Cetteide Revolution #cp9 Summer is coming

Certe rivoluzioni a un certo punto devono raggiungere un obiettivo, altrimenti sono inutili. Io e mia madre non volevamo certo sconvolgere la società civile o abbattere una monarchia: la nostra rivoluzione, molto personale, voleva solo essere un esempio di lotta contro un nemico complicato e subdolo. E abbiamo lottato, a modo nostro, e stiamo continuando a farlo. Ci sono momenti però in cui bisogna tirare il fiato, raggruppare le truppe e agire d’astuzia, e in questi casi un po’ di silenzio ci sta bene. Strategia signori, strategia!

Sarà un’estate calda, sotto tutti i punti di vista. Un’estate di cure intense e di distanza, io e lei, figlia e madre, a mettere i nostri cerotti là dove serve e a godere quei momenti di calma tra una tempesta e l’altra, ognuna per proprio conto perché è così che deve essere. Mamma si immerge nella sua fede, – quanto le invidio questo lasciarsi andare! – e prega per sé e per me.
– Sant’Antonio vedrai che ti aiuterà, mi ha sempre ascoltata.
– Perché proprio Sant’Antonio ma’? Tra tutti i Santi non è che sia il mio preferito, così pelatino, insomma… vuoi mettere San Francesco? – Non sono blasfema, è solo che da piccola avevo i miei preferiti.
– Ma cosa vai dicendo? Lui fa i miracoli, lui è potente! – E io non oso contraddirla, ci mancherebbe.

– Mamma, come stai oggi? – La chiamo alle otto del mattino, convinta di fare la cosa giusta.
– Beh, stanotte sono stata bene, niente febbre. Ora però ti devo salutare che devo prendere le pasticche e mi devo concentrare.
Ne prende tre al mattino e quattro la sera, e sono assolutamente convinta che per ogni pillola c’è la giusta preghiera.

– Mamma, devo ricominciare la chemio, quattro cicli. Mi sa tanto che quest’estate non vado da nessuna parte. E poi perderò i capelli.
– E vabè, tanto quelli ricrescono, no? Neanche io vado da nessuna parte, vorrà dire che ci faremo compagnia qui.
– E come ma’? Io stanca morta da una parte e tu dall’altra? Sai che sostegno reciproco!
– Hai ragione, stiamo a casa nostra, che è meglio non parlare sempre delle stesse cose.

Già, meglio non parlare sempre della malattia, che quello è un vortice dal quale poi è difficile uscire. E poi chi ci sta intorno si stanca, si deprime, ed è giusto così, non si può scaricare un simile peso, si deve portare da soli finché il bagaglio non si svuota e diventa leggerissimo. Questo è il vero obiettivo della lotta, della rivoluzione. E per svuotare il bagaglio pesante bisogna chiedere alla vita cose belle e riempirsi di meraviglia quando accadono. Come la notizia che ho vinto il concorso.

– Mamma, ce l’ho fatta! Ora sono insegnante di ruolo! – Penso a mio padre mentre lo dico, lui così legato all’idea del “posto fisso” quanto sarebbe felice, orgoglioso.
– Lo vedi? Questo è Sant’Antonio! – E giù a pregare con maggior lena. Voglio pensare che sia anche un po’ merito mio e del mio impegno nonostante tutto cavolo, voglio pensare che in questo anno pazzesco la vita mi abbia fatto brutti scherzi ma abbia deciso anche di restituirmi qualcosa, la serenità, un sollievo per il futuro. Però grazie Sant’Antonio, sono certa che il tuo contributo sia stato indispensabile (mai inimicarsi gli alleati di mamma).

E adesso chiudiamo questa seconda stagione di Cetteide con una bellissima immagine. La telecamera si muove in soggettiva e si ferma su questa donna meravigliosa che ha compiuto ottant’anni. L’abbiamo celebrata in tanti, più di venti a sfidare il caldo torrido di un sabato di giugno; le sue sorelle, le sue amiche, le figlie, i nipoti, quattro generazioni si sono riunite per festeggiare Mariù. La camera si avvicina al volto felice di mia madre e si ferma lì per un primo piano che è una sinfonia di colori e di luce; Eleonora, l’ultima piccola donna arrivata in famiglia, batte le manine all’arrivo di una torta maestosa e Mariù ride, oh se ride.

Nota finale: siamo riusciti a non farle cucinare niente. Lei però ha diretto i lavori.
Ciao ma’, ne riparliamo a fine estate.

