Di #Sanremo2018, della musica al centro e della cultura del nostro tempo.

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Non scrivevo qualcosa su Sanremo dal 2012, quando c’erano Celentano e le sue pause. Strano che senta la necessità di riparlarne proprio quest’anno, quando nuovamente conduce e dirige un artista, cantante, cantautore – Baglioni – e quando per la prima volta da decenni la musica è stata davvero il centro di tutto il Festival.

Lo chiamiamo Sanremo per brevità, ma è il Festival della Canzone Italiana, non dimentichiamolo. Un tempo erano le canzoni a partecipare e vincere, i cantanti erano scelti – più d’uno per ogni brano – per l’esecuzione, e poco importava fossero italiani o stranieri. Il tempo ci ha regalato un’evoluzione [involuzione?] per la quale la nostra attenzione si è concentrata sempre più sui personaggi o artisti che dir si voglia che sui brani proposti, e questo ha portato inevitabilmente a trasformare il Festival in una vetrina/passerella dove farsi vedere e ricordare – ci sono anche io, ti ricordi di me? – e dove presentare pezzi composti per l’occasione, niente affatto rappresentativi del panorama musicale italiano e/o dello stesso repertorio dell’artista in questione.

Quest’anno Baglioni ha tentato di riportare la musica alla ribalta e ha fatto scelte importanti come direttore artistico: ha scelto brani onesti e sinceri, niente di preconfezionato. Oddio, magari non tutti, però una buona percentuale (l’operazione Pooh in pillole non ha funzionato molto, a parer mio…).

Le canzoni erano belle? Ovviamente è una questione di gusti, però per la prima volta, almeno per me, si è potuto giudicare davvero. Nel senso che, ad esempio, se a me Fabrizio Moro non piaceva fuori dal Festival, non mi è piaciuto neppure dentro il Festival, e il suo brano era nel suo stile, nelle sue corde. Poi possiamo disquisire all’infinito sul testo suo e di Meta, che moti definiscono “piacione”, come molti altri del resto in questo Sanremo, ma, dico io, cosa dovrebbero raccontare i nostri artisti?

Se le canzoni parlano di cuore e amore, allora si tratta di roba melensa che eccheppalle sempre ‘ste cose che nessuno ci crede più; se le canzoni parlano di donne, di violenza sulle donne e allora si tratta di canzoni marpione fatte per catturare il consenso popolare che eccheppalle sempre ‘ste cose che non ne possiamo più di leggerle sui giornali; se le canzoni parlano di migranti, di razzismo, di emarginazione e allora si tratta di canzoni che cavalcano l’onda d’urto del sentimento politico che eccheppalle sempre ‘ste cose che non ne possiamo più di campagna elettorale anche al Festival.

Ora io mi domando: posto per assunto che la musica popolare dovrebbe rappresentare la cultura del nostro tempo, così come la letteratura, così come è sempre stato d’altronde, cosa cazzo ci dovremmo aspettare da un Festival? O dai nostri artisti in generale. Ci lamentiamo sempre che la cultura ha perso la sua connotazione essenziale, essere memoria del tempo che viviamo, incidere sulla carta, sui pentagrammi, i fatti che viviamo perché possano insegnare qualcosa alle generazioni future, e poi quando questo viene fatto gridiamo alla “piacioneria”? Ma porca miseria, ma davvero?

Ricordo a una fiera del libro, forse quella di Roma di qualche anno fa, che Dacia Maraini e Lidia Ravera, parlando delle donne scrittrici, esortavano tutte noi a raccontare il nostro tempo, ad essere testimoni letterarie di ciò che stiamo vivendo affinché serva da futura memoria, perché questo dovrebbe fare una società letteraria. La tecnologia che rende tutto più veloce e immediato rischia di distruggere la cultura, e la cultura è crescita.

Anche per le canzoni, la musica, vale lo stesso discorso. E allora che critichiamo a fare quegli artisti che ci raccontano il nostro tempo? Trovate che siano operazioni commerciali? Può darsi che qualcuna la sia, d’altronde c’è sempre stato chi ha lucrato sui talenti altrui, è il mondo, è la società. Però sono ottimista e credo nell’onestà di chi si espone in prima persona, per cui anche se Moro non mi piace nel senso che non comprerei un suo EP, non posso dire che la sua canzone sia “piaciona”. È realistica, è attuale, quindi va bene.

