#CrotoneRacconta e #Scattiemigranti, due eventi estivi da non perdere

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Ci sono due tematiche a me particolarmente care, che ricorrono spesso in ciò che scrivo, dagli articoli ai libri: la mia terra d’origine, la Calabria, e l’emigrazione. Le trovo straordinariamente connesse, vuoi perché questa terra dell’estremo sud Italia ha, da sempre, visto i suoi figli partire per luoghi lontani in cerca di fortuna, vuoi perché la nuova migrazione, quella dei profughi di un altro sud del mondo, la vede spesso protagonista con gli sbarchi e i centri d’accoglienza.

L’emigrazione poi, ultimamente, mi ha toccata da vicino, perché anche io sono partita in cerca di quelle opportunità che l’Italia non era più in grado di offrirmi. Sento profondamente tutte le problematiche che un migrante deve affrontare, sia quando decide di andarsene, sia quando si trova ad affrontare luoghi diversi, lingue sconosciute, tradizioni, usanze, comportamenti che non gli appartengono. Cominciare il lungo percorso dell’integrazione è faticoso, a volte doloroso, ma necessario, e non può essere un’azione unilaterale.

0001#CrotoneRacconta è un evento artistico letterario che vuole far conoscere quegli autori nati nel territorio crotonese e che, in qualche modo, lo raccontano attraverso le storie che scrivono. Quest’anno, il 26 agosto, nella Sala Consiliare del Comune di Crotone, presenterò al pubblico Anna. Anna è di Cirò Marina, ed ecco svelato il mistero del paese di cui narro, e il suo vino, il suo pane, fanno parte di tradizioni antiche che appartengono a questa terra affacciata sul Mar Ionio. Con me, a partire dalle 18.00, ci sarà uno scrittore di Cutro, Marco Ciconte col suo Romanzo Nascosto, storia contemporanea che fruga tra i segreti del crotonese di oggi. Una storia del passato e una storia del presente, accompagnate dalle note delle musiche tradizionali calabresi che lo studioso Pierluigi Virelli ha scelto per l’occasione. Saremo “moderati” dalla responsabile della sezione provinciale de Il Crotonese, Angela De Lorenzo, e ci farà compagnia, graditissima padrona di casa, la Vicesindaco e Assessore alla Cultura, Antonella Cosentino. Che dire di più? Vi racconterò come è andata, ma se siete da queste parti, partecipate perché non mancheranno le sorprese.

 

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#Scattiemigranti è un contest nel contest. C’è una manifestazione mondiale che si svolge ogni anno il 21 settembre, Poesie per la Pace. La manifestazione romana si terrà a Villa Torlonia e, in questo ambito, ho avuto l’idea – e l’ho proposta a Isabella Moroni, promotrice e organizzatrice con Argillateatri – di coinvolgere il pubblico del web in qualcosa di diverso ma decisamente in tema. A partire dal 17 agosto e fino al 28 ho chiesto, su Facebook, twitter e Instagram (ma presto condividerò tutto anche negli altri social), di condividere una fotografia, privata, pubblica, vecchia nuova, simbolica, esplicita, purché libera da vincoli di pubblicazione, che rappresenti l’emigrazione. Le dieci migliori fotografie saranno affidate a dieci scrittori, poeti, giornalisti i quali scriveranno ipotetiche lettere ispirandosi a quegli scatti. Il 21 settembre le fotografie saranno proiettate a Villa Torlonia durante Poesie per la Pace, e le lettere abbinate saranno lette. Ci sarà anche la pubblicazione di tutto su Art a Part of Cul(ture) e, probabilmente, l’esposizione in una galleria d’arte romana. Non si vince nulla con #scattiemigranti, o forse sì. Un’idea di pace e di condivisione. Partecipate numerosi, l’hashtag lo conoscete.

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Sull’emigrazione in Germania, un po’ di chiarezza…

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Sta facendo molto discutere, nei gruppi social, questo mio articolo apparso su #ItalianiOvunque (lo potete leggere qui), che parla della situazione degli emigrati italiani in Baviera e che prende spunto dal mio precedente articolo scritto su questo blog (qui). Si tratta di un post polemico, almeno in certi punti, e tale voleva essere proprio per animare una discussione proficua, ma mi rendo conto di dover fare un po’ di chiarezza.

