Il ricordo del mare

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Quando non so come dire le cose scrivo poesie. L’ho detto tempo fa, e allora fu una catarsi, un modo per comunicare il mio dolore senza essere troppo invadente. Oggi sono stata assalita da tante emozioni, e nella testa ha fatto capolino questa specie di canzone, e c’era anche una musica, un po’ alla De André – dopo i fatti di Genova la sua musica non mi abbandona un istante – ma non ve la posso né voglio cantare. Ognuno se la canti come vuole, se vuole.

Il ricordo fa male

se qualcosa rimane

il ricordo che hai in testa

ha il sapore di festa

il ricordo ti appaga

come amore puttana

che ti prende in quell’ora

e poi rimani tu.

 

E il sapore del mare

è un ricordo lontano

un ricordo bambino

che ritrovi vicino

che ti lecca la pelle

che ti brucia di sale

un ricordo che appare

e poi rimani tu.

Cetteide Revolution #cp10 Summer is here

Ancora insieme, stessa casa, stesso mare, stesso cielo stracolmo di stelle. Agosto significa io e mamma, e dopo un anno esatto ci ritroviamo qui, a Cirò, ventitré anni di differenza e due caratterini impepati, a farci compagnia. Certo, siamo un po’ ammaccate tutte e due, ma sembrerà strano, proprio in questa nostra fragilità troviamo la forza e il coraggio per andare avanti.

Mamma è arrivata prima di me, ha fatto da apripista. Fare da apripista significa che ha avuto dieci giorni di tempo per stressare il pescatore delle sei del mattino, fare scorta di pipi jiuschenti, friselle e pane di casa, e prepararmi il divano letto:
– So che tu non lo vuoi aperto, allora ho pensato di renderlo più comodo. Ci ho messo un altro materasso, due cuscini e la biancheria fresca fresca di bucato.
– Ma così cado, ma’. Non lo vedi che il materasso di sopra è più largo di quello di sotto? Scivolo…
– Ma no che l’abbiamo provato!
Ho trascorso una prima notte da incubo, terrorizzata all’idea di ritrovarmi spiaccicata per terra e senza nessuno a soccorrermi, avvolta in lenzuola – sì, di cotone – scure e opprimenti, soffocata da due cuscini alti mezzo metro.
Il mattino dopo.
– Cetta, ti sei agitata stanotte. A un certo punto sono venuta di qua e c’era il computer acceso. Te l’ho detto, che ti rovini la salute con quel coso in faccia…
Mi rovino la salute. Ho spogliato il divano, eliminato doppio materasso, cuscini e lenzuola a fiori esotici e mi sono sentita più fresca.
– Perché non dormi con me?

Il caldo asfissiante, come ritrovarsi su un braciere sia di giorno che di notte, ci ha fatto decidere che “in spiaggia è meglio”. Ora, ovviamente io avevo cominciato all’alba del giorno dopo ad andare in spiaggia, perché amo le ore in cui il mare ancora sonnecchia – e pure tutti gli abitanti e villeggianti di Cirò – e perché con la mia terapia il sole pieno era da evitare. Portare mamma in spiaggia era tutto un altro discorso. Ho noleggiato una macchina.
– Anche io voglio venire di mattina presto, che non posso prendere il sole. Prendiamo un ombrellone, una sdraio e tu mi lasci lì a vai a farti le cose tue.
Questa faccenda, “farti le cose tue”, pare quasi una roba imbarazzante, un po’ intima, un po’ erotica, da tenere nascosta.
– Io un bagno mi faccio, ma’. Forse due. Quali cose mie?
– E questo intendevo! Non farmi dire troppe parole che mi stanco.
Come due cospiratrici ci siamo messe in macchina per tre mattine di seguito alle 7:30, siamo arrivate al Lido, lo abbiamo aperto, sono stata il bastone di mamma e l’ho messa a mollo, come una regina sul trono. L’ho vista felice sbattere i piedi nell’acqua, ricevere il massaggio della risacca, sospirare al sollievo per le sue gambe malconce. L’ho vista felice da piangere, e ho mischiato le lacrime all’acqua di mare per non farlo vedere.