La canzone di Nina Zilli racconta della violenza domestica, che le vogliamo dire? Che è piaciona? Quella di Mircoeilcane racconta dei bambini che attraversano il mare sui barconi. Anche questa è piaciona? Ci nascondiamo dietro questo termine odioso per nasconderci l’odiosità dei fatti? Non è che denigrando questi testi i fenomeni diminuiscono. E vogliamo parlare della canzone di Ron? Lo hanno accusato di aver portato un pezzo di Dalla per conquistare consensi, come se Ron non avesse mai proposto brani di Dalla. E dai…

Ecco perché mi è piaciuto questo Festival. Claudio Baglioni è stato coerente con sé stesso e ha portato il suo sentimento sul palco. Dal punto di vista organizzativo nessuna pecca, secondo me. Un Baglioni disinvolto mi avrebbe fatto pensare male. La Hunziker è stata all’altezza e professionale, che piaccia o no. Non credo sia facile condurre uno spettacolo del genere e lei lo ha fatto a modo suo, non poteva snaturarsi per questo. Onestà…

Un’ultima annotazione su Pierfrancesco Favino. Lo apprezzo da sempre come attore, da sempre, ma è stato capace di superarsi, almeno a mio giudizio. Il suo monologo tratta dalla piéce teatrale di Koltès, La nuit juste avant les forêts, ha incantato e commosso per la sua intensità e per la bravura dell’attore. No, non è un testo piacione, anche perché è stato scritto negli anni ’70. Sono parole nelle quali possiamo identificarci tutti, basta leggerle o ascoltarle con attenzione. Non riduciamolo a un momento politico a tema migranti, per favore, perché sarebbe riduttivo. Sì, riduttivo e la cultura non dovrebbe essere questa becera strumentalizzazione del comune sentire, dovrebbe essere riflessione profonda. E memoria.

Riascoltiamo Favino.

 

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Leggi poesia? No, grazie, la scrivo.

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Mi capita ultimamente di ascoltare discorsi surreali. “Io non leggo poesia, scrivo soltanto le mie”“Non vi chiedo di valutare i miei testi, ma solo di pubblicarli, quale che sia il costo.”
E potrei fermarmi qui, ma non c’è mai limite al peggio, quindi mi aspetto altro prossimamente.
Queste due perle di saggezza danno però la misura del livello al quale si trova la “cultura” oggi in Italia. Basso, profondamente basso. E qui non mi riferisco all’essere intellettuali o edotti, qui parlo della semplice curiosità che dovrebbe stimolarci a evolvere, a esplorare, a confrontarci. Due prodotti della società odierna sono evidentissimi in quelle due frasi (non lette sul web, ma udite dalle mie povere orecchie… ndr): l’autoreferenzialità e l’esibizionismo.
Che non sarebbero dei grandi mali, se presi e elargiti a piccole dosi, “q.b.” come si dice in gergo culinario. Ma ultimamente sono diventati una pandemia, quindi un vero problema.

Un artista, si sa, vive la propria esistenza in un costante equilibrio tra l’essere e l’esistere. È artista in quanto esprime la propria creatività. Esiste come artista in quanto è riconosciuto come tale. Ecco, oggi questo paradigma è manchevole, oggi si tende solo all’esistere. E allora ogni mezzo appare lecito, anche spendere fior di quattrini per veder stampato un libro, quale che sia il contenuto, quale che sia il fine, la comunicazione, il messaggio. Io non voglio dare giudizi, non è mio compito. Né tanto meno voglio analizzare il perché e il percome si sia giunti a una situazione del genere. Sono preoccupata, questo sì, perché penso che le generazioni future avranno questo tipo di modello sociale di riferimento (anzi, già le generazioni presenti) e si perderà la magnificenza del sogno, dell’immaginario, l’umiltà del duro lavoro e dell’apprendimento, la soddisfazione di un riconoscimento dovuto e meritato, non comprato.

Questo è il percorso di un artista, che sia scrittore o pittore o musicista poco importa. Un artista ha dentro di sé una febbre dalla quale non vuol guarire, la esplora e la confronta e si lascia da essa dilaniare per poi rinascere in altra forma, altra misura, altra espressione di sé. Cova la propria arte, ne ha cura, e quando decide di mostrarla, prima lavora di cesello, diventa artigiano, si attrezza con gli strumenti giusti per offrire al pubblico il meglio di sé. Deve essere così, è giusto, si tratta di dignità (verso sé stessi) e di rispetto (verso gli altri).
L’arte quindi non può prescindere dalla cultura. Ed ecco che il cerchio si chiude. Chi decide di star fuori da questi parametri può sempre far altro nella vita, per esempio leggere…

“Cultura è il patrimonio delle cognizioni e delle esperienze acquisite tramite lo studio, ai fini di una specifica preparazione in uno o più campi del sapere.” [cit.]

