Come promuovere un libro? Gli strumenti per autori #Indie 2.0. IL BOOKTRAILER

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Ora che il blog sta acquistando la sua forma definitiva, (che poi non è vero, non c’è mai nulla di definitivo), ho deciso di inaugurare una nuova rubrica dedicata agli strumenti di promozione – e non solo – degli autori Indie. Parlare solo di promozione però potrebbe risultare noioso, e poi io non sono certo la massima esperta per poterlo fare, quindi condividerò con voi le mie esperienze, e spero voi facciate altrettanto. Proverò, e qui il condizionale è d’obbligo perché la vita potrebbe offrirmi molteplici motivi di distrazione, a scrivere un post ogni due settimane, in modo da avere il tempo di digerirlo e di confrontarci. Ah, che bello il confronto.

Non seguirò uno schema preciso, d’altronde sono una scrittrice, non un fisico nucleare.

Cominciamo dunque da un argomento che mi piace molto: il booktrailer. Oh, che strazio, direte voi! Eppure ho scoperto alcune cose interessanti. Lo sapete, ad esempio, che nell’ambito del prestigioso Cortinametraggio (International Short Film Festival) c’è una sezione di concorso dedicata ai Booktrailer? Qui potete trovare il modulo per iscrivervi, e qui le informazioni generali. E se questo non vi basta, sappiate che esiste addirittura un Booktrailer Film Festival (qui) che è  giunto alla VIII edizione e che coinvolge gli studenti delle scuole superiori, ma che ha ormai raggiunto rilevanza a carattere nazionale. Infine che dire dei Booktrailer Online Awards la cui prima edizione risale al 2012? Non mi pare poco…

Un po’ di storia. L’idea di creare un booktrailer è (ma guarda un po’) americana e risale ai primi anni ’90. All’inizio si trattava di semplici proiezioni di immagini suggestive con musiche, da utilizzare durante le presentazioni. Poi, nel 1994, Judith Keenan produsse il primo vero booktrailer per il thriller Amnesia di Douglas Cooper. Il video fu trasmesso da diverse emittenti televisive, ed ebbe un tale successo che il libro andò presto esaurito e l’autore fu costretto a moltiplicare le date del tour di presentazione. Negli anni 2000 le case editrici statunitensi capirono le potenzialità dello strumento/booktrailer per la promozione dei libri e cominciarono a diffonderlo online e, nel 2002, il regista Michael E. Miller e la scrittrice Sheila Clover English registrarono il marchio “Book Trailer”. Poi sono arrivati i social network e… beh, sappiamo cosa accade coi social. In Italia il booktrailer comincia ad affermarsi nel 2004, con l’iniziativa “Ciak si legge” all’interno del festival letterario Grinzane Cavour e, di seguito, editori quali Marsilio e Mondadori produssero i primi filmati per promuovere le loro pubblicazioni.

Ma i booktrailer costano. Vero. C’è un autentico business dietro la creazione di questi short film, e mi pare giusto, perché i professionisti della pubblicità sono i primi a esplorare le nuove tendenze di mercato e a dettarne le regole, e il mercato del libro aveva – ha ancora – bisogno di essere rilanciato. Gli esempi che ho fatto sono di registi e case editrici di rilievo e puntano a un pubblico enorme, per cui mettono in campo forze e capitali considerevoli. Con l’avvento del selfpublishing i “poveri” autori emergenti si sono trovati di fronte all’amletico dilemma: fare o non fare un booktrailer? Posto che un autore self non ha soldi, che deve autopromuoversi, che non ha tempo e che vorrebbe solo scrivere ma deve anche farsi leggere e vendere (per auto gratificazione, autocompiacimento, per affermarsi, perché è logico e giusto, fate voi…), uno strumento del genere non può essere tralasciato. Ed ecco di colpo fiorire una miriade di filmini, spot, trailer, video di tutti i generi e forme, prodotti artigianali molto improvvisati grazie alle molteplici possibilità che il web offre con programmini per video maker gratuiti ed elementari (li capisco anche io!). No, ragazzi, non ci siamo. Così si svilisce il prodotto, si fa una pessima pubblicità. Ma non allo strumento, sia ben chiaro. Si fa una pessima pubblicità al libro self!

