Canta con noi che la vita è anche questo

La mia vita, come quella di tutti, è costellata di incontri, e se non fosse così non credo saremmo in grado di chiamarla vita, sarebbe solo tempo che passa. Tempo vuoto, tempo pieno, già una volta ne parlai di questa differenza, perché il tempo pieno è quello che resta, è quello che contiene la memoria e la ricchezza degli incontri, è quello che ci definisce… ora però basta con questa filosofia spicciola, veniamo al sodo.

Vi sono mancata? Che poi tutto si riduce a questo, capire se si lascia un segno nella vita degli altri così come gli altri lo lasciano nella nostra, giusto? Però il tempo frettoloso, le cose quotidiane, i piccoli e grandi gorghi da cui ci lasciamo inghiottire ci distraggono, e allora ho deciso che questi segni me li vado a cercare io, ho deciso che le costruisco io le occasioni, che ogni lasciata è persa e non si sa mai cosa può succedere domani e via coi luoghi comuni.

In questo mese di marzo ho incontrato di tutto. Ho incontrato Atene e la sua atmosfera unica e ho scoperto che il mio corpo acciaccato è ancora maledettamente attaccato alle cose belle della vita e vuole godersele tutte, un passo alla volta, fino ad arrivare in cima al Partenone. Ho incontrato persone che non vedevo da anni e ho riscoperto la complicità che ci legava, come una carezza lieve che ti fa sentire a casa, accolta, a tuo agio.

Ho incontrato medici illuminati e medici stronzi, che poi ti rendi conto che anche quelli stronzi hanno un’anima, solo che la vogliono preservare perché il dolore degli altri ti schiaccia se non ti proteggi.

Ho incontrato di nuovo – perché non mi stanco mai di questo – il mio mondo dei libri, perché a Roma c’è stato “Libri Come” che per una volta mette in primo piano gli scrittori, non gli editori, e c’era gente bella che volevo guardare in faccia, magari abbracciare, magari lasciarmi stregare così che il tempo, la vita, la gioia, il dolore per un attimo potessero raggrupparsi tutti lì, nel posto delle emozioni, nel mio cuore, e restarci per sempre. [qui e qui i resoconti di Libri Come]

In questo mese di marzo ho incontrato una dottoressa carina che ha fatto notte in reparto insieme a me, e con lei c’erano due infermiere e una portantina, e c’erano i miei nipoti, e abbiamo cantato a squarciagola perché tanto non c’era nessuno e anche se ci fosse stato qualcuno gli avremmo detto “canta con noi” che la vita è anche questo.

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A #LibriCome2017 ho attraversato gli anni ’80 in compagnia di Zerocalcare, Tommaso Giagni e Eleonora Caruso

Mi sono presa del tempo prima di presentarvi l’ultimo resoconto di Libri Come 2017, una settimana per l’esattezza.
L’articolo l’ho scritto di getto e già è stato pubblicato su Art a Part of Cult(ure), ma sapete benissimo che sul mio blog c’è sempre una coda, o una presentazione, un preambolo, chiamatelo come volete. Io immagino questi miei “inviti alla lettura” come quelle chiacchiere intime, la sera tardi sul divano, quelle chiacchiere su argomenti che ci sono tanto piaciuti. E a me l’argomento “Generazione anni ‘80” è piaciuto tantissimo, specie con interlocutori – e testimoni diretti – quali Zerocalcare, Tommaso Giagni e Eleonora Caruso, e una conduttrice/padrona di casa sensibile e acuta come Loredana Lipperini.

Di questo si è parlato con i tre giovani e talentuosi autori, del loro mondo iconico e di ciò in cui si riconoscono, dei conflitti dai quali rifuggono e dai modelli che, seppur ancora ben presenti come retaggio delle generazioni precedenti, sono per loro impossibili da perseguire. Si è parlato degli anni ’80 come età di passaggio, di confine tra il mondo prima di internet e il mondo con internet, un periodo storico senza una vera storia in cui identificarsi, unica àncora la nostalgia dell’infanzia, quel periodo fecondo di cose, sensazioni, emozioni nel quale possono ritrovarsi fratelli, solo per un fuggevole attimo.

Negli anni ’80 io ero una giovanissima madre che si metteva a giocare col Nintendo fino a notte fonda e di pomeriggio si guardava I Cavalieri dello Zodiaco assieme ai figli, e che si chiedeva, guardandoli, cosa sarebbero stati da grandi. Erano anni facili quelli, anni in discesa, e non c’era bisogno di molta immaginazione, quella che i trentenni di oggi devono utilizzare ogni istante per inventarsi il presente prima di pensare al futuro. Ho ascoltato con attenzione e rispetto ogni singola parola che Zerocalcare, Tommaso Giagni e Eleonora Caruso hanno detto, ho sorriso e riso con loro e ho ricordato. E ho anche capito.

