica al cielo, alle energie dell’Universo, a un Dio che non conosco e che non prego. “Mamma, ho paura mamma, prega tu per me, tu che lo sai fare.” “La tua è già una preghiera, la più potente.”
Nessuna metastasi. Sono una delle persone più sane col cancro che il mio chirurgo abbia visto, nonostante il mio vizio. Non fumerò più, l’ho promesso a me stessa, e io le mantengo sempre le mie promesse.

downloadIL PROTOCOLLO

Prima di Natale mi opero così posso cominciare l’anno nuovo con nuove prospettive.

“Deve fare un ciclo di radio e di chemioterapia neo-adiuvante. Bisogna ridurre le dimensioni della massa perché, anche se le asporterò tutto, c’è il rischio di andare a ledere organi limitrofi, la vescica per esempio, e non posso consentire che una donna giovane come lei abbia la qualità della vita compromessa.” Io non lo ascolto più di tanto. Io so solo che l’intervento è rinviato e che è stata pronunciata la parola “chemioterapia”. Stavolta c’è mia figlia a sorreggermi mentre precipito, mentre mi si piegano le ginocchia e crollo con un’unica emissione d’aria che espelle tutto il calore che ho in corpo. Penserete che io stia esagerando, che stia raccontando reazioni troppo violente a situazioni, tutto sommato, positive (nel senso che qui non c’è la vita in gioco). Ma è così, il cancro è una malattia violenta che violenta la tua vita, che ti costringe a concentrarti solo sul male, che ti ruba il tempo e ti porta dentro un loop, una centrifuga, ti mette a nudo letteralmente e ti lascia sola, a fare i conti con la tua capacità di superare tutto quanto. E non è che puoi scegliere. Lo devi fare, e basta. Soccombere non fa parte del copione. Ma soprattutto il cancro ti mette violentemente davanti a una parte di te sconosciuta, e che spesso rimane tale fino alla fine dei tuoi giorni. Nessuno sa come potrebbe reagire davanti alla malattia, non lo sa finché non ci si trova in mezzo, questa è la verità. Sto provando a raccontarlo, ma so già che non riuscirò a rendere davvero l’idea.

Chemioterapia ha un suono secco e duro, proprio come immagino sia doverla affrontare. Ci sono decine di migliaia di testimonianze e testi su questa terapia, sui suoi effetti collaterali e sui suoi benefici, ma chissà perché la cosa che più di tutti balza all’occhio è la perdita di capelli. Forse perché si tratta dell’unico effetto collaterale visibile. E pensare che è il meno importante… però non è vero, per una donna è importante, noi non siamo abituate all’idea della calvizie (temporanea tra l’altro). Ma non tutte le pozioni fanno cadere i capelli, e la mia dovrebbe essere tra quelle. In compenso ci sarà tutto il resto. E tutto il resto è pesantissimo.

“Chi le ha detto che non le cadranno i capelli? Metta in conto che ha un buon 60% di possibilità di perderli, e consideri che lei ha una seduta a settimana, quindi dopo una decina di giorni lo vedrà.” L’empatico oncologo che mi fa la prima visita mi regala questo knockout fuori programma, perché non bastano la paura e la sensazione di smarrimento, bisogna necessariamente abbassare la soglia della speranza. E non parlo di speranza di guarigione, cosa c’entra. Parlo di speranza di non stare troppo male nel perseguirla. Anche stavolta non ero sola, avevo il figlio giusto ad accogliere la notizia con me, quel figlio che capisce bene il valore dei capelli e che ha saputo trovare il giusto silenzio per consolarmi. I capelli non cadranno, alla fine, e io non ringrazierò mai abbastanza quello stronzo di oncologo che mi ha fatto vivere ogni seduta settimanale, sei in tutto, e i giorni che ci stanno in mezzo, con un tale stato d’ansia che tutti gli altri effetti collaterali si sono amplificati come allo stadio quando c’è un concerto degli U2. Certi medici dovrebbero essere internati. Il sedicigennaioduemiladiciassette ho cominciato la prima seduta di chemio e radio insieme (terapia concomitante, perché io sono da tutto o niente), il quattordici sono andata a tagliare inutilmente i capelli, il tredici ho deciso di smettere di cercare informazioni sul web e altri supporti. Quando si deve cominciare una gara, quando si deve sostenere un esame, io funziono così, a un certo punto quel che è fatto è fatto, allenamento o studio che sia. “Puoi contare solo su di te, adesso. Sei sola, adesso. Sii forte, adesso. Accogliti, adesso. Resisti senza opporre resistenza, adesso. Sii come una canna al vento, adesso.”