E adesso musica. Per te mamma, per noi.

Torniamo a parlare di libri. Le belle novità sono il pepe della vita.

Io provo una profonda ammirazione per tutti coloro che riescono a programmare i loro post sui rispettivi blog. Purtroppo io non ce la faccio; non seguo un calendario preciso; non li scrivo con largo anticipo per poi posticipare la data di uscita; non seguo gli “insights”; non prestabilisco un numero di post mensili. Un disastro. Ci ho provato per un po’ a inizio 2016, quando mio figlio ha utilizzato il mio blog per un master di web strategy, ma appena lui ha finito è ricominciata l’anarchia. Poi c’è la vita, con le sue disavventure, le sorprese, i fatti importanti che richiedono attenzione, concentrazione…

Cercherò d’ora in avanti di essere più disciplinata, anche se le garanzie le ho buttate via con la scatola delle istruzioni. A giugno usciranno sicuramente due post, uno collegato a un sito letterario e che riguarda una mia doppia recensione a un’autrice che amo (sì, un’autrice, perché i suoi romanzi sono il suo vestito bello), e l’altro sarà l’ultimo episodio di Cetteide Revolution. Il primo post di questo mese invece riguarda alcune novità, che per fortuna arrivano ogni tanto a mettere un po’ di pepe su queste piatte giornate di attesa.

Sono da pochissimo uscite le versioni in brossura di due miei libri – libri… racconti forse, – storici: Cetteide, in vacanza con mia madre e Quella volta che sono morta. Ho deciso di utilizzare il nuovo servizio offerto da KDP di Amazon (diverso da Create Space, che in ogni caso è di Amazon anch’esso). Sicuramente la pubblicazione è più agevole e veloce e ci sono diversi tools per l’impaginazione e per impostare la cover. Il risultato finale è soddisfacente, pur trattandosi di stampa digitale e anche se, a mio avviso, alcune istruzioni riguardo l’impostazione (pagine bianche, posizione dei capitoli, ecc.) sono da correggere. Insomma, quando KDP vi dice di cominciare l’impaginazione col primo testo a sinistra non dategli retta… La cosa decisamente buona rispetto a Create Space è che il titolo affiancherà quello già pubblicato nella versione eBook anche nei reports e quindi le vendite e le royalties saranno conteggiate ogni 60 giorni, senza massimale di introiti (con Create Space bisogna raggiungere almeno € 100…). Ovviamente la distribuzione sarà solo sulla piattaforma Amazon e i lettori faranno bene a fare l’abbonamento Prime per evitare costi di spedizione (comunque molto inferiori a quelli con Create Space che fa partire i plichi dagli USA).

Credo che molto presto ripeterò l’iniziativa con StreetLib (il procedimento è praticamente identico), perché così la distribuzione avverrà su tutte le piattaforme e gli store online (e le loro istruzioni per impaginare sono migliori).

Amanti dei libri di carta, ora non avete più scuse: eccoli, ve li presento, con tanto di link all’acquisto.

Titolo: Cetteide, in vacanza con mia madre
Autore: Cetta De Luca
ISBN: 978-1521291207
Editore: Indipendently Published
Prezzo: € 5,20
Lo puoi acquistare su Amazon 

Questo libro è piccolino, adatto ai pigri.

 

Titolo: Quella volta che sono morta
Autore: Cetta De Luca
ISBN:
Editore: Indipendently Published
Prezzo: € 8,50
Lo puoi acquistare su Amazon

Questo libro è un po’ più grande, 165 pagine, ma si legge facilmente.

And now… MUSIC!

Cetteide Revolution #cp8 Undercover

President George W Bush visits CIA Headquarters, March 20, 2001.

“Non ci voleva ‘sta cazzata.”
“Eh no ma’, non ci voleva proprio.”
Il trend è questo negli ultimi giorni, poche parole che racchiudono tutti i significati possibili, dialoghi fatti per lo più al telefono, perché lei è ricoverata a causa di un’infezione e di altri problemi legati al suo male e io sto facendo i controlli legati al mio.

“Vengo a trovarti, ma’?”
“No, tu non venire che hai le tue cose a cui pensare.” E io non ribatto, non la contraddico, perché tanto abbiamo ragione entrambe, ci serve forza, energia, dobbiamo essere egoiste.

