#PLPL2016 Altro anno stessa Fiera. Il mio primo resoconto di Più Libri Più Liberi

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E siamo ancora qui, come ogni anno a inizio dicembre. L’appuntamento coi libri a Roma si chiama Più Libri Più Liberi, e per me è imprescindibile, nonostante tutto. Quest’anno mi trovo presa di mille altre cose, decisamente importanti per me, ma non potevo mancare. Sono una scrittrice e una blogger, e al Palazzo dei Congressi mi sento un po’ a casa mia. Poi devo/voglio scrivere i miei articoli per Art a Part of Cult(ure) e non posso certo farlo per interposta persona. Poi voglio incontrare gli amici, le persone che come me amano respirare quest’aria così particolare, voglio curiosare tra gli stand, voglio carpire sguardi e voci, voglio ascoltare se c’è qualcosa di nuovo in questo panorama, a volte desolato altre esaltante, che è la piccola e media editoria in Italia.

Ho deciso di seguire alcuni eventi in qualche modo legati tra loro, una sorta di fil rouge sullo stato dell’arte che, in questa edizione, è caratterizzato da una maggiore attenzione degli addetti ai lavori, e non solo, su cosa deve (dovrebbe) diventare l’editoria indipendente, su una nuova (vecchissima) concezione dei ruoli, su cosa si deve fare per rivitalizzare il mercato a partire dalla filiera, sul ruolo fondamentale che stanno assumendo i librai “illuminati” e, udite udite, su come sta evolvendo il selfpublishing. Sono passati tre anni da quando un piccolo gruppo di autori e professionisti del settore andò in fiera con uno stand, senza l’appoggio di alcun editore, per rivendicare quel rapporto speciale col lettore che pareva sfilacciato e che, soprattutto col selfpublishing di qualità, è vitale. Era il 2013 quando feci l’appello e, sotto il nome comune di NoBrandArt, scatole di libri anche autopubblicati e uno stand coloratissimo e vivace, andammo in ventitré ad assaltare il fortino e a parlare alla gente di cosa significhi essere autori Indie (ne parlo qui). Molta strada è stata fatta, e molta ancora ne abbiamo da fare, ma pare che sia stata accantonata l’idea che “self è il male”. Vi saprò dire di più dopo l’evento del 10 dicembre.

Per ora posso solo dirvi che i primi giorni di fiera mi sono sembrati un po’ mosci, con poca affluenza di gente. Ma è anche vero che Roma ci sta regalando giornate quasi primaverili e starsene al chiuso col sole che splende, specie con un ponte festivo lungo, è difficile da concepire. Speriamo che le cose vadano meglio tra sabato e domenica, che i libri hanno bisogno di essere comprati e letti.

Il mio primo articolo per Art a Part of Cult(ure) parla di numeri, ed è davvero molto interessante ciò che ci svela.

Più Libri Più Liberi 2016 #2 Come va il mercato editoriale? Facciamo un po’ di conti.

Più Libri Più Liberi 2016 per me quest’anno comincia dai numeri. Che l’editoria sia in crisi e che qualcosa stia cambiando ce lo siamo detto tutti, più volte. Certo non bastano i piccoli passi fatti fin ora, ma è interessante vedere come e cosa percepiscono gli addetti ai lavori.
Ho partecipato all’incontro L’andamento del mercato 2016 alla vigilia del Natale e la piccola editoria. Da un’editoria mainstream a una indiestream?, perché il titolo evocava per me una serie di “lotte” che da tempo conduco in prima persona sul web – e non solo – e perché era interessante che l’evento fosse curato dall’AIE. Che si stiano tutti svegliando? mi sono detta. [continua a leggere…]

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#PiùLibri14 Il mondo oggi ha bisogno di scrittori, non di mercanti.

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Alla fine questo resta: una speranza. Che si ricostituisca una “società letteraria” in cui ci si confronti sulle teorie, le idee, il libero pensiero. Un luogo in cui gli scrittori si possano incontrare per riconoscersi come “simili” e raccontare il loro tempo perché ne resti memoria. Il mio resoconto finale di Più Libri Più Liberi 2014 e il mio augurio per tutti che questa speranza diventi realtà.

Cosa resta di Più libri più liberi? Forse una nuova idea di “società letteraria”.