E allora che fare? Si tratta di diventare realmente autori Indie, quindi imprenditori di sé stessi. Investire un minimo, sfruttare il web e la rete di contatti disponibile, credere nel proprio lavoro e lasciare che il resto lo facciano altri professionisti. Si può produrre un booktrailer di qualità a costo quasi zero. Tanto da farlo anche partecipare a uno dei concorsi che ho citato. Io l’ho fatto, e nel prossimo post vi racconterò come, quali obbiettivi volevo raggiungere e quali si sono realizzati. E vi farò anche un regalo.

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Cronaca di un incontro annunciato

cettaeditededitedSì, ma c’è il blocco. Hanno bloccato il traffico di Roma, giornata ecologica, dicono. Proprio stasera? E che stronzi! Io ho la macchina a gas, passo lo stesso. E poi è la mia serata, non posso certo mancare. E sono due giorni che cucino…

Si vede che in molti hanno la macchina a gas perché ne è venuta di gente. O magari non vedevano l’ora di salutarmi, ora che vado via. Ma sì, un po’ di sano cinismo non guasta, che già lo so, stasera piangerò. Ma no, dai che resisto…

Ci sono questi ragazzi, questi attori giovanissimi che ha portato il mio editore Watson, e leggono brani di “Anna”, il mio ultimo romanzo. Io me ne sto qui, accanto a Maria Giordano (la mia relatrice, ndr), e già sento l’emozione che sale. Ma le ho scritte io queste cose? C’è il dialogo tra Angelico e Don Gerardo, e la gente ride. Anche io rido. Bello! E Maria che mi racconta… caspita, parla di me, del romanzo, e io riesco anche a rispondere con cognizione di causa. Fa davvero uno strano effetto rendersi conto di “cosa” arriva di te attraverso ciò che scrivi.

Mi guardo intorno e, in mezzo a tante facce sconosciute, ci sono gli amici di una vita. Quelli di oggi, di ieri e dell’altro ieri. Nei loro sguardi ritrovo i miei, e quelli che ci siamo scambiati tante volte, in tante circostanze. L’emozione è a un punto critico, è un’onda di amore. Per fortuna c’è il buffet. E il vino. E il pane della festa di Anna.

Arriva alla fine il momento dei saluti. Dopo le chiacchiere, dopo i ricordi, dopo le foto, dopo aver visto i miei mondi gravitare tra loro e fondersi in un unico meraviglioso universo, ci stringiamo tutti in un ripetuto abbraccio. E piango.
Ciao!

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“Anna” come un pizzo intrecciato al “chiacchierino”

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Voi lo sapete cos’è il “chiacchierino“? Forse chi ha qualche anno in più ne avrà sentito parlare… Si tratta di un’arte antica simile al tombolo o all’uncinetto, una trama ricca di forme e arabeschi intrecciati fittamente con l’ausilio di un oggetto strano, a forma di piccolo scafo chiamato “navetta”. Le donne del sud Italia (ma forse anche del nord) si riunivano davanti alla porta di casa, in estate, o davanti al camino d’inverno, e facevano danzare la navetta tra i fili di cotone e le dita, creando preziosissimi pizzi. E chiacchieravano. Per ore. Forse il nome di questa arte ormai quasi perduta deriva proprio da questo, e da quegli arzigogoli di nodi che formavano storie straordinarie, proprio come facevano le parole.

Anna” somiglia a un pizzo creato a “chiacchierino”, e a questa pratica è strettamente legato. Ecco perché voglio raccontarvi la genesi di questo mio nuovo romanzo.