Per la festa della mamma ci siamo ritrovati tutti insieme nel consueto pranzo domenicale. Beh, per un po’ questa consuetudine è stata messa da parte, ma la festa della mamma, con tante mamme/sorelle/figlie tutte riunite, non si poteva certo evitare. Il sabato sono passata a trovare la genitrice.
“Ho fatto l’impasto per le pappardelle.”
“Come hai fatto l’impasto per le pappardelle? Non potevi startene tranquilla?”
“Ma ne avevo voglia…”
“E certe voglie non te le puoi far passare quando cucini solo per te? Siamo in dieci domani!”
“E va bene, piano piano si fa tutto. Adesso sto grigliando le melanzane…”
“Lo vedo! E perché stai grigliando le melanzane?”
“Così faccio la parmigiana per i vegetariani. Poi ho due salsiccette e ci faccio il sugo per la pasta.”
“Si può sapere perché stai facendo tutto tu?”
Ora, io lo so bene che le altre sue figlie si sono offerte di fare questo o quello, come so che lei di certo ha fatto spallucce e ha dato il via ai lavori, senza aspettare. Come quando eravamo piccole e ci assegnava dei compiti: o li eseguivamo secondo i suoi tempi o erano punizioni. Ora non ci può punire.
“Perché non me la tiri tu la sfoglia? Dici sempre che ti piace tanto!”
“Sì, ma ora sono l’unica tua figlia che non si regge in piedi, ti pare normale chiedere a me?”
Però per lei ha quasi più senso, perché io sto come lei quindi la capisco, ma so anche risponderle a tono.

Siamo in un momento di lotta silente, di strategia, di lavoro di intelligence. Il male palese, quello grande e che faceva paura, l’abbiamo affrontato entrambe usando l’artiglieria pesante: in guerra si va bene equipaggiati. Ora bisogna fare il lavoro “di fino”, come con l’antiterrorismo dobbiamo tenere sotto osservazione le cellule pericolose e intervenire tempestivamente quando e se sarà necessario. Per fare questo useremo degli infiltrati e speriamo che l’azione sotto copertura non salti.

Mamma sta preparando tutto il suo personalissimo repertorio di astuzie e strategie. Io aspetto e improvviso.

E adesso grande musica con la grande Annie Lennox:

 

Cetteide Revolution #cp5 The truth

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Gennaio 2017

E venne gennaio e ogni cosa perse il proprio senso. O forse finalmente si svelò per ciò che realmente era: il grande bluff. Accade che trascorriamo la nostra vita a dare importanza all’effimero, al dettaglio, al dito che indica la luna, e non è per incapacità o pigrizia: proprio non riusciamo a concepire una diversa visione. C’è un velo che ci ostacola la vista, ovatta nelle orecchie che non ci fa percepire la verità dei suoni, una distorsione nell’aria che ci fa vivere in uno strano equilibrio nel quale noi non abbiamo il reale controllo di un bel nulla. Avete presente la sensazione spaesante che proviamo dopo un atterraggio con l’aereo? Prima che si stappino le orecchie. Ecco… ripensate a cosa accade subito dopo.

A gennaio sia a me che a mia madre si sono stappate di colpo le orecchie, e nulla è più riuscito a otturarle. Si riesce anche a volare così, sapete? Si riesce perfino a sentirsi buoni, generosi, allegri, leggeri. Che scherzo strano che ti fa il cancro, così strano che ti fa “imparare la vita”.

Ma veniamo alla mera cronaca. Il 10 gennaio ricoveriamo mamma, è finalmente giunto il momento dell’intervento. Praticamente è digiuna da ieri e dovrà esserlo fino a domani, il suo stato d’animo è immaginabile.
“Mamma, sbrigati che dobbiamo andare!”
“Aspetta, prima di uscire devo attaccare la lavatrice…” e si avvia verso la lavanderia.
“Adesso ma’…?”
“Adesso sì, che i panni sono i miei.” Che i panni sporchi si lavano sempre in famiglia, ma ciascuno per conto proprio.
In macchina, siamo ormai quasi giunte in ospedale, mi viene in mente di fare un check (io li faccio sempre con tutti, prima di ogni partenza. Prima…).
“Mamma sicura di aver preso tutto?”
“Tutto sì. Ho preparato le mie cose da ieri sera apposta!” Mi ricorda qualcosa tutto questo, come un dejà vu.
“Documenti, analisi, cellulare, caricabatterie, biancheria, pantofole, farmaci per le tue terapie…”
“Il rosario!”
“Il rosario cosa?”
“Ho dimenticato il rosario! E adesso come faccio? E pensare che l’avevo preparato bello bello sul tavolinetto con gli occhiali.”
“Quindi sei anche senza occhiali?” Sto già telefonando alle altre mie sorelle che dovranno raccogliere le briciole che mia madre ha seminato dietro di sé.
“Si ma quelli non fa niente, tanto mica lo devo leggere il rosario.” E mi pare lapalissiano.
“Per fortuna c’ho quello da viaggio, la versione ridotta con dieci grani. E va bene, la ripeto quattro volte e sto a posto.”