Il Salone del Libro di Torino 2013, un oceano di Cultura

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Hai presente quando acquisti un libro, magari un giallo, e sfogliando le pagine ti accorgi che in realtà non è proprio così, che c’è di più? Questo è stato per me il Salone del Libro di Torino edizione 2013. Forse perché era la mia “prima volta”, forse perché sono stata solo nel week end e non ho avuto modo di annoiarmi, forse perché non ero un espositore e non dovevo stare attenta ai numeri, forse per tutti questi motivi e tanti altri ancora, per me il Salone è stato una scoperta dietro ogni angolo, e non solo una scoperta libresca.

Cominciamo dagli incontri, tanti, belli e sorprendenti. Sorprendenti perché oggi, che tutto è ridotto a un contatto sul web dove anche le facce a volte sono sostituite da sigle, loghi e ammennicoli vari, vedere, conoscere, riconoscere le persone “di persona” (no, non è uno sbaglio), ha un impatto emozionale straordinario, come l’innamoramento. Sì perché quella persona con cui hai conversato, discusso, condiviso parole e pensieri nel mondo virtuale per mesi, anni a volte, è in carne ed ossa ed è lì, e ti appare bellissima.

Ho incontrato l’amica di twitter e bookblogger talentuosa Patrizia La Daga (LeUltime20), finalmente, dopo oltre un anno di conoscenza virtuale. Ho rivisto con piacere l’esordiente scrittrice e bookblogger di riferimento Noemi Cuffia (Tazzinadicaffè). Ho abbracciato con affetto l’amica salottiera Elena Tamborrino (ExLibris2012) con la quale ci scambiamo opinioni libresche nei salotti letterari.

Ecco, non si è parlato di libri nei nostri incontri, perché i libri li abbiamo respirati. E’ stato molto interessante partecipare all’evento nello spazio di Book to the Future sul ruolo dei bookblog, argomento già trattato sempre nel mondo virtuale (serata Second Life di Libriamotutti, presente con Giovanni Dalla Bona che ha filmato tutto), e ampiamente introdotto da eFFe che ha provocatoriamente (neppure tanto, direi piuttosto argutamente) scritto di questo nel suo ultimo libro, I bookblog, editoria e lavoro culturale. Durante la chiacchierata a cinque (presenti eFFe, Marco Giacomello, Christian Raimo di Minima et Moralia, Gianluca Liguori di Scrittori Precari, Francesco Forlani di Nazione Indiana), si è parlato di blog individuali e collettivi, di come siano esponenzialmente più interessanti e validi questi ultimi se non altro per la massa di pubblico e opinioni che riescono a smuovere; di come le case editrici strizzino l’occhio a quei blog molto seguiti arrivando a proporre rapporti “di esclusiva” e addirittura pagando, pur di esserci. Si è detto che le cosiddette “marchette” non sono da condannare, purché il lettore ne sia informato. In fondo i bookblogger fanno da sempre questo mestiere, che è quello di informare il loro pubblico in merito a quanto il mondo cosiddetto culturale ci propina quotidianamente, e quindi si assumono una grossa responsabilità nei confronti di chi li segue e li ascolta. Perché mai allora un giornalista dovrebbe essere pagato per questo e un bookblogger no? Almeno, come ha detto Nazione Indiana, ci si ripaga dei costi per mantenere il server.

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Ne ho incontrati due di Bookblogger, due di quelli che volevo assolutamente conoscere, due di quelli che danno un senso a ciò che sono le recensioni per gli autori: Gli amanti dei libri e Spritz Letterario. E chissà, magari qualcosa accadrà.

Nazione ospite - Il Chile

Nazione ospite – Il Chile

Succede anche di uscire dallo stand dedicato al Chile (lo scrivo così perché loro lo scrivono così, e mi pare più giusto), nazione ospite per questo anno, dove ho seguito l’incontro Dal Porto delle idee di Valparaiso al Festival della mente di Sarzana (Chantal Signorio e Giulia Cogoli), e di sentire una voce che canta. L’incontro con Francesco De Gregori, davvero inatteso, che ha cantato dal vivo e ci ha raccontato dell’uscita di un suo audiolibro, ha qualcosa di magicamente evocativo, specie subito dopo aver incontrato il Chile. Un caso? Chi lo sa…

Francesco De Gregori e Luca Barbarossa

Francesco De Gregori e Luca Barbarossa

Fra un incontro e l’altro, tra un abbraccio e un’esclamazione, ho gironzolato tra gli stand per respirare quell’inconfondibile profumo che, si tratti di carta o di bit, sa tanto di parole. E di cultura. Cultura declinata in ogni modo. Dalla cucina (splendido lo spazio di “Casa CookBook con le tante performance in diretta, e profumi, e sapori…), agli spazi creativi, dove le arti si sono mescolate, come è giusto che sia, per dare spazio a tutte quelle forme di espressione creativa che fanno della Cultura un bacino contenitivo enorme. Come se, dove prima c’era una diga, improvvisamente, senza più ostacoli, si sia formato non un lago, un oceano.