Questo l’articolo:

Generazione anni ’80. Zerocalcare, Tommaso Giagni e Eleonora Caruso ci raccontano i trentenni di oggi.

Lo confesso, ho molto invidiato Loredana Lipperini quando è salita sul palco della Sala Petrassi all’Auditorium con Zerocalcare, Tommaso Giagni e Eleonora Caruso. Lei ha avuto con loro quel dialogo che quotidianamente ho con i miei figli, anch’essi generazione ’80, senza riuscire a capire fino in fondo cosa li turba, cosa li fa sentire così alieni. A Libri Come, grazie a questa straordinaria conversazione, ho capito di più, e voglio cominciare a raccontare l’incontro dalla fine, da una considerazione fatta da Eleonora Caruso (che ho molto apprezzato in Comunque vada non importa, suo romanzo d’esordio), e ripresa dagli altri suoi colleghi, che è l’estrema sintesi di tutto: “Noi degli anni ’80 evitiamo i conflitti, soprattutto quel genere tipico delle generazioni precedenti. Non ci riconosciamo nei bisogni dei trentenni dei film di Muccino (quelli che avevano trent’anni quando noi siamo nati o poco oltre), quindi non sentiamo la necessità di scontrarci su fronti che riteniamo inutili.” [Continua a leggere…]

I dialoghi di #LibriCome, un altro confine superato

Quest’anno a #LibriCome c’era questa novità: i dialoghi tra autori. Nessuna mediazione, nessuna domanda giornalistica, nessun relatore o presentatore ufficiale. I due autori lì, sul palco, a interrogarsi a vicenda su un tema comune e a interagire col pubblico, senza filtri. Che meraviglia!

Con questa modalità è stato straordinario incontrare Maurizio De Giovanni e Carlo Lucarelli in un dialogo sulla serialità dei noir, con tutte le derive legate alle trasposizioni televisive. Un napoletano e un bolognese che ci hanno raccontato il loro rapporto coi loro personaggi, coi luoghi delle narrazioni, coi linguaggi, le atmosfere, i ritmi e come tutto questo acquista connotati bizzarri quando si ha a che fare con una produzione televisiva. Ovviamente i riferimenti all’ispettore Lojacono e all’ispettore Coliandro non sono puramente casuali.

Altro dialogo che mai avrei immaginato è stato quello del poeta Franco Arminio e dello scrittore Paolo Cognetti, il cui tema era la montagna. Anche qui sud e nord, un irpino montanaro e un milanese adottato dai monti valdostani. Devo dire che degli abitanti della montagna ho sempre avuto l’idea di persone chiuse, solitarie, cupe a volte. Arminio e Cognetti hanno smentito questo preconcetto, offrendo al pubblico – piuttosto numeroso direi – un dialogo frizzante e coinvolgente, tanto che alla fine ci siamo ritrovati, tutti insieme, a cantare in coro Bella Ciao.

Ancora una volta Libri Come ci offre una visione diversa di quello che la scrittura rappresenta, di quello che la narrazione deve essere: incontro e dialogo. Il mio racconto di questi due eventi sulle pagine di Art a Part of Cult(ure).

Due autori seriali a confronto. De Giovanni e Lucarelli dialogano.

Incontrare insieme Maurizio De Giovanni e Carlo Lucarelli è come incontrare contemporaneamente l’ispettore Coliandro e l’ispettore Lojacono dentro un ufficio di polizia mentre si scambiano informazioni su un caso. Pare proprio di vederli, al di là di una porta coi vetri opachi, che è idealmente lo schermo di un televisore, mentre gesticolano e discutono.

Si parla di serialità nel noir e non si può prescindere dal parlare di serialità televisiva. Il mondo letterario del noir nostrano già da tempo è approdato nel mondo della trasposizione cinematografica (pensiamo a Montalbano di Camilleri o ai Delitti del Bar Lume di Malvaldi), ma per fortuna di noi lettori gli autori di questi romanzi continuano a scrivere fregandosene dell’utilizzo futuro delle loro storie: ciò che conta sono i personaggi. [Continua a leggere…]

