A scuola di #futuro

il futuro

Certe cose vanno scritte a mente fredda, quando le ore passate creano quel distacco necessario a vedere tutto con lucida obbiettività. E obbiettivamente la due giorni romana di “Caro futuro ti scrivo” è stata un successo. Un’esperienza talmente densa che farne un asettico abstract sarebbe come farsi raccontare un film dalle quattro righe di recensione di un quotidiano. Ma che caspita, da scrittrice riuscirò a trasmettere qualcosa di più, o no? Ci provo.

L’attesa può essere lentissima o velocissima, una moviola che ciascuno fa andare a piacimento. Io mi sono occupata della parte organizzativa dell’evento, e la mia attesa è stata quella di chi ha davanti a sé tutti i tasselli del puzzle e aspetta l’ora X affinché il disegno, per magia, si componga. Come sempre. Ogni evento che ho organizzato nella mia vita, che fosse il convegno medico internazionale o la presentazione dell’Aprilia Dorsoduro, lo spettacolo teatrale o la presentazione di un libro, fino a un attimo prima non sapevo mai cosa poteva accadere. Ma io ho i muscoli allenati, so scattare quando serve. E il tempo dell’attesa è stato colmato dagli arrivi alla spicciolata dei relatori, da Londra, da Parigi, dalla Romagna, volti e voci quasi sconosciuti, immagini virtuali che, di colpo, diventavano reali, almeno per me. Per due giorni avrebbero parlato di FUTURO e, nel momento dell’incontro, ho avuto la sensazione tangibile che il futuro fosse davvero molto PRESENTE.

attesa

DAY ONE – Prima di tutto si è fatta filosofia. Mauro Sandrini, chief della SelfPublishing School, committente, pensatore, ideatore dell’evento, ha condotto e orchestrato un’affollata conferenza al Caffè Letterario, con due ospiti d’eccezione: Carlo Infante e Gino Roncaglia. Ora, per chi non sapesse di cosa si occupano i signori suddetti, ne può trovare notizia qui per Carlo e qui per Gino, ma averli entrambi lì, vi assicuro, è stato un bel vedere e sentire. Il titolo della conferenza era “Scrivere per lavorare, lavorare per vivere” e le tematiche affrontate sono state molte, tutte volte ad analizzare il mestiere della scrittura, ciò che era e ciò che probabilmente sarà. Interessante scoprire che il primo blog concepito come lo vediamo oggi (blog è l’acronimo di web-log, un diario virtuale, in pratica) non è stato americano ma, per una volta, italiano, e che risale alla fine degli anni ’90, dopo la codifica del software fatta da Dave Winer. Ma prima del blog, che permette a chiunque di scrivere di qualunque cosa, c’erano i giornali, le riviste, persino i volantini (Carlo Infante ci ha raccontato delle sue esperienze ai tempi di Lotta Continua), e ogni ambito richiedeva (e richiede) una scrittura diversa, una diversa forma di comunicazione. La scrittura agisce, collaborativa, creativa, trasversale. Ed ecco che diventa social, con l’utilizzo di twitter e dei social reading, ma anche qualcosa in più. Molte sono ormai le testate giornalistiche che si avvalgono di blogger per fare informazione (Huffington Post, Il Fatto Quotidiano) e che, pur con tutte le polemiche che nascono per le “collaborazioni gratuite” (il lavoro si paga…), sono una palestra straordinaria per chi vuol scrivere per mestiere e consentono di acquisire un pubblico diversamente impossibile da raggiungere. L’invito di Gino Roncaglia è stato lo slogan di “Caro futuro ti scrivo”: Non si vive di scrittura se non si vive di lettura. Perché le statistiche sui lettori italiani sono davvero indecenti, ma quelle sugli scrittori fanno accapponare la pelle.

Carlo Infante, Mauro Sandrini, Gino Roncaglia

Carlo Infante, Mauro Sandrini, Gino Roncaglia

La festa è il momento dell’aggregazione, e a Caro futuro la festa si fa prima del workshop, perché in questo modo ci si conosce fuori dagli schemi, si fa comunella, si creano le amicizie, magari. Dopo la conferenza siamo andati allo “Spazio Informale”, un luogo ricco di fascino in via dei Cerchi, nel cuore della Roma antica, davanti al Circo Massimo. Oltre duecento persone si sono date appuntamento, invitate da Cronache Letterarie e dalla splendida padrona di casa Tiziana Zita, per parlare di libri, scambiarsi libri, raccontarsi, raccontare, mangiare, bere, ascoltare musica. Volti noti, meno noti, sconosciuti, poco importa. Importante è stata la passione che accomunava tutti: i libri.

