Lo sguardo vigile di Dio – #8 episodio

Maresciallo Carmelo Calì e Don Giulio - by Luca Lunati

 by Luca Lunati

Bastarono tre colpi ben assestati per aprire il portone. Don Giulio e il Maresciallo Calì furono accolti dal buio appena stemperato dalla luce dell’ingresso e da un profumo forte e soffocante di incenso.
– Pare di essere in Chiesa. – Sussurrò Lele.
– Non essere blasfemo! – Lo redarguì il prete, sempre sussurrando.
– E perché parli a bassa voce? – Lo incalzò il Maresciallo.
– Oh, basta adesso! Cerchiamo questa busta.
La sfera luminosa della torcia elettrica illuminò le pareti adorne di quadri di ogni foggia e dimensione. Artisti più o meno noti erano lì rappresentati con opere di indubbio gusto, che avrebbero fatto la gioia di qualunque museo.
– Chissà quanto valgono…
– Lele, lascia perdere i quadri. Qui la busta non c’è.
– Te l’ho detto che forse l’avevi immaginata.
– Ancora questa storia! Senti, ci sarà un motivo se è scomparsa, e sta a noi scoprirlo. Ma visto che ci siamo perché non diamo un’occhiata in giro? Non c’è dubbio che in questo palazzo non ci sia nessuno…

vignetta_02I due uomini cominciarono ad addentrarsi nei meandri della casa, Lele davanti e Don Giulio subito dietro di lui. Con estrema circospezione il primo si affacciava in ogni stanza e il secondo gli guardava le spalle, e fu dopo infinite sequenze come quella – il palazzo era davvero molto grande – che si ritrovarono al punto di partenza, davanti al portone, con un nulla di fatto.
– Non c’è proprio nessuno qui dentro, e pare che la signora non vi abbia neppure dormito stanotte. Il letto è a posto, la cucina è in ordine, niente vestiti in giro, nulla fuori posto, almeno per quel che possiamo giudicare. Lei c’era mai stato qui Don Giulio?
– Forse una volta o due, ma non saprei dire se manchi qualcosa. Però, ora che ci penso, c’è una persona che potrebbe certamente aiutarci, e so anche dove trovarla. Dobbiamo andare al lago!
– Al lago? – L’idea di andarci per servizio e non per piacere indispettiva un po’ il Maresciallo Calì, che subito ricordò la sua Mini decappottabile capricciosa.
– Prima però passiamo di nuovo dall’ufficio, così leggiamo con calma questo biglietto famoso… Anzi, prima di ogni cosa chiamo Salemi, che c’è bisogno di riparare questo portone.
Compose il numero dell’appuntato e il telefono squillò a lungo, invano.
– Non c’è mai quando lo cerchi…
– Sarà al lago, con la fidanzata. Sono giovani.
“Certo, loro sono giovani. E io ormai non ho speranze…” Carmelo Calì si incupì. Poteva essere con la bella Caterina, in spiaggia, a godersi il sole e il mare della sua terra, anziché impelagato in quella assurda situazione con un prete troppo fantasioso. Il cellulare sussultò nella tasca.
– Maresciallo comandi. Sono Salemi. Mi scusi ma ero in moto e non potevo rispondere.
– Sì certo, certo. Salemi, mi dispiace rovinarti la giornata ma c’è bisogno che mi trovi un fabbro. Deve richiudere il portone di palazzo Vincisguerra. L’abbiamo sfondato e non può restare così. È pericoloso, qualche malintenzionato potrebbe approfittarne…
Complice la linea disturbata e le urla dei bambini che giocavano in spiaggia, Salemi capì giusto l’essenziale di quella telefonata: qualcuno aveva sfondato il portone di palazzo Vincisguerra e c’era un pericolo incombente.

(Continua… )
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Lo sguardo vigile di Dio – #3 episodio

