Come posso aiutare?

Solo per chi ne sente il bisogno.

Ci ho pensato a lungo se scrivere o non scrivere questa piccola cosa che potete scaricare gratuitamente QUI. Non so, mi sembrava presuntuoso, una sorta di autocompiacimento mediatico che mi posso risparmiare e vi posso risparmiare.

Poi però mi sono detta che ne parlo già tanto in giro della malattia e della CURA, racconto le mie esperienze, le mie lotte, le mie piccole vittorie, le paure, e lo faccio mettendomi a nudo, mostrandomi per come sono, e forse ciò che mi ha stupita di più è stata la risposta a tutta questa esposizione.

Ora non c’è niente di utile nell’ammalarsi di cancro, niente credetemi. Però io sono per metà napoletana e, come spesso dico, mi piace cercare e trovare sempre un lato positivo nelle cose della vita, vedere realmente quel bicchiere mezzo pieno magari di un buon rosso d’annata. E così mi sono detta “Come posso aiutare?”

Non ho beni al sole, non ho la possibilità materiale di aiutare chi sta percorrendo il mio stesso cammino e soprattutto non sono un medico, quindi non ho soluzioni. Ho solo la mia esperienza, quella di una donna curiosa, che si informa, che chiede fino allo sfinimento e che pretende risposte. E molto spesso quelle risposte non ci sono per il semplice fatto che i medici oncologi non le conoscono, a meno che non ci siano passati anche loro. Non intendo dire che questi specialisti non conoscano i risultati di una chemioterapia (anche se rimangono sempre nel campo delle statistiche e delle probabilità, non si espongono, conoscono bene le “parole sospese”); non conoscono i reali effetti della CURA, cosa provocano quegli “effetti collaterali” – un po’ come i danni collaterali di una guerra – al nostro corpo giorno dopo giorno e come possiamo affrontarli al meglio.

Dopo tre anni di guerra ho pensato di aver acquisito sufficiente esperienza e cognizione di causa da poter dire la mia, fuori dai denti, col linguaggio dei pazienti – che spesso pazienti non sono – e poter dare quindi un piccolo aiuto pratico, senza alcuna pretesa di scientificità, ma con me ha funzionato, funziona.

Io avrei pagato con pietre preziose se qualcuno mi avesse dato queste informazioni all’inizio del mio percorso.

L’anno del Leone

Un gennaio così lungo non lo ricordavo da sempre. Che poi gennaio continua imperterrito ad avere trentuno giorni ma certe volte è la nostra percezione del tempo che cambia, e la mia questa volta è cambiata di brutto. E poi piove, piove, piove… che strazio. C’è voluto febbraio per regalarci un raggio di sole, il mese più corto, quello che in ventotto giorni si porta via anche i pensieri tristi. Dai, dai, dai che si comincia e poi è tutto in discesa.

Non è vero che è tutto in discesa, sono montagne russe queste. Sali sulla giostra della Cura e poi non sai bene cosa succederà. L’ho sempre detto che non amo i Luna Park, l’unico gioco che mi ha sempre attirato è il tirassegno. Se non fosse per questo dolore del cazzo che mi infiamma il fianco come ci fosse un pugnale incandescente… non era così la prima volta.

Il tempo, come gennaio, scorre in modo diverso quando lo misuri tra un antidolorifico e l’altro. Si dilata. Per fortuna che in mezzo ho tante cose da fare, il lavoro, la scrittura, i film, la musica. E poi l’abbraccio straordinario dei miei figli, di una famiglia ritrovata e di amici che… va bene, fine dei momenti strappacuore. Che poi ho scoperto una cosa incredibile: davvero il mondo è un mozzico di metriquadri perché non si spiega come sia possibile che tante persone che ho conosciuto, anche di recente e per vie traverse, siano amiche di amici che a loro volta sono amici di persone che conoscevo che sembriamo una enorme famiglia separata per un qualche cataclisma e che improvvisamente si ritrova. E i contesti sono i più diversi. Accade come se a un certo punto una forza centripeta potentissima ci attirasse gli uni verso gli altri per farci riconoscere in un contesto comune.

