Cetteide Revolution #cp5 The truth

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Gennaio 2017

E venne gennaio e ogni cosa perse il proprio senso. O forse finalmente si svelò per ciò che realmente era: il grande bluff. Accade che trascorriamo la nostra vita a dare importanza all’effimero, al dettaglio, al dito che indica la luna, e non è per incapacità o pigrizia: proprio non riusciamo a concepire una diversa visione. C’è un velo che ci ostacola la vista, ovatta nelle orecchie che non ci fa percepire la verità dei suoni, una distorsione nell’aria che ci fa vivere in uno strano equilibrio nel quale noi non abbiamo il reale controllo di un bel nulla. Avete presente la sensazione spaesante che proviamo dopo un atterraggio con l’aereo? Prima che si stappino le orecchie. Ecco… ripensate a cosa accade subito dopo.

A gennaio sia a me che a mia madre si sono stappate di colpo le orecchie, e nulla è più riuscito a otturarle. Si riesce anche a volare così, sapete? Si riesce perfino a sentirsi buoni, generosi, allegri, leggeri. Che scherzo strano che ti fa il cancro, così strano che ti fa “imparare la vita”.

Ma veniamo alla mera cronaca. Il 10 gennaio ricoveriamo mamma, è finalmente giunto il momento dell’intervento. Praticamente è digiuna da ieri e dovrà esserlo fino a domani, il suo stato d’animo è immaginabile.
“Mamma, sbrigati che dobbiamo andare!”
“Aspetta, prima di uscire devo attaccare la lavatrice…” e si avvia verso la lavanderia.
“Adesso ma’…?”
“Adesso sì, che i panni sono i miei.” Che i panni sporchi si lavano sempre in famiglia, ma ciascuno per conto proprio.
In macchina, siamo ormai quasi giunte in ospedale, mi viene in mente di fare un check (io li faccio sempre con tutti, prima di ogni partenza. Prima…).
“Mamma sicura di aver preso tutto?”
“Tutto sì. Ho preparato le mie cose da ieri sera apposta!” Mi ricorda qualcosa tutto questo, come un dejà vu.
“Documenti, analisi, cellulare, caricabatterie, biancheria, pantofole, farmaci per le tue terapie…”
“Il rosario!”
“Il rosario cosa?”
“Ho dimenticato il rosario! E adesso come faccio? E pensare che l’avevo preparato bello bello sul tavolinetto con gli occhiali.”
“Quindi sei anche senza occhiali?” Sto già telefonando alle altre mie sorelle che dovranno raccogliere le briciole che mia madre ha seminato dietro di sé.
“Si ma quelli non fa niente, tanto mica lo devo leggere il rosario.” E mi pare lapalissiano.
“Per fortuna c’ho quello da viaggio, la versione ridotta con dieci grani. E va bene, la ripeto quattro volte e sto a posto.”

Capite la visione diversa? Nessuna tragedia, direttamente la soluzione. Rosario da viaggio e il problema della preghiera quotidiana è risolto.
Ricoverare mia madre non è cosa da tutti. Lei non occupa uno spazio a lei riservato, lei occupa l’ospedale. E noi figlie, noi famiglia in fondo le somigliamo. La mattina dell’intervento sono arrivata prima io e, a seguire, Patrizia. No, una sola auto non bastava. Sono riuscita a entrare in camera prima che la portassero via, per un saluto, una parola di incoraggiamento, aiutarla, vedere come si era conciata.
“Mamma, togliti quella fascia dai capelli che devi entrare in sala operatoria.”
“E no che mi svolazzano tutti che sono elettrici…”
“Ma ti mettono una cuffietta!”
“Dici?”
L’attesa è stata lunga, fino alle cinque del pomeriggio più o meno. Nel frattempo sono arrivati, uno ad uno, tutti i componenti della famiglia, le figlie, i nipoti, gli amici dei nipoti. Abbiamo trovato un locale con scritto “soggiorno” e ci siamo messi a soggiornare nel vero senso del termine, compresi i giochi per la piccola Eleonora. Abbiamo sequestrato tutte le prese di corrente, abbiamo mangiato. Abbiamo perso mia madre…
Alla fine l’abbiamo ritrovata in terapia intensiva. Io non so se tutti gli ospedali sono strutturati allo stesso modo, ma al Villa San Pietro funziona così: una stanza un po’ più piccola per i post operatori, la cosiddetta “osservazione” che in genere dura ventiquattro ore, e una stanza decisamente più grande dove sono ricoverati i degenti da terapia intensiva vera e propria, magari in stato comatoso, insomma decisamente molto gravi. Mia madre l’hanno messa qui, perché nell’altra stanza non c’era posto, e il caso ha voluto che tutti intorno a lei fossero incoscienti.
“Come ti senti ma’?” Ci fanno entrare una alla volta, solo noi figlie e già fanno un’eccezione perché siamo in quattro e potremmo accedere al massimo tre al giorno. Ci bardiamo come i medici delle serie TV.
“Ho sete…”
“Ma non puoi bere niente ma’. Ti bagno un po’ le labbra, va bene?”
“Sì, va bene. Ma che silenzio questi qua, nessuno parla… asociali.” Che faccio? Le dico che sono tutti in coma così le prende un colpo?
“Ecco, cerca di non parlare neanche tu, non ti affaticare. Riposati.” L’hanno rimandata in camera due giorni dopo perché medici e infermiere avevano l’esaurimento nervoso.
“Ora potrà bere signora, contenta?”