Capite la visione diversa? Nessuna tragedia, direttamente la soluzione. Rosario da viaggio e il problema della preghiera quotidiana è risolto.
Ricoverare mia madre non è cosa da tutti. Lei non occupa uno spazio a lei riservato, lei occupa l’ospedale. E noi figlie, noi famiglia in fondo le somigliamo. La mattina dell’intervento sono arrivata prima io e, a seguire, Patrizia. No, una sola auto non bastava. Sono riuscita a entrare in camera prima che la portassero via, per un saluto, una parola di incoraggiamento, aiutarla, vedere come si era conciata.
“Mamma, togliti quella fascia dai capelli che devi entrare in sala operatoria.”
“E no che mi svolazzano tutti che sono elettrici…”
“Ma ti mettono una cuffietta!”
“Dici?”
L’attesa è stata lunga, fino alle cinque del pomeriggio più o meno. Nel frattempo sono arrivati, uno ad uno, tutti i componenti della famiglia, le figlie, i nipoti, gli amici dei nipoti. Abbiamo trovato un locale con scritto “soggiorno” e ci siamo messi a soggiornare nel vero senso del termine, compresi i giochi per la piccola Eleonora. Abbiamo sequestrato tutte le prese di corrente, abbiamo mangiato. Abbiamo perso mia madre…
Alla fine l’abbiamo ritrovata in terapia intensiva. Io non so se tutti gli ospedali sono strutturati allo stesso modo, ma al Villa San Pietro funziona così: una stanza un po’ più piccola per i post operatori, la cosiddetta “osservazione” che in genere dura ventiquattro ore, e una stanza decisamente più grande dove sono ricoverati i degenti da terapia intensiva vera e propria, magari in stato comatoso, insomma decisamente molto gravi. Mia madre l’hanno messa qui, perché nell’altra stanza non c’era posto, e il caso ha voluto che tutti intorno a lei fossero incoscienti.
“Come ti senti ma’?” Ci fanno entrare una alla volta, solo noi figlie e già fanno un’eccezione perché siamo in quattro e potremmo accedere al massimo tre al giorno. Ci bardiamo come i medici delle serie TV.
“Ho sete…”
“Ma non puoi bere niente ma’. Ti bagno un po’ le labbra, va bene?”
“Sì, va bene. Ma che silenzio questi qua, nessuno parla… asociali.” Che faccio? Le dico che sono tutti in coma così le prende un colpo?
“Ecco, cerca di non parlare neanche tu, non ti affaticare. Riposati.” L’hanno rimandata in camera due giorni dopo perché medici e infermiere avevano l’esaurimento nervoso.
“Ora potrà bere signora, contenta?”

Mamma non è stata una paziente facile e difficilmente, credo, potranno dimenticarla in quel reparto. In tutti i reparti dai quali è passata. Lei ha voluto il suo cibo non appena le hanno permesso di mangiare, lei ha deciso quando uscire e tornare a casa, ha firmato e basta, sono pronta ha detto. Lei ha accettato con filosofia le piccole complicanze della vita quotidiana che questo intervento le porterà d’ora in poi, perché pur se con un po’ di fatica ne è uscita, e ora si torna a una nuova normalità. Non gliene frega niente delle cose, della gente, degli intoppi. Gliene frega di me, che ho cominciato il mio percorso, la CURA, e non posso neanche andare a trovarla perché ho bisogno delle mie energie, perché non posso rischiare di ammalarmi, perché se vedo che le cose non sono come dovrebbero essere poi mi altero e non va bene.
“Tu resta a casa, non venire.” E mi butta giù il telefono.
“Parliamo d’altro, va bene?”
“Non ci pensare, Cetta. Fatti le tue cure che a me ci pensano le tue sorelle.”
Non si allontana da me, si allontana dalla mia malattia perché ora lei ne è fuori, e ha il diritto di essere convalescente e di guarire. Così funziona, così si trova il tempo per rigenerarsi, tanto non siamo sole nessuna delle due. Tanto ci basta uno sguardo per capire che sappiamo, sappiamo bene quali sono le cose davvero importanti, quelle che devono venire prima nell’ordine delle priorità. In questo momento è la vita.

