#Emigrazione. Una giostra che gira, che gira…

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C’è differenza tra “espatriati” ed “emigrati”, eccome se c’è. Un espatriato in genere decide di andare in un luogo diverso dalla sua terra natia, di fermarsi per un po’ o per sempre, di fare impresa o carriera perché ha alle spalle solidi studi e competenze, un bagaglio linguistico appropriato, una capacità che, nel suo Paese, non riesce ad esprimere appieno e, per questa ragione, cerca opportunità altrove. I cosiddetti “cervelli in fuga” sono espatriati, ad esempio. Gli emigrati o immigrati in genere non “decidono” di andare via: sono costretti. Per necessità, mancanza di lavoro, guerre o persecuzioni, situazioni sociali disagevoli. Spesso sono persone non più giovanissime, con uno scarso bagaglio linguistico, che si adattano a qualunque cosa pur di lavorare. Ma anche ex imprenditori, ex professionisti, ex dirigenti, ex professori, tutti ex qualcosa di importante e altisonante che, magari, non sono riusciti a stare al passo coi tempi e aggiornarsi o hanno semplicemente perso il loro lavoro.

Arrivano generalmente a ondate, a seconda delle crisi che si verificano periodicamente. Per prima cosa cercano l’appoggio dei connazionali che sono giunti con l’ondata precedente, che si sono stabiliti in questi luoghi da tempo e che hanno, quindi, più familiarità con la burocrazia locale e con la lingua. Accettano di fare lavori anche lontanissimi dal loro background, molto spesso nelle cucine dei ristoranti, che tanto lì non si deve parlare col pubblico. Sono lavapiatti o pizzaioli improvvisati, tuttofare, runner, gente di fatica: dodici o quattordici ore di lavoro sottopagate e poi, con la schiena e i piedi a pezzi, via in camera, spesso condivisa, a dormire per ricominciare il giorno dopo. Il capo è un connazionale che ci è passato prima di loro, quindi niente lamentele altrimenti… c’è la fila là fuori. Il giorno libero, quando c’è, si passa a vagare per le strade, ad ascoltare le voci tentando di riconoscere suoni familiari e magari fermarsi a fare due chiacchiere. Poi a letto presto, che domani ricomincia la fatica.

Dopo qualche anno così, gli emigrati riescono a spiccicare qualche parola nell’idioma locale, più per imitazione passiva che per reale comprensione. Se hanno avuto abbastanza fortuna e un lavoro stabile, in genere si fanno raggiungere dalla famiglia, quando c’è, e mandano i figli a scuola. Saranno loro i veri maestri, i loro interpreti dal medico, dall’avvocato, al comune, saranno loro quelli che riusciranno a integrarsi quasi subito. Benedetti i bambini! I genitori, se saranno stati bravi e parsimoniosi, avranno messo un piccolo capitale da parte e decideranno di aprire una loro attività. Un ristorante, perché no? E finalmente saranno padroni di qualcosa, anche di assumere connazionali emigranti, di sottopagarli e di sfruttarli che tanto è così che va, niente lamentele, ci sono passati tutti.

Questo accade, ogni giorno, in diverse parti del mondo. Non sto parlando di nord africani o mediorientali che arrivano, quando arrivano, coi barconi. Sto parlando di noi, noi Italiani, con le nostre belle valigie comprate dai cinesi, il nostro biglietto aereo low cost, il nostro orgoglio e il nostro retaggio, la nostra cosiddetta superiorità culturale. Il mondo è una giostra, che gira e gira, e ciò che vediamo è sempre lo stesso carosello. Gente che sale, gente che scende, avanti un altro che c’è posto. Siamo emigranti in fuga anche noi, facciamocene una ragione.

Ora, già lo so che ci sono le dovute eccezioni, ma è proprio per il fatto che ci sono che tutto il resto appare così mastodontico. Eppure si continua a tenere gli occhi maledettamente chiusi, si continua ad avere lo stesso atteggiamento arrogante di chi si sente superiore, di chi dice no, a me non accadrà niente del genere. Poi capita. E non serve a niente la tua laurea presa col sudore della fronte dei tuoi genitori, laurea accantonata perché, se non appartenevi a una lobby, se i tuoi non hanno leccato abbastanza i culi di qualche santo in paradiso, se non hai avuto a suo tempo la lungimiranza, la fortuna, il tempismo di inserirti nel giro giusto, hai solo sprecato tempo e soldi. Non serve a niente, sei fuori, out. I lavori che hai fatto, l’esperienza accumulata, sono solo belle parole scritte su un curriculum che nessuno legge più. C’è crisi, guys, ti tocca emigrare. E tutto quello che mai avresti fatto nel tuo Paese, tutto ciò che consideravi umiliante, sei disposto a farlo adesso, in un altro posto, dove nessuno ti vede e ti giudica.