Mamma non è stata una paziente facile e difficilmente, credo, potranno dimenticarla in quel reparto. In tutti i reparti dai quali è passata. Lei ha voluto il suo cibo non appena le hanno permesso di mangiare, lei ha deciso quando uscire e tornare a casa, ha firmato e basta, sono pronta ha detto. Lei ha accettato con filosofia le piccole complicanze della vita quotidiana che questo intervento le porterà d’ora in poi, perché pur se con un po’ di fatica ne è uscita, e ora si torna a una nuova normalità. Non gliene frega niente delle cose, della gente, degli intoppi. Gliene frega di me, che ho cominciato il mio percorso, la CURA, e non posso neanche andare a trovarla perché ho bisogno delle mie energie, perché non posso rischiare di ammalarmi, perché se vedo che le cose non sono come dovrebbero essere poi mi altero e non va bene.
“Tu resta a casa, non venire.” E mi butta giù il telefono.
“Parliamo d’altro, va bene?”
“Non ci pensare, Cetta. Fatti le tue cure che a me ci pensano le tue sorelle.”
Non si allontana da me, si allontana dalla mia malattia perché ora lei ne è fuori, e ha il diritto di essere convalescente e di guarire. Così funziona, così si trova il tempo per rigenerarsi, tanto non siamo sole nessuna delle due. Tanto ci basta uno sguardo per capire che sappiamo, sappiamo bene quali sono le cose davvero importanti, quelle che devono venire prima nell’ordine delle priorità. In questo momento è la vita.

Se volete commentare non siate timidi, c’è lo spazio qui sotto. Se volete conoscere la prima parte delle avventure di Cetteide, potete trovare i link a questa pagina (cliccare qui)

E adesso… un po’ di musica!

Cetteide Revolution #cp4 Rebirth

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Dicembre 2016

L’avvento quest’anno è stato un’autentica attesa: per mia madre di sapere quando l’avrebbero operata, per me di sapere quando avrei cominciato il mio percorso terapeutico. Quindi, per non sbagliare, abbiamo cominciato a organizzarci per tempo, subito dopo l’Immacolata.
“Allora, dove la passiamo la Vigilia?”
“Ma’, e che ne so. Sinceramente non ci stavo pensando…”
“Ma dobbiamo pensarci che quest’anno siamo in tanti.”
“In tanti quanti?” Già mi immagino la fatica di coordinare tutto e tutti perché, se non si fosse ancora capito, la coordinatrice di casa sono io. E io quest’anno dovrei evitare ogni stress. E nella mia famiglia l’elemento femminile è preponderante… (Lo sentite anche voi un lontano richiamo di tamburi da guerra?)
“Una ventina…” Una ventina significa tutti e anche qualcuno in più. Sì perché mia madre ha invitato anche il mio ex marito (che mica lo possiamo lasciare da solo, non va bene a Natale) e l’amico di “merende” di mio figlio, ormai nipote acquisito (ma forse vorrà trascorrere la Vigilia con la sua famiglia, non credi?) e il problema dello spazio utile in un luogo neutrale si pone.
“Ci riuniamo a casa di Angelo [n.d.r. Angelo è il figlio maggiore di mia sorella]. Lui organizza la tavola e noi cuciniamo!” Ecco fatto. Incastrata per bene.