A Fiera ultimata cosa resta di tante parole, sguardi, incontri, intrecci di storie su carta che si sono mescolati per cinque giorni a Roma? Sarà un caso, ma per quanto mi riguarda ho verificato la presenza di un flebile soffio di pulizia, almeno per quanto concerne l’editoria.
Tra gli stand (molti molti di meno delle passate edizioni) erano ancora presenti le EAP (Editori a Pagamento), immancabili foraggiatori di eventi come questo. Ma in fondo loro possono permetterselo, che i fondi per pagare la loro presenza al Palazzo dei Congressi sono generosamente versati dagli incauti autori che pubblicano. (Leggi tutto…)

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…allora l’editoria dovrà morire? Il “selfpublishing” a #PiùLibri14

Più Libri Più Liberi 2014 - Palazzo dei Congressi - Roma

Più Libri Più Liberi 2014 – Palazzo dei Congressi – Roma

Certo che no! Ma… viviamo un periodo di transizione, caotico, e moriranno certo, alla fine, gli “editori a strascico”, quelli che fanno del solo business lo scopo del loro pubblicare. Più Libri Più Liberi 2014 comincia col “botto” e si parla anche del selfpublishing, quello di qualità. Ve lo racconto qui, su Art a Part of Cult(ure). A voi i commenti…

A Più libri più liberi 2014 il sonno dell’editoria genera autori.

Prendo in prestito il titolo dell’incontro che si è svolto nella Sala Turchese del Palazzo dei Congressi a Roma, perché credo sia il riassunto perfetto di quanto avviene da diverso tempo ormai nell’editoria italiana. Ma partiamo dal principio.

La kermesse romana di Più Libri Più Liberi  è giunta ormai alla tredicesima edizione: lunga vita alla piccola e media editoria. Eppure la sensazione forte che si ha arrivando al Palazzo dei Congressi, è che la partecipazione sia notevolmente diminuita rispetto allo scorso anno. C’è come un senso generale di desolazione, sicuramente gli espositori sono di meno, le facce sono stanche già il primo giorno e il programma proposto è scarno e non molto accattivante. Si respira “crisi”.  (Leggi tutto….)

Allarme #selfpublishing: l’invasione straniera non ci salverà

Immagine presa da qui

Immagine presa da qui

Queste le premesse:

A fine agosto leggo un articolo/intervista scritto dall’amico Mauro Sandrini sul sito della SelfPublishing School (qui) che annuncia lo “sbarco” in Italia dell’autrice self inglese Joanna Penn con un suo libro tradotto in Italiano. Fin qui nulla di strano, se non fosse per il fatto che è la prima self straniera a farlo, che la Penn è conosciuta in tutto il mondo come selfpublisher, che vende centinaia di migliaia di copie… insomma una fuoriclasse, e pure esperta di marketing. Bene! Mi son detta, impariamo da chi ne sa di più! E ho provato a “leggere tra le righe” le sue strategie di marketing.

In seguito ho letto l’articolo/recensione di Falminia P. Mancinelli su Leggereonline (qui) in cui la giornalista “boccia” il romanzo della Penn e si domanda se è giusto mettere in circolazione tali scempiaggini solo in nome e per conto del “dio marketing”.

Oggi leggo un nuovo articolo di Flaminia P. Mancinelli su L’Indro e sempre sul caso Penn (qui), ma questa volta il focus è un altro: può il selfpublishing nostrano resistere all’onda d’urto dell’invasione straniera, più agguerrita e ferrata di noi?

E veniamo alla riflessione.

Ho riportato l’articolo nel gruppo FB Gli scrittori sperduti nell’isola che non c’è, per stimolare una discussione. Ebbene, c’è stata. La realtà che ne emerge è una sola: preoccupazione. Perché gli Italiani ( e i lettori nello specifico) hanno la tendenza ad essere esterofili (senza generalizzare ovviamente, suvvia non alzate subito gli scudi! Sono lettrice anche io…) e ad accogliere quanto arriva da fuori con maggior interesse. I lettori italiani non amano molto il selfpublishing. E hanno ragione! In fondo sono stati spesso sommersi da libri illeggibili (come si evince dall’articolo della Mancinelli), come dar loro torto? Tutta questa anarchia editoriale ha fatto sì che davvero chiunque potesse pubblicare, impedendo in questo modo agli autori di qualità di emergere. Perché noi Italiani abbiamo anche la tendenza a fare di tutte le erbe un fascio. E pensare che il selfpublishing (di qualità) potrebbe contrastare ampiamente l’abominevole fenomeno delle EAP. Ma state pur tranquilli che i lettori saranno disposti ad acquistare di più un libro EAP che un self. Perché? Perché c’è un marchio, tutto qui, che dovrebbe rappresentare una garanzia che, nel caso delle EAP non esiste. Ma mica i lettori conoscono tutte le Case Editrici, mica vanno a consultare il loro pedigree quando sono in libreria…