chiacchiere

Alle nove in punto erano tutti fuori, sul sagrato, e inevitabilmente gli sguardi, furtivi o diretti, andarono all’ingresso di palazzo Vincisguerra.
– E se fosse partita ieri sera? Non avevi detto che doveva tornare in città per quella faccenda del notaio? Veronica, non c’era una questione di eredità con quel cugino in Australia? – La signora Liliana Tramacere era la proprietaria della merceria, luogo d’incontro prediletto di tutte le comari. Si faceva vanto di sapere tutto di tutti e, in quella particolare circostanza, proprio non ci stava a non essere al corrente. Ma in fondo era domenica e il suo negozio era chiuso, quindi doveva farsene una ragione e accontentarsi di notizie di seconda mano.
– So che doveva venire in Italia per l’estate. Bel tipo quel Leonardo! È partito vent’anni fa, dopo aver fatto morire di crepacuore quella povera donna di sua madre. Te la ricordi Giovanna Vincisguerra? Come impastava la sfoglia lei… e dire che di persone di servizio ne aveva! Ma lei niente, fino alla morte a impastare. E quel degenerato di suo figlio che si è giocato tutto il patrimonio. E ora vorrebbe mettere le mani sui soldi ereditati dalla cugina… Sarà mica stato lui stanotte? – La domanda, con tutto ciò che sottintendeva, rimase nell’aria calda di metà mattina, sospesa, come il vapore in attesa di un refolo di vento a sospingerlo via. E il refolo di vento arrivò. Trascinò con sé brandelli di frasi, di parole, e si fermò nei pressi di un altro crocchio di persone. Luisa Latella guardava in malo modo in direzione delle due amiche commercianti. Lei era impiegata alla posta e si riteneva superiore, di livello sociale e di cultura. E poi non si sarebbe avvicinata a Veronica neppure sotto tortura. Ancora non le aveva perdonato lo sgarbo di averle rubato il fidanzato, ai tempi della scuola. Mario se l’era sposata, quella sciacquetta vistosa, e lei aveva dovuto accontentarsi di Guido, dal quale aveva avuto due figli, la raccomandazione per il lavoro statale e qualche chilo di troppo intorno ai fianchi. “E lei invece guardala, sempre un figurino, nonostante le brioche e i cappuccini che ingurgita ogni giorno! Non c’è giustizia a questo mondo.” Luisa riuscì a carpire alcune parole dette dalle due signore poco distanti. – Tu che dici moglie mia? Cosa sarà accaduto a Maddalena? – La donna guardò il marito con aria di sufficienza, come lo guardava ogni volta che lui le faceva qualche domanda da lei ritenuta retorica. – È tornato Leonardo dall’Australia stanotte, non lo sapevi? E hanno certamente discusso per i soldi. – Parlò ad alta voce, in modo che i vicini sentissero. Bisognava che fosse chiaro da subito: lei era la custode di tutte le notizie, lei e non quelle due pettegole. Marta Antoniotti prese sotto braccio il marito Giacomo e strattonò la figlia Serena perché la seguisse. Si diresse a passo di marcia verso l’ingresso di palazzo Vincisguerra. Aveva sentito abbastanza. Se Leonardo era lì lei doveva incontrarlo. Avevano un conto in sospeso da oltre vent’anni.

(continua…)

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Lo sguardo vigile di Dio – #1 episodio

luna

C’era una luna enorme e stranamente bassa all’orizzonte, quella notte di luglio in cui Maddalena Serafico di Vincisguerra scomparve. Il parroco, Don Giulio, che aveva di suo il sonno leggero, si avvide che qualcosa stava accadendo al di là della piazza. Era dirimpettaio dell’austero e signorile palazzo da sempre, e poteva spiare senza scomodarsi dalla finestrella del bagno della canonica, impropriamente definita, a parer suo, “lo sguardo vigile di Dio”. Chiacchiere di paese. Figuriamoci se lui aveva tempo di impicciarsi degli affari terreni degli altri, con tutte le sue incombenze quotidiane. Eppure, chissà perché, i devoti si recavano sempre con fare circospetto al confessionale, certi che ciò che avrebbero taciuto sarebbe in qualche modo stato svelato.
Quella notte, nell’ora più prossima all’alba in verità, Don Giulio si apprestava al rito delle abluzioni mattutine, quando un rumore stridulo, come di freni bisognosi di cure, lo spinse a sbirciare dai vetri della suddetta finestrella. Un camion enorme sostava sul marciapiedi opposto al sagrato della Chiesa, ma non pareva ci fosse nessuno al posto di guida. Incuriosito il parroco provò a sporgersi per vedere meglio, incurante delle braghe calate che gli legavano le gambe impedendo i movimenti.
Nulla, nessun movimento e nessun altro rumore. Dopo cinque minuti buoni cominciò a sentir fresco sulle natiche esposte, nonostante la calura di quel mese estivo, e si decise a sedersi sul water. La sua concentrazione fu nuovamente disturbata da un altro rumore, più cupo stavolta, una sorta di borbottio seguito da uno schiocco. Don Giulio si affrettò nuovamente alla finestra, trascinando i piedi e rischiando di inciampare nella cintura dei calzoni, ma al suo arrivo tutto era ormai finito. Il camion non c’era più e le luci di palazzo Vincisguerra erano spente. A pensarci bene non erano accese neanche prima. “Questo è davvero un mistero. Cosa è venuto a fare qui, in piena notte, un camion così grande? E sopratutto quale commissione è riuscito a compiere il suo occupante così in fretta? E dove? Di certo non dalla signora Maddalena, ché se avesse aperto in piena notte me ne sarei accorto.” Don Giulio decise che avrebbe indagato, subito. Magari si trattava di un semplice autotrasportatore di passaggio che si era fermato per fare un necessario bisogno, oppure aveva avuto un guasto improvviso. Quello stridore dei freni…

(continua…)

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Padre perdonami perché ho peccato – Un racconto

Noi donne siamo universi strani a volte, dove peccato e redenzione possono convivere nel loro lento fluire, senza contraddizione alcuna, senza bisogno di giustificazione, perché questa è intrinseca nel nostro stesso vivere quotidiano. E allora un racconto così ci sta bene, da leggere dentro e fuori, e tra le righe, come un canovaccio a trama fitta.