Alla fine il grosso della cena lo abbiamo preparato io e lei, le uniche due che non avrebbero dovuto fare niente, ma la meraviglia, la gioia, il piacere di esserci tutti sono stati il giusto premio per lo sforzo fatto. Ne è valsa la pena. La cena della Vigilia per noi significa pesce. E almeno dodici portate, una per ogni apostolo suppongo. Che poi quando Gesù è nato gli apostoli ancora non c’erano, ma con questi riti calabresi io non ci capisco granché, quindi li accetto così come sono e basta.
“Mamma, io preparo il sugo per le linguine, il sauté di cozze e le verdure ripassate in padella.”
“Io preparo baccalà e pipi, pipi e patate, pipi e olive ammortate e porto le conserve mie per antipasto: pipi sotto sale, melanzane a scapece, olive schiacciate.” I pipi sono i peperoni piccanti calabresi, quelli tondi e generalmente verdi, che non possono mancare mai nel desco della festa. Il profumo è così intenso, anche quando sono ancora crudi, che l’appetito scende dagli occhi al cuore e anche chi non li ha mai assaggiati si lascia irretire. I pipi jiuschenti sono sirene alimentari, e mia madre sa bene come dosarli. picmonkey-collage

“E domani ci vieni da me al pranzo di Natale?”
“No mamma, non me la sento. Devo riposare e anche tu dovresti.”
“Hai ragione figghjicè, ma tanto stavolta prepara tua zia. Tu fermati, pensa a te, che io ti mando la mia energia.” E quanta ne hai? Quanta ne serve per superare indenni questo anno e arrivare forti ai mesi duri che verranno? Sembra di essere in una bolla temporale, nella quale noi due galleggiamo sospese, guardandoci a distanza avendo il timore di toccarci perché potremmo romperci, ma allo stesso tempo senza perdere il contatto, perché quello è la rete di protezione, quello basta. E in questa bolla, questa sorta di utero, ci prendiamo la nostra pausa per ricaricarci, per rinforzare gli strumenti in dotazione, per prepararci alla prossima rinascita.

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Cetteide Revolution #cp3 The fight

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Jon Snow – Game of Thrones – The battle of Bastards

Novembre 2016

Nella mia famiglia le convalescenze si fanno a casa, e casa è Cirò. Non per tutte (siamo solo donne) è così, ovviamente, ma per mia madre è tassativo.
“Dottoressa, ma posso partire subito dopo l’ultima terapia?” Il 10 novembre, due giorni dopo, era già a casetta (perché è piccola e perché non è la casa principale). Io l’ho raggiunta il 12.
“Vieni così ti coccolo un po’”, mi ha detto. Ho avuto la sensazione forte che qualcosa, della mia situazione di salute, avesse percepito. La verità è che quando hai un figlio, resta per sempre questo legame speciale, ombelicale, che ti fa percepire la gioia e il dolore come se lo provassi in prima persona. Devo ricordarmelo, sono madre anch’io.

Cirò significa “la parente” per fare la spesa delle cose buone, il pesce fresco comprato all’alba dal ragazzo che passa in bicicletta davanti casa, significa il tempo che scorre più lentamente e tu lo puoi prendere per pensare, capire, accettare. “Mamma, io non potrò seguirti molto d’ora in poi, purtroppo non sto bene e devo occuparmi di me.” Non è necessario dire molto altro, i dettagli verranno in seguito. Ora tutto il tempo si ferma e si racchiude nel suo sospiro, nel suo ritrarsi, mettersi in secondo piano. Mettersi alle mie spalle per sostenermi, in qualche modo.