Io e lei sulla passerella mentre scendiamo faticosamente a riva.
– Devo farti vedere un film, ma’.
– Quale film?
– Non guardarmi, non ti sento.
– E di che parla?
– Fa ridere, ma’. Parla di un sordo che fa da guida a un cieco. In questo momento noi somigliamo a quei due.
– E c’è su YouTube?
La faccenda di YouTube va spiegata. Risale ormai allo scorso anno, sempre agosto, quando a un certo punto le ho detto che io le mie serie tv me le guardavo in streaming sul computer. Sì, le ho anche spiegato cosa è lo streaming, ma questa è un’altra faccenda. Lei si guarda “Il segreto” da anni, appuntamento imprescindibile ovunque si trovi, qualunque cosa stia facendo. Quello che ha capito dello streaming è che io riesco a guardarmi gli episodi delle serie tv in anticipo rispetto alla messa in onda ufficiale. “Quindi mi posso vedere anche Il Segreto?” Mi ha costretta a cercare la serie ovunque e ho trovato diversi episodi su YouTube, ma in lingua originale, lo spagnolo. Beh, se li è guardati tutti, e ha anche capito tutto. Quindi per lei ora YouTube è la fonte di ogni cosa.

– Mamma, ti faccio vedere i video del concerto del nuovo gruppo di Francesca.
– Bello! Però non li capisco molto. Che lingua parlano?
– Inglese ma’.
– E fammene vedere un altro…
Metto un altro video dello stesso concerto. I cinque sono sempre nella stessa posizione e cantano ancora in inglese.
– Ma questo già me lo hai fatto vedere! Non hai qualcosa su YouTube?
Appunto…

Mamma parla quest’anno. Di giorno, di notte, con me, con sua madre, con suo fratello. Con me fa lunghi discorsi che nel sonno diventano fitti conciliaboli incomprensibili, interrotti solo dalle visite al bagno o al frigorifero.
– Tu non dormi bene la notte. – mi dice. Io.
Di giorno mi racconta del passato, delle cose di famiglia, di quello che vuole fare appena torniamo. Vuole comprare un fornetto al cimitero, per babbo e per lei.
– Ma mamma, quando sarà non ci entrerai nel fornetto! Vuoi essere cremata?
– Non sia mai! Cenere alla cenere, polvere alla polvere, così dice il Signore! Ne prendo uno grande, matrimoniale.
Abbiamo parlato molto della morte, della fede, delle sue preghiere preferite. Il pomeriggio, quando l’afa ci prende alla gola e in due ci scoliamo quattro bottiglie d’acqua, lei stremata sul letto, io sfatta sul divano, le gambe sollevate, il ventilatore a duemila, mamma mi recita la preghiera del “suo angioletto”, mi racconta di certi personaggi di paese e poi mi interroga.
– Perché lui era “ncionante”.
– Era cosa?
– Non lo sai che significa ‘ncionante?
– No ma’, non lo so.
– Ma come non sai che significa ‘ncionante?
– Con tutta la buona volontà ma’, neanche per assonanza ci arrivo.
– No assonanza, ‘ncionante! Come te lo spiego? Quello che mette zizzania, ecco!
Neanche in due vite…

Dopo tre giorni di mare al mattino e alla sera, ha deciso che al mattino fosse meglio di no. La realtà è che si è bruciata le gambe con l’acqua salata – o forse mettersi in moto così presto non le va – e quindi mi ha lasciata libera. Però si sveglia all’alba con me e chiacchiera, chiacchiera… canta anche. Io l’ho sentita cantare altre volte, canzoncine per bambini, brevi strofe o ritornelli, ma mai come stavolta.
– Cetta, ti posso cantare una canzone?
– E certo che puoi!
E mi ha lasciata senza fiato. Con voce limpida, un bel vibrato, ha cantato una canzone che ascoltava da sua madre, negli anni ’40, quando erano sfollati in campagna. Una canzone che parla di sentirsi al sicuro e felici per l’orto, il frutteto, il focolare davanti al quale riunirsi nelle fredde sere d’inverno. L’ho registrata, ho scattato una foto col cuore.