“Padre perdonami perché ho peccato”. Ogni sera prima di dormire me lo dicevo, come una litania, quasi che a forza di ripeterlo prima o poi potesse giungere dall’alto una mano benevola a benedirmi, pur di farmi smettere. E me lo immaginavo, con lo sguardo indulgente e pieno di bontà, che mi chiedeva: “Perdonarti di cosa, figlia mia?” “Ma come, non lo sai già?”. Il mio rimprovero restava costantemente senza replica, senza commento alcuno.

Mi avevano insegnato sin da piccola che Dio vede e sente tutto, e me la sentivo addosso questa presenza, ingombrante, invadente, invisibile, indiscreta. E allora stavo attenta, facevo tutto per bene, e mi guardavo attorno poi, con lo sguardo ammiccante come a dire “Visto? Registra tutto tu, non barare!” Lo facevo anche per evitare il fastidioso rito della Confessione, perché io a quel Prete non volevo certo raccontare i fatti miei. E allora arrivavo alla domenica monda da ogni colpa e l’unico peccato che ripetevo, ogni volta, al volto a pois dietro la grata, era: “Ho detto stupida a mia sorella”, e via con la piena assoluzione a pregustare il sapore acidulo dell’ostia consacrata.

I preti mi inquietavano. Chi glielo dava quel potere di decidere se potevi o non potevi comunicarti, ricevere il corpo di Cristo, essere degno di condividere la Sacra Mensa? E poi tanto assolvevano tutti. Davvero erano in contatto diretto col Padreterno? Allora dovevano essere buonissimi, eh già. In sacrestia, quando ci preparavamo per servire la Messa però, a volte volava qualche scappellotto, a volte anche qualche cinghiata, come faceva mio padre. Però c’erano anche quei momenti che il prete ti dava l’ostia prima di consacrarla, e ti portava di là mentre si vestiva coi paramenti, e tu dovevi assisterlo. Mio padre no, non mi faceva assistere quando si cambiava, lui non si faceva neanche vedere, se è per questo, perché lui arrivava di notte.

Fu dopo lo scandalo di quel bambino che si tolse la vita e che lasciò una lettera di accusa per il prete che smisi del tutto di andare in Chiesa. Ma non smisi di parlare con Dio, che c’entrava lui? Io ero sempre buona, ne ero certa, quindi avevo diritto ad una conversazione diretta. E ora mi sentivo in colpa, ma lui non mi dava soddisfazione, non mi assolveva, non diceva nulla.

“Padre perdonami perché ho peccato” ancora una volta, ancora una volta, ti prego rispondimi. “Perdonarti di cosa, figlia mia?” “Ma come, non lo sai già?” Tanto sapevo che non avrebbe replicato. “Diciamo che la mia è una domanda retorica.” La sentivo davvero, che mi parlava dentro, quella voce, non la stavo immaginando per disperazione. Si era stancato anche lui della mia domanda, sempre la stessa da mesi ormai? “Ma io ho peccato davvero, secondo i tuoi comandamenti.” “Sul serio? E quale avresti violato?” “Ho desiderato l’uomo di un’altra donna, l’ho amato e lo amo ancora dal profondo della mia anima e questo ha provocato in lui turbamento e paura e in me profonda vergogna.” “E tu davvero pensi che questo sia peccato? Tu mi stai parlando d’amore, non c’è legge umana che possa contrastare un sentimento così divino. I moti dell’anima sono segreti e misteriosi, agiscono per proprio conto, si muovono dall’uno all’altro secondo percorsi prestabiliti prima ancora che tutto ciò esistesse, prima che il primo uomo e la prima donna si incontrassero e commettessero l’unico peccato davvero imperdonabile.” “Tradire la tua fiducia è stato così grave? Tu non sapevi che sarebbe accaduto? Non potevi fermarli?” “Il libero arbitrio è questo. Una scelta, tra ciò che è bene e ciò che non lo è. Nessuna interferenza, nessun appello. E tu lo sai bene. Tu sei stata tradita, ferita, umiliata, e tante volte avresti potuto allontanare da te l’amore per questo, ma non l’hai fatto. Ecco perché non devo perdonarti nulla.” “Allora mi assolvi?” “Assolvo senza riserva alcuna la tua anima, tu assolvi te stessa. Non hai colpe da espiare, non ne hai mai avute.”

Non l’ho più sentito da quella sera, non ce n’era bisogno. Ne ho  ascoltata un’altra  di voce, più terrena…pare che canti.