Se volete commentare non siate timidi, c’è lo spazio qui sotto. Se volete conoscere la prima parte delle avventure di Cetteide, potete trovare i link a questa pagina (cliccare qui)

E adesso… un po’ di musica!

Cetteide Revolution #cp4 Rebirth

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Dicembre 2016

L’avvento quest’anno è stato un’autentica attesa: per mia madre di sapere quando l’avrebbero operata, per me di sapere quando avrei cominciato il mio percorso terapeutico. Quindi, per non sbagliare, abbiamo cominciato a organizzarci per tempo, subito dopo l’Immacolata.
“Allora, dove la passiamo la Vigilia?”
“Ma’, e che ne so. Sinceramente non ci stavo pensando…”
“Ma dobbiamo pensarci che quest’anno siamo in tanti.”
“In tanti quanti?” Già mi immagino la fatica di coordinare tutto e tutti perché, se non si fosse ancora capito, la coordinatrice di casa sono io. E io quest’anno dovrei evitare ogni stress. E nella mia famiglia l’elemento femminile è preponderante… (Lo sentite anche voi un lontano richiamo di tamburi da guerra?)
“Una ventina…” Una ventina significa tutti e anche qualcuno in più. Sì perché mia madre ha invitato anche il mio ex marito (che mica lo possiamo lasciare da solo, non va bene a Natale) e l’amico di “merende” di mio figlio, ormai nipote acquisito (ma forse vorrà trascorrere la Vigilia con la sua famiglia, non credi?) e il problema dello spazio utile in un luogo neutrale si pone.
“Ci riuniamo a casa di Angelo [n.d.r. Angelo è il figlio maggiore di mia sorella]. Lui organizza la tavola e noi cuciniamo!” Ecco fatto. Incastrata per bene.

Alla fine il grosso della cena lo abbiamo preparato io e lei, le uniche due che non avrebbero dovuto fare niente, ma la meraviglia, la gioia, il piacere di esserci tutti sono stati il giusto premio per lo sforzo fatto. Ne è valsa la pena. La cena della Vigilia per noi significa pesce. E almeno dodici portate, una per ogni apostolo suppongo. Che poi quando Gesù è nato gli apostoli ancora non c’erano, ma con questi riti calabresi io non ci capisco granché, quindi li accetto così come sono e basta.
“Mamma, io preparo il sugo per le linguine, il sauté di cozze e le verdure ripassate in padella.”
“Io preparo baccalà e pipi, pipi e patate, pipi e olive ammortate e porto le conserve mie per antipasto: pipi sotto sale, melanzane a scapece, olive schiacciate.” I pipi sono i peperoni piccanti calabresi, quelli tondi e generalmente verdi, che non possono mancare mai nel desco della festa. Il profumo è così intenso, anche quando sono ancora crudi, che l’appetito scende dagli occhi al cuore e anche chi non li ha mai assaggiati si lascia irretire. I pipi jiuschenti sono sirene alimentari, e mia madre sa bene come dosarli. picmonkey-collage

“E domani ci vieni da me al pranzo di Natale?”
“No mamma, non me la sento. Devo riposare e anche tu dovresti.”
“Hai ragione figghjicè, ma tanto stavolta prepara tua zia. Tu fermati, pensa a te, che io ti mando la mia energia.” E quanta ne hai? Quanta ne serve per superare indenni questo anno e arrivare forti ai mesi duri che verranno? Sembra di essere in una bolla temporale, nella quale noi due galleggiamo sospese, guardandoci a distanza avendo il timore di toccarci perché potremmo romperci, ma allo stesso tempo senza perdere il contatto, perché quello è la rete di protezione, quello basta. E in questa bolla, questa sorta di utero, ci prendiamo la nostra pausa per ricaricarci, per rinforzare gli strumenti in dotazione, per prepararci alla prossima rinascita.