Ogni storia scritta ne contiene in genere molte altre, che siano esse finali possibili o incipit per altri racconti. “Anna” prende spunto da una persona realmente esistita, anzi, sia Anna che Angelico sono realmente esistiti, motivo per il quale il finale da me scelto non poteva che essere quello che avrete modo di leggere.
Avevo una zia, zia di mia madre per l’esattezza, che adoravo. Forse perché mia nonna, sua sorella, era morta giovane e lei l’aveva in un certo senso sostituita. E forse perché aveva avuto solo figli maschi, ed erano tutti alti, belli, interessanti e lo trovavo singolare per una famiglia del sud Italia. Ogni estate, quando andavo in vacanza in Calabria, trascorrevo ore a casa di zia Franceschina, perché lì si respirava un’aria diversa, che non capivo ma di cui subivo il fascino.
Un giorno mia madre, sollecitata da me, mi raccontò la storia dell’amore della zia e di Michele, suo marito. Mi raccontò di come quel rapporto fu messo a dura prova dopo soli quaranta giorni di matrimonio, perché lui, zio Michele, si era arruolato come volontario per andare in Africa e lei, la zia, era in attesa del primo figlio. Mi raccontò di una separazione durata dieci anni e, mentre io ascoltavo a bocca spalancata, nella mia mente di adolescente romantica prendeva forma l’embrione di una storia fantastica. Immaginavo la rabbia e il dolore di Franceschina, la sua rassegnazione, lo sconforto di Michele e il suo senso del dovere. Come Penelope e Ulisse.
Anni dopo mia madre aggiunse altri dettagli al racconto. Mi parlò delle lettere che i due si scambiavano, di come quelle di lei fossero dure e laconiche – e io me le ero immaginate proprio così, conoscendo la zia – e di quel bambino che cresceva senza padre.
Qualche frammento di quelle emozioni riuscii a carpirlo anche alla protagonista della storia, con delicatezza però, perché lei non era avvezza alle confidenze. Ricordo certi pomeriggi d’estate, all’ombra della veranda della sua casa vicino alla stazione, quando lei mi insegnava il “chiacchierino” e rispondeva alle mie domande curiose, con la sua risata roca e gli occhi azzurri lucenti di emozione.
Ecco, la storia di Anna era lì, e va da sé che io l’ho imbrigliata in un romanzo, perché tanti dei personaggi che l’accompagnano sono frutto della mia fantasia. Ma quell’intreccio amoroso, quella passione e quei sentimenti, quel pezzo di vita che racchiude guerra, morte e rinascita meritavano di essere raccontati. Secondo me.

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I luoghi dove nascono i libri

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Anna è acquistabile da Libri& Bar Pallotta – Roma -Ponte Milvio, in tutte le librerie su ordinazione, dal sito di Watson Edizioni.

Qualcuno potrebbe dire “Nella testa dello scrittore”. No, nella testa dello scrittore, e nel suo cuore, e tra le sue dita nascono le storie. I libri, quegli oggetti magici che le contengono, nascono presso chi li pubblica, cioè chi li rende fruibili: parlo di case editrici e dintorni. E poi questi libri neonati finiscono in altri luoghi, reali o virtuali, che sono la nursery, il giardino zoologico, il museo in cui vengono esposti: le librerie.

Ieri sono stata spettatrice di questo magico incontro. Editore e libraio che mostravano con orgoglio l’ultimo nato al pubblico, e io ero solo una spettatrice, come gli altri, forse solo con un po’ più di emozione. “Anna” vi racconterà la sua storia con la sua voce, adesso. Io ho fatto la mia parte.

Di cosa parla.