Ora provate a immaginare cosa può accadere in una famiglia del Sud quando si manifestano non una, ma ben due malattie importanti e, fino a qualche tempo fa, innominabili. Una tragedia, e non è folklore, è verità. Normalmente almeno sarebbe così.
“Cetta, che ci mangiamo oggi?”
“Quello che vuoi mamma. Che ti ha detto la dottoressa?”
“Ha detto che adesso posso mangiare tutto, anche la sardella. Ma quella della parente, che la fa lei ed è speciale…”
sardellaPer chi non lo sapesse, la sardella è neonata di pesce azzurro trattata a crudo con QUINTALATE di peperoncino piccante macinato, olio extra vergine, finocchietto e aromi vari. Una bomba. Io non sono sicura che mia madre possa mangiarla, ma non oso contraddirla. Come ho già avuto modo di dire, per noi la CURA passa inevitabilmente dalla buona tavola, e la buona tavola si apparecchia a casetta, dove l’aria odora di sale anche d’inverno e il mare è una culla che aiuta a riposare. E a guarire.

Cetteide Revolution #cp2 Rituals

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Settembre 2016

Fa caldo a Roma, il traffico è frenetico, quello del ritorno dalle vacanze e dell’inizio della scuola. Per questa ragione e perché sono io che devo affrontare tutto questo alla guida dell’auto, impongo a mia madre due regole precise: organizzazione e puntualità. Dobbiamo fare visite, esami, controlli in giro per la città a orari impossibili, quindi non esiste democrazia nella gestione di questa faccenda.

La sera prima della tac. “Mamma, hai preparato gli esami del sangue?” “Ho messo tutto nella borsa, tranquilla. Pure il rosario.” Quello non lo scorda mai, anche se… ma vi racconterò. “Mamma guarda che per essere a San Giovanni prima delle 8 io voglio partire al massimo alle 6.15.” “Addirittura! Che quando andiamo da zia Margherita mezz’ora ci mettiamo con tuo nipote.” Mio nipote è anche suo nipote, nel senso che io gli sono zia e lei gli è nonna, quindi potrebbe chiamarlo per nome. Chissà perché esistono queste sottolineature verbali in certi momenti, specie quelle che indicano il possesso, l’appartenenza. Tuo figlio, tua madre… chissà cosa si vuole scaricare per una frazione di secondo. “Mamma, voi ci andate la domenica alle 11 del mattino. Domani è lunedì.”

La mattina della tac: ore 6:15 davanti a casa di mamma. Non suono il clacson per rispetto al vicinato, quindi la chiamo. “Mamma, sono qui fuori col motore acceso, esci.” “Eccomi, arrivo.” Passano cinque minuti. Richiamo. “Mamma…” “Ti ho detto che sto arrivando! Non trovo una cosa…” Spengo il motore. Ore 6:25 si apre il portone e comincia il rito: cerca le chiavi, trova le chiavi, cerca la toppa, trova la toppa, gira la chiave nella toppa una, due, tre volte, mette le chiavi nella borsa, si gira verso l’auto, apre lo sportello, deposita la borsa ai suoi piedi, chiude lo sportello, cerca la cintura di sicurezza, come sempre non trova l’aggancio, sbuffa, si volta verso di me. “Beh, possiamo partire, e apri i finestrini che sento la puzza di fumo!” Non è vero, non ho fumato, in auto non posso farlo, e intanto si sono fatte le 6:30, minuti preziosi regalati al traffico. “Ti rendi conto sì che siamo in ritardo?” “Eh, non mi ricordavo più dove avevo messo le analisi. Poi le ho trovate, nella borsa…” Anche la dittatura è un’utopia.