Se volete commentare non siate timidi, c’è lo spazio qui sotto. Se volete conoscere la prima parte delle avventure di Cetteide, potete trovare i link a questa pagina (cliccare qui)

 

Cetteide Revolution #cp3 The fight

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Jon Snow – Game of Thrones – The battle of Bastards

Novembre 2016

Nella mia famiglia le convalescenze si fanno a casa, e casa è Cirò. Non per tutte (siamo solo donne) è così, ovviamente, ma per mia madre è tassativo.
“Dottoressa, ma posso partire subito dopo l’ultima terapia?” Il 10 novembre, due giorni dopo, era già a casetta (perché è piccola e perché non è la casa principale). Io l’ho raggiunta il 12.
“Vieni così ti coccolo un po’”, mi ha detto. Ho avuto la sensazione forte che qualcosa, della mia situazione di salute, avesse percepito. La verità è che quando hai un figlio, resta per sempre questo legame speciale, ombelicale, che ti fa percepire la gioia e il dolore come se lo provassi in prima persona. Devo ricordarmelo, sono madre anch’io.

Cirò significa “la parente” per fare la spesa delle cose buone, il pesce fresco comprato all’alba dal ragazzo che passa in bicicletta davanti casa, significa il tempo che scorre più lentamente e tu lo puoi prendere per pensare, capire, accettare. “Mamma, io non potrò seguirti molto d’ora in poi, purtroppo non sto bene e devo occuparmi di me.” Non è necessario dire molto altro, i dettagli verranno in seguito. Ora tutto il tempo si ferma e si racchiude nel suo sospiro, nel suo ritrarsi, mettersi in secondo piano. Mettersi alle mie spalle per sostenermi, in qualche modo.

Ora provate a immaginare cosa può accadere in una famiglia del Sud quando si manifestano non una, ma ben due malattie importanti e, fino a qualche tempo fa, innominabili. Una tragedia, e non è folklore, è verità. Normalmente almeno sarebbe così.
“Cetta, che ci mangiamo oggi?”
“Quello che vuoi mamma. Che ti ha detto la dottoressa?”
“Ha detto che adesso posso mangiare tutto, anche la sardella. Ma quella della parente, che la fa lei ed è speciale…”
sardellaPer chi non lo sapesse, la sardella è neonata di pesce azzurro trattata a crudo con QUINTALATE di peperoncino piccante macinato, olio extra vergine, finocchietto e aromi vari. Una bomba. Io non sono sicura che mia madre possa mangiarla, ma non oso contraddirla. Come ho già avuto modo di dire, per noi la CURA passa inevitabilmente dalla buona tavola, e la buona tavola si apparecchia a casetta, dove l’aria odora di sale anche d’inverno e il mare è una culla che aiuta a riposare. E a guarire.

Cetteide Revolution #cp2 Rituals

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Settembre 2016

Fa caldo a Roma, il traffico è frenetico, quello del ritorno dalle vacanze e dell’inizio della scuola. Per questa ragione e perché sono io che devo affrontare tutto questo alla guida dell’auto, impongo a mia madre due regole precise: organizzazione e puntualità. Dobbiamo fare visite, esami, controlli in giro per la città a orari impossibili, quindi non esiste democrazia nella gestione di questa faccenda.

La sera prima della tac. “Mamma, hai preparato gli esami del sangue?” “Ho messo tutto nella borsa, tranquilla. Pure il rosario.” Quello non lo scorda mai, anche se… ma vi racconterò. “Mamma guarda che per essere a San Giovanni prima delle 8 io voglio partire al massimo alle 6.15.” “Addirittura! Che quando andiamo da zia Margherita mezz’ora ci mettiamo con tuo nipote.” Mio nipote è anche suo nipote, nel senso che io gli sono zia e lei gli è nonna, quindi potrebbe chiamarlo per nome. Chissà perché esistono queste sottolineature verbali in certi momenti, specie quelle che indicano il possesso, l’appartenenza. Tuo figlio, tua madre… chissà cosa si vuole scaricare per una frazione di secondo. “Mamma, voi ci andate la domenica alle 11 del mattino. Domani è lunedì.”

