Padre perdonami perché ho peccato – Un racconto

Noi donne siamo universi strani a volte, dove peccato e redenzione possono convivere nel loro lento fluire, senza contraddizione alcuna, senza bisogno di giustificazione, perché questa è intrinseca nel nostro stesso vivere quotidiano. E allora un racconto così ci sta bene, da leggere dentro e fuori, e tra le righe, come un canovaccio a trama fitta.

“Padre perdonami perché ho peccato”. Ogni sera prima di dormire me lo dicevo, come una litania, quasi che a forza di ripeterlo prima o poi potesse giungere dall’alto una mano benevola a benedirmi, pur di farmi smettere. E me lo immaginavo, con lo sguardo indulgente e pieno di bontà, che mi chiedeva: “Perdonarti di cosa, figlia mia?” “Ma come, non lo sai già?”. Il mio rimprovero restava costantemente senza replica, senza commento alcuno.

Mi avevano insegnato sin da piccola che Dio vede e sente tutto, e me la sentivo addosso questa presenza, ingombrante, invadente, invisibile, indiscreta. E allora stavo attenta, facevo tutto per bene, e mi guardavo attorno poi, con lo sguardo ammiccante come a dire “Visto? Registra tutto tu, non barare!” Lo facevo anche per evitare il fastidioso rito della Confessione, perché io a quel Prete non volevo certo raccontare i fatti miei. E allora arrivavo alla domenica monda da ogni colpa e l’unico peccato che ripetevo, ogni volta, al volto a pois dietro la grata, era: “Ho detto stupida a mia sorella”, e via con la piena assoluzione a pregustare il sapore acidulo dell’ostia consacrata.

I preti mi inquietavano. Chi glielo dava quel potere di decidere se potevi o non potevi comunicarti, ricevere il corpo di Cristo, essere degno di condividere la Sacra Mensa? E poi tanto assolvevano tutti. Davvero erano in contatto diretto col Padreterno? Allora dovevano essere buonissimi, eh già. In sacrestia, quando ci preparavamo per servire la Messa però, a volte volava qualche scappellotto, a volte anche qualche cinghiata, come faceva mio padre. Però c’erano anche quei momenti che il prete ti dava l’ostia prima di consacrarla, e ti portava di là mentre si vestiva coi paramenti, e tu dovevi assisterlo. Mio padre no, non mi faceva assistere quando si cambiava, lui non si faceva neanche vedere, se è per questo, perché lui arrivava di notte.

Fu dopo lo scandalo di quel bambino che si tolse la vita e che lasciò una lettera di accusa per il prete che smisi del tutto di andare in Chiesa. Ma non smisi di parlare con Dio, che c’entrava lui? Io ero sempre buona, ne ero certa, quindi avevo diritto ad una conversazione diretta. E ora mi sentivo in colpa, ma lui non mi dava soddisfazione, non mi assolveva, non diceva nulla.

“Padre perdonami perché ho peccato” ancora una volta, ancora una volta, ti prego rispondimi. “Perdonarti di cosa, figlia mia?” “Ma come, non lo sai già?” Tanto sapevo che non avrebbe replicato. “Diciamo che la mia è una domanda retorica.” La sentivo davvero, che mi parlava dentro, quella voce, non la stavo immaginando per disperazione. Si era stancato anche lui della mia domanda, sempre la stessa da mesi ormai? “Ma io ho peccato davvero, secondo i tuoi comandamenti.” “Sul serio? E quale avresti violato?” “Ho desiderato l’uomo di un’altra donna, l’ho amato e lo amo ancora dal profondo della mia anima e questo ha provocato in lui turbamento e paura e in me profonda vergogna.” “E tu davvero pensi che questo sia peccato? Tu mi stai parlando d’amore, non c’è legge umana che possa contrastare un sentimento così divino. I moti dell’anima sono segreti e misteriosi, agiscono per proprio conto, si muovono dall’uno all’altro secondo percorsi prestabiliti prima ancora che tutto ciò esistesse, prima che il primo uomo e la prima donna si incontrassero e commettessero l’unico peccato davvero imperdonabile.” “Tradire la tua fiducia è stato così grave? Tu non sapevi che sarebbe accaduto? Non potevi fermarli?” “Il libero arbitrio è questo. Una scelta, tra ciò che è bene e ciò che non lo è. Nessuna interferenza, nessun appello. E tu lo sai bene. Tu sei stata tradita, ferita, umiliata, e tante volte avresti potuto allontanare da te l’amore per questo, ma non l’hai fatto. Ecco perché non devo perdonarti nulla.” “Allora mi assolvi?” “Assolvo senza riserva alcuna la tua anima, tu assolvi te stessa. Non hai colpe da espiare, non ne hai mai avute.”

Non l’ho più sentito da quella sera, non ce n’era bisogno. Ne ho  ascoltata un’altra  di voce, più terrena…pare che canti.