Le visite col team oncologico e chirurgico. “Allora signora Mariuccia, da questi esami risulta che il tumore è in atto già da un po’, un annetto direi. Possibile non si sia accorta di niente?” Mia madre non conosce il significato di “senso di colpa”, semmai è molto brava a farlo provare agli altri. “Ma io ho visto delle perdite, ma mai potevo pensare… ho sempre mangiato sano, ho il diabete e devo farlo per forza. Tutti cibi naturali, verdure, il pesce, l’olio d’oliva, non fumo, non bevo. Sinceramente ho parlato con le mie sorelle e abbiamo pensato a una irritazione passeggera. Qui nessuno mi dice mai niente, dottore, e io non è che sono un’esperta…” Ma voi, sì voi che leggete, che avreste fatto al posto mio sentendo queste parole? Ecco, io mi sono guardata negli occhi col chirurgo ed è immediatamente nata una comprensione empatica, per cui abbiamo entrambi respirato e contato fino a dieci. “Ho capito signora Mariuccia. Poi le ricette calabresi, il peperoncino, insomma… comunque adesso, prima dell’intervento, dobbiamo ridurlo un po’. Quindi la mando dall’oncologa per fare un ciclo di radioterapia e noi ci vediamo alla fine.” “Grazie dottore,” mia madre con gli occhi innamorati, “io pregherò perché scompaia, va bene? E pregherò per lei. Tutti i giorni!” E con questa minaccia passiamo allo specialista successivo.
“Allora signora Mariuccia, qui la faccenda è semplice: se lei segue le mie istruzioni vedrà che lo faremo scomparire questo ospite!” “Così non mi opero?” “No, così si opera lo stesso ma l’intervento è meno problematico.” “Ah… io prego sa dottoressa, tutti i giorni. Prego il Padreterno e tutti i Santi che vi guidino, e prego anche per lei adesso.” “Sì signora Mariuccia, e la ringrazio, però lei deve anche seguire la dieta che le ho dato. Le verdure che tanto le piacciono, i legumi, quelle cose lì calabresi – e guardi che sono calabrese anche io e la capisco – se le deve scordare per tutta la durata della terapia, va bene?” “Va bene dottoressa! Le posso portare un po’ di sardella?” “Ecco sì, la porti a me così lei non ce l’ha sotto mano…” Così si crea la taumaturgia miracolosa: preghiere e cibo. E pare che funzioni, almeno a livello psicologico (mi vengono in mente i riti sacrificali pagani, ma questo a mia madre non lo diciamo altrimenti ci scunciura). Fisicamente secondo me funziona un po’ meno, soprattutto per mia madre che è notoriamente golosa, cannaruta rende meglio l’idea, perché lei è convinta che la golosità sia legata solo ai cibi dolci.

Fine settembre, dopo una settimana di radioterapia. Visita di controllo con la radioterapista. In macchina prima di arrivare. “Mamma, cosa le dici? Come ti senti?” “Eh, beh, sto bene, bene. Magari qualche doloretto di pancia.” “Ma quelli sono normali, considerando dove sta il tumore e l’effetto delle radiazioni. Te l’aveva detto, no?” “Sì, sì, però, insomma, un po’ di colichette…” “Mamma, che ti sei mangiata..?” “Ma solo qualche peperone col pesce, una cosa dietetica, ho cotto tutto a crudo.” E già questo è un mistero… “I peperoni ma’? Ma che ti dice la testa? Quelli sono irritanti anche in una situazione normale!” “E mica ci stavano nella lista della dottoressa, né tra le cose proibite né tra quelle concesse!” Vuole avere ragione, per forza. “Senti, non mi va di discutere che siamo arrivate. Tu fammi la cortesia, non mangiare più peperoni e non dire niente alla dottoressa, ok?”
“Allora come è andata la prima settimana signora Mariuccia?” “Bene, bene dottoressa. Le mie preghiere servono, lo sa?” La dottoressa sorride. “Quindi nessun effetto collaterale?” “Mah, qualche doloretto di pancia…” La dottoressa sorride ancora. “Quello dipende dalle radiazioni, gliel’avevo detto. Tutto normale, tranquilla.” “E qualche colichetta ieri…” La dottoressa alza le sopracciglia ma continua a sorridere. “Forte? Li prende i fermenti lattici?” “Sì, certo. Forte comunque, tutto il giorno. Poi la sera finalmente si sono fermate.“ La dottoressa non sorride più e io ho tanta voglia di uscire dall’ambulatorio. “Ma la dieta la sta seguendo? Guardi che quella è fondamentale!” “Certo che la sto seguendo. Cucino tutto a crudo, olio a crudo… mi era venuta voglia di un po’ di pesce e peperoni sa, come li facciamo noi, ma ho messo tutto a crudo nel tegame.” La dottoressa ha uno sguardo che non ammette repliche, e ha ragione. Usciamo dall’ambulatorio, io con il capo chino e cosparso di cenere di chi non ha saputo fare il suo mestiere di controllore, lei con la testa alta e spavalda e pure incazzata. “Ma che modi la dottoressa, come se fosse lei la malata! E che saranno mai due peperoni. Hai ragione tu, la prossima volte non glielo dico.” Io mi rifiuto di discutere ancora.