La mattina della tac: ore 6:15 davanti a casa di mamma. Non suono il clacson per rispetto al vicinato, quindi la chiamo. “Mamma, sono qui fuori col motore acceso, esci.” “Eccomi, arrivo.” Passano cinque minuti. Richiamo. “Mamma…” “Ti ho detto che sto arrivando! Non trovo una cosa…” Spengo il motore. Ore 6:25 si apre il portone e comincia il rito: cerca le chiavi, trova le chiavi, cerca la toppa, trova la toppa, gira la chiave nella toppa una, due, tre volte, mette le chiavi nella borsa, si gira verso l’auto, apre lo sportello, deposita la borsa ai suoi piedi, chiude lo sportello, cerca la cintura di sicurezza, come sempre non trova l’aggancio, sbuffa, si volta verso di me. “Beh, possiamo partire, e apri i finestrini che sento la puzza di fumo!” Non è vero, non ho fumato, in auto non posso farlo, e intanto si sono fatte le 6:30, minuti preziosi regalati al traffico. “Ti rendi conto sì che siamo in ritardo?” “Eh, non mi ricordavo più dove avevo messo le analisi. Poi le ho trovate, nella borsa…” Anche la dittatura è un’utopia.

Le visite col team oncologico e chirurgico. “Allora signora Mariuccia, da questi esami risulta che il tumore è in atto già da un po’, un annetto direi. Possibile non si sia accorta di niente?” Mia madre non conosce il significato di “senso di colpa”, semmai è molto brava a farlo provare agli altri. “Ma io ho visto delle perdite, ma mai potevo pensare… ho sempre mangiato sano, ho il diabete e devo farlo per forza. Tutti cibi naturali, verdure, il pesce, l’olio d’oliva, non fumo, non bevo. Sinceramente ho parlato con le mie sorelle e abbiamo pensato a una irritazione passeggera. Qui nessuno mi dice mai niente, dottore, e io non è che sono un’esperta…” Ma voi, sì voi che leggete, che avreste fatto al posto mio sentendo queste parole? Ecco, io mi sono guardata negli occhi col chirurgo ed è immediatamente nata una comprensione empatica, per cui abbiamo entrambi respirato e contato fino a dieci. “Ho capito signora Mariuccia. Poi le ricette calabresi, il peperoncino, insomma… comunque adesso, prima dell’intervento, dobbiamo ridurlo un po’. Quindi la mando dall’oncologa per fare un ciclo di radioterapia e noi ci vediamo alla fine.” “Grazie dottore,” mia madre con gli occhi innamorati, “io pregherò perché scompaia, va bene? E pregherò per lei. Tutti i giorni!” E con questa minaccia passiamo allo specialista successivo.
“Allora signora Mariuccia, qui la faccenda è semplice: se lei segue le mie istruzioni vedrà che lo faremo scomparire questo ospite!” “Così non mi opero?” “No, così si opera lo stesso ma l’intervento è meno problematico.” “Ah… io prego sa dottoressa, tutti i giorni. Prego il Padreterno e tutti i Santi che vi guidino, e prego anche per lei adesso.” “Sì signora Mariuccia, e la ringrazio, però lei deve anche seguire la dieta che le ho dato. Le verdure che tanto le piacciono, i legumi, quelle cose lì calabresi – e guardi che sono calabrese anche io e la capisco – se le deve scordare per tutta la durata della terapia, va bene?” “Va bene dottoressa! Le posso portare un po’ di sardella?” “Ecco sì, la porti a me così lei non ce l’ha sotto mano…” Così si crea la taumaturgia miracolosa: preghiere e cibo. E pare che funzioni, almeno a livello psicologico (mi vengono in mente i riti sacrificali pagani, ma questo a mia madre non lo diciamo altrimenti ci scunciura). Fisicamente secondo me funziona un po’ meno, soprattutto per mia madre che è notoriamente golosa, cannaruta rende meglio l’idea, perché lei è convinta che la golosità sia legata solo ai cibi dolci.

