#Ricominciare a scrivere

Innocenza 002.001A volte capita che un testo abbia bisogno di decantare. C’è chi dice per un anno. Ne sono trascorsi due da quando ho abbandonato “Innocenza”. Forse mancava l’ispirazione, forse l’emozione. Tedeschia non è una fonte di tali sussulti del cuore, ma ho avuto modo di rileggere il mio testo, e l’emozione è giunta da lì. Ho deciso di riprenderlo. Lo merita, secondo me.

Un breve estratto (a voi i commenti).

“Il tempo si ferma quando stai bene, ti aiuta a godertelo tutto quel beneficio. Rallenta anche l’aria intorno. Rallenta la luce. Capita che rallenti anche l’urgenza, anzi, scompare. Urgenza di cosa poi? Le dita pigre scorrono sul dorso della mano cercando invisibili pieghe, seguendo il corso dei sottili canali azzurrini che pulsano sotto la pelle tesa, bruna, luccicante. E nulla pare più importante in quel momento se non seguirne il percorso, fin là dove le ramificazioni si fanno più spesse, importanti, e si sente il cuore che batte, anche lì, sul dorso della mano. C’è vita là dentro, c’è vita là fuori.

Lucia si sentiva bene, e basta, e voleva che durasse, perché i pensieri erano lontani, perché il languore persistente era caldo come la luce del sole che ora avvolgeva tutto, le sedie, i tavolini, le insegne, loro due. Manuel la guardava, sempre, anche mentre sorseggiava il suo caffè pieno di zucchero, anche mentre addentava il suo cookie al cioccolato fondente, anche mentre lei lo guardava. Non abbassava lo sguardo, mai. E Lucia rise, come mai prima di allora. Una risata piena che riempì la strada deserta e riecheggiò tra i muri e le finestre chiuse. Pensò di essere impazzita. Non riusciva a smettere e Manuel si unì a lei. Sono contagiose le risate, come gli sbadigli, solo più liberatorie. E a volte non serve neppure chiedersi perché arrivano. Perché è il momento giusto.”

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IO LO SONO [da Innocenza, che m’insegnò la vita]

Immagine originale di Andrea Gamberini

Immagine originale di Andrea Gamberini

Io lo sono

“E non guardarmi così, non riesco a sorreggerlo quello sguardo” “Così come?” “Ecco, così, come fai adesso. Mi fissi dritto nelle pupille, mi penetri dentro, con quella luce luminosa, sì proprio così, luce luminosa di suo, non riflessa, ammiccante, maliziosa. Pare che hai appena fatto sesso e te ne compiaci. E io non ce la faccio perché t’immagino e non ti posso avere, e mi si sciolgono le ginocchia e sento caldo nelle dita, delle mani, dei piedi. E ho l’affanno, lo vedi che ho l’affanno? Perché lo fai?” “Io non lo faccio. Io lo sono. Sono questo sguardo, sono questi occhi, sono ciò che vedi e che senti. Sono il pulsare del tuo desiderio che si confonde col mio.”

La luce tagliata dal filtro delle persiane ammorbidisce gli angoli acuti delle pareti nude, come me che sto qui e ti guardo, e non parlo. Ti guardo e basta. E questo è sufficiente a scuotermi in profondità. Forse è il mio turbamento che traspare, e tu lo leggi e lo traduci in parole, e il desiderio sale e rimbalza da me a te, da te a me.

“Lo stai facendo ancora, non distrarmi” “Non faccio nulla che non fai anche tu. Non te ne accorgi?” “Anche se me ne accorgessi devo far finta di niente, recitare la mia parte, non posso palesare…” “Palesare cosa?” “Tutto. Tutto questo sentire che mi fa uscire fuori di senno. Me li sento addosso i tuoi occhi che scrutano, scavano, le tue mani mi toccano, la tua pelle… ma quanta pelle hai?” “Tutta quella che riesci a contemplare.”

L’alba rende tutto più nitido, anche gli odori. Chissà perché col sorgere del sole arriva netto alle narici il profumo dell’aria, della terra, dell’erba. Si riesce a distinguerli, nessuna contaminazione, arrivano a ondate, in successione, come una processione odorosa. Il tuo odore. Non l’ho mai sentito ma lo conosco, lo riconosco. Parte dall’interno della mia bocca e sale su, mi solletica la gola mentre scivola nella testa e la pervade. Lo specchio mi rimanda la mia immagine in questo preciso istante. Sai che hai ragione? Pare che ho appena fatto sesso.

“Oggi non parliamo” “Ma lo stai facendo” “Non giocare con me” “Io non sto giocando. È così strano per te desiderare?” “È l’unica cosa importante, l’unica che conti per me. Desiderare è la molla che mi fa andare avanti, quella che mi spinge ad agire. Non potrei mai fare una cosa che non desidero. E tu sei una strega.” “Non conosco incantesimi, non faccio strategie, non somministro pozioni. Io sono ciò che vedi e ciò che senti, te l’ho già detto. Rifletto il tuo desiderio che è il mio, e tutto ciò è potente, oltre te e me.” “Tu sei consapevole” “Può darsi. Io mi lascio andare. A che serve opporsi? A chi giova?” “È il rito della malìa quello che fai, come il canto delle sirene” “Io non canto. Ti guardo, e basta.” “Tu stai cantando e non lo sai…”

Non ho neppure bisogno di sentire la tua voce. Respira dentro di me, col mio respiro, calda, umida, roca. Non distinguo più il caldo che viene dalle finestre aperte da quello che emano io da tutti i pori, da ogni pertugio possibile che Madre Natura mi ha donato. Chi è questa femmina che alberga dentro di me?