GLI EFFETTI

“Il dolore, se non lo manifesti in qualche modo, nessuno ci crede che ce l’hai.” Non ho capito un cazzo di niente dalla vita, io. Tutto il tempo lì, a mostrare stoicamente la parte migliore di me, a minimizzare, per non far pesare mai nulla sugli altri. E poi gli altri ci credono che non hai niente, che stai superando la faccenda alla grande… Non è così, ora ve lo dico com’è. È la nausea, quella bassa all’altezza dello sterno, quella che ti viene quando non hai digerito e ti provoca anche aria da reflusso, e non passa mai, niente, sta sempre lì a impedirti di mangiare come vorresti, di rilassarti, di dormire serena, sta sempre lì a ricordarti che, cazzo, stai male. E punto. E magari ci fosse il vomito liberatorio. Quando c’è è solo una cosa in più, perché non ti liberi proprio di niente, la nausea resta lì ancorata alla bocca del tuo stomaco che tu vorresti strappartelo via e ti viene da piangere ma non puoi piangere sempre… Anche perché se piangi quel sapore di ferro che ormai staziona nella bocca, si sente di più. Se sei fortunata come me i sapori del cibo non si alterano, e neppure gli odori. Fortunata… con la nausea che ho mi avrebbe fatto comodo una sorta di ripugnanza.malattia

Poi c’è la stanchezza, che non è una cosa già provata e quindi è difficile da descrivere, anche ai medici che ne hanno contezza. Una stanchezza totale, senza che i muscoli o le ossa siano dolenti in qualche modo, senza che il cuore modifichi il suo ritmo, una stanchezza che rende il respiro corto e spezzato, che ti porta a fermarti dopo cinque passi laddove ne facevi cinquanta perché hai la sensazione di avere due blocchi di cemento al posto delle gambe, che ti spinge a passare dalla sedia al divano in cinque metri di casa, che ti fa sentire un’oscillazione interna come se ci fossero continue scosse di terremoto e questo ti fa venire sonno all’improvviso, ovunque ti trovi. Chi ha sofferto o soffre di mal di mare può avere una vaga idea di questa sensazione che sto cercando di descrivere, solo che in quel caso, placate le onde, tutto finisce. La stanchezza si unisce alla frustrazione quando non riesci a metterti un paio di collant, quando non riesci ad asciugarti bene dopo la doccia, quando anche le quotidiane e intime faccende necessiterebbero dell’aiuto di qualcuno perché la torsione del busto ti toglie l’aria residua dai polmoni e le cose sono due, o respiri o ti lavi. “Ho cinquantasei anni, cazzo, non mi ha mai fermato niente e nessuno, ma che davvero?” Posso anche singhiozzare di gioia dopo essere riuscita a infilarmi le calze, rotolandomi sul letto per farlo, e continuare a singhiozzare disperata per averle rotte subito dopo, ma non posso certo permettere che LA CURA si trasformi in tortura. Per questo indosso la maschera migliore, per questo gli altri non capiscono come sto, per questo glielo devo raccontare. Perché io sono solo una tra mille di quelle persone che ogni giorno affrontano il cancro, una tra mille di quelle che lo raccontano, ma credo che raccontarlo non faccia male, e non è psicologia spicciola. Io arrivo sempre alla giornata della chemio con la consapevolezza che quella seduta (la faccio su una bellissima poltrona ergonomica) sarà una in meno.

Bisogna tener conto del fattore radioterapia. Il fatto che non ci siano buchi di ago, il fatto che ogni quotidiana seduta duri poco più di dieci minuti, il fatto che non ci sia nulla di visibile, non significa che non ci siano effetti collaterali. Non è una lastra lunga sei settimane. Lo devono bruciare quel cancro, lo devono ridurre, mentre la chemio impedisce alle sue cellule impazzite di riprodursi, e le radiazioni questo fanno: bruciano. Letteralmente. Mi viene in mente che a Chernobyl le persone sottoposte a radiazioni sono morte o si sono ammalate di varie forme di cancro… che ironia. Proprio vero che certe scoperte possono sempre avere un duplice scopo. In fondo la chemioterapia stessa segue il principio di tutti i farmaci, che spesso mimano il comportamento del male per insegnare al nostro corpo come combatterlo, solo che è meno sofisticata, un po’ più distruttiva. Mi sto avvelenando per diventare antidoto di me stessa, sto bruciando per rinascere dalle mie ceneri.

IL DOPO

Il dopo non è mai abbastanza vicino. Sono già dopo adesso che è finito il mio ciclo di radio-chemio, ma sono ancora un prima, prima dell’intervento. È finita, mi dico, consapevole che non è finito un bel niente ma che una parte del viaggio è stata fatta, e sono ancora qui a raccontarlo. Un viaggio durissimo che ha dato i risultati sperati: Scilla e Cariddi si sono ritratti davanti agli attacchi congiunti della CURA e miei e consentiranno al chirurgo di fare un buon lavoro radicale questa primavera. Sboccerò come i fiori a nuova vita, mi ripeto ogni giorno, oggi che ancora mi lecco le ferite e ancora faccio fatica a prendere in braccio mia nipote. Il dopo sono i progetti da riprendere in mano, quel pezzo di me accantonato e che grida per riprendere il suo percorso. Il dopo è la consapevolezza che sarò per sempre una sorvegliata speciale, da me ovviamente, perché mai più permetterò al cancro di sorprendermi.