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La regione ospite era la “mia” regione, la Calabria. Perché ne esprime tanta di cultura questa terra del Sud, ed è bene che si sappia.

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Tanto spazio è stato dato alla piccola e media editoria indipendente, e questo è bello, perché se la presenza delle grandi case editrici (c’erano tutte) è fondamentale in un momento storico così difficile per il settore, quando le aziende stanno cambiando pelle, devono farlo per sopravvivere, devono aprirsi al nuovo, al digitale, al futuro che verrà, l’esistenza di nuove realtà slegate dalle regole di mercato rigide e ormai obsolete è come una ventata di aria fresca e di speranza. Il fatto che editori come Giulio Perrone Editore e il neonato marchio L’Erudita, o Miraggi, Tunuè, Intermezzi, Nutrimenti, o Minimumfax, Voland, Et al., giusto per citarne alcune e mi perdonino le altre (erano davvero tante…) fossero presi d’assalto dal pubblico curioso dimostra che il domani è già ora, adesso. Buona fortuna a tutti loro, se la meritano.

Un week end da solo non basta per scoprire tutto di un Salone del Libro come quello di Torino, e soprattutto non basto io da sola. Avrei dovuto sdoppiarmi in cento me stessa. E allora mi sono goduta ciò che potevo, seguendo l’istinto e il cuore. E il cuore mi ha portata, alla fine, al Parco Culturale Piemonte Paesaggio Umano, dove l’umanità era splendidamente rappresentata dagli amici e compagni di viaggio della Fondazione Cesare Pavese e dell’esperienza di “twitteratura” sui Dialoghi con Leucò, di Cesare Pavese. Da un esperimento su twitter, durato tre mesi è nato un evento mediatico senza precedenti. Per mesi abbiamo “riscritto e destrutturato” quest’opera di Pavese, 140 caratteri alla volta più volte al giorno, con la formula 3 giorni=1 dialogo, guidati da un Olimpo di Titani e supervisionati dal gruppo organizzatore dell’iniziativa, cuore e anima di quest’onda creativa. Pierluigi Vaccaneo, Paolo Costa, Hassan Bogdan Pautàs e, a distanza, Antonio Prenna, ci hanno radunati tutti, leucocite e leucociti malati di nostalgia per i tweet quotidiani lanciati nel web come biglie impazzite e raccolti in libricini arrotolati, come i messaggi in bottiglia.

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Comemusica, Sonoladebby, Iuri Moscardi, Luisanna Ardu, Fanny Stravato, Marco Stancati, Soloviolaepunto, questi sono solo alcuni dei ragazzi e ragazze che ho incontrato e abbracciato (ragazzi sì, perché non c’è un’età per giocare). E con loro sarà bello provare a riscrivere, da giugno in poi, gli “Scritti Corsari” di Pierpaolo Pasolini. Un’altra twitteratura tra poco avrà inizio.

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Da #Leucò a #ScrittiCorsari - La "Twitteratura"

Da #Leucò a #ScrittiCorsari – La “Twitteratura”

Il mio viaggio al Salone del Libro di Torino edizione 2013 volge al termine. Devo ringraziare due persone speciali, perché in qualche modo mi sono accanto nei miei vagheggi letterari e perché c’erano, anche loro, e mi hanno fatto compagnia: Saverio Simonelli e Daniele Bergesio. Ci raccogliamo periodicamente su Inoltre, uno splendido blog collettivo, una palestra espressiva che in pochi mesi ne ha fatta di strada.

Mentre il treno si avvicina a Roma ripenso al sole che mi ha salutata stamattina, il sole di Torino, che ritrovo anche qui, a casa e ripenso al motivo per cui quest’anno ho voluto partecipare a questa manifestazione: c’era il mio libro lì, dovevo accompagnarlo. E il modo migliore per terminare questo viaggio nella magia del libro è stato ricevere, come ultimo messaggio entrando in stazione, quello di una lettrice che mi ha scritto: “Passata allo stand per comprare Nata in una casa di donne.Esaurito”. Grazie.

Nata in una casa di donne al Salone del Libro di Torino 2013

Nata in una casa di donne al Salone del Libro di Torino 2013