“Tu sei terrena, sei vitale, eppure così pura, pulita, vera.” “Ho smesso le vesti convenzionali tanto tempo fa. E ora fatti guardare, non sfuggire lo sguardo. Tu trasmetti, io ricevo, è così che funziona tra noi, no?” “È così che funziona, Innocenza”.

(Racconto tratto da “Innocenza, che m’insegnò la vita” di Cetta De Luca)

Il silenzio della Chiesa

chiesa_interno_1472006-173934La donna affrettò il passo. Il vento gelido di fine Febbraio si insinuava con forza di sotto le falde del cappotto, anche se lo aveva stretto bene in vita, anche se ogni bottone era ben chiuso fino al bavero, anche se camminava con le gambe strette strette perché l’aria non ci passasse attraverso. L’ingresso della metropolitana l’accolse come una benefica oasi tiepida, e subito le guance s’infiammarono per il contrasto della temperatura. Era sempre così. Lei non arrossiva per l’improvviso calore, lei s’infiammava. Salì nello scompartimento sventolandosi con la mano guantata. Non indossava guanti di lana, ma sottili guanti di pelle nera, che disegnavano la sagoma delle sue mani come un calco. Sedette al solito posto, accanto all’uscita. Se fosse stato occupato sarebbe rimasta in piedi, davanti all’occupante, e avrebbe fatto percepire tutto il suo disappunto. Ci vuol poco a trasmettere un senso di disagio. A volte è sufficiente fissare con insistenza. Piccole gocce perlacee le si erano formate sulle tempie, all’attaccatura dei capelli, e la donna tirò fuori dalla borsa un fazzolettino di carta e un piccolo specchio, di quelli rotondi con la cornice di tartaruga.
Lo sollevò all’altezza degli occhi e cominciò a tamponarsi voltandosi impercettibilmente verso l’interno dello scompartimento. Colse per un istante il riflesso di un volto che la fissava, alle sue spalle. L’uomo era seduto al capo opposto della fila in cui lei si trovava. Teneva gli occhi bassi adesso, ora che lei lo guardava senza filtri, la testa inclinata da un lato quasi a voler raccogliere l’immagine da sotto, per costringerlo ad alzare lo sguardo. L’uomo aprì il libro che teneva tra le mani, come un breviario, e s’immerse nella lettura. “Nata in una casa di donne” e lui era certo che fosse così per lei. La pupilla guizzava tra le righe, le frasi, le sillabe, e tutto diveniva un solo, unico gomitolo di parole inespresse, echi di sapere, scontro di idiomi senza contusioni. Abbassò la tesa del cappello per proteggersi da quella intrusione, velare lo sguardo al  suo  sguardo,  isolarsi.                     
La donna ripose lo specchio e si alzò. Scrollò con le dita guantate invisibili briciole di polvere dal cappotto e strinse la cintura. L’uomo si alzò e si avvicinò all’uscita. Il treno si fermò di colpo e la donna si aggrappò al corrimano. Anche l’uomo si aggrappò al corrimano, lo stesso. Il palmo di lui poggiò sul dorso della mano di lei, per un fuggevole istante, e lui ne sentì il calore attraverso la pelle nera, attraverso la sua pelle nuda, una leggera impronta di sudore inavvertitamente lasciata sul guanto a testimoniare il contatto. La mano della donna scivolò via di sotto la sua presa e lei uscì nel marciapiede deserto. Anche l’uomo uscì. La scala mobile pareva un ascensore per il cielo e li trasportò in alto, lei avanti, lui dietro. “Non c’è ragione, non c’è logica. Lui sente, lo so, lo sa. Lui c’è, sempre.” Questo pensava la donna, questo sapeva, e tanto bastava, per ora.

Le mura antiche si ergevano come sentinelle, guardiane del tempo passato e futuro, di segreti inconfessabili e inconfessati, di sussurri e canti e bisbigli di donne. La Chiesa aprì la sua porta e li accolse. Erano tutti lì, ad attenderli. La donna prese il suo posto, davanti al leggio. L’uomo prese il suo posto tra gli uomini, testimone e protagonista, e cominciò a suonare. Le note sono come parole, vibrano, arrivano, toccano corde sconosciute. Ma le note possono celare i pensieri segreti, le emozioni, velano il sentire con pepli dorati e fanno annusare il profumo ambrato dei sogni senza farlo assaggiare. Le note possono ingannare, le parole no. La donna si voltò. Sciolse la cintura che la stringeva in vita e sbottonò il colletto del cappotto. Ogni sabato sera, alla stessa ora, da un mese, gli stessi gesti, lo stesso rito, quasi una danza inespressa. Si poteva toccare il suo respiro denso, le minuscole bollicine sospese che precipitavano come pioggia sui sensi delle altre donne, le coriste, mute ad ascoltare un dialogo antico di cui ricordavano e invidiavano l’ardore. E lei cominciò il suo canto.