Il gatto guardiano, uno dei due che si alterna sul muretto fuori casa, quello tigrato e enorme, emette suoni strani da alcuni minuti. Sembrano grida d’amore. Dateje ‘na fidanzata che nun se regge.

Che poi tutti hanno detto che questo sarà l’anno del Leone, e io ci ho voluto credere un po’ che a qualcosa bisogna pur aggrapparsi. Credo di non aver mai sentito in tutta la mia vita da dipendentescetticadeglioroscopi di un “anno del Leone”, cioè con tutta la nostra forza, energia, mania di protagonismo, generosità abbiamo sempre dovuto farci il culo per portare a casa quei 365 giorni – che se ci andava male erano 366 – indenni, ammaccati o metà e metà ma sempre con fatica. Nessuno ti regala niente, neanche l’oroscopo. Quest’anno invece no, presagi fausti. Cazzo, che se fossero stati infausti sarei bella che sepolta… Mettiamola così, la mia innata indole ottimistica vuole pensare e credere fermamente che quest’anno io non solo arriverò a dicembre viva, che già è tanta roba, ma sarò anche molto molto più ricca. Avrò depositato dentro di me altre cose incredibili che fin’ora non avevo capito o imparato, sarò diventata molto più saggia – che palle! – avrò ricevuto una quantità indefinibile di amore.

Però fa male ‘sto fianco, fa male cupo e profondo, brucia. Ho paura, chi non ne avrebbe? Come ve la spiego questa paura qua? Non è che ci penso di continuo a quello che mi sta succedendo, anzi. Ci ho pensato una volta in modo logico e razionale e poi basta. Il fatto è che a un certo punto, quando meno me lo aspetto, arriva come un’onda enorme di sensazioni che mi sovrasta, mi annega e io annaspo nelle lacrime per ritrovare l’aria, e quando la ritrovo e respiro di nuovo ricomincio a vivere, tutto normale anche se normale non è ma è la mente che si proietta avanti, in un futuro prossimo possibile, fino all’onda successiva. Nuotare, bisogna imparare a nuotare veloci.

Ma che vuoi da me stronzo bastardo? Mi stai rubando del tempo prezioso, e solo questo avrai, solo questo.

Tutta questa faccenda del cancro mi sta lasciando cicatrici, inutile fare i finti eroi. Poi mi viene in mente quando, da bambina, guardavo i miei amichetti maschi con le ginocchia piene di segni di cadute, i gomiti scorticati un giorno sì e l’altro pure e ne ero invidiosa. Io non ci stavo tanto con la testa da bambina… ogni volta che cadevo e mi facevo male tornavo a casa trionfante, mai una lacrima, solo attesa spasmodica del cerotto da mostrare come un trofeo. Ora però basta vita, si parlava di cerotti non di questa roba, che mi guardo l’addome ogni mattina e mi domando come faccia a stare ancora tutto insieme (poi mi arriva l’onda dell’invidia del chirurgo che ha davvero visto tutto quello che c’è dentro di me e io no, una sorta di invidia del pene perché avrei voluto essere un medico e in compenso mi guardo troppi medical drama).

Ho ancora un romanzo e il suo seguito in cerca di casa e una parte emotiva di me e parecchio pessimista – quella che periodicamente metto a tacere con enormi bastonate virtuali – ogni tanto pensa che potrei regalare questi testi alle pagine di questo blog perché magari potrei non farcela a vederne la pubblicazione. Ma poi mi ricordo che questo è L’ANNO DEL LEONE quindi non solo saranno pubblicati entrambi, ma vi toccherà pure sorbirvi le presentazioni in giro, vi toccherà anche comprarli, vi toccherà anche leggerli… Intanto ne sto scrivendo un altro, sempre un noir – vi avevo detto che i due in attesa di casa sono noir? – che parla di una donna che deve liberarsi di un nemico invisibile (molto metaforico) e cerca di farlo in tutti i modi possibili. Ci sarà un piccolo crossover, un cameo per il quale ho chiesto il permesso a quella perla di scrittore che è Andrea Cotti. Eh, non vi dico altro.