La festa di Cronache Letterarie

La festa di Cronache Letterarie – In primo piano il regista Gerardo Lamattina

Una piccola parentesi dedicata al clima. Roma è stata magnifica nell’accogliere tante persone venute da ogni dove per questa due giorni di eventi. Il sole ci ha accompagnati costantemente. Solo la notte ha lasciato il posto alla pioggia, così, come per lavare bene i sanpietrini.

Una grande parentesi invece è dedicata a Gerardo Lamattina, perché le cose o si fanno alla grande o non mi interessano. Questa due giorni ha avuto un regista straordinario, Gerardo appunto, che ha filmato tutto, ma proprio tutto, compreso il dietro le quinte e la marcia di avvicinamento a Roma. Ne verrà fuori un film che, sono certa, vi appassionerà tutti. Vi informerò quando sarà pronto.

DAY TWO – Il secondo giorno si è lavorato. Il workshop è stata una full immersion nei segreti della scrittura comunicativa. Ma cosa significa? Signori…significa che, per far sì che la mia scrittura divenga un lavoro, devo farmi leggere, devo arrivare al pubblico. E questo non serve solo agli scrittori/narratori, i quali ovviamente hanno bisogno di lettori altrimenti che scrivono a fare? Questo serve anche ai giornalisti, magari free lance, serve ai copywriter oggi che l’idea di pubblicità è così cambiata, serve ai professionisti in ogni ambito che possono con la scrittura divulgare la propria esperienza e trovare committenti. E questo circuito alimenta altre professionalità che possono trovare nuova linfa per il proprio lavoro. Penso ai grafici, ai correttori di bozza, agli editor, ai traduttori. Durante il workshop di Caro futuro ti scrivo noi abbiamo cercato gli strumenti per realizzare il nostro percorso personale. Al mattino abbiamo ascoltato i nostri relatori. Al pomeriggio li abbiamo spremuti come limoni.

carofuturo

Mauro Sandrini ci ha aiutati a capire “cosa” nella nostra storia personale può essere interessante raccontare, perché unica, perché ha un suo pubblico di riferimento, perché interessante. Una frase che ha detto ha fatto breccia in modo particolare nel cuore di molti: “Quando anche hai finito le risorse ma hai un foglio, una penna e le competenze, puoi ricominciare dalla scrittura.” Perché è vero, scrivere non è un mestiere dispendioso, non servono capitali per cominciare. Serve la passione e la competenza, quello sì.  

Elisabetta Ambrosi (Il Fatto Quotidiano, Vanity Fair, etc etc) ci ha spiegato che un giornalista free lance opera una scelta di libertà unica, sicuramente più difficile, ma che ripaga abbondantemente sia in termini remunerativi che di soddisfazione personale. E ci ha detto che anche i blog sulle testate giornalistiche sono utili, anche gratis, perché c’è uno scambio che porta vantaggi a tutti e perché quando nessuno ti conosce hai bisogno di un volano per cominciare. Ci ha raccontato che un giornalista digitale oggi è multimediale e multicanale, utilizza il web per creare e “sta nel flusso” a raccogliere i contenuti e farne un prodotto modulare. In pratica il web e gli eventi real forniscono la materia prima su cui scrivere e il giornalista free lance “costruisce” un pezzo modulare che può essere inviato alle diverse testate per la pubblicazione.

Alessandro Bonaccorsi ci ha raccontato come il suo libro/racconto sull’illustrazione (lui è un illustratore e grafico) gli ha fatto trovare nuovi clienti. Perché? Perché non si tratta di un manuale, ma della sua storia, della sua esperienza tangibile, la narrazione del suo percorso professionale con immagini e piccole lezioni pratiche che rendono la lettura agile anche per chi illustratore non è, ma, magari, può diventare appunto un cliente.  Perché un libro deve contenere un’anima per attrarre, non basta solo il bel vestito. Lui si definisce “Giardiniere dell’immaginario”. Se volete entrare nella sua serra potete leggervi “Illustrazione – L’immaginario per professione”, che non è un saggio, no davvero.