Per il mio compleanno mi ha invitata a pranzo fuori. Siamo andate in una trattoria famosa, L’Aquila d’oro, che ha ricevuto una chiocciola nella famosa guida Slow Food Osterie d’Italia – andateci, ne vale assolutamente la pena – perché si mangiano “le cose di casa di una volta” e “perché sono parenti.”
– Ma come sono parenti, ma’?
– Si chiamano Cariati, come me.
– Ho capito, ma non è che puoi essere parente con tutti i Cariati del mondo!
– Primo, l’ha detto la proprietaria che siamo parenti, quando ci siamo incontrate la prima volta. Secondo, fino alla settima generazione ricorda, la settima!
Penso a tutti i De Luca sparsi per il mondo, compreso Erri lo scrittore. Cugini, facciamo una bella rimpatriata, vi va?

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Però che cosa straordinaria questo sentirsi famiglia ovunque, appartenere a un clan, a un’identità comune. Non si è mai soli così. Al Nord non mi pare funzioni allo stesso modo, chissà perché. Magari qualcuno vorrà spiegarmelo, magari c’è una ragione storica per cui la gente del Sud rimane così fortemente ancorata alle proprie origini. E quanto amo tutto questo, quanto mi fa sentire libera e al sicuro…
– Mamma io riparto, devo fare l’ultima terapia.
– L’ultima… così poi festeggiamo.
Le guerriere si guardano negli occhi, la luce della sera addolcisce le curve dei volti, le voci si abbassano fino a diventare sussurri. Il vento caldo ci accarezza e lascia sulla pelle il sapore del mare.

 

In un paese del Sud

Cirò Marina – Un vicolo
In un paese del sud i vicoli di notte non sono mai completamente bui. Sono avvolti dalla luce gialla dei lampioni antichi, quelli appesi ai cavi che attraversano la strada da un capo all’altro, come i panni stesi ad asciugare, e dondolano alla brezza che viene dal mare, e proiettano ombre enormi sui muri delle case addormentate. In un paese del sud l’estate ha l’odore del mare, dei pesci che arrivano con le lampare al mattino presto, ha l’odore di pelle dura come cuoio dei pescatori che arronzano le reti di fretta, come madri premurose, che da lì viene il sostentamento e i buchi grandi non ci possono stare. E allora si dà una sistemata, che i giorni di pioggia verranno per far tutto per bene.
In un paese del sud in luglio le ragazze si spogliano, e si mostrano, natiche al vento e schiene lucide come seta dal colore caldo delle nocciole tostate, e i ragazzi cantano, come le sirene, il canto dell’amore. In un paese del sud il caldo ti toglie il respiro, ti suda e trasuda addosso e asciugarsi non serve, e allora la regali alle onde quell’acqua che era tua, ti apparteneva, ma ora te la lavi via con altra acqua, quella antica, quella che risana. In un paese del sud, di ogni sud del mondo, il tempo scorre più lento, languisce piano che tanto non c’è fretta, il giorno dura un giorno, che sono ore vissute anche la notte, che a volte pare giorno quando la luna è così piena e vicina che la puoi toccare, così pare.
In un paese del sud all’alba il sole si mangia il buio e regala il profumo del pane, dorato e caldo come lui, sole di pane, che ti investe i sensi appena svegli e respira con te, perché il pane è vivo.
In un paese del sud le donne parlano a voce alta, gridano dai balconi sempre aperti e si attaccano i bimbi al seno per farli addormentare. E tirano su le sporte con le corde perché hanno da fare, non c’è tempo per scendere le scale. Ma la sera tirano le tende che lo scirocco gonfia di aria e gocciole sospese, e sussurrano piano la buonanotte ai bimbi. E poi sospirano, di notte. In un paese del sud ogni estate porta nuovi figli, semi piantati là dove la terra e il mare s’incontrano col sole e con la luna.
Sed

OMBRE DI NOTTE

Prima che il velo delle ciglia doni l’immagine ai ricordi e al sogno, prima che l’alba di domani trascini con sè il sole imperioso a raccontarci un nuovo giorno, voglio dirvi cosa ho visto stanotte. La mia ombra proiettata sulla sabbia chiara, netta, un disegno unico, non sdoppiato come con le luci dei lampioni. La mia ombra attaccata ai miei piedi mi ha preceduta verso il nastro d’argento del mare e si è tuffata nel baluginio dell’acqua. La luna piena, rotonda, luminosa come un sole a mezzanotte, mi ha sorriso e mi sono sentita parte di un meraviglioso disegno divino. Che luna di notte stanotte!
Sed