Io non lo so cosa sarà domani, né dopodomani o i prossimi 365 giorni. So solo che la mia vita ricomincia ogni mattina dopo l’antidolorifico e continua nelle ore successive, un minuto dopo l’altro, momenti sommati che sono tempo e vita bella, perché la vita è bella tanto anche quando dormo perché lì ci sono i sogni, e nei miei sogni questo è l’anno del Leone e io sono una leonessa cazzuta regina della savana che ogni tanto si sdraia sotto un albero a leccarsi le ferite e guarda lontano in cerca del futuro. E lo trova.

P.S. Il gatto sul muretto ha trovato l’ammore.

#AboutCancer Prevenzione, diagnosi e cura: quanta confusione!

Premetto che non sono un medico, per cui non parlerò in medichese di questa faccenda né analizzerò scientificamente il caso. Oddio, qualche nozione scientifica magari la inserisco, altrimenti come avvalorare ciò che scrivo? Ma poca roba, non temete.

Partiamo da un concetto basilare: non esiste “il cancro”, esistono “i cancri” o “i tumori”, e sono tanti e diversi a seconda di dove e come si sviluppano. Poi cosa sono i tumori? Sono cellule del nostro organismo che, a un certo punto, impazziscono, smettono di comportarsi da brave cellule normali e fanno cose che non dovrebbero fare: si nutrono di ciò che trovano intorno, si moltiplicano, viaggiano per altri lidi. Insomma, un bel casino. Il fatto è che queste cellule sono organismi viventi insiti nel nostro corpo, con tanto di DNA, occhi azzuri o castani, capelli biondi e un bel caratterino (va bene, quest’ultima parte è romanzata, ma la faccenda del DNA no). Potenzialmente noi tutti possiamo sviluppare cellule anomale nell’arco della nostra esistenza, ciò non significa che si trasformino in tumori. Perché? Perché noi abbiamo uno scudo straordinario, un sistema efficientissimo, un’armata potentissima che le individua e le abbatte. Il Sistema Immunitario. Che squadrone! Solo se lui fallisce c’è il rischio potenziale che le cellule anomale si moltiplichino, e allora so’ cazzi…

Tutto quanto ho scritto sopra è stato tradotto in narrativa da testi informativi dell’AIRC, AIMaC eccetera eccetera. Ma andiamo avanti. Ultimamente mi imbatto sempre di più in post, domande, interrogativi sui vari esami che, grazie alla ricerca scientifica, possiamo oggi fare: pap test, mammografia, ecografia, esame del PSA – sì cari maschi, ce n’è anche per voi – colonscopia, colposcopia, TAC, PET, RMN, giusto per citarne alcuni, e sempre più spesso mi capita di leggere cose tipo “aveva appena fatto una mammografia, era negativa, e dopo qualche mese le è venuto il cancro al seno”, e via dicendo… Bisogna che ci chiariamo un po’ le idee, e questo è il motivo del mio post. L’ho già detto che non sono un medico? Bene. Però combatto un cancro, quindi datemi atto del fatto che ho avuto modo di informarmi, studiare, rompere i coglioni, capire. Ora ci provo a dire la mia.

