In punta di penna: Gli anni di nessuno, quelli mai esplorati, dalla penna di Giuseppe Aloe

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Il desiderio e la sua assenza

Questo mio scritto prende il via da un brano tratto da “La logica del desiderio” il libro che sto leggendo di Giuseppe Aloe.

Come fa ad asciugarsi un desiderio d’amore? Un desiderio che sembra inesauribile ed esplosivo? Perché prende la discesa e scompare? Dove va? Ci deve essere un luogo dove l’amore decaduto si deposita. Un luogo. Una specie di cimitero. Un fabbricato periferico, chiuso in un qualche sobborgo che nessuno frequenta. La parte finale di una costa. Una finisterre qualunque. Me li vedevo tutti questi sentimenti asfittici migrare, passare nell’aria, andare via. Seguire il corso delle nuvole. Fargli compagnia. Una specie di vapore inconsistente. Un niente che sfuma così. Svanisce. L’amore che se ne va senza esclamazioni. Una nuova propaggine nel cielo, leggera e inutile.

E’ un uomo che parla, e comincia ponendosi delle domande alle quali deve, necessariamente, trovare delle risposte. E sono risposte di un uomo, da uomo. Cosa si chiede una donna? Quando finisce il desiderio si chiede anche dov’è finito l’amore? Ci ho pensato a lungo, mi sono interrogata e, si, inevitabilmente i due sentimenti sono accomunati. Per questo ho trovato così intenso il brano di Aloe, perché è così sensibilmente femminile.

Ma voglio andare oltre. Quando arriva, quando prende, il desiderio non è mai in una direzione sola. E’ un bagliore intenso e improvviso che trafigge al basso ventre entrambi, impalati lì da una stessa forza che inchioda. Le gambe cedono piegate dall’impatto e non si può far altro che lasciarsi andare l’uno verso l’altra, per non cadere. In questa comunione intensa e imprescindibile ci si nutre a vicenda, ci si respira, ci si beve, e non si può far altro se non assecondare questa pulsione senza neppure domandarsi quando e se finirà. Non è possibile, non può finire. Eppure a un certo punto accade, tutto può declinare verso qualcosa di più mansueto, come se la belva possa essere infine domata. Sarebbe auspicabile questo, quasi un lieto fine. Il momento in cui cessa lo stupore e comincia l’esplorazione.

A volte invece capita che per uno dei due, mai a entrambi, capiti così, all’improvviso, che il desiderio svanisca. E non se lo chiede certo il perché, chi prova questo, non gli interessa. Anzi, in qualche modo si sente come liberato, sollevato da quel peso implacabile che lo obbligava a star lì, in quella dipendenza vitale, fatta di odori e sapori, come una droga.

Nel romanzo di Aloe, almeno fin dove l’ho letto, lui si chiede perché e dove va a finire questo profondo sentire. Io voglio provare a spiegarmi cosa si prova. E’ come avere in mano un cono gelato dal gusto nuovo, quello unico e speciale che ti ha attratta dal vetro prima ancora di sentirne il profumo. E lo assaggi piano, con la punta della lingua prima, affondando le labbra poi. E mentre ne succhi il gusto con l’aroma, mentre il desiderio di verificarne la segreta ricetta sale, si amplifica, qualcuno te lo strappa dalle mani, senza una spiegazione, e te lo porta via. E non puoi comprarne un altro, non puoi farlo, perché sarebbe solo un’imitazione. Quel primitivo istinto era prima, il poi è solo un surrogato.

E’ questo in fondo. E non ci sono altri incontri, altri amori, altre storie che tengano. Il desiderio che hai provato, quello intenso e puro che nasce da una perfetta sintonia, tornerà sempre nel ricordo e nel rimpianto. In quel che poteva essere e non è più.

