La genesi delle mie storie. Le mie donne sapienti e i loro segreti.

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Ci sono uomini che, probabilmente, darebbero la vita per leggere anche una sola pagina di quel quaderno nero, quel diario proibito. Che la donna sia la custode dell’anima della Terra è fuor di dubbio: ha la forza necessaria a contenerla e intelligenza e astuzia sufficienti a distinguere la luce dall’oscurità e usarle per mantenere l’equilibrio cosmico. Perché, se assumiamo quale vero il concetto per cui non vi è bene senza male, non vi è luce senza buio, non vi è giusto senza sbagliato, allora dobbiamo per forza pensare che esista una via di mezzo, un punto d’incontro e di equilibrio che serve a evitare l’annullamento totale dell’esistenza stessa (Due forze uguali e opposte si annullano – Newton). Se la Terra fosse popolata da soli uomini, non avremmo speranza alcuna. Le donne, per fortuna, hanno da sempre avuto il gravoso compito di rimettere le cose a posto. Per questo nascondono un quaderno nero: come nelle leggende sulla stregoneria, certi segreti, certe dinamiche misteriose, certi rituali non possono essere svelati. Si tramandano di madre in figlia, di generazione in generazione, e ogni volta ciascuna donna aggiunge qualcosa di suo, la sua personale esperienza, e il sapere dell’ultima in ordine cronologico, contiene il sapere di tutte le donne che l’hanno preceduta.

Nei miei racconti tutte le protagoniste femminili sono donne sapienti. Sapienti perché “sanno”, perché non hanno bisogno di indagare l’animo umano, lo conoscono per istinto, un istinto che deriva, appunto, da tutto il sapere tramandato sin dagli albori della razza umana. Quale fardello! E quale straordinaria responsabilità. In Colui che ritorna la vera protagonista è Clotilde, una ragazza astuta, ribelle, forte, moderna, che ha solo un problema: vive in un’epoca sbagliata. Nel 1462 troppo forti erano i legami della società civile con la Chiesa oscurantista, cosa che ovviamente impediva una qualunque vera emancipazione, soprattutto per le donne. Quindi Clotilde è, in fondo, una precorritrice del femminismo. Lei sceglie di agire alla luce del sole, prende in mano le redini di una famiglia allo sbando, si getta a capofitto in attività imprenditoriali non consone a una donna dell’epoca. Però, alla fine, si arrende a una decisione materna: sposare un uomo che non ha scelto. Questa arrendevolezza, questa resa alle convenzioni e usanze del tempo, possono far pensare che, alla fine, tutto si riconduca a regole scritte dagli uomini, in cui le donne sono solo pedine sacrificabili. Io non credo sia così. Ogni scelta fatta da una donna, anche la più impopolare, anche la più dolorosa, è sempre frutto di un’istintiva ricerca di equilibrio. Clotilde sposerà un padre-padrone, vivrà il peggiore dei suoi incubi, sarà offesa e stuprata, ma la ricompensa per il suo sacrificio sarà ancora maggiore. E questo lei lo sapeva sin dal principio.

In Anna, l’ultimo mio romanzo, scopriamo che, all’inizio del XX secolo non molto è cambiato nella società civile riguardo diritti e doveri delle donne. Siamo nel sud Italia e Anna viene anche lei costretta a sposare un uomo che non ha scelto. Certo lei non si arrende subito, come Clotilde, e non subisce il suo stesso calvario. Anna si innamorerà, ma a quale prezzo! È interessante notare come, durante tutta la narrazione, sia sempre lei, Anna, e con lei gli altri personaggi femminili, a tirare le redini dello svolgimento della storia. Anna decide cosa svelare e cosa mantenere segreto, è complice e alleata, è giudice inflessibile, è alcova accogliente. Anna è più “uomo” di tutti gli altri uomini presenti nella storia, senza per questo togliere nulla alla sua femminilità. Una femminista anche lei? Io direi che, anche in questo caso, c’è una ricerca di equilibrio che deriva da un antico sapere. Una donna non è migliore perché riesce ad essere come un uomo. Lo è quando, conoscendolo a fondo, riesce a superare i suoi difetti senza perdere la propria identità. Forse in questo il femminismo ha sbagliato, e oggi ne paghiamo le conseguenze. Io non amo quelle donne che dimenticano chi sono: significa negare le proprie origini, la propria storia, la propria essenza. Non è cercando di somigliare agli uomini che insegneremo loro a non tentare di sopraffarci.