“Quando il profumo si spandeva ovunque, nelle case, per la strada, nell’aria tersa e neutra del mattino, allora se ne aveva la certezza: era giorno di festa, il pane era nato.” Le radici della storia di Anna affondano nei riti antichi, quelli che le donne si tramandano per generazioni, quelli della natura che fa il suo corso, anche nei rapporti umani. E c’è sempre un destino segnato da combattere o assecondare per far sì che il rito sia propiziatorio. Quando però al destino si sommano gli eventi di una guerra, allora la storia spariglia.
Annina Lojacono non è una ragazza qualunque. Caparbia, ribelle, mal si adatta alle convenzioni di una famiglia del Sud, tanto meno quando le viene imposto un fidanzamento e un matrimonio con uno sconosciuto. Ma il cuore percorre strade misteriose per compiere le sue scelte, e Angelico Buonomo, più per fortuna che per merito, riesce a compiere il miracolo e a sposare la donna che ama. Fortuna che durerà ben poco. Il giovane si ritroverà ben presto a doversi separare dalla novella sposa, proprio nel momento in cui la loro vita stava per intraprendere un nuovo corso, e da quel momento ogni evento contribuirà a rendere la separazione più lunga e dolorosa. La guerra, la prigionia, la distanza saranno solo alcuni degli ostacoli che si frapporranno alla riunificazione dei due giovani, dopo dieci anni. E Annina non è certo una Penelope che attende il suo Ulisse tessendo la tela. Trame ben più fitte dovrà districare, segreti da tenere ben custoditi, rivelazioni che rischieranno di distruggere il fragile equilibrio che, nonostante tutto, bisogna mantenere, specie durante un conflitto di portata mondiale. E a legare tutto ci saranno le lettere, memorie epistolari da custodire per mantenere vivo il ricordo e desta l’attenzione.
Dal 1937 al 1947, sullo sfondo dell’Italia fascista e della guerra nelle colonie, un viaggio che sorvola Africa, India e Australia, e una storia d’amore e di guerra il cui finale non è affatto scontato.

Il profumo dell’#Italia in valigia – Manuale di sopravvivenza per #CervelliInFuga (e le loro madri)

“Noi madri, nutrici per sempre, sappiamo che dal seno alla tavola i nostri figli saranno legati a noi attraverso le suggestioni dei profumi e dei sapori. Una sorta di allattamento costante.”

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Questa frase fa parte della sinossi del libro “Il profumo dell’Italia in valigia“, ma è anche un po’ la spiegazione del perché ho DOVUTO scriverlo. Da alcuni anni ormai i nostri figli abbandonano letteralmente l’Italia, vuoi per fare nuove esperienze vuoi perché la crisi economica li costringe ad andarsene. Sono cicli che si ripetono, ma forse noi madri di oggi non eravamo preparate (e neppure i padri…). Non siamo reduci da una Guerra Mondiale (sarà poi davvero così? Diciamo non in senso letterale…), ma questo è un fatto: le famiglie si sgretolano, si dilatano, le loro radici si propendono in altri luoghi, altri territori, si incuneano in altre zolle e lì fanno germogliare nuovi frutti. Cosa accade però quando i nostri figli vanno via? Siamo sinceri, è straziante!

A me è capitato, e ho provato a reagire a modo mio. Non ho rinunciato al legame con mio figlio, ma ho pensato che questo distacco potesse essere un’opportunità di crescita per entrambi, un secondo svezzamento.

Dalle conversazioni via skype con lui, dall’ansia per la sua salute, una frase ricorreva, sempre: “Cosa mangi?”. E allora ha preso forma questa sorta di diario, piuttosto ironico direi, dal quale traspare tutto, sentimenti compresi, e nel quale ho trascritto alcune delle ricette semplici e a basso costo che ho inviato a mio figlio. Perché la crisi economica va combattuta con ogni mezzo, senza però dimenticare il buono che la nostra terra ci ha regalato. E la cucina è una di queste cose buone.

Mi ha aiutata in questa nuova avventura libresca James Califano, un nostro figlio che si trova laggiù, in Australia, e che sta portando avanti “in loco” un progetto artistico-culinario (ItaliansDownUnder) col NOMIT. Ma è tutto ben spiegato nel libro. Ah! La cover è sua (disegno originale) e anche i disegni in appendice. Bellissimi!

Buona lettura e buon divertimento!

N.B. Presto su tutti gli store online nella versione digitale. La versione in brossura è ordinabile dal sito dell’editore (ancora qualche giorno, abbiate pazienza…)

cover_1875x2500  Titolo: Il profumo dell’Italia in valigia

Autore: Cetta De Luca – con James Califano

Editore: Alkemia Books

Qui la versione eBook

Storia di una crisi annunciata

Martedì, 15 marzo – ore 16,⁰⁰

Non comincio mai nulla di lunedì. È troppo scontato, troppo ordinato. Quello che comincio di lunedì sistematicamente lo interrompo il giorno dopo, di qualunque cosa si tratti. Di martedì invece mi dà come il senso dell’ineluttabilità, un impegno preso in corso d’opera e capitato lì nonostante la mia pianificazione settimanale, qualcosa giunto a scombinarmi i piani.