Frequento la Germania, lavorativamente parlando, da due anni. Sono letteralmente dovuta “scappare” dall’Italia a causa della mancanza di lavoro e vi assicuro che non è stato facile. Ho scelto la Germania perché avevo già qualcuno qui che avrebbe potuto supportarmi. A 56 anni, donna e da sola non è che si molla tutto così, alla cieca. Io almeno non me la sono sentita. Col senno di poi e le esperienze vissute in questi ventiquattro mesi, so per certo che ora non mi spaventerebbe neppure andarmene in Sudamerica… Detto questo, ciò che mi ha colpita in questa terra così “nordica” (io sono una passionale donna nata al sud e vissuta sempre a Roma), è stato proprio l’atteggiamento dei connazionali trasferiti ormai da tempo. Una tale arroganza, una supponenza, un’aggressività che di certo non mi aspettavo. Non tutti sono così, e questo sia chiaro. Per fortuna ci sono quelli che ancora ricordano come è stato per loro arrivare qui, senza soldi, senza appigli e con la disperazione nel cuore.

Questa aggressività, seppur espressa in modo più velato, la ritrovo in alcuni commenti al mio articolo sui gruppi social. Credo, dopo attenta analisi, di sapere di cosa si tratti: rabbia. La stessa che provo io, in fondo. Una rabbia alimentata dalla nostalgia. Perché nessun italiano, che io sappia, odia realmente la sua terra natale. Ogni riferimento al cibo (ricordiamo che sono legate agli odori e ai sapori le nostre pulsioni affettive), al mare, ai colori, ai profumi, alle amicizie, provoca una sensazione quasi dolorosa, il ricordo di quello strappo che si è dovuto fare e che ci ha allontanati da quella che era la nostra casa, le nostre radici. Il sentimento immediatamente successivo è la rabbia, per ciò che si è perso, per ciò che sarebbe potuto essere e non è stato, per le opportunità che non ci sono state date. Perché tutto ciò che riusciamo a trovare in terra straniera lo vorremmo a casa nostra, e sappiamo che non è impossibile. Quindi ancora più rabbia, che diventa veleno, che diventa rifiuto.

Io sono convinta che si tratti di questo. In più aggiungiamoci la beffa di andare a lavorare per un popolo che, storicamente, abbiamo avversato… Ecco, qui le considerazioni storiche e psicologiche mi farebbero addentrare in una tematica della quale non sono competente, se non per logica. Quindi non lo faccio, sarebbe solo qualunquismo gratuito. Sia ben chiaro: io non ce l’ho con la Germania, né con i tedeschi. Loro sono come sono, con il loro stile di vita un po’ calvinista per cui si vive per lavorare, con la loro allegria semplice e priva di retrospettiva, con la loro accoglienza un po’ grossolana ma senza secondi fini. Loro sono efficienti e organizzati, socialmente parlando sanno ottimizzare tutto, non sanno cosa significhi perdere tempo e non si perdono in chiacchiere. Una macchina perfettamente oleata. Il problema si pone nella gestione degli imprevisti, va bene, ma non si può avere tutto. Forse uno dei motivi per cui amano gli italiani è che noi, negli imprevisti, ci sguazziamo e sappiamo sempre cosa fare, in un modo o nell’altro. Siamo dei creativi.