Fine settembre, dopo una settimana di radioterapia. Visita di controllo con la radioterapista. In macchina prima di arrivare. “Mamma, cosa le dici? Come ti senti?” “Eh, beh, sto bene, bene. Magari qualche doloretto di pancia.” “Ma quelli sono normali, considerando dove sta il tumore e l’effetto delle radiazioni. Te l’aveva detto, no?” “Sì, sì, però, insomma, un po’ di colichette…” “Mamma, che ti sei mangiata..?” “Ma solo qualche peperone col pesce, una cosa dietetica, ho cotto tutto a crudo.” E già questo è un mistero… “I peperoni ma’? Ma che ti dice la testa? Quelli sono irritanti anche in una situazione normale!” “E mica ci stavano nella lista della dottoressa, né tra le cose proibite né tra quelle concesse!” Vuole avere ragione, per forza. “Senti, non mi va di discutere che siamo arrivate. Tu fammi la cortesia, non mangiare più peperoni e non dire niente alla dottoressa, ok?”
“Allora come è andata la prima settimana signora Mariuccia?” “Bene, bene dottoressa. Le mie preghiere servono, lo sa?” La dottoressa sorride. “Quindi nessun effetto collaterale?” “Mah, qualche doloretto di pancia…” La dottoressa sorride ancora. “Quello dipende dalle radiazioni, gliel’avevo detto. Tutto normale, tranquilla.” “E qualche colichetta ieri…” La dottoressa alza le sopracciglia ma continua a sorridere. “Forte? Li prende i fermenti lattici?” “Sì, certo. Forte comunque, tutto il giorno. Poi la sera finalmente si sono fermate.“ La dottoressa non sorride più e io ho tanta voglia di uscire dall’ambulatorio. “Ma la dieta la sta seguendo? Guardi che quella è fondamentale!” “Certo che la sto seguendo. Cucino tutto a crudo, olio a crudo… mi era venuta voglia di un po’ di pesce e peperoni sa, come li facciamo noi, ma ho messo tutto a crudo nel tegame.” La dottoressa ha uno sguardo che non ammette repliche, e ha ragione. Usciamo dall’ambulatorio, io con il capo chino e cosparso di cenere di chi non ha saputo fare il suo mestiere di controllore, lei con la testa alta e spavalda e pure incazzata. “Ma che modi la dottoressa, come se fosse lei la malata! E che saranno mai due peperoni. Hai ragione tu, la prossima volte non glielo dico.” Io mi rifiuto di discutere ancora.

In fondo la capisco, essere malati è stressante, deprimente, e doversi anche privare delle piccole gioie della vita aumenta lo stato di prostrazione. Quello che vorrei lei capisse è che non sarà per sempre, che è solo un piccolo sacrificio, una piccola pausa. Intanto gli eventi corrono, come le nuvole che spezzano il clima estivo e ci annunciano l’arrivo dell’autunno. “Mamma, ho visto dei segnali che non mi piacciono, e siccome non intendo fare come te e aspettare un anno, mi vado a far controllare subito.” “Ecco sì, vai subito. Ma vedrai che non è niente di serio, magari un polipetto. Ora prego anche per te. Qui ci vorrebbe uno sfascino come si deve, te lo dico io. Ma finché non guarisco non lo posso fare, mi hanno detto.” Tutte le terapie olistiche, empiriche, energetiche, antiche, quelle che mettono in moto flussi vitali nascosti, quelle che ricordano al nostro corpo come auto curarsi, devono essere usate con cautela, se non sospese, sui malati di cancro. A maggior ragione un malato di cancro non può – almeno sarebbe meglio non lo facesse, – trasmetterle ad altri. “Dai mamma, vorrà dire che finalmente mi insegnerai come si fa. Sarò la tua supplente dello sfascino finché non guarisci.” (Per informazioni sullo sfascino vi rimando al capitolo dedicato su Cetteide qui). “Prima vediamo cosa dicono i miei test e poi vengo qui e mi trascrivo tutta la formula in dialetto. Non c’è la possibilità di una versione in italiano, vero? E devo proprio dire un Padre Nostro e una Ave Maria? Non posso chiedere assistenza alle forze congiunte dell’Universo?” Va bene, lo sguardo di traverso di mia madre stavolta ci sta tutto…

Ottobre 2016.
Ho in mano la mia diagnosi e le gambe piegate fino a terra. Chiamo il mio ex, l’unico medico che sa tutto di me e del quale ho assoluta fiducia.
“Come glielo dico a mia madre?” “Non glielo dici.” “Aspetto che finisca la radioterapia?” “Sì, brava, non farla preoccupare, non mettiamo a rischio la buona riuscita del processo con le energie negative.” Energie. Tutto torna lì, a quel qualcosa che nessuna medicina, nessuna terapia può controllare. Qualcosa che ha a che fare con la nostra essenza, con la potenza della nostra incorporeità. Ci metterò un attimo a percepire questa differenza, un po’ di più ad averne la consapevolezza. L’unica cosa che mi viene in mente dopo aver chiuso il telefono è: “Adesso come glielo spiego a mamma che non può più insegnarmi lo sfascino?”