TUTTI GLI ESAMI SUDDETTI servono per la diagnosi precoce. NON sono una cura. E NON fanno da soli la prevenzione. Può succedere di fare un pap test oggi, – negativo, tutto a posto signora, ci vediamo tra un anno – e di ritrovarsi con un cancro all’utero dopo sei mesi. Che poi se si è giovani cresce pure in fretta il bastardo. Quindi? Ha fallito il pap test? Il medico è un idiota? Bisogna farne uno al giorno? E dai… ma che davvero? Quello che conta sul serio è la prevenzione, che significa fare in modo “prima” che tutto questo non accada. E c’è un unico vero metodo: avere cura del nostro Sistema Immunitario. Cioè vivere bene, seguire uno stile di vita sano, mangiare il giusto e roba buona, fare movimento, avere cura del proprio ambiente, evitare comportamenti squilibrati ed eccessi, non stressarsi. Ecco, su quest’ultimo punto mi soffermerei un pochino. Perché la salute del corpo da sola non basta. La nostra sfera energetica è sensibilissima agli stress, quelli veri intendo, non quelle pseudo depressioni che ci inventiamo quando qualcosa non va perché è più facile dire questo, sono stressata, sono depressa, piuttosto che affrontare i nostri limiti. Il vero stress è subdolo, strisciante, e molto spesso si manifesta con sintomi fisici reali: astenia, attacchi di panico, gonfiore, ritenzione, insonnia, sonnolenza, allergie, intolleranze alimentari, disturbi digestivi, mal di testa, disturbi della vista, e sono troppi per poterli elencare. E poi meglio di no che mi diventate ipocondriaci e questa è la peggior causa di stress.

Io ho analizzato i miei ultimi tre anni con la lente d’ingrandimento e ho trovato il punto d’inizio di tutta la mia vicenda, ho individuato il momento in cui è cominciato lo stress, quello vero, quello che ha scatenato Scilla e Cariddi. Perché prima non avevo niente, secondo i miei esami.

Quindi ricapitoliamo: prevenzione prima di tutto (avere cura di tutte quelle cose che ho scritto sopra), che il Sistema Immunitario sa far bene il suo lavoro se lo trattiamo come si deve. Durante la prevenzione, periodicamente, qualche esame strumentale per una eventuale diagnosi precoce. Dopo, e solo dopo e se si trova qualcosa di anomalo, allora si passa alla cura esterna, quella medica, quella di cui abbiamo tutti paura ma che, oggi come oggi, salva un sacco di vite (e per carità non date retta ai ciarlatani, quelli che promettono tutto con niente). Ovvio che se si è fatta prevenzione e diagnosi precoce – precoce – l’eventuale impazzimento di cellule si scopre quando queste hanno appena cominciato a fare il ballo di San Vito, quindi la cura sarà più agevole.

Tutto chiaro? La diagnosi non è una cura e non è prevenzione, ne fa solo parte. Non si guarisce con una mammografia. La ricerca scientifica sta facendo passi enormi per scoprire quanti più tipi di tumori sia possibile e sempre di più si trovano cure adeguate. Non è ancora abbastanza, le terapie sono ancora molto invasive, la chemioterapia è devastante, la radioterapia idem, le cure biologiche sono ancora per pochi tipi di tumori e per pochi soggetti adatti e pure loro non scherzano quanto a effetti collaterali, la chirurgia fa molto e in certi casi è risolutiva, ma la strada è ancora lunga. Quindi noi possiamo fare due cose: avere molta cura di noi stessi e non stressare il nostro organismo e far sì che la ricerca abbia sempre i fondi necessari a ricercare.

E soprattutto dobbiamo impegnarci ad essere felici. O almeno sereni.

Poche ore alla fine del viaggio. Piano piano, un passo alla volta…

Mancano poche ore alla mia ultima chemioterapia. Poche ore al termine di questo percorso durato un anno. Dovrei essere eccitata, ubriaca di felicità, emozionata. Dovrei… eppure provo come un senso di vuoto, di smarrimento: cosa accadrà dopo? Come se l’attesa fosse già cominciata, come se l’incognita del tempo futuro fosse lì, presente davanti a me, fisica come un enorme punto interrogativo di marmo nel bel mezzo del giardino della mia vita.