E adesso un po’ di musica…

Cetteide Revolution #cp5 The truth

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Gennaio 2017

E venne gennaio e ogni cosa perse il proprio senso. O forse finalmente si svelò per ciò che realmente era: il grande bluff. Accade che trascorriamo la nostra vita a dare importanza all’effimero, al dettaglio, al dito che indica la luna, e non è per incapacità o pigrizia: proprio non riusciamo a concepire una diversa visione. C’è un velo che ci ostacola la vista, ovatta nelle orecchie che non ci fa percepire la verità dei suoni, una distorsione nell’aria che ci fa vivere in uno strano equilibrio nel quale noi non abbiamo il reale controllo di un bel nulla. Avete presente la sensazione spaesante che proviamo dopo un atterraggio con l’aereo? Prima che si stappino le orecchie. Ecco… ripensate a cosa accade subito dopo.

A gennaio sia a me che a mia madre si sono stappate di colpo le orecchie, e nulla è più riuscito a otturarle. Si riesce anche a volare così, sapete? Si riesce perfino a sentirsi buoni, generosi, allegri, leggeri. Che scherzo strano che ti fa il cancro, così strano che ti fa “imparare la vita”.

Ma veniamo alla mera cronaca. Il 10 gennaio ricoveriamo mamma, è finalmente giunto il momento dell’intervento. Praticamente è digiuna da ieri e dovrà esserlo fino a domani, il suo stato d’animo è immaginabile.
“Mamma, sbrigati che dobbiamo andare!”
“Aspetta, prima di uscire devo attaccare la lavatrice…” e si avvia verso la lavanderia.
“Adesso ma’…?”
“Adesso sì, che i panni sono i miei.” Che i panni sporchi si lavano sempre in famiglia, ma ciascuno per conto proprio.
In macchina, siamo ormai quasi giunte in ospedale, mi viene in mente di fare un check (io li faccio sempre con tutti, prima di ogni partenza. Prima…).
“Mamma sicura di aver preso tutto?”
“Tutto sì. Ho preparato le mie cose da ieri sera apposta!” Mi ricorda qualcosa tutto questo, come un dejà vu.
“Documenti, analisi, cellulare, caricabatterie, biancheria, pantofole, farmaci per le tue terapie…”
“Il rosario!”
“Il rosario cosa?”
“Ho dimenticato il rosario! E adesso come faccio? E pensare che l’avevo preparato bello bello sul tavolinetto con gli occhiali.”
“Quindi sei anche senza occhiali?” Sto già telefonando alle altre mie sorelle che dovranno raccogliere le briciole che mia madre ha seminato dietro di sé.
“Si ma quelli non fa niente, tanto mica lo devo leggere il rosario.” E mi pare lapalissiano.
“Per fortuna c’ho quello da viaggio, la versione ridotta con dieci grani. E va bene, la ripeto quattro volte e sto a posto.”

Capite la visione diversa? Nessuna tragedia, direttamente la soluzione. Rosario da viaggio e il problema della preghiera quotidiana è risolto.
Ricoverare mia madre non è cosa da tutti. Lei non occupa uno spazio a lei riservato, lei occupa l’ospedale. E noi figlie, noi famiglia in fondo le somigliamo. La mattina dell’intervento sono arrivata prima io e, a seguire, Patrizia. No, una sola auto non bastava. Sono riuscita a entrare in camera prima che la portassero via, per un saluto, una parola di incoraggiamento, aiutarla, vedere come si era conciata.
“Mamma, togliti quella fascia dai capelli che devi entrare in sala operatoria.”
“E no che mi svolazzano tutti che sono elettrici…”
“Ma ti mettono una cuffietta!”
“Dici?”
L’attesa è stata lunga, fino alle cinque del pomeriggio più o meno. Nel frattempo sono arrivati, uno ad uno, tutti i componenti della famiglia, le figlie, i nipoti, gli amici dei nipoti. Abbiamo trovato un locale con scritto “soggiorno” e ci siamo messi a soggiornare nel vero senso del termine, compresi i giochi per la piccola Eleonora. Abbiamo sequestrato tutte le prese di corrente, abbiamo mangiato. Abbiamo perso mia madre…
Alla fine l’abbiamo ritrovata in terapia intensiva. Io non so se tutti gli ospedali sono strutturati allo stesso modo, ma al Villa San Pietro funziona così: una stanza un po’ più piccola per i post operatori, la cosiddetta “osservazione” che in genere dura ventiquattro ore, e una stanza decisamente più grande dove sono ricoverati i degenti da terapia intensiva vera e propria, magari in stato comatoso, insomma decisamente molto gravi. Mia madre l’hanno messa qui, perché nell’altra stanza non c’era posto, e il caso ha voluto che tutti intorno a lei fossero incoscienti.
“Come ti senti ma’?” Ci fanno entrare una alla volta, solo noi figlie e già fanno un’eccezione perché siamo in quattro e potremmo accedere al massimo tre al giorno. Ci bardiamo come i medici delle serie TV.
“Ho sete…”
“Ma non puoi bere niente ma’. Ti bagno un po’ le labbra, va bene?”
“Sì, va bene. Ma che silenzio questi qua, nessuno parla… asociali.” Che faccio? Le dico che sono tutti in coma così le prende un colpo?
“Ecco, cerca di non parlare neanche tu, non ti affaticare. Riposati.” L’hanno rimandata in camera due giorni dopo perché medici e infermiere avevano l’esaurimento nervoso.
“Ora potrà bere signora, contenta?”