Il treno come la vita, un discorso leggero…

Immagine presa da qui
Il treno ha sempre avuto la capacità di suscitare in me emozioni contrastanti. Mia madre mi racconta quando da bambina, sfollata in campagna per la guerra, percorreva chilometri di sentieri impervi col fratello maggiore per arrivare fino al mare, all’alba, e vederlo passare. E quando si fermava a quella piccola stazione in mezzo al nulla era tutto un turbinio di scambi commerciali e di notizie, di fretta, con l’urgenza di sapere e concludere prima che il macchinista fischiasse che era ora di rimettersi in viaggio. E i due bambini restavano lì, a vederlo andar via sferragliando, con la sensazione che in quel treno fosse racchiuso il segreto del loro futuro incerto. Anni dopo ne avrebbero preso uno che li avrebbe portati verso il loro destino da adulti, ma in quel momento i loro sogni piccoli volavano sulle ali di una fantasia libera e sfrenata.
Io ne ho presi e ne ho visti di treni. Quello che mi riportava a casa per le vacanze durante gli studi universitari era il più bello, e non per la destinazione, ma per il percorso. Si viaggiava di notte e, a volte, ci volevano dodici ora per andare da Roma fino a Cirò, ma erano ore d’avventura e silenzi, ore di chiacchiere sottovoce e d’incontri, quegli incontri tra sconosciuti dove le anime e i cuori si aprono, tanto è solo per quella volta, e poi chissà…Che è quello che succede nella vita poi, un viaggio che per un breve o lungo tratto facciamo in compagnia, regalandoci emozioni libere da impegni e per questo più vere. Almeno così dovrebbe essere.
Ho visto un treno a Cuba, nella regione di Santa Clara, fermo in mezzo al nulla dai tempi della Revolution. Lo fermò Che Guevara e da allora sta lì, a testimoniare eventi che hanno cambiato il corso della storia e della vita di un intero Paese. Non riesco a guardarlo più di tanto quando ci vado, non riesco a salirci come fanno tutti quei turisti pseudo giapponesi armati di macchina fotografica, per fotografare cosa poi. C’è odore di morte là dentro, c’è ancora il colore e il rumore violento della battaglia. Ci vuole rispetto.
Treno a Santa Clara. Immagine presa da qui
Poi ricordo mio padre. L’unica volta in cui mi diede un consiglio per la mia vita lo fece dicendomi: “ Questo treno potrebbe non passare più. Se per te è quello giusto, prendilo al volo e vedi dove ti porta, non chiedertelo prima, che rischi di perderlo.” E questo è ciò che mi dico ogni volta che mi trovo davanti a una scelta. Poi decido che, comunque sia, il viaggio vale sempre la pena.
I treni di oggi vanno veloci. I paesaggi li vedi sfrecciare via dal finestrino, macchie confuse di colore dove non distingui il cielo dal mare a volte, arcobaleni sfocati come se un bimbo dispettoso ci avesse messo sopra le dita pasticciandoci un po’. Nel silenzio ovattato di vagoni che odorano sempre di sigaretta, anche se non si può fumare, le persone neppure si guardano. Quasi tutti col loro netbook, IPad, tablet, IPhone a conversare con un mondo lontano mentre magari il mondo vicino, che è lì, sul sedile accanto, ne avrebbe di cose da raccontare, scambi di storie e di emozioni irripetibili, un’occasione unica di arricchimento che si perde, per sempre. A volte dimentichiamo che la vita è fatta anche di questo, cogliere al volo momenti leggeri e lasciar fuori le pene e gli affanni di ogni giorno, quelli che rendono indelebile il solco profondo che abbiamo sulla fronte, sopra il naso. Su un treno si potrebbe, se andasse più piano, se ci concedesse più tempo, quello di una volta. O forse siamo noi che dobbiamo concedercelo questo tempo.
Ho letto da poco un romanzo bellissimo, dove il succo alla fine è questo. La vita che ci sottrae ogni giorno un po’ del nostro sentire più lieve, appesantendolo con la quotidianità ostile, anche crudele, dolorosa, può essere ricondotta ad una più vera e terrena umanità se ci riappropriamo dei discorsi sussurrati e leggeri, come quelli dei treni. Il romanzo è Lo splendore dei discorsi e l’autore è GiuseppeAloe. L’editore illuminato è Giulio Perrone Editore e io li ringrazio.
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