Noi #scrittori social-patici sull’orlo di una crisi di nervi

Immagine presa da qui

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Noi scrittori siamo social-patici nel senso che abbiamo bisogno di visibilità riflessa dal popolo del web per essere certi che ci siamo. Che tristezza! Scriviamo come dannati, mettiamo in circolo il nostro sangue annacquato di incipit che colpiscono, up e down narrativi che non annoino, finali aperti, tante volte ci venisse in mente di fare un sequel. Tutto questo spesso e volentieri per niente.

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E quando ci chiedono: – Che fai nella vita?- tutti soddisfatti rispondiamo: -Lo scrittore!-  -No, sul serio, che fai per vivere?-  Ma certo, che vanto c’è oggi a dire che sei scrittore? Oggi scrivono tutti, ma proprio tutti. Basta andare a una scuola di scrittura creativa: c’è la fila. Si impara a fare lo scrittore come l’idraulico. Basta seguire le regole e ‘fanculo ai contenuti. Roba che un Calvino, un Pavese o un Hemingway giusto per citare i primi che mi vengono in mente, si rivolterebbero nella tomba.
Che fine hanno fatto le poetiche, il pensiero letterario, la talentuosa spinta narrativa, l’ispirazione insomma? Quel brodo primordiale dell’emozione dov’è?                                                         

E poi ci si stupisce che l’editoria sia in crisi. La scrittura, poetica o di prosa che sia, dovrebbe avere contenuti, non essere un copia incolla di frasi preconfezionate, esercizi dialettici che nulla esprimono se non una buona (buona?) padronanza della grammatica e della sintassi. Sarà che nel mio immaginario lo scrittore è sempre stato altro, qualcuno capace di cambiare qualcosa, fosse pure una virgola, nell’animo di qualcun altro. Sarà che io me lo sono sempre raffigurato come un pensatore idealista, uno che con la penna (o il pc) ci fa l’amore, uno che non smette di scrivere perché ha finito l’inchiostro, piuttosto lo fa col sangue. E invece poi c’è gente (per fortuna ci sono anche le eccezioni…) che conquista un posto al sole perché ha pagato un paio di bravi ghost writers ( spero che un giorno escano tutti fuori e che ci sia un premio letterario dedicato a loro) o perché si è comprato un migliaio di recensioni che gli hanno fatto scalare le classifiche.

Ci ho pensato pure io, lo confesso, a qualche strategia di marketing, e non è che non ne faccio, sarei una pazza. Ma cerco sempre di non dimenticare che è la mia faccia, il mio pensiero, la mia scrittura ciò che metto in trincea, e devo avere buone armi per difendere la mia posizione, sempre, che altrimenti di scrittura si può anche morire (defollow…).