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Oh certo, ci sono anche qui gli svalvolati, gli artisti, i pensatori, i filosofi, certo che ci sono, ma suvvia, non è la norma, è l’eccezione. Noi italiani, quando veniamo qui, la prima cosa che diciamo è: se tutta questa organizzazione (semplicissima, tra l’altro) ce l’avessimo noi, l’Italia sarebbe perfetta. Eh… e se le ciambelle avessero gli angoli, sarebbero quadrate. La realtà è che c’è sempre qualcosa di meglio, qualcosa di perfettibile, ma dovremmo rinunciare a qualcos’altro per riuscire a farlo nel nostro Paese. Quindi tanto vale andare là dove lo sanno già fare, e apprendere, e provare a crescere una nuova generazione che abbia di questo e di quello e che possa veramente cambiare le cose. Noi non ne siamo capaci. Continueremo ad andare in giro per il mondo sognando un’Italia che, vista da lontano nello spazio e nel tempo, appare sempre bellissima. Nostalgia… Ci sono Italiani che vivono in Germania da quarant’anni e che, periodicamente, tornano nel paese natale, sempre con la stessa commozione all’arrivo, sempre con la stessa delusione quando ripartono. Il fatto è che è difficile adeguare la realtà alle aspettative di un sogno. Ci sono figli, nipoti di italiani emigrati una vita fa, nati qui, che hanno visto l’Italia solo in TV (perché la maggior parte degli italiani qui guarda la TV italiana, ovviamente) o su Google Images, che hanno una luce negli occhi quando sentono parlare in italiano, come se gli si accendesse il cuore. Mi è successo di recente, in giro per Passau, di entrare in un negozietto nel quartiere degli artisti. Odorava di cuoio e di essenze orientali, e la tipa che lo dirige avrà avuto poco più di trent’anni, una faccia aperta, un sorriso radioso e l’aspetto un po’ fricchettone. Le ho parlato in inglese, ma con mia sorella che era con me, parlavo italiano. E lei, la tipa di cui non conosco il nome, ci ascoltava rapita. Poi ha cercato di dire qualcosa nella nostra lingua, e ne è uscito fuori un discorso ingarbugliato dal quale si sono dedotte due cose: suo nonno era calabrese (come me) e lei aveva l’Italia nel cuore. Ha detto, – spero di aver tradotto bene, – “Io sono nata qui, e mi piace Passau, la Germania, ma ho un tale amore nel cuore per la mia terra che non conosco!” E alla fine, prima che andassimo via, ci ha volute abbracciare, forte, come amiche, sorelle, che si ritrovano dopo tanto tempo.

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Questa è l’altra faccia della medaglia, la faccia innamorata di una ragazza che dell’Italia ha solo ricordi di terza mano, eppure ne ha nostalgia.

 

#Emigrazione. Una giostra che gira, che gira…

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C’è differenza tra “espatriati” ed “emigrati”, eccome se c’è. Un espatriato in genere decide di andare in un luogo diverso dalla sua terra natia, di fermarsi per un po’ o per sempre, di fare impresa o carriera perché ha alle spalle solidi studi e competenze, un bagaglio linguistico appropriato, una capacità che, nel suo Paese, non riesce ad esprimere appieno e, per questa ragione, cerca opportunità altrove. I cosiddetti “cervelli in fuga” sono espatriati, ad esempio. Gli emigrati o immigrati in genere non “decidono” di andare via: sono costretti. Per necessità, mancanza di lavoro, guerre o persecuzioni, situazioni sociali disagevoli. Spesso sono persone non più giovanissime, con uno scarso bagaglio linguistico, che si adattano a qualunque cosa pur di lavorare. Ma anche ex imprenditori, ex professionisti, ex dirigenti, ex professori, tutti ex qualcosa di importante e altisonante che, magari, non sono riusciti a stare al passo coi tempi e aggiornarsi o hanno semplicemente perso il loro lavoro.

Arrivano generalmente a ondate, a seconda delle crisi che si verificano periodicamente. Per prima cosa cercano l’appoggio dei connazionali che sono giunti con l’ondata precedente, che si sono stabiliti in questi luoghi da tempo e che hanno, quindi, più familiarità con la burocrazia locale e con la lingua. Accettano di fare lavori anche lontanissimi dal loro background, molto spesso nelle cucine dei ristoranti, che tanto lì non si deve parlare col pubblico. Sono lavapiatti o pizzaioli improvvisati, tuttofare, runner, gente di fatica: dodici o quattordici ore di lavoro sottopagate e poi, con la schiena e i piedi a pezzi, via in camera, spesso condivisa, a dormire per ricominciare il giorno dopo. Il capo è un connazionale che ci è passato prima di loro, quindi niente lamentele altrimenti… c’è la fila là fuori. Il giorno libero, quando c’è, si passa a vagare per le strade, ad ascoltare le voci tentando di riconoscere suoni familiari e magari fermarsi a fare due chiacchiere. Poi a letto presto, che domani ricomincia la fatica.

Dopo qualche anno così, gli emigrati riescono a spiccicare qualche parola nell’idioma locale, più per imitazione passiva che per reale comprensione. Se hanno avuto abbastanza fortuna e un lavoro stabile, in genere si fanno raggiungere dalla famiglia, quando c’è, e mandano i figli a scuola. Saranno loro i veri maestri, i loro interpreti dal medico, dall’avvocato, al comune, saranno loro quelli che riusciranno a integrarsi quasi subito. Benedetti i bambini! I genitori, se saranno stati bravi e parsimoniosi, avranno messo un piccolo capitale da parte e decideranno di aprire una loro attività. Un ristorante, perché no? E finalmente saranno padroni di qualcosa, anche di assumere connazionali emigranti, di sottopagarli e di sfruttarli che tanto è così che va, niente lamentele, ci sono passati tutti.