Ah, lo so, lo so, non dovrei pensarci adesso, però è risaputo che io con le attese non ho poi tutta questa confidenza. E queste ultime quattro chemio sono state pesanti. Controllare i valori ematici anche ogni due giorni perché quei benedetti globuli bianchi sparivano alla conta come le stelle all’arrivo del sole. “Vada a farsi le punturine!” mi ha gridato l’oncologo da Roma una settimana fa. “Le punturine di che?” E per fortuna era ferragosto e stavo in Calabria e neanche il Day Hospital oncologico ne aveva disponibili, perché “le punturine” fanno un male cane e io dovevo ripartire. Sarà stata la paura o forse il mio corpo risponde bene quando gli chiedo aiuto, fatto è che le mie stelline sono cresciute a velocità supersonica.

Mi guardo allo specchio, ho una pelle bellissima, mai avuta così bella. Il viso risplende, così privo di peluria, gli occhi sembrano enormi con le sopracciglia così rarefatte, ho un’aria esotica e misteriosa con questi turbanti che coprono la testa quasi calva. Mi vedo bella. Prima o poi smaltirò anche il cortisone, così torneranno il fiato e la linea. Sospiro. Mi sento bene a poche ore dall’ultima chemio, forte, determinata. Eppure questo senso di vuoto…

Non mi mancheranno certo Scilla e Cariddi, che tra l’altro abbiamo abbandonato sulla spiaggia assolata del Santo Spirito ormai mesi fa. Non mi mancheranno certo la terapia e i suoi deliziosi effetti collaterali. Forse questa sensazione è la stessa che provano i pensionati: anni trascorsi a lavorare, a combattere con una routine, e di colpo si ritrovano con tanto tempo a disposizione e non sanno che fare. Certi vanno anche in depressione! Sì, questo è l’esempio migliore che potevo fare, – depressione a parte, –  e voi mi guarderete come una pazza chiedendomi per quale cazzo di motivo dovrebbe mancarmi tutto questo percorso denso e faticoso, per quale ragione non comincio a godermi il futuro. Ma chi l’ha detto che non me lo voglio godere? I progetti sono già cominciati da tempo, e vanno avanti: un nuovo lavoro, un nuovo romanzo, un agente letterario che si prenderà cura dei miei libri (ah! Questo è un godimento assoluto…), i prossimi viaggi, un festival letterario da organizzare. E questo solo nei prossimi dodici mesi.

È l’attesa la bestia che mi fa scalpitare, che mi rende irrequieta, l’attesa dei follow-up, dei responsi, l’attesa dei primi tre mesi, dei successivi tre, dei due anni, dei cinque anni, dei dieci… la paura. Sto andando troppo oltre. Mi hanno fatto un regalo, una piccola tartaruga portachiavi, e mi hanno scritto un biglietto: “Piano, piano, un passo alla volta”. Va bene, rallento, ho imparato come si fa, ho imparato un sacco di cose in questo anno magnifico e doloroso, anche a camminare invece che correre, anche a stare ferma, sdraiarmi, dormire, ascoltarmi. Lottare è anche questo, soprattutto questo. Bisogna fare come nelle arti marziali orientali, sfruttare la forza dell’avversario per deviare il suo equilibrio e vincere. Vincere vuol dire sentirsi soddisfatti di ciò che si è fatto sapendo che meglio non era possibile. Vincere vuol dire sapere che non bisogna abbassare la guardia ma senza essere sopraffatti dall’ansia. Questo sì che è equilibrio. Quando riuscirò a tornare nel mio corpo agile e snello mi dedicherò allo yoga credo, o al Taiji, sono sempre stata convinta della validità di certe pratiche legate al benessere psico-fisico.

Mancano poche ore alla mia ultima chemio, un viaggio finisce, un altro comincia, l’attesa, le speranze, i desideri, la vita. Domani, domani qualcuno mi risponderà.

E adesso un po’ di musica.

