Sul #Reato di clandestinità

clandestini

Ricordo quando ero a Cuba e vedevo tutte quelle ragazze abbracciate a Italiani più o meno consapevoli che quegli abbracci erano fasulli. Ricordo che domandai a una di quelle ragazze, con estrema ingenuità mia, “Scusa ma, se vuoi andar via e in qualche modo trovi i soldi per partire, perché non fai il biglietto aereo e parti?”. Ingenua…

In fondo sarebbe sufficiente arrivare nel Paese di destinazione e poi dichiararsi “rifugiati politici“. Nessuno ti caccia via. Anche in Italia è così. Il problema è “USCIRE” dal Paese di origine.

Ci riflettevo pensando a quei migranti morti a Lampedusa, che hanno pagato fino a 2.000 euro per un viaggio incubo finito com’è finito. Con 2.000 euro, mi dicevo, di biglietti aerei ne fai due. Supposto che tu abbia il passaporto. E supposto che ti rilascino il visto, anche turistico. Ma in questi Paesi dove c’è guerra e repressione il visto NON te lo rilasciano. Perché loro lo sanno che vuoi andar via per sempre. Loro lo sanno che tu vuoi fuggire dalla morte e dalla disperazione. Lo stesso che avviene a Cuba. Allora le Cubane si “fanno” gli Italiani scemi, osceni, lascivi, volgari, che dall’Italia preparano un conto in banca, un lavoro, una casa, magari un matrimonio, così che queste donne possano ottenere un visto per uscire e non tornare mai più. Ma le Cubane, si sa, sono belle e accattivanti. E gli Italiani scemi, osceni, lascivi e volgari sono contenti di lasciarsi abbindolare da femmine che aprono le gambe pur di cambiare la propria vita.

Le donne e gli uomini africani, evidentemente, hanno meno appeal, e non ci sono quei suddetti Italiani pronti a creare in Italia quei presupposti per farli arrivare. In compenso sono capaci di creare una legge, la Bossi-Fini, che li bolla col marchio di “clandestini” perché, per giungere da noi, dovrebbero essere fortunati come le ragazze Cubane. E gli Africani, si sa, fortunati non sono. Altrimenti si farebbero un viaggio comodo comodo in aereo con la metà del denaro necessario per i viaggi dell’orrore. Altrimenti arriverebbero da noi come turisti e poi si dichiarerebbero rifugiati politici. Altrimenti i morti di Lampedusa sarebbero ancora vivi.

 

Il treno come la vita, un discorso leggero…

Immagine presa da qui
Il treno ha sempre avuto la capacità di suscitare in me emozioni contrastanti. Mia madre mi racconta quando da bambina, sfollata in campagna per la guerra, percorreva chilometri di sentieri impervi col fratello maggiore per arrivare fino al mare, all’alba, e vederlo passare. E quando si fermava a quella piccola stazione in mezzo al nulla era tutto un turbinio di scambi commerciali e di notizie, di fretta, con l’urgenza di sapere e concludere prima che il macchinista fischiasse che era ora di rimettersi in viaggio. E i due bambini restavano lì, a vederlo andar via sferragliando, con la sensazione che in quel treno fosse racchiuso il segreto del loro futuro incerto. Anni dopo ne avrebbero preso uno che li avrebbe portati verso il loro destino da adulti, ma in quel momento i loro sogni piccoli volavano sulle ali di una fantasia libera e sfrenata.
Io ne ho presi e ne ho visti di treni. Quello che mi riportava a casa per le vacanze durante gli studi universitari era il più bello, e non per la destinazione, ma per il percorso. Si viaggiava di notte e, a volte, ci volevano dodici ora per andare da Roma fino a Cirò, ma erano ore d’avventura e silenzi, ore di chiacchiere sottovoce e d’incontri, quegli incontri tra sconosciuti dove le anime e i cuori si aprono, tanto è solo per quella volta, e poi chissà…Che è quello che succede nella vita poi, un viaggio che per un breve o lungo tratto facciamo in compagnia, regalandoci emozioni libere da impegni e per questo più vere. Almeno così dovrebbe essere.
Ho visto un treno a Cuba, nella regione di Santa Clara, fermo in mezzo al nulla dai tempi della Revolution. Lo fermò Che Guevara e da allora sta lì, a testimoniare eventi che hanno cambiato il corso della storia e della vita di un intero Paese. Non riesco a guardarlo più di tanto quando ci vado, non riesco a salirci come fanno tutti quei turisti pseudo giapponesi armati di macchina fotografica, per fotografare cosa poi. C’è odore di morte là dentro, c’è ancora il colore e il rumore violento della battaglia. Ci vuole rispetto.
Treno a Santa Clara. Immagine presa da qui
Poi ricordo mio padre. L’unica volta in cui mi diede un consiglio per la mia vita lo fece dicendomi: “ Questo treno potrebbe non passare più. Se per te è quello giusto, prendilo al volo e vedi dove ti porta, non chiedertelo prima, che rischi di perderlo.” E questo è ciò che mi dico ogni volta che mi trovo davanti a una scelta. Poi decido che, comunque sia, il viaggio vale sempre la pena.
I treni di oggi vanno veloci. I paesaggi li vedi sfrecciare via dal finestrino, macchie confuse di colore dove non distingui il cielo dal mare a volte, arcobaleni sfocati come se un bimbo dispettoso ci avesse messo sopra le dita pasticciandoci un po’. Nel silenzio ovattato di vagoni che odorano sempre di sigaretta, anche se non si può fumare, le persone neppure si guardano. Quasi tutti col loro netbook, IPad, tablet, IPhone a conversare con un mondo lontano mentre magari il mondo vicino, che è lì, sul sedile accanto, ne avrebbe di cose da raccontare, scambi di storie e di emozioni irripetibili, un’occasione unica di arricchimento che si perde, per sempre. A volte dimentichiamo che la vita è fatta anche di questo, cogliere al volo momenti leggeri e lasciar fuori le pene e gli affanni di ogni giorno, quelli che rendono indelebile il solco profondo che abbiamo sulla fronte, sopra il naso. Su un treno si potrebbe, se andasse più piano, se ci concedesse più tempo, quello di una volta. O forse siamo noi che dobbiamo concedercelo questo tempo.
Ho letto da poco un romanzo bellissimo, dove il succo alla fine è questo. La vita che ci sottrae ogni giorno un po’ del nostro sentire più lieve, appesantendolo con la quotidianità ostile, anche crudele, dolorosa, può essere ricondotta ad una più vera e terrena umanità se ci riappropriamo dei discorsi sussurrati e leggeri, come quelli dei treni. Il romanzo è Lo splendore dei discorsi e l’autore è GiuseppeAloe. L’editore illuminato è Giulio Perrone Editore e io li ringrazio.
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