Let me sing a song for you and let me be your star
Every time I look into your eyes I’m really far
Never knowing that to say or knowing what to do
All the good things in my life are just the thought of you” (1)

La voce, quella voce, non era la sua. Il suo ventre parlava un linguaggio nuovo e carezzava l’ugola per non bruciare troppo, tutto compresso in quel caldo, liquido sentire profondo.

You are just a wild bird playing in a silver sky
I’m a tree that waits for you to let you rest a while
You can hide here if you want from winter storm and snow                                                                   
In the shelter of my arms you let your feeling show”

“Io sono l’albero che ti aspetta per farti riposare un po’…al riparo delle mie braccia potrai mostrare i tuoi sentimenti” la donna cantava, la donna guardava, la donna gridava i suoi versi all’uomo, e lui ascoltava, muto. E quel silenzio parlava più di mille parole, e gli occhi liquidi di lei trovarono gli occhi liquidi di lui e annegarono entrambi in un oceano di luce calda. La febbre d’amore non ammala, guarisce.

ªªª

Le settimane divennero mesi. Nessun cappotto da stringere in vita né vento freddo su per le gambe a scompigliare gonne e freschi desideri. Le mani libere dai guanti mostravano arabeschi di vene azzurrine, ramoscelli di linfa vitale in eterno movimento, vita che scorre. L’uomo osservava quell’incessante pulsare appeso al corrimano del treno. Deglutì a vuoto, saliva e aria, respiro caldo e immaginò quelle mani, le immaginò soltanto. La donna sentì, la donna vide col cuore e ascoltò il sussulto del sangue. Ma non si voltò a guardarlo. “A che serve? È qui, sempre, mi sente. Io lo so, lui lo sa.” Aveva cantato per lui ogni volta, aveva vibrato con lui ogni volta, aveva desiderato e sognato e amato senza mentire, senza nascondersi, mai così vicini eppure tanto distanti, venti passi di lontananza. Lui al pianoforte, lei tra i soprano, voce solista, dalla parte opposta del palco. Ora dovevano cantare insieme.

So sweet little wild bird won’t you sing this song with me

Together we shall sing in perfect tune and harmony”

Le stesse mura, guardiane dei desideri del mondo, il luogo prezioso e sacro, altero e proibito, il chiuso dove lei aveva sognato di aprire le porte del Paradiso. Il silenzio della Chiesa, l’odore del legno, umido, impregnato da anni di ceri accesi e fumosi, il pulviscolo dorato riflesso dalla luce tagliata proveniente dalle vetrate. La donna era entrata per prima, facendosi il segno della Croce, perché così le avevano insegnato da bambina, e aveva anche mormorato una piccola preghiera, quasi una supplica o un desiderio. Aveva camminato lungo la navata laterale, in punta di piedi, perché il rumore dei tacchi non risuonasse sul pavimento di marmo. Sapeva che l’uomo era dietro di lei, ne percepiva la presenza, lo sguardo sulla nuca. Lui la seguiva dalla navata opposta, spiava i suoi movimenti, cercava di intuire quando sarebbe stato il momento opportuno. Nel silenzio si poteva percepire il rumore del respiro di entrambi, umido e roco, racchiuso tra la gola e il petto. Il confessionale era lì, con la sua tenda di velluto rosso porpora. La donna aprì la porticina di legno e si sedette sullo sgabello. Chiuse gli occhi e l’uomo entrò. Era in piedi davanti a lei, lo spazio ristretto non consentiva di muoversi comodamente. Le prese il viso tra le mani e la tirò su così, all’altezza delle sue labbra. Le soffiò sulle ciglia, nelle narici, tra i capelli, le umettò le labbra con la sua lingua e lei rispose aggrappandosi alle sue spalle come un naufrago al legno e, senza indugiare, senza ritrarsi, prese la mano di lui e la guidò.


[1] Wild Bird – George Backer Collection

da "Innocenza, che mi insegnò la vita"

Un volo perfetto
Un piccolissimo “assaggio” da una cosa che sto scrivendo. Dedicato a tutti, donne e uomini.
– E com’è la relazione perfetta? Come lo capisci che è quella, quella dalla quale non andresti mai via? –
– Relazione perfetta? Ma quale perfetta. La perfezione non esiste, specie in amore, nei rapporti. Quello che è perfetto per te lo è solo per te, appunto, e quindi già il rapporto è imperfetto, sbilanciato. E poi, pure per te, quella perfezione dura un attimo –
– Come dura un attimo? Siamo così volubili? –
– Anche. Ma la realtà è che quando riesci a vivere quel momento sublime, dove tutto coincide, lo senti perfetto. Ma è un attimo appunto. Subito dopo cominci già a trovargli qualche difetto, e addio perfezione. E poi, diciamo le cose come stanno, se tutto fosse sempre così perfetto, sai che noia? –
Sed