With you I’m born again

Cetteide Revolution #cp9 Summer is coming

Certe rivoluzioni a un certo punto devono raggiungere un obiettivo, altrimenti sono inutili. Io e mia madre non volevamo certo sconvolgere la società civile o abbattere una monarchia: la nostra rivoluzione, molto personale, voleva solo essere un esempio di lotta contro un nemico complicato e subdolo. E abbiamo lottato, a modo nostro, e stiamo continuando a farlo. Ci sono momenti però in cui bisogna tirare il fiato, raggruppare le truppe e agire d’astuzia, e in questi casi un po’ di silenzio ci sta bene. Strategia signori, strategia!

Sarà un’estate calda, sotto tutti i punti di vista. Un’estate di cure intense e di distanza, io e lei, figlia e madre, a mettere i nostri cerotti là dove serve e a godere quei momenti di calma tra una tempesta e l’altra, ognuna per proprio conto perché è così che deve essere. Mamma si immerge nella sua fede, – quanto le invidio questo lasciarsi andare! – e prega per sé e per me.
– Sant’Antonio vedrai che ti aiuterà, mi ha sempre ascoltata.
– Perché proprio Sant’Antonio ma’? Tra tutti i Santi non è che sia il mio preferito, così pelatino, insomma… vuoi mettere San Francesco? – Non sono blasfema, è solo che da piccola avevo i miei preferiti.
– Ma cosa vai dicendo? Lui fa i miracoli, lui è potente! – E io non oso contraddirla, ci mancherebbe.

– Mamma, come stai oggi? – La chiamo alle otto del mattino, convinta di fare la cosa giusta.
– Beh, stanotte sono stata bene, niente febbre. Ora però ti devo salutare che devo prendere le pasticche e mi devo concentrare.
Ne prende tre al mattino e quattro la sera, e sono assolutamente convinta che per ogni pillola c’è la giusta preghiera.

– Mamma, devo ricominciare la chemio, quattro cicli. Mi sa tanto che quest’estate non vado da nessuna parte. E poi perderò i capelli.
– E vabè, tanto quelli ricrescono, no? Neanche io vado da nessuna parte, vorrà dire che ci faremo compagnia qui.
– E come ma’? Io stanca morta da una parte e tu dall’altra? Sai che sostegno reciproco!
– Hai ragione, stiamo a casa nostra, che è meglio non parlare sempre delle stesse cose.

Già, meglio non parlare sempre della malattia, che quello è un vortice dal quale poi è difficile uscire. E poi chi ci sta intorno si stanca, si deprime, ed è giusto così, non si può scaricare un simile peso, si deve portare da soli finché il bagaglio non si svuota e diventa leggerissimo. Questo è il vero obiettivo della lotta, della rivoluzione. E per svuotare il bagaglio pesante bisogna chiedere alla vita cose belle e riempirsi di meraviglia quando accadono. Come la notizia che ho vinto il concorso.

– Mamma, ce l’ho fatta! Ora sono insegnante di ruolo! – Penso a mio padre mentre lo dico, lui così legato all’idea del “posto fisso” quanto sarebbe felice, orgoglioso.
– Lo vedi? Questo è Sant’Antonio! – E giù a pregare con maggior lena. Voglio pensare che sia anche un po’ merito mio e del mio impegno nonostante tutto cavolo, voglio pensare che in questo anno pazzesco la vita mi abbia fatto brutti scherzi ma abbia deciso anche di restituirmi qualcosa, la serenità, un sollievo per il futuro. Però grazie Sant’Antonio, sono certa che il tuo contributo sia stato indispensabile (mai inimicarsi gli alleati di mamma).

E adesso chiudiamo questa seconda stagione di Cetteide con una bellissima immagine. La telecamera si muove in soggettiva e si ferma su questa donna meravigliosa che ha compiuto ottant’anni. L’abbiamo celebrata in tanti, più di venti a sfidare il caldo torrido di un sabato di giugno; le sue sorelle, le sue amiche, le figlie, i nipoti, quattro generazioni si sono riunite per festeggiare Mariù. La camera si avvicina al volto felice di mia madre e si ferma lì per un primo piano che è una sinfonia di colori e di luce; Eleonora, l’ultima piccola donna arrivata in famiglia, batte le manine all’arrivo di una torta maestosa e Mariù ride, oh se ride.

