Perché ogni Natale è Natale, è Natale, è Natale…

In questi giorni di festa ci soffermiamo un po’ di più sulla parte umana di noi, quella che ci fa cercare gli affetti, quella che rifugge la solitudine, quella che ci fa accogliere e accorciare le distanze. Forse accade perché abbiamo più tempo a disposizione, forse accade perché siamo animali sociali che tendono a riunirsi, a stare insieme, a fare gruppo, che se ci si stringe forte si sente meno freddo.

Io non lo so cos è, non ho mai avuto una particolare passione per le festività natalizie, però non mi sono mai sottratta al richiamo della famiglia e, puntualmente ogni anno, mi trovo a riflettere su quesiti filosofici che, ancora oggi, non trovano risposta (se sono ancora qui a parlarne…)

Cosa resta di noi? Diciamo che questo primo Natale senza Mariù è stato un banco di prova notevole. Cosa c’era di lei? Praticamente tutto, dalle figlie ai nipoti, dal cibo all’abbondanza. Forse è mancato il burraco, non lo so, ho abbandonato prima.

C’era quel posto vuoto, quella eco di voce, quell’immagine viva negli occhi, quindi è questo che resta di noi, la sensazione fisica di esserci sempre come parte di qualcosa che, se siamo bravi, si tramanderà nel tempo in coloro che verranno, una storia che si sommerà alle altre storie future. Lasciamo tracce anche quando non ne siamo consapevoli, forse soprattutto in quei momenti, come un bel libro scritto con sincerità. E lì ci riconosciamo.

Leggera passerò nella tua vita,
e lascerò una scia
più spessa di un filo di fumo,
più sottile del solco che lascia l’aratro
quando penetra l’anima della terra
facendola sua.
Io sono
nuvola di emozioni instabili
e mi muovo nel vento.
Una traccia rimane
che sa di aria e di sole
di radici dissodate
di zolle pregne e grasse d’umore.
È l’essenza di me
che permane,
se solo l’avrai colta
mentre leggera
passava nella tua vita. [cdl 2017]

And now… music! E Buone Feste a tutti.

 

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Cetteide Revolution #cp1 The beginning

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Agosto 2016, la rivoluzione ha inizio.

“Mamma, torno giù!” Ovviamente “giù” significa Italia/Calabria/Sud, significa tornare a casa dopo l’esperienza tedesca, significa andare da mia madre. Che non sta bene, quindi mi prenderò cura di lei. Sì, è vero, ci sono anche le altre sorelle, ma io sono la più grande, no?

“Meno male, così mi fai compagnia… ci dormi nel letto grande con me?” Ogni volta la stessa richiesta e ogni volta devo gentilmente declinare l’invito. “Mamma, no.” Più gentilmente di così non posso, non con lei.

Mamma sta male sul serio, cioè non si tratta di un disturbo dell’età o qualcosa che si cura con il cibo e qualche pillolina. Per fare l’esame diagnostico l’hanno ricoverata in una clinica convenzionata, la stessa dov’è nata mia sorella trentotto anni fa, e non è che sia poi cambiata di molto. Giusto il reparto diagnostico.
“Cetta, non hai capito, ce l’ho dovuto dire io a quella scippecchiante come doveva pulire. Che pensava di cavarsela con una leccatina di gatto!” “Ma in che senso gliel’hai detto tu?” “Mi sono alzata, le ho preso lo spazzolone dalle mani e le ho fatto vedere il battiscopa. Lì, vedi? Le ho detto, lì devi strofinare. S T R O F I N A R E! Che quella è straniera e non mi capiva.” “Ah, quindi per questo hai urlato, così ti capiva meglio…”
“E certo! Che io me la so cavare, che ti credi. Poi non ti dico che mi hanno fatto mangiare… gli ho detto che quel brodo lo potevano dare alle galline!” Il fatto è che mia madre è rimasta ancorata a un’idea degli ospedali del Sud, in cui il catering è un optional, nel senso che qualunque sia il menu prescritto dal medico e fornito dalla mensa, il cibo lo portano i parenti da casa. “Sì mamma, ma tu non puoi mangiare come ti pare. Ti hanno fatto una colonscopia.” Mi ha guardata di traverso. “E allora? Proprio per questo, no?” Fine della discussione.

Mamma sta male, ma i pranzi domenicali, i pranzi estivi con i nipoti e le figlie, i pranzi insomma non possono mancare. Così si curano le malattie da noi, con la vita che scorre sempre uguale, con i riti immancabili, con la famiglia che ti gira intorno. E agosto è stato così giù in Calabria, una girandola di parenti in visita e una grande attrice che entrava in scena ogni volta. Specie al telefono.
Io e lei in macchina, di ritorno dalla gelateria in riva al mare dove ci siamo strafogate un gelato artigianale strepitoso. “Sicura che potevi mangiarlo?” “Ma figurati! Sto benissimo…” Squilla il suo telefono. “Pronto? Eh, cià, eh…” immaginate il respiro un po’ affannato e la voce spezzata, “eh… come va… così… un po’ bene, poi i dolori, eh… speriamo il Signore mi aiuta… eh no, non ci voleva proprio…” E così via per una buona decina di minuti. La guardo sconcertata al termine della telefonata. “Mamma! Mi spieghi perché fai così? Prima sei tutta pimpante e poi con gli altri insceni questa farsa? A che scopo?” “Perché gli altri non lo vedono, il male, e allora non ci credono. Tu glielo devi far capire…”

C’è tutta la tradizione della tragedia greca dietro queste parole, c’è il lamento delle prefiche ai funerali, c’è la teatralità passionale delle donne del Sud, ma c’è soprattutto una verità assoluta: gli altri non lo vedono il male, quindi non ci credono. E se vuoi supporto, se vuoi simpatia, se vuoi aiuto, devi mostrare la tua sofferenza, il tuo dolore, la tua fragilità. Il fatto è che sta per accadere qualcosa, qualcosa che né io né lei potevamo prevedere: sto per entrare in scena anche io.

Se ti è piaciuto questo primo episodio delle nuove avventure di Cetteide commenta pure qui sotto e continua a seguirmi per conoscere il seguito. “Sfogliando” il blog potrai trovare una pagina dedicata alla prima raccolta della serie… Buona lettura!