In fondo la capisco, essere malati è stressante, deprimente, e doversi anche privare delle piccole gioie della vita aumenta lo stato di prostrazione. Quello che vorrei lei capisse è che non sarà per sempre, che è solo un piccolo sacrificio, una piccola pausa. Intanto gli eventi corrono, come le nuvole che spezzano il clima estivo e ci annunciano l’arrivo dell’autunno. “Mamma, ho visto dei segnali che non mi piacciono, e siccome non intendo fare come te e aspettare un anno, mi vado a far controllare subito.” “Ecco sì, vai subito. Ma vedrai che non è niente di serio, magari un polipetto. Ora prego anche per te. Qui ci vorrebbe uno sfascino come si deve, te lo dico io. Ma finché non guarisco non lo posso fare, mi hanno detto.” Tutte le terapie olistiche, empiriche, energetiche, antiche, quelle che mettono in moto flussi vitali nascosti, quelle che ricordano al nostro corpo come auto curarsi, devono essere usate con cautela, se non sospese, sui malati di cancro. A maggior ragione un malato di cancro non può – almeno sarebbe meglio non lo facesse, – trasmetterle ad altri. “Dai mamma, vorrà dire che finalmente mi insegnerai come si fa. Sarò la tua supplente dello sfascino finché non guarisci.” (Per informazioni sullo sfascino vi rimando al capitolo dedicato su Cetteide qui). “Prima vediamo cosa dicono i miei test e poi vengo qui e mi trascrivo tutta la formula in dialetto. Non c’è la possibilità di una versione in italiano, vero? E devo proprio dire un Padre Nostro e una Ave Maria? Non posso chiedere assistenza alle forze congiunte dell’Universo?” Va bene, lo sguardo di traverso di mia madre stavolta ci sta tutto…

Ottobre 2016.
Ho in mano la mia diagnosi e le gambe piegate fino a terra. Chiamo il mio ex, l’unico medico che sa tutto di me e del quale ho assoluta fiducia.
“Come glielo dico a mia madre?” “Non glielo dici.” “Aspetto che finisca la radioterapia?” “Sì, brava, non farla preoccupare, non mettiamo a rischio la buona riuscita del processo con le energie negative.” Energie. Tutto torna lì, a quel qualcosa che nessuna medicina, nessuna terapia può controllare. Qualcosa che ha a che fare con la nostra essenza, con la potenza della nostra incorporeità. Ci metterò un attimo a percepire questa differenza, un po’ di più ad averne la consapevolezza. L’unica cosa che mi viene in mente dopo aver chiuso il telefono è: “Adesso come glielo spiego a mamma che non può più insegnarmi lo sfascino?”

Cetteide Revolution #cp1 The beginning

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Agosto 2016, la rivoluzione ha inizio.

“Mamma, torno giù!” Ovviamente “giù” significa Italia/Calabria/Sud, significa tornare a casa dopo l’esperienza tedesca, significa andare da mia madre. Che non sta bene, quindi mi prenderò cura di lei. Sì, è vero, ci sono anche le altre sorelle, ma io sono la più grande, no?

“Meno male, così mi fai compagnia… ci dormi nel letto grande con me?” Ogni volta la stessa richiesta e ogni volta devo gentilmente declinare l’invito. “Mamma, no.” Più gentilmente di così non posso, non con lei.