Mamma non è stata una paziente facile e difficilmente, credo, potranno dimenticarla in quel reparto. In tutti i reparti dai quali è passata. Lei ha voluto il suo cibo non appena le hanno permesso di mangiare, lei ha deciso quando uscire e tornare a casa, ha firmato e basta, sono pronta ha detto. Lei ha accettato con filosofia le piccole complicanze della vita quotidiana che questo intervento le porterà d’ora in poi, perché pur se con un po’ di fatica ne è uscita, e ora si torna a una nuova normalità. Non gliene frega niente delle cose, della gente, degli intoppi. Gliene frega di me, che ho cominciato il mio percorso, la CURA, e non posso neanche andare a trovarla perché ho bisogno delle mie energie, perché non posso rischiare di ammalarmi, perché se vedo che le cose non sono come dovrebbero essere poi mi altero e non va bene.
“Tu resta a casa, non venire.” E mi butta giù il telefono.
“Parliamo d’altro, va bene?”
“Non ci pensare, Cetta. Fatti le tue cure che a me ci pensano le tue sorelle.”
Non si allontana da me, si allontana dalla mia malattia perché ora lei ne è fuori, e ha il diritto di essere convalescente e di guarire. Così funziona, così si trova il tempo per rigenerarsi, tanto non siamo sole nessuna delle due. Tanto ci basta uno sguardo per capire che sappiamo, sappiamo bene quali sono le cose davvero importanti, quelle che devono venire prima nell’ordine delle priorità. In questo momento è la vita.

Se volete commentare non siate timidi, c’è lo spazio qui sotto. Se volete conoscere la prima parte delle avventure di Cetteide, potete trovare i link a questa pagina (cliccare qui)

E adesso… un po’ di musica!

Cetteide Revolution #cp4 Rebirth

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Dicembre 2016

L’avvento quest’anno è stato un’autentica attesa: per mia madre di sapere quando l’avrebbero operata, per me di sapere quando avrei cominciato il mio percorso terapeutico. Quindi, per non sbagliare, abbiamo cominciato a organizzarci per tempo, subito dopo l’Immacolata.
“Allora, dove la passiamo la Vigilia?”
“Ma’, e che ne so. Sinceramente non ci stavo pensando…”
“Ma dobbiamo pensarci che quest’anno siamo in tanti.”
“In tanti quanti?” Già mi immagino la fatica di coordinare tutto e tutti perché, se non si fosse ancora capito, la coordinatrice di casa sono io. E io quest’anno dovrei evitare ogni stress. E nella mia famiglia l’elemento femminile è preponderante… (Lo sentite anche voi un lontano richiamo di tamburi da guerra?)
“Una ventina…” Una ventina significa tutti e anche qualcuno in più. Sì perché mia madre ha invitato anche il mio ex marito (che mica lo possiamo lasciare da solo, non va bene a Natale) e l’amico di “merende” di mio figlio, ormai nipote acquisito (ma forse vorrà trascorrere la Vigilia con la sua famiglia, non credi?) e il problema dello spazio utile in un luogo neutrale si pone.
“Ci riuniamo a casa di Angelo [n.d.r. Angelo è il figlio maggiore di mia sorella]. Lui organizza la tavola e noi cuciniamo!” Ecco fatto. Incastrata per bene.