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Ho davvero una montagna di vestiti. Alcuni risalgono a venti anni fa. Sono una di quelle persone che conserva tutto, sperando che prima o poi torni di moda. Il fatto che torni di moda però e irrilevante se non sono più di moda io. Mia figlia ogni tanto viene a “pescare” tra le mie cose. Dice che sono vintage autentico. Vintage. Vecchie. Andate. Passate. Oddio, diciamo retrò che altrimenti mi deprimo. No, meglio vintage, che è di moda.

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[da “Quella volta che sono morta“]

 

NoBrandArt a PiùLibri PiùLiberi – Le belle intuizioni d’estate

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Tutto è cominciato il 26 agosto 2013. Che poi non è neanche vero, perché la mia avventura nel mondo dei libri è cominciata tempo fa. Ma qui stiamo parlando di un’altra storia, quella di NoBrandArt, e la data d’inizio, la “start up” è stata il 26 agosto. Cominciai, dicevo, con un’intuizione che si tramutò in un articolo, questo (clicca qui). Volevo andare a PiùLibri PiùLiberi, Fiera della piccola e media editoria a Roma, da sola. Nel senso che volevo uno stand di autori, scrittori, professionisti dell’editoria NON supportati da case editrici. Pare una cosa da poco, ma non lo è. Perché qui non si tratta della fiera del libro. I soggetti sono altri. E degli scrittori che ci vanno da soli a questa fiera è come voler dire che l’editoria sta cambiando e che questi strani soggetti, coloro cioè che i libri li scrivono, sono imprenditori di sé stessi, paragonabili agli editori, professionisti seri in questo settore. E andare alla loro fiera è una provocazione davvero molto molto forte.

Da quel 26 agosto sono accadute molte cose. Tanti sono stati i colleghi entusiasti dell’idea, tanti hanno tentennato, preoccupati delle reazioni e delle conseguenze di un tale gesto. Ma alla fine si è creato un gruppo coeso di 23 persone fortemente motivate e pronte a dire la loro al pubblico e, sopratutto, ai lettori. NoBrandArt è un acronimo che li raggruppa, è un segnale forte col quale si vuol dire al lettore che, oltre la “scorza” delle apparenze, in un libro c’è di più. Ci sono i contenuti, che poi è quello che conta. E spesso questi contenuti sono messi in secondo piano da mere logiche di mercato editoriale. Gli scrittori vogliono restituire ai lettori quel rapporto di genuinità e di qualità che è il cardine su cui si fonda il rispetto per la divulgazione culturale. E vogliono raccontargli come fanno a raggiungere questo obbiettivo.

Il 5 dicembre, inizio della Fiera, è vicino, e di questa iniziativa già si parla. Lo ha fatto Bibliocartina qui e lo ha fatto Lungotevere.net qui. Il comunicato stampa (sì, facciamo le cose seriamente), è stato pubblicato sul Corriere del Web qui, e sappiamo che molti media sono incuriositi da questa iniziativa. Aspettiamo che si facciano avanti, magari alla conferenza che si terrà allo stand A24 il 7 dicembre alle ore 16.00.

Io, in questo momento, sono pronta ai nastri di partenza, in attesa che la giostra cominci perché, come ha detto qualcuno, finché non sarò seduta su quel cavallino in movimento non mi potrò rendere conto di esserci riuscita. Sono stati mesi faticosi, snervanti, ma chi mi conosce sa che la parola “arrendersi” non fa parte del mio vocabolario. E devo dire grazie, un GRAZIE enorme, ai miei compagni di viaggio, straordinari supporter, che hanno deciso di salire, su quel treno partito il 26 agosto, con me e condividere il viaggio. E che viaggio! Quando saremo arrivati a destinazione vi racconteremo il resto, ma ho la sensazione che, da questo convoglio, non scenderemo tanto presto.