Mamma sta male sul serio, cioè non si tratta di un disturbo dell’età o qualcosa che si cura con il cibo e qualche pillolina. Per fare l’esame diagnostico l’hanno ricoverata in una clinica convenzionata, la stessa dov’è nata mia sorella trentotto anni fa, e non è che sia poi cambiata di molto. Giusto il reparto diagnostico.
“Cetta, non hai capito, ce l’ho dovuto dire io a quella scippecchiante come doveva pulire. Che pensava di cavarsela con una leccatina di gatto!” “Ma in che senso gliel’hai detto tu?” “Mi sono alzata, le ho preso lo spazzolone dalle mani e le ho fatto vedere il battiscopa. Lì, vedi? Le ho detto, lì devi strofinare. S T R O F I N A R E! Che quella è straniera e non mi capiva.” “Ah, quindi per questo hai urlato, così ti capiva meglio…”
“E certo! Che io me la so cavare, che ti credi. Poi non ti dico che mi hanno fatto mangiare… gli ho detto che quel brodo lo potevano dare alle galline!” Il fatto è che mia madre è rimasta ancorata a un’idea degli ospedali del Sud, in cui il catering è un optional, nel senso che qualunque sia il menu prescritto dal medico e fornito dalla mensa, il cibo lo portano i parenti da casa. “Sì mamma, ma tu non puoi mangiare come ti pare. Ti hanno fatto una colonscopia.” Mi ha guardata di traverso. “E allora? Proprio per questo, no?” Fine della discussione.

Mamma sta male, ma i pranzi domenicali, i pranzi estivi con i nipoti e le figlie, i pranzi insomma non possono mancare. Così si curano le malattie da noi, con la vita che scorre sempre uguale, con i riti immancabili, con la famiglia che ti gira intorno. E agosto è stato così giù in Calabria, una girandola di parenti in visita e una grande attrice che entrava in scena ogni volta. Specie al telefono.
Io e lei in macchina, di ritorno dalla gelateria in riva al mare dove ci siamo strafogate un gelato artigianale strepitoso. “Sicura che potevi mangiarlo?” “Ma figurati! Sto benissimo…” Squilla il suo telefono. “Pronto? Eh, cià, eh…” immaginate il respiro un po’ affannato e la voce spezzata, “eh… come va… così… un po’ bene, poi i dolori, eh… speriamo il Signore mi aiuta… eh no, non ci voleva proprio…” E così via per una buona decina di minuti. La guardo sconcertata al termine della telefonata. “Mamma! Mi spieghi perché fai così? Prima sei tutta pimpante e poi con gli altri insceni questa farsa? A che scopo?” “Perché gli altri non lo vedono, il male, e allora non ci credono. Tu glielo devi far capire…”

C’è tutta la tradizione della tragedia greca dietro queste parole, c’è il lamento delle prefiche ai funerali, c’è la teatralità passionale delle donne del Sud, ma c’è soprattutto una verità assoluta: gli altri non lo vedono il male, quindi non ci credono. E se vuoi supporto, se vuoi simpatia, se vuoi aiuto, devi mostrare la tua sofferenza, il tuo dolore, la tua fragilità. Il fatto è che sta per accadere qualcosa, qualcosa che né io né lei potevamo prevedere: sto per entrare in scena anche io.

Se ti è piaciuto questo primo episodio delle nuove avventure di Cetteide commenta pure qui sotto e continua a seguirmi per conoscere il seguito. “Sfogliando” il blog potrai trovare una pagina dedicata alla prima raccolta della serie… Buona lettura!

“Cetteide Revolution”, la seconda parte delle avventure di Cetteide (anteprima)

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A poco più di quattro anni di distanza da Cetteide, tornano le “avventure” di questa inedita coppia madre-figlia che tanto appassionò i lettori nell’estate del 2012. Trattasi di vita vera, quindi ci sarà di tutto: incontri, scontri, riflessioni, saggezza antica e logica, ironia, risate e lacrime, come accade nelle migliori famiglie. Ma dove eravamo rimasti? Ci eravamo lasciati con un saluto collettivo e una foto di gruppo che ritraeva l’intera famiglia riunita davanti al mare, uno scatto che comprendeva tre generazioni in cui le donne erano sicuramente predominanti: mamma al centro e figlie e nipoti tutti intorno. family009

Negli anni seguenti ognuno di noi ha seguito diversi percorsi: i nipoti si sono laureati, hanno cominciato a lavorare, qualcuno è andato all’estero e poi è tornato, ci siamo arricchiti con l’arrivo di una nuova piccola donna, abbiamo litigato e poi fatto la pace. Insomma, ordinaria amministrazione. Poi la scorsa estate la prima doccia fredda: mamma sta male. Dopo neanche un mese la seconda doccia fredda: anche io sto male. Ora, i più fedeli osservatori potranno senz’altro notare che, visti i precedenti, non poteva che essere così: se mia madre si ammala io non posso essere da meno, anzi. Ho seguito la genitrice nel suo primo percorso terapeutico, fatto di visite specialistiche, esami estenuanti, radioterapia quotidiana, e nel frattempo cominciavo la mia trafila diagnostica, altrettanto estenuante e dolorosa, con un solo pensiero in mente: se lei, quasi ottantenne e non in perfetta forma, ce la può fare, io non posso essere da meno.