E allora, mi domando, perché stiamo lì a discutere degli emigranti che sbarcano sulle nostre coste, che ci rubano il pane da sotto i denti, che si appropriano di un lavoro che ci spetta di diritto? Quello stesso lavoro che non vogliamo fare, non qui sotto gli occhi di chi ci conosce? Aria fritta. Gira la giostra, gira, e siamo tutti uguali. La livella non comincia il suo lavoro solo sotto terra.

 

Biglietto di sola andata

indexHo viaggiato molto nella mia vita, e sono stata fortunata. Ricordo ancora il periodo in cui, come agente di viaggio, partivo due o tre volte l’anno a scoprire mete che poi avrei raccontato ad altri sognatori. Ricordo che a quei tempi (non c’era ancora stato l’11 settembre), ogni viaggio prevedeva un biglietto andata e ritorno. Anche i miei. Non è che non si potessero acquistare biglietti “one way”, ma costavano, e tanto… Come se ci fosse una sorta di complotto che accomunava tutte le compagnie aeree: “E che non vogliamo farli tornare? Cerchiamo di dissuaderli in partenza!” Eppure qualcuno lo faceva il biglietto di sola andata. Certo dopo averci pensato bene, magari per mesi, risparmiando, sudandosi quelle lire una per una. Chi comprava un biglietto “one way” aveva le dita che tremavano, e pure la voce, quando tirava fuori il portafogli.

Oggi i biglietti di sola andata costano poco. Forse le compagnie aeree hanno capito che è meglio lasciarle circolare le persone che tenerle chiuse, costrette. Il desiderio di libertà, la globalizzazione… difficile tenere a freno i flussi degli esploratori. Eppure… per la prima volta ho acquistato un biglietto di sola andata, e le mani hanno tremato lo stesso. E non per il denaro.

Credo che dipenda dal significato. “One way”, una direzione, nessun ritorno. Che non significa non tornare più. Significa posticiparlo a data indefinita. Significa non voltarsi subito per aggrapparsi a ciò che abbiamo di certo, e che spesso rende più sereno il viaggio. Un biglietto di sola andata è un tuffo nel vuoto, e fa paura, non facciamo gli ipocriti. Penso a tutti quei giovani, magari ventenni, che partono perché “c’è la crisi”, “non ci sono opportunità”. Sì, è vero. Ma a vent’anni quale sforzo hai fatto nella vita per poter affermare che “fuori è meglio”? Ma sì, vai, viaggia, esplora il mondo, impara, fai esperienza. Poi torna però, almeno per un po’, a raccontarcela questa vita che hai vissuto, a farci vedere le tue rughe e a tramandare ai figli che verranno il tuo valore aggiunto.

Io l’esperienza l’ho fatta qui, ne ho trasmessa tanta, senza mai allontanarmi se non per godermi il viaggio. E adesso, nel mezzo del cammin della mia vita, posso anche lagnarmi della crisi e della mancanza di opportunità, e cercarle altrove. Comprare un biglietto aereo one way, tremare un po’, strappare le mie radici profonde, e guardare avanti con sguardo sereno. Non giù, nel vuoto.

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via.

[Cesare Pavese – La Luna e i Falò]

…allora l’editoria dovrà morire? Il “selfpublishing” a #PiùLibri14

Più Libri Più Liberi 2014 - Palazzo dei Congressi - Roma

Più Libri Più Liberi 2014 – Palazzo dei Congressi – Roma

Certo che no! Ma… viviamo un periodo di transizione, caotico, e moriranno certo, alla fine, gli “editori a strascico”, quelli che fanno del solo business lo scopo del loro pubblicare. Più Libri Più Liberi 2014 comincia col “botto” e si parla anche del selfpublishing, quello di qualità. Ve lo racconto qui, su Art a Part of Cult(ure). A voi i commenti…

A Più libri più liberi 2014 il sonno dell’editoria genera autori.