Alla fine il grosso della cena lo abbiamo preparato io e lei, le uniche due che non avrebbero dovuto fare niente, ma la meraviglia, la gioia, il piacere di esserci tutti sono stati il giusto premio per lo sforzo fatto. Ne è valsa la pena. La cena della Vigilia per noi significa pesce. E almeno dodici portate, una per ogni apostolo suppongo. Che poi quando Gesù è nato gli apostoli ancora non c’erano, ma con questi riti calabresi io non ci capisco granché, quindi li accetto così come sono e basta.
“Mamma, io preparo il sugo per le linguine, il sauté di cozze e le verdure ripassate in padella.”
“Io preparo baccalà e pipi, pipi e patate, pipi e olive ammortate e porto le conserve mie per antipasto: pipi sotto sale, melanzane a scapece, olive schiacciate.” I pipi sono i peperoni piccanti calabresi, quelli tondi e generalmente verdi, che non possono mancare mai nel desco della festa. Il profumo è così intenso, anche quando sono ancora crudi, che l’appetito scende dagli occhi al cuore e anche chi non li ha mai assaggiati si lascia irretire. I pipi jiuschenti sono sirene alimentari, e mia madre sa bene come dosarli. picmonkey-collage

“E domani ci vieni da me al pranzo di Natale?”
“No mamma, non me la sento. Devo riposare e anche tu dovresti.”
“Hai ragione figghjicè, ma tanto stavolta prepara tua zia. Tu fermati, pensa a te, che io ti mando la mia energia.” E quanta ne hai? Quanta ne serve per superare indenni questo anno e arrivare forti ai mesi duri che verranno? Sembra di essere in una bolla temporale, nella quale noi due galleggiamo sospese, guardandoci a distanza avendo il timore di toccarci perché potremmo romperci, ma allo stesso tempo senza perdere il contatto, perché quello è la rete di protezione, quello basta. E in questa bolla, questa sorta di utero, ci prendiamo la nostra pausa per ricaricarci, per rinforzare gli strumenti in dotazione, per prepararci alla prossima rinascita.

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Cetteide Revolution #cp3 The fight

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Jon Snow – Game of Thrones – The battle of Bastards

Novembre 2016

Nella mia famiglia le convalescenze si fanno a casa, e casa è Cirò. Non per tutte (siamo solo donne) è così, ovviamente, ma per mia madre è tassativo.
“Dottoressa, ma posso partire subito dopo l’ultima terapia?” Il 10 novembre, due giorni dopo, era già a casetta (perché è piccola e perché non è la casa principale). Io l’ho raggiunta il 12.
“Vieni così ti coccolo un po’”, mi ha detto. Ho avuto la sensazione forte che qualcosa, della mia situazione di salute, avesse percepito. La verità è che quando hai un figlio, resta per sempre questo legame speciale, ombelicale, che ti fa percepire la gioia e il dolore come se lo provassi in prima persona. Devo ricordarmelo, sono madre anch’io.

Cirò significa “la parente” per fare la spesa delle cose buone, il pesce fresco comprato all’alba dal ragazzo che passa in bicicletta davanti casa, significa il tempo che scorre più lentamente e tu lo puoi prendere per pensare, capire, accettare. “Mamma, io non potrò seguirti molto d’ora in poi, purtroppo non sto bene e devo occuparmi di me.” Non è necessario dire molto altro, i dettagli verranno in seguito. Ora tutto il tempo si ferma e si racchiude nel suo sospiro, nel suo ritrarsi, mettersi in secondo piano. Mettersi alle mie spalle per sostenermi, in qualche modo.

Ora provate a immaginare cosa può accadere in una famiglia del Sud quando si manifestano non una, ma ben due malattie importanti e, fino a qualche tempo fa, innominabili. Una tragedia, e non è folklore, è verità. Normalmente almeno sarebbe così.
“Cetta, che ci mangiamo oggi?”
“Quello che vuoi mamma. Che ti ha detto la dottoressa?”
“Ha detto che adesso posso mangiare tutto, anche la sardella. Ma quella della parente, che la fa lei ed è speciale…”
sardellaPer chi non lo sapesse, la sardella è neonata di pesce azzurro trattata a crudo con QUINTALATE di peperoncino piccante macinato, olio extra vergine, finocchietto e aromi vari. Una bomba. Io non sono sicura che mia madre possa mangiarla, ma non oso contraddirla. Come ho già avuto modo di dire, per noi la CURA passa inevitabilmente dalla buona tavola, e la buona tavola si apparecchia a casetta, dove l’aria odora di sale anche d’inverno e il mare è una culla che aiuta a riposare. E a guarire.

Cetteide Revolution #cp2 Rituals

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Settembre 2016

Fa caldo a Roma, il traffico è frenetico, quello del ritorno dalle vacanze e dell’inizio della scuola. Per questa ragione e perché sono io che devo affrontare tutto questo alla guida dell’auto, impongo a mia madre due regole precise: organizzazione e puntualità. Dobbiamo fare visite, esami, controlli in giro per la città a orari impossibili, quindi non esiste democrazia nella gestione di questa faccenda.