Matteo Pezzi ci ha insegnato a gestire il nostro tempo. Questo è stato forse l’intervento più incredibile. Perché Matteo è giovanissimo, appena ventitreenne, eppure ha una testa che funziona alla grande. Perché lui ha scritto un libricino in cui analizza i “tipi di scrittori” e come questi utilizzano gli strumenti tecnologici facendosi, il più delle volte, fagocitare da loro. Perché ci ha raccontato che spegnere il cellulare non ha ancora ucciso nessuno. E tante altre cose. Se volete ridere, sorridere e darvi le manate sulla fronte trovate queste perle di saggezza in “Scrivi, c’è tempo”.

Luna Margherita Cardilli e Roberto Pasini li voglio raccontare insieme, per diverse ragioni. Primo, perché erano gli “stranieri” del gruppo (nel senso che venivano da Londra e Parigi, ma sono eccellenze italianissime, cervelli in fuga, per capirci). Secondo, perché loro si occupano di due settori importantissimi per chi scrive: LA PROMOZIONE. La gentil donzella cura l’ambito dei social network e il gentil donzelletto si occupa di “siti web”. L’esortazione “forte” è venuta da Luna: “Voi siete scrittori? E allora perché non ci scrivete sui social?” Pare un’assurdità, visto che non facciamo altro, ma non è così. Perché come ci scriviamo è diverso da cosa ci scriviamo su questi benedetti social. Per portare avanti un progetto bisogna andare, ad esempio, su Facebook (dove ci sono praticamente tutti) e scoprire come i lettori comunicano, interagire con loro, senza “ansie da prestazione”. Twitter ci fa conoscere ad un pubblico “esperto” che diventerà il nostro miglior PR se sapremo coinvolgerlo. Rendere il nostro romanzo “reale” avvicina la gente (a proposito, geolocalizzerò Colui che ritorna su Foursquare, e rubatemi pure l’idea!). Creare contest letterari è uno strumento straordinario di coinvolgimento (Twitteratura su twitter o Hamlet2.0 su FB per recitare sono esempi incredibili). La potenza delle immagini, l’immediatezza attrattiva sono ciò che fa aumentare la visibilità anche nei motori di ricerca. E poi c’è il blog (o il sito). Roberto ci ha detto che non ci sono regole precise per scrivere un post. “Scrivi quando hai qualcosa di interessante da dire”, questa è l’unica regola valida, e attenzione alla sovraproduzione. Aforisma del giorno SCRIVETE DA UBRIACHI, PUBBLICATE DA SOBRI, e mi pare un ottimo consiglio. Uno scrittore deve avere un sito, un blog. Quella è la sua casa, il luogo in cui si sente a suo agio, è sé stesso, dove invita le persone ad entrare e gli racconta chi è e cosa fa. E allora questo sito deve essere accogliente, curato, deve avere una personalità. E poi c’è il discorso della newsletter, delle email. Quando anche i social scompariranno le email resteranno. Ci sono percentuali altissime di abbandono da parte di chi ci segue via email, ma quelli che restano saranno fedelissimi. Bisogna averne cura, loro sono il nostro passaparola più efficace. Regaliamo loro contenuti sempre nuovi, magari un libro o un’anticipazione del prossimo. Se lo meritano. E soprattutto non facciamoci prendere dall’ansia per le curve di coinvolgimento e visite al nostro sito. Sono importanti, è vero, ma più importante è capire quale obbiettivo hanno i visitatori. Perché un post ha avuto tanti click e un altro no? Cosa ho scritto di diverso? Ecco, cerchiamo di capire questo e agiamo di conseguenza.

Il pomeriggio, in gruppi ristretti, abbiamo lavorato a rotazione con ogni relatore sui nostri progetti individuali. Una sorta di speed-date, mezz’ora per relatore, poi Mauro Sandrini scuoteva il campanaccio e via, cambio! Ottimo esercizio di concentrazione e gestione del tempo. Dopo una giornata di lavoro così intensa abbiamo concluso in bellezza alla libreria Altroquando, a due passi da Piazza Navona, per la presentazione del libro di Alessandro Bonaccorsi, una presentazione con tanta gente, cosa rara ormai.