Questo accade, ogni giorno, in diverse parti del mondo. Non sto parlando di nord africani o mediorientali che arrivano, quando arrivano, coi barconi. Sto parlando di noi, noi Italiani, con le nostre belle valigie comprate dai cinesi, il nostro biglietto aereo low cost, il nostro orgoglio e il nostro retaggio, la nostra cosiddetta superiorità culturale. Il mondo è una giostra, che gira e gira, e ciò che vediamo è sempre lo stesso carosello. Gente che sale, gente che scende, avanti un altro che c’è posto. Siamo emigranti in fuga anche noi, facciamocene una ragione.

Ora, già lo so che ci sono le dovute eccezioni, ma è proprio per il fatto che ci sono che tutto il resto appare così mastodontico. Eppure si continua a tenere gli occhi maledettamente chiusi, si continua ad avere lo stesso atteggiamento arrogante di chi si sente superiore, di chi dice no, a me non accadrà niente del genere. Poi capita. E non serve a niente la tua laurea presa col sudore della fronte dei tuoi genitori, laurea accantonata perché, se non appartenevi a una lobby, se i tuoi non hanno leccato abbastanza i culi di qualche santo in paradiso, se non hai avuto a suo tempo la lungimiranza, la fortuna, il tempismo di inserirti nel giro giusto, hai solo sprecato tempo e soldi. Non serve a niente, sei fuori, out. I lavori che hai fatto, l’esperienza accumulata, sono solo belle parole scritte su un curriculum che nessuno legge più. C’è crisi, guys, ti tocca emigrare. E tutto quello che mai avresti fatto nel tuo Paese, tutto ciò che consideravi umiliante, sei disposto a farlo adesso, in un altro posto, dove nessuno ti vede e ti giudica.

E allora, mi domando, perché stiamo lì a discutere degli emigranti che sbarcano sulle nostre coste, che ci rubano il pane da sotto i denti, che si appropriano di un lavoro che ci spetta di diritto? Quello stesso lavoro che non vogliamo fare, non qui sotto gli occhi di chi ci conosce? Aria fritta. Gira la giostra, gira, e siamo tutti uguali. La livella non comincia il suo lavoro solo sotto terra.

 

#Precari in cerca di casa [La mia vita in Germania]

bambini-terraQuando si emigra si ha come la sensazione di essere lanciati nello spazio in una capsula del tempo: un tempo fermo. Le lancette dell’orologio, il calendario, il metabolismo, tutto rimane tenacemente ancorato a quell’attimo che precede la partenza, come se fosse il perno cui fare ritorno nel caso ci si dovesse perdere. È un perno forte, sono le nostre origini e, per quanto ci spacciamo per grandi avventurieri, difficilmente vogliamo dimenticarle.

Mi capita di parlare con molti italiani qui in Germania. Anche perché non conosco il tedesco, e le barriere linguistiche di certo non favoriscono l’integrazione. Ma ci sono italiani che stanno qui da vent’anni, e queste barriere non le hanno ancora superate: non parlano il tedesco, si rifiutano. Conservano intatto il loro dialetto, lo tramandano ai figli che nasceranno qui, in terra straniera, figli che cresceranno convinti di essere bilingue e che la loro patria sia l’Italia. Un’Italia che, in realtà, non li conosce e non saprà mai quanto sia desiderata. Una patria che ha rifiutato i loro genitori e che respingerà anche loro, come un’amante che fa la preziosa. Si crea quindi una comunità ibrida, che si auto ghettizza per sopravvivere dimenticando di vivere. Questo accade agli italiani di Germania, e non conta da quanto tempo siano qui. Sono tutti chiusi in quella capsula, ricordate? Li incontri a gruppi, nei ristoranti, per strada, nei negozi. Li riconosci per quello sguardo liquido, colorato, acuto, indagatore, uno sguardo vivo ma malinconico. Sono tutti qui “per un po’”, se lo ripetono da quando sono arrivati. E magari è trascorsa più della metà della loro esistenza. Guardano in TV i programmi italiani, sono ipercritici coi politici, ascoltano Ramazzotti e Tiziano Ferro e hanno nostalgia del mare. E magari vivevano a Vigevano.