Shakespeare ha scritto una cosa bellissima in “Pene d’amore perduto”:

Dagli occhi delle donne derivo la mia dottrina: essi brillano ancora del vero fuoco di Prometeo, sono i libri, le arti, le accademie, che mostrano, contengono e nutriscono il mondo.

Mostrano… Tranne il diario proibito. Quello no, non si può mostrare.

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“Anna” come un pizzo intrecciato al “chiacchierino”

Immagine presa da qui

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Voi lo sapete cos’è il “chiacchierino“? Forse chi ha qualche anno in più ne avrà sentito parlare… Si tratta di un’arte antica simile al tombolo o all’uncinetto, una trama ricca di forme e arabeschi intrecciati fittamente con l’ausilio di un oggetto strano, a forma di piccolo scafo chiamato “navetta”. Le donne del sud Italia (ma forse anche del nord) si riunivano davanti alla porta di casa, in estate, o davanti al camino d’inverno, e facevano danzare la navetta tra i fili di cotone e le dita, creando preziosissimi pizzi. E chiacchieravano. Per ore. Forse il nome di questa arte ormai quasi perduta deriva proprio da questo, e da quegli arzigogoli di nodi che formavano storie straordinarie, proprio come facevano le parole.

Anna” somiglia a un pizzo creato a “chiacchierino”, e a questa pratica è strettamente legato. Ecco perché voglio raccontarvi la genesi di questo mio nuovo romanzo.

Ogni storia scritta ne contiene in genere molte altre, che siano esse finali possibili o incipit per altri racconti. “Anna” prende spunto da una persona realmente esistita, anzi, sia Anna che Angelico sono realmente esistiti, motivo per il quale il finale da me scelto non poteva che essere quello che avrete modo di leggere.
Avevo una zia, zia di mia madre per l’esattezza, che adoravo. Forse perché mia nonna, sua sorella, era morta giovane e lei l’aveva in un certo senso sostituita. E forse perché aveva avuto solo figli maschi, ed erano tutti alti, belli, interessanti e lo trovavo singolare per una famiglia del sud Italia. Ogni estate, quando andavo in vacanza in Calabria, trascorrevo ore a casa di zia Franceschina, perché lì si respirava un’aria diversa, che non capivo ma di cui subivo il fascino.
Un giorno mia madre, sollecitata da me, mi raccontò la storia dell’amore della zia e di Michele, suo marito. Mi raccontò di come quel rapporto fu messo a dura prova dopo soli quaranta giorni di matrimonio, perché lui, zio Michele, si era arruolato come volontario per andare in Africa e lei, la zia, era in attesa del primo figlio. Mi raccontò di una separazione durata dieci anni e, mentre io ascoltavo a bocca spalancata, nella mia mente di adolescente romantica prendeva forma l’embrione di una storia fantastica. Immaginavo la rabbia e il dolore di Franceschina, la sua rassegnazione, lo sconforto di Michele e il suo senso del dovere. Come Penelope e Ulisse.
Anni dopo mia madre aggiunse altri dettagli al racconto. Mi parlò delle lettere che i due si scambiavano, di come quelle di lei fossero dure e laconiche – e io me le ero immaginate proprio così, conoscendo la zia – e di quel bambino che cresceva senza padre.
Qualche frammento di quelle emozioni riuscii a carpirlo anche alla protagonista della storia, con delicatezza però, perché lei non era avvezza alle confidenze. Ricordo certi pomeriggi d’estate, all’ombra della veranda della sua casa vicino alla stazione, quando lei mi insegnava il “chiacchierino” e rispondeva alle mie domande curiose, con la sua risata roca e gli occhi azzurri lucenti di emozione.
Ecco, la storia di Anna era lì, e va da sé che io l’ho imbrigliata in un romanzo, perché tanti dei personaggi che l’accompagnano sono frutto della mia fantasia. Ma quell’intreccio amoroso, quella passione e quei sentimenti, quel pezzo di vita che racchiude guerra, morte e rinascita meritavano di essere raccontati. Secondo me.

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