Detto questo, la preoccupazione adesso è un’altra. Se è vero che gli Italiani sono tendenzialmente esterofili, i lettori italiani seguono la scia e si rischia che esaltino (decretandone il successo) ogni self straniero che decide di pubblicare in italiano. Perché “se è di fuori è certo valido”, “se ha venduto tanto a casa sua è di certo uno che merita” etc etc. E chi se ne frega se è un selfpublisher anche lui! Chi se ne frega se ha scritto una porcheria come tante! NON È ITALIANO, questo è l’importante. Così si soddisfa anche la malcelata invidia di chi, lettore/autore, non ha mai venduto nulla. Sono davvero tanti i lettori che hanno un libro nel cassetto che nessuno ha mai voluto pubblicare (ci sarà un motivo, o no? Fatevi una domanda e datevi una risposta…) e che magari hanno auto pubblicato sempre senza alcun risultato. Questi sono i maggiori detrattori del selfpublishing italiano.

Conclusioni.

Io auspico una rinascita del selfpublishing (siamo già alla ri-nascita, quanto siamo svelti a danneggiare le cose belle…) con una maggior consapevolezza del potenziale intrinseco e con una maggior autodisciplina: abbiamo un dovere verso i lettori, rispettiamoli. Ma non solo. Spero vivamente che un allarme del genere, questa “invasione degli ultraself stranieri” faccia aprire gli occhi a tutti. Signori lettori, il self non è il demonio, c’è del buono in esso. Non lasciatevi fuorviare dal nome straniero: spesso dietro c’è la stessa fuffa che c’è da noi. Non premiate il self d’oltreoceano perché ha i profumi del vento occidentale (Shelley era un caso a parte…), altrimenti seppellirete ogni possibilità che gli scrittori italiani potrebbero avere. Un caro amico mi ha raccontato di aver pubblicato su una piattaforma letteraria alcuni racconti con il suo nome in italiano e uno con uno pseudonimo straniero. Indovinate quale racconto è stato il più letto? Ecco, non facciamo questo. Già l’Italia si trova sull’orlo di un precipizio di cui non si vede il fondo, e qualcuno ci è anche caduto dentro e non si hanno più notizie sulla sua sorte. Almeno per la narrativa, la letteratura, l’arte in genere scegliamo NOI STESSI.

Incontri: Fossati dalla musica ai libri #LibriCome

Fossati

Ieri sono andata all’Auditorium. Volevo incontrare amici, respirare libri e ogni tanto Roma si inventa cose tipo #LibriCome e allora bisogna approfittarne. Sono andata alla cieca, senza neppure aver letto il programma, e mi sono trovata, del tutto casualmente, ad assistere alla presentazione del libro di Ivano FossatiTretrecinque” [Einaudi]. Mi è parso significativo. Per chi di voi non lo sapesse, io apprezzo oltre misura questo artista nell’ambito in cui da sempre si esprime, quello musicale, e un suo brano è citato nel mio primo romanzo, anzi direi che il testo stesso della canzone “C’è tempo” è un po’ il motore di tutta la storia. Quindi l’ho ascoltato con assoluto interesse ed emozione.

Non lo avevo mai incontrato prima, e mi ha colpita la grande simpatia e la gentilezza che ha profuso per oltre un’ora, mentre parlava del suo libro abilmente guidato e stimolato da un Marino Sinibaldi incontenibile (e come non capirlo, lo sarei stata anche io). Si è trattato di un dialogo aperto, dove i riferimenti alla vita musicale di Fossati erano ricorrenti. Non dimentichiamo che l’artista ha annunciato, un paio d’anni fa, il suo ritiro dalle scene (ma davvero si può smettere di fare/pensare/sognare la musica?), per cui questo suo ritorno in veste di scrittore ha destato non poca curiosità.