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Che dire di più. Ogni volta che si realizzano incontri così, per me, è come una sbornia di emozioni (quanta retorica!). Faccio il pieno (e dai!). Sono satolla e trabocco energia (Cetta, non se ne può più…). Però è così. A volte chi scrive si sente solo, anzi, molto spesso. E accorgersi che non è così, che si può condividere anche un sogno, amplifica le nostre percezioni, ci arricchisce, ci fa guardare oltre lo schermo del pc o il bordo del foglio bianco. In due giorni abbiamo proiettato i nostri desideri verso un futuro possibile e abbiamo cominciato a costruire i mattoni per edificarlo. Buona fortuna, a tutti, è stato bello conoscervi!

P.S. Se questo post ti è piaciuto sarebbe davvero carino che lo condividessi. Io ti regalo due ricordi di Caro Futuro: il tweetbook (qui) e lo Slidely (qui, c’è una colonna sonora pazzesca). Se poi ne hai voglia commentalo qui sotto. Al prossimo!

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Questo è “L’anno che verrà”

Dalla

Non so, e neppure me lo chiedo in realtà. Non so come tutti gli altri lo percepiscano questo tempo strano che stiamo vivendo. Non so come le persone affrontino i cambiamenti volontari o obbligati che la vita propone. Io lo sento “diverso” questo anno, forte, e nonostante tutto, questa cosa mi eccita come non mi accadeva da anni ormai. Avverto quella sorta di turbamento adolescenziale che mi faceva svegliare al mattino col sorriso sulle labbra. Perché avevo sognato con la convinzione che il nuovo giorno mi avrebbe fatto realizzare quel sogno. Oggi che sono cresciuta e che ho i piedi ben piantati per terra, trovo questo fatto straordinario, una spinta emotiva verso il domani che è un processo irreversibile.

foto-figliGià qualcosa si è mosso verso il cambiamento. I miei figli stanno affrontando la loro avventura della vita lontano da me. Salutarli non è stato semplice, ma ogni madre prima o poi lo stacca quel cordone ombelicale e si proietta, come una freccia invisibile, in altri dove e in altri quando, là dove quella parte di sé che sono i figli decideranno di mettersi in gioco.

Poi c’è la scrittura, e tutto ciò che la comprende e le fa da contorno. Un nuovo romanzo pubblicato con DuDag (qui), la partecipazione a una nuova raccolta poetica di Perrone (stavolta ospite di Dacia Maraini…però!), un viaggio in Cile per parlare delle nuove frontiere dell’editoria (grazie a La Mano de Monja), un romanzo terminato e in attesa di destinazione (Anna è nata, ricordate?), il primo libro tradotto in spagnolo, le iniziative fieristiche e festivaliere del gruppo NBA, e, tra pochissimo, l’evento al quale tengo in modo particolare, Caro futuro ti scrivo, che sarà un po’ la sintesi di tutto questo percepire, la possibilità di toccare il cambiamento in atto e di plasmarlo a modo mio.

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E ancora ci sono le interviste radiofoniche (Radiopatik, qui il podcast), la partecipazione a Stillae, e il lavoro, e gli incontri e le tante letture, e tutto un mondo che da piccola immaginavo e desideravo, e che sembrava così irraggiungibile… Ci sono tante cose che non vanno nel microcosmo (che poi così micro non è o non dovrebbe essere) della cultura, in realtà, e forse è per questo che le cose belle spiccano di più, come un papavero in un campo di grano. Diciamo che in questo momento ho lo sguardo focalizzato sul colore rosso, e sto facendo di tutto perché non venga sommerso dal giallo uniforme che lo circonda. Sto ritrovando il gusto dell’ottimismo, un sapore antico e perduto che però si ricorda, con la stessa nostalgia e la stessa passione con cui ripensiamo a un amore bello.

Nata in una casa di donne, libreria Caffè Letterario - Roma

Nata in una casa di donne, libreria Caffè Letterario – Roma

L’anno che verrà è già qui, tra un anno passerà e sarà di nuovo tempo di bilanci. Io mi sono preparata, a lungo, e posso dire con assoluta certezza che, per quanto si possa essere pronti, con tutti i compitini fatti, il bello di quello che sarà sta nel sorprendersi, ogni giorno, e buttarsi nel futuro senza paura. Sia quel che sia.