Prendo in prestito il titolo dell’incontro che si è svolto nella Sala Turchese del Palazzo dei Congressi a Roma, perché credo sia il riassunto perfetto di quanto avviene da diverso tempo ormai nell’editoria italiana. Ma partiamo dal principio.

La kermesse romana di Più Libri Più Liberi  è giunta ormai alla tredicesima edizione: lunga vita alla piccola e media editoria. Eppure la sensazione forte che si ha arrivando al Palazzo dei Congressi, è che la partecipazione sia notevolmente diminuita rispetto allo scorso anno. C’è come un senso generale di desolazione, sicuramente gli espositori sono di meno, le facce sono stanche già il primo giorno e il programma proposto è scarno e non molto accattivante. Si respira “crisi”.  (Leggi tutto….)

L’amore ai tempi della crisi: la #SpendingReview dei sentimenti.

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Ci ho pensato spesso ultimamente alle conseguenze della crisi, e non per puro masochismo o per filosofia da discount. E non voglio neppure soffermarmi sui sommovimenti sociali veri o presunti, sulla rabbia che esplode o esploderà, sullo stillicidio di speranze e delusioni che quotidianamente ci torturano e di cui ancora mi sfugge lo scopo, lo confesso. È come se fossimo tutti malati terminali e qualche luminare di turno paventasse una cura: ho paura dei loro esperimenti ormai.

Penso invece spesso all’economia dei sentimenti in cui ormai siamo abili ragionieri, i sentimenti intimi, personali, quella molla profonda che ci spinge l’uno verso l’altro in un moto di generosa condivisione. Oh! Non mi riferisco certo all’amore universale e alla fratellanza civile, troppa roba anche in tempo di vacche grasse. Sono, invece, sempre più consapevole del fatto che stiamo operando una spending review dei nostri affetti privati. Ciò che abbiamo già ce lo teniamo stretto: l’amore per i nostri figli non è un costo alienabile ad esempio. Di tutto il resto si può discutere in sede di bilancio. Amare oggi costa, nel vero senso della parola. Costa tempo, energia, denari, e noi non ne abbiamo. Chi ha la fortuna di avere un partner lo osserva ogni mattina con sospetto e timore. Si domanda come mai sia ancora lì e per quanto tempo ancora, e quanto le brutture di questa vita piatta e priva di attrattive possano deformare la visione che un giorno li ha uniti. È un modo rischioso e stressante di vivere i rapporti questo, niente affatto piacevole, e, alla lunga, resistere può fare più male che bene.

No, non sono qui a suggerire facili scappatoie. Se avete una relazione stabile tenetevela stretta, lottate, non datela mai per scontata e inventate qualunque cosa affinché sopravviva, affinché diventi un sentimento inalienabile. Siate forti e risoluti.

Più complicato è trovare qualcosa di nuovo, di vero. Non c’è neppure il mercato nero dell’amore, a quanto pare, o se c’è le nostre risorse non sono adeguate. Capita di conoscere qualcuno e di defilarsi un momento dopo, già mentre ci stringiamo la mano. Evitiamo persino di guardarci negli occhi, perché non si crei quel contatto magico e implicito, quello che rappresenta un “dopo” ipotetico, un dopo che non abbiamo forza né tempo di andare ad esplorare. E se qualche rapporto supera la barriera del primo incontro, se si arriva al secondo e al terzo e oltre, se si ha l’ardire di voler continuare e provare a costruire qualcosa, in questo momento storico ci si accorge che proprio non ci sono i fondi per le basi, per i primi pilastri, per un muro di protezione qualunque. I rapporti di oggi sono case che non si riesce a costruire. Non tutte, per fortuna, altrimenti non si spiegherebbe come mai abbiamo ancora dentro di noi il desiderio di edificare. Ci sono gli esempi positivi. E questi esempi alimentano invidie e bramosie che alla lunga stancano anche il più tenace degli ultimi romantici. Perché noi tutti vorremmo amare come se non ci fosse un domani, noi tutti vorremmo lasciarci travolgere dalla passione, noi tutti vorremmo una lacrima in più da dedicare alla gioia. Siamo stati creati per questo, per provare ad essere felici.