Franco Arminio e Paolo Cognetti auspicano un nuovo Umanesimo della Montagna

Un titolo del genere pare scritto da un folle, ma alla fine forse riuscirò a spiegarmi. Sono andata a questo incontro per Libri Come convinta di sentir parlare di montagne e di solitudine. Sarà che ultimamente mi capita di leggere molti testi con ambientazioni simili (uno fra tutti lo stupendo Neve, Cane, Piede), dove il concetto straniante dell’isolamento è molto presente, ero convinta che i due autori avrebbero trascinato tutti noi in una sorta di elegìa deprimente.
Avevo “lasciato” Paolo Cognetti con Sofia, una ragazza molto difficile e sicuramente sola, incapace di vivere rapporti appaganti e normali, e lo ritrovo a Libri Come a dialogare con un poeta “paesologo” irpino, Franco Arminio, sul potere taumaturgico delle montagne. “L’Italia guarirà certamente dai suoi mali, e questo avverrà quando tornerà alle “posture” delle montagne.” E per posture si intendono gli usi, le tradizioni, la legna, il formaggio, il ritmo, il rispetto, tutto ciò che è rimasto sui nostri monti perché nessuno è riuscito a contaminarlo. [Continua a leggere…]

In primavera a Roma torna #LibriCome e io lo racconto così

Mi sono presa una pausa. Una pausa dalle narrazioni pesanti, una pausa dalle mie paure e dal malessere e sono tornata ad occuparmi, per qualche giorno, di ciò che più amo: i libri. E per fortuna Roma ci regala ogni tot cose belle. Libri Come è una rassegna letteraria diversa dalle solite fiere del libro, saloni e robe simili: in quei casi protagonisti sono gli editori coi loro prodotti, in quei casi si vende e si compra un oggetto del desiderio. A #LibriCome protagonisti sono gli autori con le loro storie, sono i percorsi letterari, i pensieri, le idee. Non è un caso se difficilmente si trovano banchetti per la vendita fuori dai luoghi in cui si svolgono gli eventi. C’è una libreria lì vicino (la manifestazione si svolge all’Auditorium), i lettori possono comprarli lì i libri.

Il tema di quest’anno è stato Confini: reali, metaforici, fisici, di pensiero. Un tema straordinario e attualissimo, e il primo confine che ho voluto affrontare e col quale mi sono voluta confrontare è stato quello del rapporto padre-figlia. Io che tanto ne ho scritto, con quel padre quasi onnipresente nei mie libri, ho voluto incontrare altre tre scrittrici che, col loro linguaggio e il loro stile narrativo, hanno raccontato il loro punto di vista.

Teresa Ciabatti, Carmen Pellegrino e Anna Giurickovic Dato sono le prime tre ospiti del mio resoconto su #LibriCome, resoconto che, come sempre, viene pubblicato su Art a Part of Cult(ure).

Buona lettura!

Libri Come #2. Tre scrittrici raccontano tre rapporti padre-figlia e tre diverse violenze.

Libri Come 2017 per me è cominciato dall’incontro con tre splendide scrittrici: Teresa Ciabatti, Carmen Pellegrino e Anna Giurickovic Dato. Al di là della curiosità comprensibile di vedere nella vita reale tre “amiche virtuali”, ciò che mi ha spinta a partecipare a tre eventi consecutivi – con tanto di slalom tra le persone e corse da una sala all’altra – è stato il desiderio di conoscere il loro linguaggio e la loro cifra stilistica.

Non avevo idea di quali storie avrei incontrato (avevo letto notizie solo su La più amata e mi ero volutamente fermata lì, per non farmi influenzare) e sono stata davvero colpita dal fatto che, in tutte e tre le narrazioni, si affronta il rapporto padre/figlia. Ma non solo. In tutti i libri si raccontano tre diverse violenze[Continua a leggere…]

#LibriCome e i social che vorrei

libricome

Quest’anno non avrei dovuto partecipare a #LibriCome. Semplicemente non dovevo essere in Italia durante l’evento. Ma una fortunata serie di coincidenze ha fatto sì che mi trovassi a Roma, quindi mi sono detta “why not?” (sì, proprio in inglese me lo son detta…).

Ho pensato di cercare una chiave “social” a questa kermesse dedicata alla scuola. Ultimamente (da qualche anno, se vogliamo essere precisi), si parla molto di libri, editoria e letteratura sui social network. Non è sfuggita a nessuno la campagna #unlibroèunlibro promossa dall’AIE per la parificazione dell’aliquota IVA tra ebook e libri cartacei. Come spero non sfugga a nessuno la battaglia #Stregadigitale promossa da Luca Fadda (qui) dopo le “mirabolanti” variazioni al regolamento del famoso Premio Letterario per includere la piccola e media editoria (non è solo una provocazione).

Cercare quindi questa “chiave social” a Libri Come mi sembrava interessante, se non altro per sfatare quel mito che “Facebook e Twitter uccidono la cultura”. A volte è così. Altre volte no. Se imparassimo a interpretare i mondi virtuali come opportunità, potremmo stupirci dei risultati. Io ne sono convinta, e lo racconto in questo articolo su “Art a part of cult(ure)”. E chi non è d’accordo si esprima pure, io non mordo.