Il fatto è che noi nasciamo “peninsulari”, circondati dal mare. Lo respiriamo insieme al latte di nostra madre, ci arriva coi venti dell’est e dell’ovest, ne abbiamo i pori impregnati come i marinai di lungo corso e come questi sogniamo di tornare al nostro porto, un giorno o l’altro. Credo che questa nostalgia si percepisca più forte qui in Germania, e credo dipenda dal fatto che sia così vicina “fisicamente” all’Italia eppure così lontana strutturalmente e culturalmente. La vicinanza geografica non ci permette di staccare completamente il cordone ombelicale della terra natìa, cosa che è di certo più naturale, seppur dolorosa, in paesi extra europei.

Le donne italiane emigrate in Germania tornano “a casa” almeno una volta l’anno. Tornano per andare dal parrucchiere, per comprarsi le scarpe e i vestiti, per fare provviste di storie da raccontarsi la sera, quando fa buio presto. Gli uomini italiani emigrati tornano “a casa” per esibirsi, per mostrare ai parenti l’auto nuova, il portafogli gonfio, per offrire generosamente al bar o al ristorante e scuotere la testa per tutto ciò che in Italia ancora non va. Loro tornano per godersi l’Italia come mai hanno potuto fare in passato.

Mi chiederete “ma come fai a dire tutto questo dopo pochi giorni che sei lì?” Vero. Come è vero che ci sono le dovute eccezioni. Ma sono una viaggiatrice da sempre, e sono una scrittrice. Quindi osservo e vado oltre le apparenze. E ascolto, con molta attenzione. Io sono qui “per un po’”, davvero, non ho l’esigenza di integrarmi, e paradossalmente mi sento a mio agio, libera di muovermi, conoscere, cogliere opportunità. Il mio stare qui non è per sempre. Bisogna essere distaccati dalle cose per poterle valutare…Poi ci sono i giovani italiani (le eccezioni), quelli sotto i trent’anni (che già a trentuno l’imprinting italiano è troppo profondo), ancora troppo freschi di vita per esserne sazi, che cercano di approfondire la vita tedesca, di capirne i meccanismi reali, di adeguarsi. E ci riescono anche. Parlano tedesco, hanno amici tedeschi, vanno al cinema, a teatro, ai concerti. Ma non perdono la loro italianità. Sarà quel profumo di mare che sta nella pelle?

L’italianità. Quello che i tedeschi amano di noi. Quello che noi disprezziamo di noi stessi e che ci fa fuggire per poi averne nostalgia quando siamo lontani. Il perno cui siamo ancorati. Sempre lì si torna… Che gente strana siamo. Unici, irripetibili, pazzi creativi, fantasiosi artisti della vita, appassionati, belli, istintivi, precari a vita, pescatori di illusioni. Dicono che oggi – lo dicono i giovani, e non solo – identificarsi con una patria sia sbagliato, e anche io penso sia così. La patria è un concetto ormai antico, passato, sepolto sotto cumuli di nefandezze politiche, sociali, economiche. Lasciamo la patria ai nostri nonni e bisnonni, che hanno fatto la guerra e sono morti per lei. Ma la terra, la zolla che per prima si è impregnata dei nostri umori e ci ha restituito il suo odore mescolato al nostro, è a lei che vogliamo tornare. Che lo diciamo o lo sussurriamo, quello è il porto finale. Quella è casa.

Biglietto di sola andata

indexHo viaggiato molto nella mia vita, e sono stata fortunata. Ricordo ancora il periodo in cui, come agente di viaggio, partivo due o tre volte l’anno a scoprire mete che poi avrei raccontato ad altri sognatori. Ricordo che a quei tempi (non c’era ancora stato l’11 settembre), ogni viaggio prevedeva un biglietto andata e ritorno. Anche i miei. Non è che non si potessero acquistare biglietti “one way”, ma costavano, e tanto… Come se ci fosse una sorta di complotto che accomunava tutte le compagnie aeree: “E che non vogliamo farli tornare? Cerchiamo di dissuaderli in partenza!” Eppure qualcuno lo faceva il biglietto di sola andata. Certo dopo averci pensato bene, magari per mesi, risparmiando, sudandosi quelle lire una per una. Chi comprava un biglietto “one way” aveva le dita che tremavano, e pure la voce, quando tirava fuori il portafogli.