Ecco, vorrei svegliarmi domani sapendo che la crisi non mi ha tolto questa voglia e che qualcuno, magari dietro l’angolo, magari il tizio che sta sorseggiando il suo caffè al bar, sta pensando la stessa cosa. Sarebbe già un buon inizio.

 

 

Donna nella crisi. Manuale di sopravvivenza.

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Ti accorgi che qualcosa sta cambiando quando cominci a vivere di sottrazioni. Di punto in bianco, senza neppure avere il tempo di abituarti all’idea, devi imparare a rinunciare. Prima avevi un bel lavoro, gratificante, ti sentivi libera di non chiederti quanto avevi nel portafogli. Dopo, un dopo la cui immediatezza farebbe tremare i polsi a un supereroe, ti sorprendi a contare i centesimi nascosti nello scomparto con la zip, a cercare quelli caduti in qualche borsa in disuso, a festeggiare quando li trovi, come se avessi scoperto un tesoro. Ma ancora sei sull’orlo del precipizio, ancora non credi che ci finirai dentro e dovrai imparare a volare, per non schiantarti.

Il primo vero indizio è quando ti metti a dieta. Si comincia sempre sottraendo il grasso in eccesso, quel segno inequivocabile di passata abbondanza. E si mente. In primo luogo a sé stesse. Ci si racconta la favola del “magro è bello” e si continua ad andare in giro, tutte fiere del girovita filiforme e della cellulite che proprio non c’è più. Perché nessuno deve sapere che sei entrata mani e piedi nella crisi, che il lavoro lo cerchi ma sei troppo brava, troppo esperta, troppo vecchia per trovarlo. E ti devi accontentare, ti devi arrangiare, che sei pure fortunata ad avere una casa, un rifugio, un luogo in cui rinchiuderti e urlare in solitudine tutta la tua frustrazione. Ai vizi non rinunci, ad alcuni almeno. L’acqua minerale e le sigarette, quelle fai da te, che costano poco. Perché quando i morsi della fame ti prendono, la sera, l’acqua frizzante e il fumo anestetizzano lo stomaco, e tutto sembra più normale. Impari a far durare le cose, quando devi farne a meno. Gli abiti, le scarpe, sono un bene prezioso. Svuoti gli armadi che hai riempito negli anni del benessere e ricicli la vita.       

Poi scopri che puoi anche fregartene delle regole. Quella è la sottrazione più interessante, oserei dire divertente. Ti senti di colpo immune da sanzioni e gabelli, perché tanto, se non hai niente, cosa possono toglierti?          
Ritrovi il gusto di camminare, anche lentamente, e sentire i muscoli che riprendono vigore. Il tempo è l’unica ricchezza che hai, il tempo e te stessa.       
Quando giungi a questo stadio il cambiamento è ormai irreversibile. Ti rendi conto che sei realmente in grado di vivere con nulla e ti senti potente, energica, bellissima. Hai rinunciato a tutto e sei sopravvissuta. Hai scoperto di avere ali buone per volare e che ora puoi solo risalire, senza seguire la corrente, ma diventando tu stessa vento. Si impara molto di sé quando si affronta una crisi così importante. Nudi, di una nudità indifesa, ci si riappropria di un’essenza nascosta e dormiente, la risorsa primordiale che guida il nostro istinto di sopravvivenza: la volontà.

Storia di una crisi annunciata

Martedì, 15 marzo – ore 16,⁰⁰

Non comincio mai nulla di lunedì. È troppo scontato, troppo ordinato. Quello che comincio di lunedì sistematicamente lo interrompo il giorno dopo, di qualunque cosa si tratti. Di martedì invece mi dà come il senso dell’ineluttabilità, un impegno preso in corso d’opera e capitato lì nonostante la mia pianificazione settimanale, qualcosa giunto a scombinarmi i piani.

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Ho davvero una montagna di vestiti. Alcuni risalgono a venti anni fa. Sono una di quelle persone che conserva tutto, sperando che prima o poi torni di moda. Il fatto che torni di moda però e irrilevante se non sono più di moda io. Mia figlia ogni tanto viene a “pescare” tra le mie cose. Dice che sono vintage autentico. Vintage. Vecchie. Andate. Passate. Oddio, diciamo retrò che altrimenti mi deprimo. No, meglio vintage, che è di moda.

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[da “Quella volta che sono morta“]

 

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