Ricominciare dal futuro

Immagine presa da qui

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Ricordo che anni fa, a chi mi chiedeva dove avrei voluto vivere, rispondevo sempre che mi sentivo cittadina del mondo e che sarei stata bene ovunque purché il luogo suscitasse la mia curiosità. Poi la vita e gli eventi mi hanno portata ad essere pressoché stanziale e ho saziato la mia fame di conoscenza viaggiando. E tornando, sempre. Perché c’era un motivo per tornare. E poi diciamolo chiaramente, non è così semplice decidere di andarsene, sradicarsi dalle abitudini consolidate, da ciò che ci è familiare e ci da sicurezza e partire alla ventura. E allora si procrastina all’infinito. Poi accade che siano i figli a partire e allora ti ritrovi a fare i conti con una nuova realtà: non hai più scuse. I cambiamenti epocali nella nostra vita avvengono così, senza alcun preavviso. Ti ritrovi a fare i conti col fatto che ciò che fino a un attimo prima ti spingeva a fare determinate scelte, ad assumere determinati atteggiamenti, non c’è più e tu devi semplicemente decidere come occupare il tuo tempo, che ora, davvero, è solo tuo.

Io per ora sto ancora cercando di abituarmi al dolore del distacco, che non ha nulla di metaforico, ma è proprio uno strazio fisico, lacerante, che non so descrivere, ma che so inevitabile.
Poi, nei rari momenti di lucidità, penso all’opportunità di fare di questo tempo diviso un ponte per il futuro. Perché non sta scritto da nessuna parte che alla mia età la parola futuro non debba esistere. Penso che i tasselli di questo nuovo puzzle che il destino e la crisi mi hanno regalato siano una sfida nuova, per rimettermi in gioco e riprovare quel gusto estremo per il rischio e quell’incoscienza creativa che da giovane mi hanno fatto fremere e sognare. Con l’esperienza di oggi, chissà, magari ne coglierò l’essenza e mi innamorerò di nuovo dell’ora e subito, quel tempo presente che troppo spesso mi sfugge.

Potrei partire anch’io, raggiungere i miei figli come tappe di un nuovo percorso e poi andare a cercare il resto del cammino altrove, inseguendo il sole. Ho sempre desiderato vivere in un luogo senza inverno. E passerà questo lungo inverno che sto vivendo ora, passerà come i minuti e le ore e i giorni dell’attesa, passerà come i sogni inseguiti e abbandonati non perché non ci credevo più, ma per il fatto che i sogni degli altri erano sempre più importanti.
Passerà anche questa tristezza che mi avvolge e tornerà l’estate, e questo avverrà comunque, che io lo voglia o no. Resta questo tempo sospeso, da usare nel modo migliore.

Passato, presente, futuro

Immagine presa da qui

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Prendersi il proprio tempo a volte è un lusso, altre volte un privilegio, altre ancora un dovere. E lo devi fare, perché il tempo passa, e non è che poi lo trovi al supermercato della vita. Tanto meno al discount della crisi, quella dell’età di mezzo, che ti coglie alla sprovvista, spesso impreparata. Perché tu sei rimasta là, ferma agli anni a colori, e non ci stai ad accettare che esistono anche le sfumature. Per te tutto è ancora brillante.

Il tempo che hai è quello che ti è dato in dote alla nascita, e devi fartelo bastare, lo devi dosare, saperlo usare. Non lo puoi sprecare, che non ne avrai neppure in prestito. È l’unico patrimonio che non si può ricostituire, neppure con un colpo di fortuna. E non puoi incolpare il fisco, l’economia in crisi, il mal governo se ti sei impoverita. La responsabilità è solo tua.

Io non ho fatto altro che correre, in passato. Inconsapevolmente cercavo di guadagnare istanti, immagazzinarli, farne scorta per i momenti di magra. Dormivo pochissimo. Farlo per me era come rubare a me stessa, quindi mi avvantaggiavo sul mattino. Ho cominciato a rallentare coi miei figli. A loro ho regalato attimi per me preziosi e irripetibili e ho fatto, in cambio, scorta di amore. Ecco, quello è tempo ben speso. Ora rallento ancora, è inevitabile. Non lo controllo più il mio tempo. A volte mi sveglio la mattina e mi accorgo che un giorno è già passato, ho un giorno in meno da godere. Però la sera è dolce addormentarmi sapendo che ogni ora, ogni singolo istante, sono bene impressi nel cuore e nella mente. È questo il godimento della vita. Prendersi il proprio tempo e non dimenticarlo. Perché ne è valsa la pena.