La sera prima della tac. “Mamma, hai preparato gli esami del sangue?” “Ho messo tutto nella borsa, tranquilla. Pure il rosario.” Quello non lo scorda mai, anche se… ma vi racconterò. “Mamma guarda che per essere a San Giovanni prima delle 8 io voglio partire al massimo alle 6.15.” “Addirittura! Che quando andiamo da zia Margherita mezz’ora ci mettiamo con tuo nipote.” Mio nipote è anche suo nipote, nel senso che io gli sono zia e lei gli è nonna, quindi potrebbe chiamarlo per nome. Chissà perché esistono queste sottolineature verbali in certi momenti, specie quelle che indicano il possesso, l’appartenenza. Tuo figlio, tua madre… chissà cosa si vuole scaricare per una frazione di secondo. “Mamma, voi ci andate la domenica alle 11 del mattino. Domani è lunedì.”

La mattina della tac: ore 6:15 davanti a casa di mamma. Non suono il clacson per rispetto al vicinato, quindi la chiamo. “Mamma, sono qui fuori col motore acceso, esci.” “Eccomi, arrivo.” Passano cinque minuti. Richiamo. “Mamma…” “Ti ho detto che sto arrivando! Non trovo una cosa…” Spengo il motore. Ore 6:25 si apre il portone e comincia il rito: cerca le chiavi, trova le chiavi, cerca la toppa, trova la toppa, gira la chiave nella toppa una, due, tre volte, mette le chiavi nella borsa, si gira verso l’auto, apre lo sportello, deposita la borsa ai suoi piedi, chiude lo sportello, cerca la cintura di sicurezza, come sempre non trova l’aggancio, sbuffa, si volta verso di me. “Beh, possiamo partire, e apri i finestrini che sento la puzza di fumo!” Non è vero, non ho fumato, in auto non posso farlo, e intanto si sono fatte le 6:30, minuti preziosi regalati al traffico. “Ti rendi conto sì che siamo in ritardo?” “Eh, non mi ricordavo più dove avevo messo le analisi. Poi le ho trovate, nella borsa…” Anche la dittatura è un’utopia.

Le visite col team oncologico e chirurgico. “Allora signora Mariuccia, da questi esami risulta che il tumore è in atto già da un po’, un annetto direi. Possibile non si sia accorta di niente?” Mia madre non conosce il significato di “senso di colpa”, semmai è molto brava a farlo provare agli altri. “Ma io ho visto delle perdite, ma mai potevo pensare… ho sempre mangiato sano, ho il diabete e devo farlo per forza. Tutti cibi naturali, verdure, il pesce, l’olio d’oliva, non fumo, non bevo. Sinceramente ho parlato con le mie sorelle e abbiamo pensato a una irritazione passeggera. Qui nessuno mi dice mai niente, dottore, e io non è che sono un’esperta…” Ma voi, sì voi che leggete, che avreste fatto al posto mio sentendo queste parole? Ecco, io mi sono guardata negli occhi col chirurgo ed è immediatamente nata una comprensione empatica, per cui abbiamo entrambi respirato e contato fino a dieci. “Ho capito signora Mariuccia. Poi le ricette calabresi, il peperoncino, insomma… comunque adesso, prima dell’intervento, dobbiamo ridurlo un po’. Quindi la mando dall’oncologa per fare un ciclo di radioterapia e noi ci vediamo alla fine.” “Grazie dottore,” mia madre con gli occhi innamorati, “io pregherò perché scompaia, va bene? E pregherò per lei. Tutti i giorni!” E con questa minaccia passiamo allo specialista successivo.
“Allora signora Mariuccia, qui la faccenda è semplice: se lei segue le mie istruzioni vedrà che lo faremo scomparire questo ospite!” “Così non mi opero?” “No, così si opera lo stesso ma l’intervento è meno problematico.” “Ah… io prego sa dottoressa, tutti i giorni. Prego il Padreterno e tutti i Santi che vi guidino, e prego anche per lei adesso.” “Sì signora Mariuccia, e la ringrazio, però lei deve anche seguire la dieta che le ho dato. Le verdure che tanto le piacciono, i legumi, quelle cose lì calabresi – e guardi che sono calabrese anche io e la capisco – se le deve scordare per tutta la durata della terapia, va bene?” “Va bene dottoressa! Le posso portare un po’ di sardella?” “Ecco sì, la porti a me così lei non ce l’ha sotto mano…” Così si crea la taumaturgia miracolosa: preghiere e cibo. E pare che funzioni, almeno a livello psicologico (mi vengono in mente i riti sacrificali pagani, ma questo a mia madre non lo diciamo altrimenti ci scunciura). Fisicamente secondo me funziona un po’ meno, soprattutto per mia madre che è notoriamente golosa, cannaruta rende meglio l’idea, perché lei è convinta che la golosità sia legata solo ai cibi dolci.