Nota finale: siamo riusciti a non farle cucinare niente. Lei però ha diretto i lavori.
Ciao ma’, ne riparliamo a fine estate.

E adesso musica. Per te mamma, per noi.

Cetteide Revolution #cp5 The truth

agente_smith_matrix_-_cantando_sotto_la_pioggia

Gennaio 2017

E venne gennaio e ogni cosa perse il proprio senso. O forse finalmente si svelò per ciò che realmente era: il grande bluff. Accade che trascorriamo la nostra vita a dare importanza all’effimero, al dettaglio, al dito che indica la luna, e non è per incapacità o pigrizia: proprio non riusciamo a concepire una diversa visione. C’è un velo che ci ostacola la vista, ovatta nelle orecchie che non ci fa percepire la verità dei suoni, una distorsione nell’aria che ci fa vivere in uno strano equilibrio nel quale noi non abbiamo il reale controllo di un bel nulla. Avete presente la sensazione spaesante che proviamo dopo un atterraggio con l’aereo? Prima che si stappino le orecchie. Ecco… ripensate a cosa accade subito dopo.

A gennaio sia a me che a mia madre si sono stappate di colpo le orecchie, e nulla è più riuscito a otturarle. Si riesce anche a volare così, sapete? Si riesce perfino a sentirsi buoni, generosi, allegri, leggeri. Che scherzo strano che ti fa il cancro, così strano che ti fa “imparare la vita”.

Ma veniamo alla mera cronaca. Il 10 gennaio ricoveriamo mamma, è finalmente giunto il momento dell’intervento. Praticamente è digiuna da ieri e dovrà esserlo fino a domani, il suo stato d’animo è immaginabile.
“Mamma, sbrigati che dobbiamo andare!”
“Aspetta, prima di uscire devo attaccare la lavatrice…” e si avvia verso la lavanderia.
“Adesso ma’…?”
“Adesso sì, che i panni sono i miei.” Che i panni sporchi si lavano sempre in famiglia, ma ciascuno per conto proprio.
In macchina, siamo ormai quasi giunte in ospedale, mi viene in mente di fare un check (io li faccio sempre con tutti, prima di ogni partenza. Prima…).
“Mamma sicura di aver preso tutto?”
“Tutto sì. Ho preparato le mie cose da ieri sera apposta!” Mi ricorda qualcosa tutto questo, come un dejà vu.
“Documenti, analisi, cellulare, caricabatterie, biancheria, pantofole, farmaci per le tue terapie…”
“Il rosario!”
“Il rosario cosa?”
“Ho dimenticato il rosario! E adesso come faccio? E pensare che l’avevo preparato bello bello sul tavolinetto con gli occhiali.”
“Quindi sei anche senza occhiali?” Sto già telefonando alle altre mie sorelle che dovranno raccogliere le briciole che mia madre ha seminato dietro di sé.
“Si ma quelli non fa niente, tanto mica lo devo leggere il rosario.” E mi pare lapalissiano.
“Per fortuna c’ho quello da viaggio, la versione ridotta con dieci grani. E va bene, la ripeto quattro volte e sto a posto.”