Io lo ascoltavo parlare, ed era curioso come mi pareva di sentire le parole delle sue canzoni, di esserci dentro, avvolta. Fossati parlava e pareva stesse cantando. Ma queste sono suggestioni. Però mi ha incuriosita a tal punto che ho deciso che avrei comprato e letto il suo libro. Non perché si trattava di lui, ma per il fatto che la credevo una bella storia e molto ben scritta.

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Ciò che mi ha fatto decidere ancora di più è stata però una cosa che ha detto e sulla quale ho riflettuto. Quando Sinibaldi gli ha chiesto il perché avesse deciso di scrivere un romanzo la sua risposta è stata straordinaria: “Io non avevo alcuna intenzione di scrivere un romanzo. Non sono uno scrittore. Ma il direttore di Einaudi me lo ha chiesto, mi ha ripetuto più e più volte che potevo farlo, mi è stato dietro per mesi, e alla fine l’ho fatto. Poi ho lavorato a lungo con gli editor…”
Ecco, voi direte, cosa c’è di strano? Sul fatto che un gruppo di editor abbia lavorato con lui al suo libro non c’è nulla di strano, anzi, ben venga. Ma sul fatto che un artista, che neppure se lo sogna di scrivere un libro, che non ne ha l’intenzione magari perché “non è il suo mestiere”, che costui venga “corteggiato” da una casa editrice come Einaudi affinché lo faccia, questo ci dà la misura della situazione editoriale nel nostro paese. Senza nulla togliere al romanzo di Fossati (che ho cominciato a leggere e che, specie se paragonato a quelli di altri non-scrittori, è un gran bel lavoro), la sua affermazione disarmante evidenzia, semmai ve ne fosse stato il bisogno, che le CE sono aziende che fanno commercio, business, che puntano sul pubblico seguace dei VIP per vendere, che contano sull’onda emozionale che un artista può trasmettere (Fossati che lascia le scene è stata notizia shock) per avere la certezza di rientrare dell’investimento. Non esistono gli scrittori, esistono i libri al di fuori di ogni altro contesto, prodotti da smerciare e sui quali ricavare. Punto. Scordiamoci l’idea illusoria delle CE scopritrici di talenti letterari. Chiunque può scrivere. L’importante è che il libro sia venduto e produca guadagni prima ancora di essere pubblicato.

E allora, mi domando, tutti coloro che scrivono sul serio, che lo fanno per arte e per mestiere, che fine faranno? Imbracceranno una chitarra e canteranno ai concerti?

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Un eBook non invecchia mai

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Se ne parla spesso ultimamente, per dare maggior forza alla diffusione degli eBook, del fatto che un libro digitale NON INVECCHIA MAI. Pensateci. Un libro di carta, comunque sia pubblicato, da CE o self, ha una vita di sei/otto mesi, se va bene un anno. Poi diveta obsoleto. Dalle librerie praticamente scompare e diventa impossibile riproporlo nei social o ad una presentazione. In pratica dopo meno di un anno “quel che è fatto è fatto”. Per gli eBook invece non è così, perché i circuiti distributivi sono così tanti e vari che capiterà sempre che qualcuno senta parlare del tuo libro “per la prima volta” magari dopo anni che lo hai scritto. Se poi decidi di proporlo al mercato estero…le opzioni sono infinite.

colui che ritornaHRR-1“Harás un peregrinaje, está decidido. Empezarás con el Camino de Santiago. Luego volverás e irás a Jerusalén. Para terminar te acercarás a Canterbury y desde allí recorrerás la Via Francígena, hasta Roma, y sólo entonces, después de haber recibido el perdón del Papa,   podrás volver.” [cit.]

