Leggiamo bene, scriviamo meglio, se proprio non possiamo evitarlo.

Immagine presa da qui

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C’era un tempo in cui amavo annusare un libro, cercare di percepire il messaggio che quella carta e quell’inchiostro volevano inviarmi per immergermi infine nella lettura e chiudere fuori la realtà per alcune ore. C’era un tempo in cui pensavo agli scrittori come a esseri soprannaturali, nati e vissuti perennemente su uno scranno altissimo, avulsi al resto del volgo comune, intenti solo ed esclusivamente ad alimentare sogni, speranze e riflessioni.

Era bello perdermi in quelle storie, immedesimarmi in personaggi più o meno eroici, più o meno verosimili, ma sempre, sicuramente diversi da me, rivivere nel sogno le loro vite e riscriverle nel desiderio, a mio piacimento, con finali sempre nuovi che mi facevano svegliare al mattino col batticuore o le lacrime agli occhi, rapita da un pathos intenso dal quale mi staccavo a malincuore.

Avevo coi libri un rapporto empatico, e non c’era film, musica, viaggio che riuscissero a trasmettermi tante e tali emozioni. “Potessi farlo anche io” mi dicevo. Se fossi capace di lasciare un tale turbamento in una sola persona, sarei felice. Quello era il tempo in cui leggere era romantico, e si può dare a questo termine qualunque accezione, va bene in ogni caso.

Ho cominciato a scrivere anche io, e ho continuato a leggere. E accade un fatto strano quando si comincia a fare lo stesso mestiere di chi si idolatrava fino a un attimo prima: finisce la magia. Tutti giù dal piedistallo, ché leggere non è più un piacere. Si scovano le banalità, l’autoreferenzialità, la ridondanza, la sciatteria, l’onanismo. Si leggono le critiche contrastanti e si decide di dar ragione sempre alla peggiore (l’invidia da latente diventa manifesta).  Si scorrono le righe, le pagine, col dito indice puntato, pronti a sottolineare l’errore, il refuso, con una sorta di autocompiacimento vigile che vuol dire: “Io questo non l’avrei mai fatto, io questo non l’avrei mai scritto”.

Immagine presa da qui

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Mi ricordo quando, dopo esser stata agente di viaggio e viaggiatrice per tanto tempo, ed essermi goduta ogni minuto dedicato all’esplorazione dei luoghi che visitavo, sono diventata direttore d’albergo. Un’autentica tortura. Ogni camera d’albergo era da me esplorata, ogni pertugio analizzato, persino la qualità dei battiscopa passava sotto il mio microscopio valutativo. Adottai un metodo allora, per continuare a godermi l’insieme e tralasciare gli inutili e dispendiosi (in termini di tempo speso) dettagli. Decisi di utilizzare la camera solo per dormire e, nei limiti del possibile, la sceglievo dal principio bruttina e a poco prezzo. In questo modo ogni positività sarebbe stata la benvenuta.

Coi libri però non si può fare così. Non posso mica comprare un testo che promette poco solo per non restare delusa. La lettura non ti fornisce scappatoie, non puoi decidere di girare la copertina o di leggere il libro dalla fine per “distrarti” dalla bruttezza dello scritto. La lettura, in realtà, è un salto nel buio senza paracadute (caspita, che luogo comunissimo ho usato!). Potrei smettere di scrivere, e tornare così alla beatitudine dei miei tempi da lettrice, quando non sapevo nulla e mi interessavo solo della storia narrata. Già, però dovrei anche smettere di leggere critiche e recensioni, che in un modo o nell’altro si insinuano tra le mie pagine social e la mia posta elettronica, come un virus. Forse dovrei smettere di essere social, per evitare di espormi al contagio.

Una lobotomia. Sì, resettare tutto e ricominciare dall’inconsapevolezza. Voglio neo nascere lettrice, per sognare il mondo degli invincibili scrittori e provare ad emularli (il virus non si debella, neppure chirurgicamente). E magari  impegnarmi più e meglio di tanti di loro. Ecco, visto che da tutto questo non si esce se non con rischio di traumi più o meno irreversibili, posso solo cercare di fare del mio meglio per raccontare storie e farlo bene. Spero che gli altri colleghi di penna vorranno fare altrettanto, gliene sarò grata. Datemi da leggere bei libri.