Oggi i biglietti di sola andata costano poco. Forse le compagnie aeree hanno capito che è meglio lasciarle circolare le persone che tenerle chiuse, costrette. Il desiderio di libertà, la globalizzazione… difficile tenere a freno i flussi degli esploratori. Eppure… per la prima volta ho acquistato un biglietto di sola andata, e le mani hanno tremato lo stesso. E non per il denaro.

Credo che dipenda dal significato. “One way”, una direzione, nessun ritorno. Che non significa non tornare più. Significa posticiparlo a data indefinita. Significa non voltarsi subito per aggrapparsi a ciò che abbiamo di certo, e che spesso rende più sereno il viaggio. Un biglietto di sola andata è un tuffo nel vuoto, e fa paura, non facciamo gli ipocriti. Penso a tutti quei giovani, magari ventenni, che partono perché “c’è la crisi”, “non ci sono opportunità”. Sì, è vero. Ma a vent’anni quale sforzo hai fatto nella vita per poter affermare che “fuori è meglio”? Ma sì, vai, viaggia, esplora il mondo, impara, fai esperienza. Poi torna però, almeno per un po’, a raccontarcela questa vita che hai vissuto, a farci vedere le tue rughe e a tramandare ai figli che verranno il tuo valore aggiunto.

Io l’esperienza l’ho fatta qui, ne ho trasmessa tanta, senza mai allontanarmi se non per godermi il viaggio. E adesso, nel mezzo del cammin della mia vita, posso anche lagnarmi della crisi e della mancanza di opportunità, e cercarle altrove. Comprare un biglietto aereo one way, tremare un po’, strappare le mie radici profonde, e guardare avanti con sguardo sereno. Non giù, nel vuoto.

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via.

[Cesare Pavese – La Luna e i Falò]

Il profumo dell’#Italia in valigia – Manuale di sopravvivenza per #CervelliInFuga (e le loro madri)

“Noi madri, nutrici per sempre, sappiamo che dal seno alla tavola i nostri figli saranno legati a noi attraverso le suggestioni dei profumi e dei sapori. Una sorta di allattamento costante.”

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Questa frase fa parte della sinossi del libro “Il profumo dell’Italia in valigia“, ma è anche un po’ la spiegazione del perché ho DOVUTO scriverlo. Da alcuni anni ormai i nostri figli abbandonano letteralmente l’Italia, vuoi per fare nuove esperienze vuoi perché la crisi economica li costringe ad andarsene. Sono cicli che si ripetono, ma forse noi madri di oggi non eravamo preparate (e neppure i padri…). Non siamo reduci da una Guerra Mondiale (sarà poi davvero così? Diciamo non in senso letterale…), ma questo è un fatto: le famiglie si sgretolano, si dilatano, le loro radici si propendono in altri luoghi, altri territori, si incuneano in altre zolle e lì fanno germogliare nuovi frutti. Cosa accade però quando i nostri figli vanno via? Siamo sinceri, è straziante!

A me è capitato, e ho provato a reagire a modo mio. Non ho rinunciato al legame con mio figlio, ma ho pensato che questo distacco potesse essere un’opportunità di crescita per entrambi, un secondo svezzamento.

Dalle conversazioni via skype con lui, dall’ansia per la sua salute, una frase ricorreva, sempre: “Cosa mangi?”. E allora ha preso forma questa sorta di diario, piuttosto ironico direi, dal quale traspare tutto, sentimenti compresi, e nel quale ho trascritto alcune delle ricette semplici e a basso costo che ho inviato a mio figlio. Perché la crisi economica va combattuta con ogni mezzo, senza però dimenticare il buono che la nostra terra ci ha regalato. E la cucina è una di queste cose buone.

Mi ha aiutata in questa nuova avventura libresca James Califano, un nostro figlio che si trova laggiù, in Australia, e che sta portando avanti “in loco” un progetto artistico-culinario (ItaliansDownUnder) col NOMIT. Ma è tutto ben spiegato nel libro. Ah! La cover è sua (disegno originale) e anche i disegni in appendice. Bellissimi!

Buona lettura e buon divertimento!

N.B. Presto su tutti gli store online nella versione digitale. La versione in brossura è ordinabile dal sito dell’editore (ancora qualche giorno, abbiate pazienza…)

cover_1875x2500  Titolo: Il profumo dell’Italia in valigia

Autore: Cetta De Luca – con James Califano

Editore: Alkemia Books

Qui la versione eBook