Ciò che ho deciso di fare io è eattamente questo: Colui che ritorna, il mio primo romanzo, sta per uscire in lingua spagnola. A due anni dal suo esordio ho deciso di metterlo in mano a una traduttrice professionista e cominciare con questa meravigliosa lingua neolatina. Perché lo spagnolo? Prima di tutto perché nella storia si parla di tre grandi pellegrinaggi, e il primo che il protagonista affronta nel ‘500 è Santiago de Compostela. Mi è sembrato dunque doveroso omaggiare così il popolo di Spagna e, perché no, scoprire come loro percepiscono una trama che in un certo senso li riguarda. Un’altra ragione è che la lingua spagnola, dopo l’inglese, è la più parlata al mondo (il cinese non lo voglio ancora considerare, troppo lontano da noi…) ma si tratta anche di una cultura più vicina alla nostra di quella anglosassone. E poi tra qualche mese devo andare in Cile a presentare le nostre novità sull’editoria, e un libro in spagnolo dovevo pur portarlo…

Per questa ragione, in attesa di presentare la nuova edizione di Colui che ritorna (potrebbe essere un buon esercizio linguistico anche per voi!) voglio segnalare che su Bookolico (clicca qui )la versione in italiano costa solo € 0,99, a differenza delle altre piattaforme dove il prezzo è più alto. Perché non approfittare adesso? (pssttt…non ditelo a Amazon…)

NoBrandArt a PiùLibri PiùLiberi – Le belle intuizioni d’estate

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Tutto è cominciato il 26 agosto 2013. Che poi non è neanche vero, perché la mia avventura nel mondo dei libri è cominciata tempo fa. Ma qui stiamo parlando di un’altra storia, quella di NoBrandArt, e la data d’inizio, la “start up” è stata il 26 agosto. Cominciai, dicevo, con un’intuizione che si tramutò in un articolo, questo (clicca qui). Volevo andare a PiùLibri PiùLiberi, Fiera della piccola e media editoria a Roma, da sola. Nel senso che volevo uno stand di autori, scrittori, professionisti dell’editoria NON supportati da case editrici. Pare una cosa da poco, ma non lo è. Perché qui non si tratta della fiera del libro. I soggetti sono altri. E degli scrittori che ci vanno da soli a questa fiera è come voler dire che l’editoria sta cambiando e che questi strani soggetti, coloro cioè che i libri li scrivono, sono imprenditori di sé stessi, paragonabili agli editori, professionisti seri in questo settore. E andare alla loro fiera è una provocazione davvero molto molto forte.

Da quel 26 agosto sono accadute molte cose. Tanti sono stati i colleghi entusiasti dell’idea, tanti hanno tentennato, preoccupati delle reazioni e delle conseguenze di un tale gesto. Ma alla fine si è creato un gruppo coeso di 23 persone fortemente motivate e pronte a dire la loro al pubblico e, sopratutto, ai lettori. NoBrandArt è un acronimo che li raggruppa, è un segnale forte col quale si vuol dire al lettore che, oltre la “scorza” delle apparenze, in un libro c’è di più. Ci sono i contenuti, che poi è quello che conta. E spesso questi contenuti sono messi in secondo piano da mere logiche di mercato editoriale. Gli scrittori vogliono restituire ai lettori quel rapporto di genuinità e di qualità che è il cardine su cui si fonda il rispetto per la divulgazione culturale. E vogliono raccontargli come fanno a raggiungere questo obbiettivo.

Il 5 dicembre, inizio della Fiera, è vicino, e di questa iniziativa già si parla. Lo ha fatto Bibliocartina qui e lo ha fatto Lungotevere.net qui. Il comunicato stampa (sì, facciamo le cose seriamente), è stato pubblicato sul Corriere del Web qui, e sappiamo che molti media sono incuriositi da questa iniziativa. Aspettiamo che si facciano avanti, magari alla conferenza che si terrà allo stand A24 il 7 dicembre alle ore 16.00.

Io, in questo momento, sono pronta ai nastri di partenza, in attesa che la giostra cominci perché, come ha detto qualcuno, finché non sarò seduta su quel cavallino in movimento non mi potrò rendere conto di esserci riuscita. Sono stati mesi faticosi, snervanti, ma chi mi conosce sa che la parola “arrendersi” non fa parte del mio vocabolario. E devo dire grazie, un GRAZIE enorme, ai miei compagni di viaggio, straordinari supporter, che hanno deciso di salire, su quel treno partito il 26 agosto, con me e condividere il viaggio. E che viaggio! Quando saremo arrivati a destinazione vi racconteremo il resto, ma ho la sensazione che, da questo convoglio, non scenderemo tanto presto.

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