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LA MAGIA DELLE DONNE

Dipinto di Frida Kahlo – Immagine presa da qui


Quando ho scritto Nata in una casa di donne l’ho fatto spinta da un’emozione profonda, che ho provato ad esplorare, ad ascoltare, finché non mi sono arresa e l’ho lasciata fluire, così, semplicemente. Poi sono accaduti eventi particolari, quando l’ho terminato. Chi ha ripreso in mano il romanzo incompiuto da tempo, chi ha cominciato a scriverne uno, chi lo ha pensato e scritto in pochi giorni dopo averlo sedimentato per anni. Pareva un contagio, quasi una magia, una sorta di ispirazione collettiva. E c’era un tale entusiasmo, una tale energia intorno che mi sono domandata:perché? Qualcuno mi ha detto “Nata in una casa di donne sei tu”. Certo, sono io, come ogni cosa che scrivo, ma poi ho voluto approfondire. Questo libro e’ femmina, ne ha l’essenza e la evoca. E allora attira. E’ l’energia dell’eterno femminino, quello che ispira i poeti e i pittori. In fondo, a pensarci bene, la Musa e’ donna. L’uomo si e’ sempre lasciato guidare e affascinare dalle declinazioni al femminile nel proprio sentire. La passione e’ femmina. La dolcezza è femmina. La bellezza è femmina. Come la natura, come la terra, che sono femmine procreatrici di vita. E la vita stessa e’ femmina, perche a noi e’ dato conoscere il mistero di come tutto ha inizio. E forse l’energia è tutta qui: una femmina e’ una madre, o lo sarà, e conosce quei segreti della vita cui un uomo non potrà mai arrivare.

E quindi l’uomo racconterà sempre la donna. Fateci caso. Nelle poesie, le canzoni, i romanzi, i quadri, c’è sempre una donna o un’espressione di lei che muove l’artista, che lo sospinge, che lo illumina, che lo dilania a volte. E pare che egli cerchi sempre con la sua arte, senza mai riuscirci appieno, di trovare quel bandolo della matassa, quella spiegazione, la chiave di quel mistero che muove il mondo e di cui lui, uomo, può solo intravedere le increspature superficiali.

La donna invece racconta la vita, e nella vita c’è anche l’uomo, lo comprende. Perché la donna, come la vita, accoglie e questa è un’esperienza solo femminile, naturale, imprescindibile. Forse per questo la donna quando parla d’amore, che è un sostantivo maschile, l’unico in questo viaggio del sentire, si riferisce all’uomo. Mi piace pensare che la prima donna, incontrando il primo uomo, non ne conoscesse il nome e lo abbia chiamato così.

IL PROFUMO DEGLI SPAGHETTI AL POMODORO E BASILICO

Se dovessi dare un profumo, un sapore, un colore a questa estate, sarebbe quello degli spaghetti al pomodoro e basilico, con l’aglio e una punta di peperoncino. Il sughetto “sciuè sciuè” direbbe mia madre citando mio padre, e c’è proprio tutto in queste due paroline che non hanno alcun senso, ma mi appartengono, ci appartengono. Perché hanno il suono della leggerezza e dell’armonia, come una bella canzone, come una bella donna che “scamaccia” il pomodoro con le mani e lo lascia sfrigolare nel tegame e il profumo che pervade tutto intorno pare arrivi direttamente dal sole. Che semplicità! Che godimento! Un’estate lasciata libera di sentire, di lasciarsi andare, per recuperare un po’ di quella perduta spensieratezza affrancata dall’ansia del domani. Ho trascorso due mesi senza televisione, senza radio, senza giornali, volutamente, scientemente. Tanto il mondo me lo raccontava il web. Ma il quotidiano che mi ha accompagnata sapeva di buono, e c’è bisogno di un po’ di buono proprio adesso. “Ma tu hai la testa tra le nuvole, metti i piedi per terra che al rientro sennò ti farai male!” dirà qualcuno. Permettetemi di dissentire. Come posso raccontare ai miei figli la speranza e il coraggio, e la forza per andare avanti, per ricominciare, se io per prima mi lascio abbrutire dalla spirale della disperazione? Ho fatto il pieno quest’estate, di un carburante unico e prezioso che si chiama vita, perché ne ho vista tanta, l’ho toccata con mano, ne ho presa e ne ho data, e ho imparato. Non si smette mai di imparare se si ha l’umiltà di voler ricevere la lezione. Ho imparato che la nostra paura deriva da tutto ciò che possediamo e facciamo, non da ciò che siamo. Ciò che possediamo e facciamo è transitorio, noi ci evolviamo continuamente. Ciò che siamo è la nostra essenza, il succo segreto e inconfondibile di cui siamo fatti, e quello non può togliercelo nessuno. Continuiamo a identificarci con ciò che facciamo e dimentichiamo CHI siamo. Ecco, io quest’estate ho riscoperto questo: chi sono. Semplice, come gli spaghetti al pomodoro e basilico, con l’aglio e il peperoncino.
Sed