Libri Come. Quando i social incontrano la letteratura: progetto per un mondo di futuri pensatori

Il tema di Libri Come quest’anno è stato la scuola. Certo è importante, anzi, essenziale che la letteratura, i libri e la scuola si incontrino, se non altro per “provare” ad interessare i lettori di domani. Ciò che però mi ha, in un certo senso, affascinata, è stato l’incontro dei social network col mondo letterario, e in due occasioni specifiche ne ho potuto constatare la sublimazione e l’eccezionalità.

Giovedì 12 marzo ho partecipato all’incontro organizzato per TwLetteratura. C’era Pierluigi Vaccaneo, direttore della Fondazione Cesare Pavese (Continua a leggere…)

Incontri: Fossati dalla musica ai libri #LibriCome

Fossati

Ieri sono andata all’Auditorium. Volevo incontrare amici, respirare libri e ogni tanto Roma si inventa cose tipo #LibriCome e allora bisogna approfittarne. Sono andata alla cieca, senza neppure aver letto il programma, e mi sono trovata, del tutto casualmente, ad assistere alla presentazione del libro di Ivano FossatiTretrecinque” [Einaudi]. Mi è parso significativo. Per chi di voi non lo sapesse, io apprezzo oltre misura questo artista nell’ambito in cui da sempre si esprime, quello musicale, e un suo brano è citato nel mio primo romanzo, anzi direi che il testo stesso della canzone “C’è tempo” è un po’ il motore di tutta la storia. Quindi l’ho ascoltato con assoluto interesse ed emozione.

Non lo avevo mai incontrato prima, e mi ha colpita la grande simpatia e la gentilezza che ha profuso per oltre un’ora, mentre parlava del suo libro abilmente guidato e stimolato da un Marino Sinibaldi incontenibile (e come non capirlo, lo sarei stata anche io). Si è trattato di un dialogo aperto, dove i riferimenti alla vita musicale di Fossati erano ricorrenti. Non dimentichiamo che l’artista ha annunciato, un paio d’anni fa, il suo ritiro dalle scene (ma davvero si può smettere di fare/pensare/sognare la musica?), per cui questo suo ritorno in veste di scrittore ha destato non poca curiosità.

Io lo ascoltavo parlare, ed era curioso come mi pareva di sentire le parole delle sue canzoni, di esserci dentro, avvolta. Fossati parlava e pareva stesse cantando. Ma queste sono suggestioni. Però mi ha incuriosita a tal punto che ho deciso che avrei comprato e letto il suo libro. Non perché si trattava di lui, ma per il fatto che la credevo una bella storia e molto ben scritta.

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Ciò che mi ha fatto decidere ancora di più è stata però una cosa che ha detto e sulla quale ho riflettuto. Quando Sinibaldi gli ha chiesto il perché avesse deciso di scrivere un romanzo la sua risposta è stata straordinaria: “Io non avevo alcuna intenzione di scrivere un romanzo. Non sono uno scrittore. Ma il direttore di Einaudi me lo ha chiesto, mi ha ripetuto più e più volte che potevo farlo, mi è stato dietro per mesi, e alla fine l’ho fatto. Poi ho lavorato a lungo con gli editor…”
Ecco, voi direte, cosa c’è di strano? Sul fatto che un gruppo di editor abbia lavorato con lui al suo libro non c’è nulla di strano, anzi, ben venga. Ma sul fatto che un artista, che neppure se lo sogna di scrivere un libro, che non ne ha l’intenzione magari perché “non è il suo mestiere”, che costui venga “corteggiato” da una casa editrice come Einaudi affinché lo faccia, questo ci dà la misura della situazione editoriale nel nostro paese. Senza nulla togliere al romanzo di Fossati (che ho cominciato a leggere e che, specie se paragonato a quelli di altri non-scrittori, è un gran bel lavoro), la sua affermazione disarmante evidenzia, semmai ve ne fosse stato il bisogno, che le CE sono aziende che fanno commercio, business, che puntano sul pubblico seguace dei VIP per vendere, che contano sull’onda emozionale che un artista può trasmettere (Fossati che lascia le scene è stata notizia shock) per avere la certezza di rientrare dell’investimento. Non esistono gli scrittori, esistono i libri al di fuori di ogni altro contesto, prodotti da smerciare e sui quali ricavare. Punto. Scordiamoci l’idea illusoria delle CE scopritrici di talenti letterari. Chiunque può scrivere. L’importante è che il libro sia venduto e produca guadagni prima ancora di essere pubblicato.

E allora, mi domando, tutti coloro che scrivono sul serio, che lo fanno per arte e per mestiere, che fine faranno? Imbracceranno una chitarra e canteranno ai concerti?

autografo_fossati