Ora ci siamo. Domani mia madre si opera e, tra qualche giorno, io comincio il mio percorso terapeutico di avvicinamento all’intervento. Dovrò avvelenarmi per risorgere. Mi viene in mente che solo fino a un paio di secoli fa, – anche meno, – gli “speziali” erano gli attuali farmacisti e che i medicamenti utilizzati per le svariate malattie erano droghe e veleni (a tal proposito vi suggerisco la lettura dei bellissimi romanzi di Tiraboschi, uno dei quali recensito da me qui). Quindi nulla è cambiato, se non la raffinatezza nel controllo degli effetti collaterali e del risultato finale.

“Dai Cetta, vedrai che a giugno ti saranno già ricresciuti i capelli, un po’ ricci come i miei. E ce ne torniamo a Cirò a goderci il sole e il mare!” Confesso che l’ho guardata un po’ di traverso, io non voglio i capelli ricci. Però mi fa un certo effetto questa madre che, davanti alla mia malattia, si dimentica la sua, la mette da parte come una cosa irrilevante, mi solleva dal peso del prendermi cura di lei, mi dice “pensa a te, non sprecare energie”. Ci sono ruoli che si invertono a un certo punto della vita, ma poi accade che la vita stessa si diverta a sparigliare le carte. Tu madre sarai sempre madre, e io so che è così.

Bene, questa era solo l’anteprima, scritta all’alba di una mattina di gennaio, di Cetteide Revolution. Ho deciso che queste avventure saranno una trilogia di tipo Sci-fi, sul genere di Battlestar Galactica, quindi tutti a bordo, stiamo per cominciare ad esplorare il futuro. Con mia madre ovviamente. Ah, visto che ho deciso di nominarla Comandante, abbiate pazienza, dovrete adattarvi al suo linguaggio. A tal proposito pubblicherò, di volta in volta, un semplice e agevole glossario, pazientemente raccolto e decodificato da mio figlio Massimo in questi ultimi anni. Non vi lascio soli…

Soundtrack...

Cetteide – Il ritorno #2

Immagine presa da qui

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Con mia madre gli orari sono importanti. Il tempo è inesorabilmente scandito dalle sue medicine. Non che stia male, ma neppure è in perfetta forma. Lei però, se qualcuno glielo chiede, dice sempre che sta benissimo. Sono così le mamme. Quindi la colazione si fa quindici minuti dopo la pasticca per la pressione e i pasti principali seguono il ritmo cadenzato dei controlli glicemici. Nel mezzo c’è tutto il resto, comprese le soap opera e il sonnellino pomeridiano. E pure ritrovare quei gesti dell’infanzia, tempi lontani ormai…

Lei prepara il pranzo per noi due e io apparecchio la tavola, funziona così, da sempre. E ancora oggi, di due fette di carne alla griglia, la più grande è per me “che tu devi crescere”. Devo crescere? Ma sì, forse ha ragione lei. E poi ci sono i capelli da mettere a posto, coi bigodini, quelli elettrici (esistono ancora, almeno a casa sua). E allora io figlia mi prendo cura di lei, la faccio bella, più di quello che è.

Poi ci sono le chiacchiere notturne, quelle del tempo lento, quando il sonno tarda ad arrivare. L’ho ereditata da lei questa abitudine, che pure con mia figlia i discorsi più belli si fanno di notte. E parla mia madre, parla, parla, e con la sua voce mi culla e mi accompagna nel sogno. E non mi stupirei, se potessi vedere attraverso le palpebre abbassate, di sorprenderla a coprirmi col lenzuolo perché non abbia freddo e a darmi un bacio sulla fronte. Sono così le mamme, mamme per sempre.