Fine settembre, dopo una settimana di radioterapia. Visita di controllo con la radioterapista. In macchina prima di arrivare. “Mamma, cosa le dici? Come ti senti?” “Eh, beh, sto bene, bene. Magari qualche doloretto di pancia.” “Ma quelli sono normali, considerando dove sta il tumore e l’effetto delle radiazioni. Te l’aveva detto, no?” “Sì, sì, però, insomma, un po’ di colichette…” “Mamma, che ti sei mangiata..?” “Ma solo qualche peperone col pesce, una cosa dietetica, ho cotto tutto a crudo.” E già questo è un mistero… “I peperoni ma’? Ma che ti dice la testa? Quelli sono irritanti anche in una situazione normale!” “E mica ci stavano nella lista della dottoressa, né tra le cose proibite né tra quelle concesse!” Vuole avere ragione, per forza. “Senti, non mi va di discutere che siamo arrivate. Tu fammi la cortesia, non mangiare più peperoni e non dire niente alla dottoressa, ok?”
“Allora come è andata la prima settimana signora Mariuccia?” “Bene, bene dottoressa. Le mie preghiere servono, lo sa?” La dottoressa sorride. “Quindi nessun effetto collaterale?” “Mah, qualche doloretto di pancia…” La dottoressa sorride ancora. “Quello dipende dalle radiazioni, gliel’avevo detto. Tutto normale, tranquilla.” “E qualche colichetta ieri…” La dottoressa alza le sopracciglia ma continua a sorridere. “Forte? Li prende i fermenti lattici?” “Sì, certo. Forte comunque, tutto il giorno. Poi la sera finalmente si sono fermate.“ La dottoressa non sorride più e io ho tanta voglia di uscire dall’ambulatorio. “Ma la dieta la sta seguendo? Guardi che quella è fondamentale!” “Certo che la sto seguendo. Cucino tutto a crudo, olio a crudo… mi era venuta voglia di un po’ di pesce e peperoni sa, come li facciamo noi, ma ho messo tutto a crudo nel tegame.” La dottoressa ha uno sguardo che non ammette repliche, e ha ragione. Usciamo dall’ambulatorio, io con il capo chino e cosparso di cenere di chi non ha saputo fare il suo mestiere di controllore, lei con la testa alta e spavalda e pure incazzata. “Ma che modi la dottoressa, come se fosse lei la malata! E che saranno mai due peperoni. Hai ragione tu, la prossima volte non glielo dico.” Io mi rifiuto di discutere ancora.

In fondo la capisco, essere malati è stressante, deprimente, e doversi anche privare delle piccole gioie della vita aumenta lo stato di prostrazione. Quello che vorrei lei capisse è che non sarà per sempre, che è solo un piccolo sacrificio, una piccola pausa. Intanto gli eventi corrono, come le nuvole che spezzano il clima estivo e ci annunciano l’arrivo dell’autunno. “Mamma, ho visto dei segnali che non mi piacciono, e siccome non intendo fare come te e aspettare un anno, mi vado a far controllare subito.” “Ecco sì, vai subito. Ma vedrai che non è niente di serio, magari un polipetto. Ora prego anche per te. Qui ci vorrebbe uno sfascino come si deve, te lo dico io. Ma finché non guarisco non lo posso fare, mi hanno detto.” Tutte le terapie olistiche, empiriche, energetiche, antiche, quelle che mettono in moto flussi vitali nascosti, quelle che ricordano al nostro corpo come auto curarsi, devono essere usate con cautela, se non sospese, sui malati di cancro. A maggior ragione un malato di cancro non può – almeno sarebbe meglio non lo facesse, – trasmetterle ad altri. “Dai mamma, vorrà dire che finalmente mi insegnerai come si fa. Sarò la tua supplente dello sfascino finché non guarisci.” (Per informazioni sullo sfascino vi rimando al capitolo dedicato su Cetteide qui). “Prima vediamo cosa dicono i miei test e poi vengo qui e mi trascrivo tutta la formula in dialetto. Non c’è la possibilità di una versione in italiano, vero? E devo proprio dire un Padre Nostro e una Ave Maria? Non posso chiedere assistenza alle forze congiunte dell’Universo?” Va bene, lo sguardo di traverso di mia madre stavolta ci sta tutto…

Ottobre 2016.
Ho in mano la mia diagnosi e le gambe piegate fino a terra. Chiamo il mio ex, l’unico medico che sa tutto di me e del quale ho assoluta fiducia.
“Come glielo dico a mia madre?” “Non glielo dici.” “Aspetto che finisca la radioterapia?” “Sì, brava, non farla preoccupare, non mettiamo a rischio la buona riuscita del processo con le energie negative.” Energie. Tutto torna lì, a quel qualcosa che nessuna medicina, nessuna terapia può controllare. Qualcosa che ha a che fare con la nostra essenza, con la potenza della nostra incorporeità. Ci metterò un attimo a percepire questa differenza, un po’ di più ad averne la consapevolezza. L’unica cosa che mi viene in mente dopo aver chiuso il telefono è: “Adesso come glielo spiego a mamma che non può più insegnarmi lo sfascino?”