Capite la visione diversa? Nessuna tragedia, direttamente la soluzione. Rosario da viaggio e il problema della preghiera quotidiana è risolto.
Ricoverare mia madre non è cosa da tutti. Lei non occupa uno spazio a lei riservato, lei occupa l’ospedale. E noi figlie, noi famiglia in fondo le somigliamo. La mattina dell’intervento sono arrivata prima io e, a seguire, Patrizia. No, una sola auto non bastava. Sono riuscita a entrare in camera prima che la portassero via, per un saluto, una parola di incoraggiamento, aiutarla, vedere come si era conciata.
“Mamma, togliti quella fascia dai capelli che devi entrare in sala operatoria.”
“E no che mi svolazzano tutti che sono elettrici…”
“Ma ti mettono una cuffietta!”
“Dici?”
L’attesa è stata lunga, fino alle cinque del pomeriggio più o meno. Nel frattempo sono arrivati, uno ad uno, tutti i componenti della famiglia, le figlie, i nipoti, gli amici dei nipoti. Abbiamo trovato un locale con scritto “soggiorno” e ci siamo messi a soggiornare nel vero senso del termine, compresi i giochi per la piccola Eleonora. Abbiamo sequestrato tutte le prese di corrente, abbiamo mangiato. Abbiamo perso mia madre…
Alla fine l’abbiamo ritrovata in terapia intensiva. Io non so se tutti gli ospedali sono strutturati allo stesso modo, ma al Villa San Pietro funziona così: una stanza un po’ più piccola per i post operatori, la cosiddetta “osservazione” che in genere dura ventiquattro ore, e una stanza decisamente più grande dove sono ricoverati i degenti da terapia intensiva vera e propria, magari in stato comatoso, insomma decisamente molto gravi. Mia madre l’hanno messa qui, perché nell’altra stanza non c’era posto, e il caso ha voluto che tutti intorno a lei fossero incoscienti.
“Come ti senti ma’?” Ci fanno entrare una alla volta, solo noi figlie e già fanno un’eccezione perché siamo in quattro e potremmo accedere al massimo tre al giorno. Ci bardiamo come i medici delle serie TV.
“Ho sete…”
“Ma non puoi bere niente ma’. Ti bagno un po’ le labbra, va bene?”
“Sì, va bene. Ma che silenzio questi qua, nessuno parla… asociali.” Che faccio? Le dico che sono tutti in coma così le prende un colpo?
“Ecco, cerca di non parlare neanche tu, non ti affaticare. Riposati.” L’hanno rimandata in camera due giorni dopo perché medici e infermiere avevano l’esaurimento nervoso.
“Ora potrà bere signora, contenta?”

Mamma non è stata una paziente facile e difficilmente, credo, potranno dimenticarla in quel reparto. In tutti i reparti dai quali è passata. Lei ha voluto il suo cibo non appena le hanno permesso di mangiare, lei ha deciso quando uscire e tornare a casa, ha firmato e basta, sono pronta ha detto. Lei ha accettato con filosofia le piccole complicanze della vita quotidiana che questo intervento le porterà d’ora in poi, perché pur se con un po’ di fatica ne è uscita, e ora si torna a una nuova normalità. Non gliene frega niente delle cose, della gente, degli intoppi. Gliene frega di me, che ho cominciato il mio percorso, la CURA, e non posso neanche andare a trovarla perché ho bisogno delle mie energie, perché non posso rischiare di ammalarmi, perché se vedo che le cose non sono come dovrebbero essere poi mi altero e non va bene.
“Tu resta a casa, non venire.” E mi butta giù il telefono.
“Parliamo d’altro, va bene?”
“Non ci pensare, Cetta. Fatti le tue cure che a me ci pensano le tue sorelle.”
Non si allontana da me, si allontana dalla mia malattia perché ora lei ne è fuori, e ha il diritto di essere convalescente e di guarire. Così funziona, così si trova il tempo per rigenerarsi, tanto non siamo sole nessuna delle due. Tanto ci basta uno sguardo per capire che sappiamo, sappiamo bene quali sono le cose davvero importanti, quelle che devono venire prima nell’ordine delle priorità. In questo momento è la vita.

Se volete commentare non siate timidi, c’è lo spazio qui sotto. Se volete conoscere la prima parte delle avventure di Cetteide, potete trovare i link a questa pagina (cliccare qui)

E adesso… un po’ di musica!