Cetteide Revolution #cp1 The beginning

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Agosto 2016, la rivoluzione ha inizio.

“Mamma, torno giù!” Ovviamente “giù” significa Italia/Calabria/Sud, significa tornare a casa dopo l’esperienza tedesca, significa andare da mia madre. Che non sta bene, quindi mi prenderò cura di lei. Sì, è vero, ci sono anche le altre sorelle, ma io sono la più grande, no?

“Meno male, così mi fai compagnia… ci dormi nel letto grande con me?” Ogni volta la stessa richiesta e ogni volta devo gentilmente declinare l’invito. “Mamma, no.” Più gentilmente di così non posso, non con lei.

Mamma sta male sul serio, cioè non si tratta di un disturbo dell’età o qualcosa che si cura con il cibo e qualche pillolina. Per fare l’esame diagnostico l’hanno ricoverata in una clinica convenzionata, la stessa dov’è nata mia sorella trentotto anni fa, e non è che sia poi cambiata di molto. Giusto il reparto diagnostico.
“Cetta, non hai capito, ce l’ho dovuto dire io a quella scippecchiante come doveva pulire. Che pensava di cavarsela con una leccatina di gatto!” “Ma in che senso gliel’hai detto tu?” “Mi sono alzata, le ho preso lo spazzolone dalle mani e le ho fatto vedere il battiscopa. Lì, vedi? Le ho detto, lì devi strofinare. S T R O F I N A R E! Che quella è straniera e non mi capiva.” “Ah, quindi per questo hai urlato, così ti capiva meglio…”
“E certo! Che io me la so cavare, che ti credi. Poi non ti dico che mi hanno fatto mangiare… gli ho detto che quel brodo lo potevano dare alle galline!” Il fatto è che mia madre è rimasta ancorata a un’idea degli ospedali del Sud, in cui il catering è un optional, nel senso che qualunque sia il menu prescritto dal medico e fornito dalla mensa, il cibo lo portano i parenti da casa. “Sì mamma, ma tu non puoi mangiare come ti pare. Ti hanno fatto una colonscopia.” Mi ha guardata di traverso. “E allora? Proprio per questo, no?” Fine della discussione.

Mamma sta male, ma i pranzi domenicali, i pranzi estivi con i nipoti e le figlie, i pranzi insomma non possono mancare. Così si curano le malattie da noi, con la vita che scorre sempre uguale, con i riti immancabili, con la famiglia che ti gira intorno. E agosto è stato così giù in Calabria, una girandola di parenti in visita e una grande attrice che entrava in scena ogni volta. Specie al telefono.
Io e lei in macchina, di ritorno dalla gelateria in riva al mare dove ci siamo strafogate un gelato artigianale strepitoso. “Sicura che potevi mangiarlo?” “Ma figurati! Sto benissimo…” Squilla il suo telefono. “Pronto? Eh, cià, eh…” immaginate il respiro un po’ affannato e la voce spezzata, “eh… come va… così… un po’ bene, poi i dolori, eh… speriamo il Signore mi aiuta… eh no, non ci voleva proprio…” E così via per una buona decina di minuti. La guardo sconcertata al termine della telefonata. “Mamma! Mi spieghi perché fai così? Prima sei tutta pimpante e poi con gli altri insceni questa farsa? A che scopo?” “Perché gli altri non lo vedono, il male, e allora non ci credono. Tu glielo devi far capire…”

C’è tutta la tradizione della tragedia greca dietro queste parole, c’è il lamento delle prefiche ai funerali, c’è la teatralità passionale delle donne del Sud, ma c’è soprattutto una verità assoluta: gli altri non lo vedono il male, quindi non ci credono. E se vuoi supporto, se vuoi simpatia, se vuoi aiuto, devi mostrare la tua sofferenza, il tuo dolore, la tua fragilità. Il fatto è che sta per accadere qualcosa, qualcosa che né io né lei potevamo prevedere: sto per entrare in scena anche io.

Se ti è piaciuto questo primo episodio delle nuove avventure di Cetteide commenta pure qui sotto e continua a seguirmi per conoscere il seguito. “Sfogliando” il blog potrai trovare una pagina dedicata alla prima raccolta della serie… Buona lettura!